Mi è capitato di dire tante volte che l’Omeopatia si può imparare ma non si può insegnare.
È ovviamente una provocazione, la storia omeopatica è piena di grandi Maestri, ma non è una provocazione senza fondamento. Ogni omeopata ha seguito grandi insegnanti, ha letto, ragionato, ascoltato; ha studiato, e tanto, ma alla fine, per diventare ‘omeopata’ ci deve essere un passaggio interiore che è solo personale e che non può essere insegnato da nessuno.
Non sono l’unico ad aver vissuto questa esperienza.
Quando ho studiato medicina, via via che imparavo diventavo piano piano medico. Teoria ed esperienza si sono sommate e integrate e passetto dopo passetto alla fine ho scoperto che riuscivo a camminare sulla strada della professione. Il percorso ha avuto un divenire ‘logico’. Intendo proprio basato sulla logica, quella che è alla base di ogni percorso scientifico. Un mondo senza dubbio rassicurante.
Quando ho studiato Omeopatia ho fatto la stessa identica cosa. Ho studiato per passetti e così via. Ho fatto lo stesso percorso logico. Ho imparato a conoscere i rimedi omeopatici, cercavo di fare qualche prescrizione, ma non ero ancora un medico omeopatico: non ne avevo la mentalità.
Poi un giorno all’improvviso il cambiamento; inconsapevole, ‘analogico’.
Ora vi racconto cosa accadde.
Fui chiamato a visitare una anziana signora con il pace-maker; sembrava un episodio come tanti, una visita cardiologica di routine, niente di omeopatico all’orizzonte.
Era piena estate, un giorno festivo. Ricordo come fosse ieri il caldo pastoso che saliva dalla strada.
Entro in questa casa di persone anziane, silenzio e calma, odore di cera vagamente stantio ma piacevole. La paziente sul letto e la sorella accanto ad accudirla. Due donne sole che non si erano mai sposate.
Vedo subito che si tratta di un malore banale di nessuna importanza. Il mio intervento di cardiologo è quindi di fatto terminato in men che non si dica, ma c’è una tristezza nello sguardo della malata che pare quasi una implorazione di aiuto.
Tutto intorno un silenzio così insolito per la città e la penombra della stanza con quegli occhi chiari velati da un dolore profondo.
Potrei congedarmi, il mio ‘lavoro’ è finito, ma sento il desiderio di capire e le chiedo cos’altro non va.
‘Il pace-maker, il pace-maker mi ha fatto morire di nuovo’.
‘Semmai l’ha salvata. Mi faccia capire meglio, perchè morire?’
‘Vede dottore, io morii moltissimi anni fa, quando ero ancora giovane. Poi, poco prima di mettere il pace-maker, stavo resuscitando… ora sono morta di nuovo per sempre.
La mia storia iniziò in Argentina, dove nacqui da genitori italiani emigrati. Poco dopo i venti anni conobbi un uomo di cui mi innamorai, pienamente ricambiata. Il suo desiderio più grande era di avere dei figli, ma scoprii per caso di non poterli avere’.
Lascia andare lacrime sommesse, la sorella le posa delicatamente una mano sulla spalla. Io zitto, nemmeno un respiro.
‘Quando seppi che non avrei potuto dare all’uomo della mia vita ciò che più desiderava, non mi sentii degna del suo amore e decisi di non sposarlo. Rinunciai per amore e lo lasciai libero; lui per amore accettò questo fatto irrevocabile. Quel giorno morii e trascorsi l’esistenza nel dolore della scelta. Non volli mai più sposarmi e mia sorella seguì la stessa sorte per restarmi accanto. Dopo la morte dei nostri genitori tornammo in Italia, nostro paese di origine; da allora sono passati quasi cinquanta anni e non molto tempo fa, camminando per le strade del quartiere, all’improvviso mi sono trovata davanti quell’uomo. Nonostante gli anni trascorsi ci siamo riconosciuti subito e abbiamo capito di amarci ancora. Dopo esserci lasciati sposò un’italiana e con lei venne a vivere qui. Per ironia del destino non ebbe figli e rimase vedovo alcuni anni fa. Abbiamo ripreso a frequentarci e pensavamo ormai finalmente di unirci in matrimonio quando il mio cuore si è ammalato e ho dovuto mettere il pace-maker. Anche ora sarei apparsa come una donna malata, una donna in difetto, e dunque ho scelto di nuovo il sacrificio rinunciando per sempre a lui; ero appena tornata a vivere e invece sono morta ancora’. Silenzio e occhi chiusi. Non so cosa dire o fare. Guardo la sorella come a cercare conferme, annuisce senza parlare e si alza per congedarmi. Sulla porta mi fissa dritto negli occhi ‘Dottore, mia sorella non è pazza: credeva nella purezza dell’amore e desiderava donarsi perfetta. Se vuole, la consideri un’idea di altri tempi, ma noi siamo così’.
Uscii nella calura, fermo sotto il sole a picco. Un autobus arò il silenzio della strada. Intorno, nessuno.
Sbocciato così, venuto dal nascosto, un atteggiamento diverso per capire la persona che soffriva. Ero diventato omeopata.








