BIO – Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità – Educational Papers • Anno VI • Numero 23 • Settembre 2017
Scritto in collaborazione con Eugenia D’Alterio – biologa
Nuovo modo di pensare all’origine della ricchezza
Il progresso tecnologico ha dato alla società ciò che gli economisti chiamano un “pranzo gratuito”, cioè un aumento di produzione che non è commisurato all’aumento dello sforzo e dei costi necessari per farlo.1
Warren Buffett, uno degli uomini più ricchi negli USA, vale oltre 60 miliardi di dollari. “Merita” tutti questi soldi e perché? Ha lavorato molto di più di tutti noi? Ha creato qualcosa di così straordinario che nessun altro avrebbe potuto creare? Chiedete a Buffett stesso e lui vi dirà che, personalmente, egli crede che “la società è proprietaria di una percentuale molto più significativa di quello che egli ha guadagnato”.2 Ma, se questo è vero, la società non merita una quota molto più significativa di ciò che Buffett ha ricevuto?
Buffett non sa, esattamente, quanto è merito suo e quanto è merito della società, ma ha messo il dito su uno dei problemi più esplosivi che si sviluppano appena sotto la superficie della consapevolezza pubblica. Negli ultimi decenni i ricercatori che lavorano in una vasta gamma di settori economici, tecnologici ed altri campi,3 hanno chiarito, molto più precisamente che in passato, i molti modi in cui “la società” contribuisce alla creazione di “ricchezza” – e, di conseguenza, di quanto, relativamente poco, a qualsiasi individuo possa essere attribuito di aver guadagnato e “meritato”. La loro ricerca, a sua volta, solleva profonde domande morali e, in ultima analisi, politiche che diventano sempre più difficili da evitare.4
Al centro di questa rivoluzione nella comprensione della creazione della ricchezza c’è una riconsiderazione fondamentale del ruolo straordinario della conoscenza nella crescita economica e di come la conoscenza, sempre crescente, accumulata nelle generazioni, sia fondamentale per la creazione di tutte le ricchezze.5
La distribuzione del reddito e della ricchezza in USA – e altrove – è, oggi, più disuguale che in qualsiasi altro momento dal 1920 ad oggi.6 Quest’articolo condivide con Buffett uno scetticismo fondamentale verso la convinzione che le straordinarie disuguaglianze negli USA – e altrove – siano semplicemente una crescita naturale delle differenze negli sforzi, nelle competenze e nell’intelligenza, individuali. “Non abbiamo affidato a qualcun altro costruire ciò che abbiamo costruito”, ci racconta Sanford Weill, magnate del settore bancario, in un articolo apparso in prima pagina del New York Times7 circa una Nuova “Gilded Age”.8 “Penso che ci siano persone,” insiste un altro esecutivo citato nell’articolo, “che per la loro unicità garantiscono qualunque sia il mercato”. I nuovi risultati della ricerca sull’origine della ricchezza e la disuguaglianza9 suggeriscono, però, che tali opinioni sono profondamente sbagliate per ragioni che vanno ben oltre la visione generale di Buffett e, anche, al di là della comprensione che fino a poco tempo fa è stata comune tra gli specialisti interessati a questi temi.
Spesso, nella storia, qualcosa di inimmaginabile sta fermentando nel lavoro “tranquillo” degli studiosi, qualcosa della quale il grande pubblico non conosce o capisce fino a molto, molto più tardi. La famosa equazione E = mc2 di Einstein non significava assolutamente niente per la maggior parte delle persone quando è stata pubblicata per la prima volta nel 1905, ma ha colpito il mondo, letteralmente, come una meteora, quando le armi atomiche esplosero nel 1945. Il sofisticato matematico Claude Shannon10 ha elaborato negli anni ’40 il fondamento teorico per la comunicazione digitale che oggi si ramifica in ogni angolo della vita domestica e globale. La struttura del DNA è stata decifrata dagli scienziati nel 1953, ma il pubblico da poco sta cominciando a capire come e di quanto l’ingegneria genetica, radicalmente, possa rivoluzionare la medicina, la produzione alimentare e molti altri campi importanti della nostra vita.
