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14 Agosto, 2026

#8 – Riflessioni di un omeopata indisciplinato

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Ma insomma, cos’è l’Organon, questo libro dalla famosa copertina verde in simil-pelle, cui tengo così tanto? Colore e materiale sono ovviamente un aspetto del tutto marginale, che valgono solo come feticci personali. Ma l’Organon in sé è quanto di più prezioso possa esistere per chiunque voglia dedicarsi all’omeopatia. Contiene infatti tutto quello che va saputo per ‘fare’ omeopatia. Basi teoriche, farmacologia, gestione clinica del paziente e molto altro. È un trattato completo volto alla comprensione dell’omeopatia. Edito per la prima volta all’inizio dell’’800, sono seguite poi altre edizioni aggiornate, sei in tutto, l’ultima delle quali pubblicata dopo la morte dell’autore.

Quando lo lessi la prima volta ero appena partito militare (all’epoca il servizio militare era passaggio obbligato per tutti i giovani). Leggevo in branda, nella camerata, sottraendo tempo al sonno. Via via che andavo avanti con la lettura restavo incantato, ma si aprivano anche voragini di interrogativi a cui non trovavo risposte. È proprio vero: più si conosce e più si vede che c’è da conoscere altro.

Ma torniamo all’Organon. Il titolo completo è ‘Organon dell’Arte del guarire’. Ecco, vorrei fare prima di tutto una riflessione sul titolo, che non va preso alla leggera. È un libro di duecento anni fa, quindi scritto secondo uno schema tipico dei trattati dell’epoca, suddiviso in paragrafi. Ovviamente può apparire datato nella struttura e nella esposizione, ma la sostanza del testo resta assolutamente attuale, a patto di voler considerare la medicina in senso generale come qualcosa che va un po’ oltre il semplice esercizio applicativo di una tecnica senz’anima. Organon significa strumento, e l’uso del termine trova origine in Aristotele, indica infatti l’insieme delle sue opere sulla logica. Quindi il libro vuole essere ‘Strumento logico per esercitare l’Arte del guarire’. Ambizione mica da poco. ‘Guarire’ e non semplicemente ‘curare’. ‘Arte’ e non semplicemente ‘tecnica’.

Dal ventesimo secolo la medicina ha vissuto uno sviluppo eccezionale. L’essere umano, è riuscito a sfruttare in campo medico gli immensi avanzamenti della tecnologia derivata dalla applicazione dei progressi che hanno fatto le ‘scienze esatte’. La medicina si è evoluta e ha dovuto fare un grande sforzo per vestirsi di ‘scienza’ così come la intendiamo oggi. Dati sperimentali, valutazioni statistiche, riscontri anatomo-clinici certi, spiegazioni biochimiche accurate, nulla sembra lasciato al caso, a interpretazioni senza riscontri oggettivi. Non potrebbe accadere diversamente. Il fulcro della farmacologia è la chimica e solo conoscendo la ‘chimica del corpo’ si può sperare in una terapia efficace. Questo è il recinto culturale entro cui si muove il pensiero medico e lo sforzo è quello di conoscere sempre meglio la malattia e i suoi meccanismi, così da definire, codificare, classificare, per poter curare nel modo più efficace.

Tuttavia c’è un rovescio della medaglia: più la medicina si è oggettivizzata, più ha dovuto prendere le distanze dal malato inteso come persona che soffre. La malattia ha preso il sopravvento sul malato e la medicina paga così lo scotto della disumanizzazione. Credo sia esperienza comune di chiunque si sia trovato nel ruolo di ‘paziente’, specialmente in casi molto specialistici, quella di sentirsi in tante occasioni come un elemento scomodo che sta lì in mezzo, a disturbare la relazione tra la malattia di cui soffre e il medico che la deve curare.

Poi c’è un mucchio di medici che con la propria sensibilità riesce a umanizzare il percorso terapeutico, ma è, diciamo così, una iniziativa privata di fronte e una medicina che per sua struttura è diventata fredda. La scienza, per essere obiettiva, deve per forza essere distaccata dall’oggetto di osservazione. Quindi, oggi, per compiere un atto medico, il lato ‘empatico’ della questione è una opzione non necessaria. Non è un caso che si stia utilizzando sempre di più nel percorso clinico-diagnostico-terapeutico l’intelligenza artificiale, cioè una ‘macchina’, con molti vantaggi in termini di precisione tecnica, ma con un prezzo non trascurabile sul piano umano.

L’omeopatia, al contrario, ha come elemento strutturale l’umanità nel rapporto con il paziente. Capire il paziente nella sua complessità profonda non è un corollario accessorio ma è parte integrante e necessaria per il metodo terapeutico che applica. Mettere il paziente nell’agio di narrarsi, dargli la possibilità di esprimersi compiutamente, è un percorso funzionale all’obiettivo terapeutico, perché solo così si può comporre il mosaico di un individuo e trovare la corrispondenza nel mosaico di un rimedio adatto. Realizzare questo disegno, pennellata dopo pennellata, è un atto di creatività artigianache rende il medico ‘artista’. Anche l’omeopatia vuole dunque guarire, ma vuole farlo subordinando la tecnica medica (che comunque applica, perché assolutamente imprescindibile, sia ben chiaro), all’Arte medica, ovvero alla capacità da parte del medico di utilizzare tutte le sue facoltà, non solo culturali e intuitive.

Ogni volta serve esprimere un tocco creativo personale, diverso per ogni caso che si presenta, necessario per capire la natura profonda di quel particolare malato con la sua specifica malattia, per scegliere le cure necessarie a ristabilire uno stato di salute profonda, quando possibile: proprio questa è ‘L’Arte del guarire’.

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