Studiosi della materia, come Gar Alperovitz & Lew Daly suggeriscono che qualcosa, di tanta rilevanza, quanto questi straordinari sviluppi appena accennati, sta emergendo, silenziosamente, tra i ricercatori che studiano le fonti della ricchezza e della disuguaglianza e che, una volta che le implicazioni siano pienamente comprese, ciò che sta emergendo, probabilmente, avrà implicazioni inimmaginabili – in questo caso per la distribuzione del reddito, la ricchezza e il potere, ovunque, nelle società.11 Inoltre, questi studiosi suggeriscono che questa nuova comprensione della dimensione patrimoniale ed evolutiva della ricchezza e la costante evoluzione dell’economia della conoscenza, unita ad una crescente sofferenza sociale ed economica, fattori che si pongono in un contesto di un crescente peggioramento delle diseguaglianze, questi stessi fattori contribuiranno, probabilmente, a un cambiamento politico, potenzialmente massiccio, nell’evolversi del Ventunesimo Secolo.12

Come i ricchi prendono la nostra eredità comune e perché dovremmo riprendercela
Si consideri il seguente fatto: una persona che oggi lavora lo stesso numero di ore di un lavoratore nel 1800 – grazie ai sistemi tecnologici odierni – può, ovviamente, produrre, molte volte, la quantità economica prodotta allora. Stime recenti suggeriscono che la produzione nazionale pro capite negli USA è aumentata più di venti volte dal 1800 ad oggi.13 La produzione, ad ora lavorativa, è aumentata di circa quindici volte solo dal 1870.14 Consideriamo, inoltre, che la persona moderna, in media, lavora, verosimilmente, meno duramente e con più incentivi e sicurezza relativamente ai suoi emuli del passato.
Qual è la causa principale di tali guadagni se gli individui, almeno la maggior parte, non lavorano più duramente? La risposta è, ovviamente, che c’è più produttività – più produzione dallo stesso livello di input. Ciò significa, evidentemente, che gli individui sono più produttivi in una società declamata. Ma come può una società diventare più produttiva se lo sforzo e l’intelligenza individuale rimangono relativamente costanti? Ciò accade perché, nel complesso, le conoscenze scientifiche, tecniche e culturali, disponibili e l’efficienza dei nostri mezzi per memorizzare e recuperare questa conoscenza sono cresciuti su una scala di valori a un ritmo che supera, di gran lunga, tutti gli altri fattori dell’economia globale nel loro conseguimento economico. “Il fenomeno centrale dell’età moderna”, osserva Joel Mokyr, è molto semplice: “come aggregato (umano) conosciamo di più”.15
Più di mezzo secolo fa, nel 1957, Robert Solow, futuro vincitore di un Nobel dell’economia, ha calcolato che quasi il 90 per cento della crescita della produttività nella prima metà del ventesimo secolo (dal 1909 al 1949) è attribuibile, esclusivamente, al “cambiamento tecnico nel senso più ampio”.16 La fornitura del lavoro e del capitale – a cui contribuiscono lavoratori e datori di lavoro – è apparsa quasi incidentale a questo massiccio “residuo” tecnologico. La ricerca successiva ispirata da Solow ha continuato a mettere a fuoco i “progressi della conoscenza” come principale fonte di crescita. Un altro economista di grande rispetto, William Baumol, sostiene che “il 90% circa del PIL attuale [degli USA] deriva dal contributo dell’innovazione effettuata dal 1870”. Baumol giudica che la sua stima, di fatto, minimizza l’influenza cumulativa dei progressi passati, ma anche “il motore a vapore, la ferrovia e molte altre invenzioni di un’epoca precedente aggiungono ancora valore al PIL di oggi”17 negli USA come altrove.
Guardiamo la questione in un altro modo. Se, oggi, quelli che intascano profitti più alti sono, tipicamente, altamente istruiti o scaltri, questo chiaramente, non è, principalmente, perché sono più intelligenti o lavorano più a fondo, e nemmeno perché sono stati più fortunati nella “lotteria di nascita”, come sostengono alcuni. Ciò deriva, soprattutto, dalla maggiore conoscenza per ottenere ricchezza e più possibilità di indurla. “Un ingegnere che lavora oggi e uno che lavorava 100 anni fa, ha e aveva lo stesso capitale umano”, osserva l’economista di Stanford Paul Romer. Ma l’ingegnere, maschio o femmina che sia, che lavora oggi è molto, ma molto più produttivo del passato. La ragione, ancora una volta, è evidente: può trarre vantaggio da tutte le conoscenze aggiuntive accumulate nella misura in cui molti problemi di progettazione sono stati risolti negli ultimi 100 anni”18, certamente se non vengono eluse.
Oggi la “scorta [dotazione, riserva] di conoscenza” della società e il suo “stato tecnologico” sono oggetto di una discussione intensa da parte degli studiosi e di alcuni politici progressisti. Un’ovvia verità che emerge dal loro lavoro sta alla base del seguente studio: tutte queste conoscenze – la sorgente straordinaria di tutte le ricchezze moderne – ci vengono, oggi, senza alcun sforzo. È il dono generoso del passato e non il risultato di più lavoro, nelle parole di Mokyr, è un “pranzo gratis” [free lunch].19
Una questione, ovvia, emerge da questi fatti: se la maggior parte di ciò che abbiamo, oggi, è imputabile ai progressi che ereditiamo in comune – quello che, un altro storico economico, Nathan Rosenberg, ha definito “un’enorme sovrapposizione dell’eredità tecnologica”20, perché, specificamente, questo dono della nostra storia collettiva non dovrebbe beneficiare, più generosamente ed ampiamente, tutti i membri di una società? Una volta raggiunta questa comprensione post-moderna della questione, le realtà distributive economiche d’oggi diventano molto più difficili da ignorare: l’1% nella cima della piramide socio-economica delle famiglie, negli USA, riceve un reddito molto maggiore rispetto al reddito, messo insieme, dai 120 e più milioni di persone che occupano la parte media della piramide.21 L’1% delle famiglie più ricche negli USA possiede quasi la metà di tutti i beni di investimento di proprietà privata (azioni e fondi comuni di investimento, titoli finanziari, azioni aziendali, trust, beni immobiliari etc.). Mentre, tutto il resto della popolazione alla base della piramide socio-economica possiede meno del 15% del totale. Si verifica così che la metà di questa popolazione alla base della piramide – 150 milioni di americani circa – possiede meno dell’1% delle risorse totali.22 Se la vasta ricchezza dell’America è, principalmente, un dono di un passato comune, come tali disparità possano essere giustificate?
Sebbene sia stata fatta molta ricerca sul rapporto tra conoscenza e crescita economica – e sebbene si possano trovare riflessioni morali correlate sparse per i lavori di molti autori – pochissimi hanno affrontato, direttamente, le questioni dell’equità poste dall’eredità sociale o collettiva della conoscenza scientifica e tecnologica. Infatti, con quest’articolo si intende richiamare l’attenzione per la comprensione pubblica di questo ordine delle cose e contribuire a formare una coscienza sulla necessità di nuove politiche adeguate all’era dell’economia della conoscenza. Forse è necessario chiarire, esplicitamente, che economia della conoscenza non significa la privatizzazione del lascito cumulativo del sapere ma piuttosto la sua socializzazione.

Questioni d’equità poste dall’eredità sociale o collettiva della conoscenza scientifica e tecnologica
Un’implicazione fondamentale della ricerca moderna sulla crescita economica è che i progressi tecnologici contribuiscono molto di più all’economia di oggi rispetto alle reali attività. A seguito delle argomentazioni di Solow23, gli effetti aggregati di questo processo storico sono ormai, generalmente, definiti “residuo tecnologico” – una parola che di solito vuol dire qualcosa che è rimasta fuori o non contabilizzata in un calcolo economico, ma che suggerisce anche una sorta di accumulo generale nel tempo.24 È, forse, sorprendente che l’economia moderna abbia largamente ignorato il ruolo centrale della conoscenza e della tecnologia fino alla metà del ventesimo secolo. In un certo senso, la scoperta del residuo era, veramente, la “scoperta dell’evidente”. Filosofi, storici e pensatori sociali hanno discusso e intuito l’importanza economica della conoscenza molto prima che gli economisti iniziassero a prenderla sul serio negli anni Cinquanta.
Si dice che Solow, abbia “scoperto” il residuo perché, prima del suo lavoro negli anni ’50, la crescita economica fu considerata, principalmente, una questione di cambiamenti nella fornitura del lavoro e del capitale, sul modello “classico” della produzione che risale ad Adam Smith. Sebbene la sua precisa grandezza e metodi di stima siano al centro di una continua discussione accademica, oggi, l’esistenza di un residuo tecnologico molto significativo è ampiamente riconosciuta nell’economia tradizionale.25 In generale, la maggior parte degli economisti, ora, concorda sul fatto che una gran parte della crescita economica di gran parte del secolo scorso (M. Abramovitz suggerisce circa l’80 %) non è stata creata dagli input dei lavoratori e dei datori di lavoro, ma dal progresso tecnologico ampiamente compreso.26 Molti storici economici, indicando generazione dopo generazione, in un precedente sviluppo scientifico, tecnologico e culturale, potrebbero attribuire, ancora di più, alla conoscenza ereditata la creazione della ricchezza moderna.
Ruolo della conoscenza e ciò che significa per la società: lavori di ricerca in vari settori
Per trovare un nuovo modo di pensare al ruolo della conoscenza, e di ciò che essa significa per la società, dobbiamo esaminare i lavori di ricerca in vari settori che hanno aiutato la nostra comprensione delle diverse forme di conoscenza ereditata che contribuiscono a ciò che abbiamo oggi. Al riguardo, è necessario farci una panoramica del lavoro pionieristico di Solow, Edward F. Denison27 e Moses Abramovitz, tra gli altri. Dopo la seconda guerra mondiale, questi economisti hanno contribuito a sviluppare un metodo conosciuto come “contabilità della crescita” [GROWTH ACCOUNTING]28 per ottenere una migliore comprensione del processo di crescita29. Nell’esaminare questi lavori troviamo un nuovo modo di pensare al ruolo della conoscenza e a ciò che significa per la società. La ricerca degli storici economici ci permette di approfondire le traiettorie di sviluppo più lunghe che hanno preceduto l’era post-moderna e ne hanno posto le basi. La ricerca di Mokyr, per esempio, ha concentrato la sua attenzione sugli effetti dell’Illuminismo Inglese30 sulla Rivoluzione Industriale come un punto di svolta critico che consentiva di comprendere e sfruttare i principi delle scoperte isolate in una vasta gamma di applicazioni. Numerosi studi storici dettagliati hanno documentato come la conoscenza ha aumentato la produttività e la qualità delle industrie che vanno dall’agricoltura alla produzione di stoffe, all’industria dell’acciaio e alla costruzione navale. La ricerca di Nathan Rosenberg, David Noble e altri studiosi, ha illuminato come il governo e altre agenzie hanno facilitato il trasferimento dell’innovazione tecnologica alle applicazioni economiche del mondo reale. Tali lavori sono stati completati da studi culturali, a livello mondiale, che tracciano la crescita della conoscenza risalendo all’evoluzione degli strumenti cognitivi di base come gli alfabeti, la scrittura, la matematica e il metodo scientifico.31

Riconoscere il ruolo della conoscenza, ereditata dalla società nella continuità della crescita economica, ci obbliga, anche, a prestare attenzione al lavoro degli studiosi in molti altri settori interessati all’evoluzione e alla crescita della conoscenza e al processo di invenzione. Una vasta gamma di studi psicologici, culturali e storici, converge con il lavoro tecnico sul residuo per creare una comprensione più ampia del ruolo centrale della conoscenza nella crescita economica. La comprensione del ruolo della conoscenza nello sviluppo della società e della sua crescita economica è complessa e dinamica: in breve, lo sviluppo della conoscenza non implica semplicemente l’apprendimento di una cosa e poi di un’altra su come funziona il mondo. Il processo non è né semplice né lineare, ma cumulativo e altamente interconnesso in tutta la società. Ciò dipende da un cambiamento storico stratificato e da come si evolvono le reti sociali che producono intuizioni creative impreviste, che diventano, costantemente, più metodiche nel modo in cui condividono e conservano ciò che apprendono. Il Nobel per l’economia del 1993, Douglass North, caratterizza la crescita cumulativa della conoscenza come il “ponteggio” della crescita economica. Molti contributi assunti insieme nel corso dei tempi, fa notare lo storico della scienza Derek John de Solla Price, formano un “edificio intellettuale” raggiungendo dalle fondamenta, primitive, … ai limiti superiori della facciata crescente della ricerca della conoscenza”.32 Inoltre, l’edificio intellettuale non semplicemente galleggia nell’aria sottile. Come è tramandata la conoscenza – attraverso quali metodi si accumula, generazioni dopo generazioni, per diventare un’eredità generale – è, anche, argomento, oggetto di approfondimento, per capire meglio il suo ruolo nella crescita economica.
Tale comprensione ci riporta, anche, ad esaminare la ricerca in psicologia cognitiva che esplora i processi, i dispositivi e i sistemi, che permettono alla conoscenza di espandersi attraverso le comunità e di essere trasferita e [ri]costruita nel tempo. Il lavoro di Merlin Donald33, per esempio, mostra i modi innumerevoli in cui una crescente scorta di conoscenze della società “influenza”, sempre più, l’intelligenza umana stessa. Il fatto è che solo una prosperità limitata era possibile fino a che le conoscenze scientifiche e tecniche non cominciarono ad accumularsi “fuori dalla memoria biologica”, come Donald descrive in libri, giornali, biblioteche e, ora, in banche dati. Dal XVII secolo la crescita di questi “dispositivi di memorizzazione simbolici” è esplosa. Prima del 1650 c’erano meno di dieci riviste scientifiche pubblicate in Occidente.34 Verso la metà del ventesimo secolo, circa cinquantamila riviste scientifiche erano state fondate e circa 6 milioni di articoli scientifici erano stati pubblicati durante i tre secoli precedenti.35 Nel 2000, le biblioteche dei college e delle università degli USA avevano a disposizione oltre 900 milioni di articoli.36 A questo si aggiunge la trasmissione e la diffusione delle conoscenze facilitate dai sistemi di biblioteca pubblica, delle università e, ora, da internet e dall’importanza centrale dei modi specifici e immediati di comunicare e, quindi, di trasmettere le conoscenze da una generazione all’altra.37
Riconoscere il ruolo della conoscenza, ereditata dalla società nella continuità della crescita economica, ci obbliga, anche, a prestare attenzione alla storia dell’invenzione e del cambiamento tecnologico, un campo di studio che è emerso prima della Prima Guerra Mondiale. Gli storici della tecnologia sono stati tra i primi ad applicare le prospettive darwiniane agli sviluppi umani. Ciò che si distingue in quest’approccio è la potente sfida alle idee “eroiche” convenzionali della tecnologia in cui il progresso è definito come una sequenza di contributi straordinari di “grandi uomini” (occasionalmente “grandi donne”) con le loro “grandi invenzioni”. Al contrario di questa visione popolare, gli storici della tecnologia hanno delineato, con attenzione, le realtà incrementali e cumulative di come la maggior parte delle tecnologie, effettivamente, si sviluppano. In generale, un settore specifico di conoscenza si sviluppa lentamente attraverso diversi contributi nel tempo fino a quando – in un momento temporale particolare, in cui il settore specifico è stato stabilito abbastanza – la successiva, cosiddetta, “scoperta” diventa tutto inevitabilmente.38
Spesso molte persone intelligenti raggiungono lo stesso livello quasi allo stesso tempo, per la semplice ragione che tutti stanno lavorando dalla stessa base di ricerca e di informazione in via di sviluppo. Il passo successivo diventa, solitamente, subito evidente qualora non lo sia, ma, in ogni caso, probabilmente, lo sarà presto entro pochi mesi o anni. Ci si tiene a dare credito a chi arriva prima o, piuttosto, a chi ottiene la prima attenzione pubblica, visto che spesso la persona “reale” non è altrettanto brava in rapporti pubblici come colui che salta al fronte della linea e richiama il credito. Così, si ricorda Alexander Graham Bell come inventore del telefono anche se, tra gli altri, Elisha Gray e Antonio Meucci arrivarono nello stesso momento o, addirittura, prima di lui. Più importante di chi ha ottenuto il credito, dal nostro punto di vista, è il semplice fatto che la maggior parte delle “scoperte” non si verifichino tanto perché un “genio” fa un contributo straordinario ma a causa di un più lungo svolgersi storico della conoscenzastessa.39
La conoscenza collettiva è di solito creata, anche, dagli sforzi pubblici.40 Molti dei progressi che hanno spinto la nostra economia ad alta tecnologia, nei primi anni ’90, sono cresciuti, direttamente, da programmi di ricerca e da sistemi tecnici finanziati e, spesso, sviluppati in collaborazione col Governo Federale degli USA. Internet, per prendere l’esempio più ovvio, è iniziato come un progetto di difesa del governo, l’ARPANET, nei primi anni ’60. Nel corso degli anni ’80 c’erano pochi investimenti privati o interesse per lo sviluppo di reti informatiche. L’industria del software di oggi si basa su una base di linguaggi informatici e hardware operativi sviluppati, in gran parte, con il supporto pubblico o denaro dei contribuenti.41 I Bill Gates del mondo – gli eroi mediatici della “nuova economia” di oggi – potrebbero ancora stare a lavorare con i tubi a vuoto e le carte di punzonatura se non fosse per l’esistenza dei programmi di ricerca e tecnologie, critici, creati o finanziati dal governo federale con i fondi dei contribuenti dopo la seconda guerra mondiale. Altre illustrazioni dell’era moderna vanno dagli aviogetti e super-radar al finanziamento della ricerca di base che ha sostenuto molti progressi nell’industria farmaceutica. E neppure questo è, semplicemente, un recente fenomeno. Il Morrill Act del 1862 forniva un sostegno per un collegio agricolo in ogni stato e, nel 1887, la Hatch Act ha istituzionalizzato finanziamenti governativi per la ricerca agricola che ha contribuito a rendere l’agricoltore americano il più produttivo del mondo.
Considerati insieme, le diverse prospettive da esplorare per un primo livello di comprensione del ruolo della conoscenza nella creazione della ricchezza (cioè l’approfondimento della conoscenza e della sua relazione con la creazione della memoria esterna, dello sviluppo del progresso tecnologico e del finanziamento pubblico della ricchezza privata) documentano la nuova comprensione della centralità della nostra eredità tecnologica e l’ampiezza e la profondità dell’enorme sovrapposizione della conoscenza creata da centinaia di generazioni precedenti. Questa prospettiva, a sua volta, impone un confronto con domande profonde riguardanti il concetto di eredità stessa. Infatti, un secondo livello di comprensione ci obbliga a chiederci: qual è il significato morale della nostra eredità tecnologica? Se tanto di ciò che abbiamo è, in gran parte, il prodotto della conoscenza che viene da noi come il dono gratuito del passato, chi, appunto, merita di trarne vantaggio, in quale proporzione e perché?

Qual è il significato morale della nostra eredità tecnologica?
Per chiarire e, poi, tentare di rispondere a questa domanda bisognerà tracciare alcuni sviluppi nella storia della filosofia e del pensiero sociale insieme alle relative esplorazioni contemporanee che convergono con una nuova comprensione del residuo tecnologico. Un importante e ricco spunto intellettuale inizia con la distinzione tra “reddito da lavoro” [“reddito guadagnato”] e “reddito non da lavoro” [rendita non da lavoro]. Oggi, la distinzione di base può essere trovata negli attacchi ai truffatori del welfare, che si rifiutano di lavorare per “guadagnare” il loro mantenimento, così come nelle esortazioni [di senatori nel Congresso degli USA] a tassare i “guadagni inaspettati” [windfall] o in gran parte “immeritati” profitti delle compagnie petrolifere causati dalla guerra in Iraq e dell’uragano Katrina. Una questione ovvia è la misura in cui la distinzione tra “reddito – guadagnato – da lavoro” e “reddito non da lavoro” può essere applicata a ciò che ci arriva gratis (quindi non guadagnato dal proprio lavoro) come dono del passato”, vale a dire la ricchezza generata dalle capacità tecnologiche ereditate, dai progressi della conoscenza ereditati, dalla cultura ereditata, dalle istituzioni e dalle infrastrutture di cui godono i nati più tardi, piuttosto che prima, negli sviluppi della società.42
Il concetto di “reddito non da lavoro” mostra che questo concetto è stato innanzitutto messo in evidenza durante l’epoca in cui il veloce valore crescente della terra causò una carenza di grano nell’Inghilterra all’inizio del XIX secolo. La teoria sottostante affermava che la ricchezza derivata semplicemente dal possesso di terre era illegittima perché nessuno poteva “guadagnare con il suo lavoro” tale ricchezza. I valori delle terre – e, in particolare, i valori altamente esplosivi – erano in gran parte prodotti da fattori “esterni” come fertilità, localizzazione e pressioni demografica. Gli enormi profitti (rendita degli affitti, nel linguaggio tecnico dell’economia) fatti quando c’erano carenze alimentari o altri vincoli di risorse sono stati considerati particolarmente aggressivi ed oltraggiosi. L’influente teoria della “rendita differenziale” di David Ricardo43, insieme alle prospettive religiose che risalivano al Libro della Genesi, hanno svolto un ruolo centrale nell’affiliare un punto critico di importanza continua.44
John Stuart Mill45, tra gli altri, sviluppò la distinzione tra “reddito da lavoro” e “rendita non da lavoro” nei decenni medi del diciannovesimo secolo e l’applicò ad altre forme di “ricchezza esterna” o a ciò che egli definiva “ricchezza creata dalle circostanze”. L’approccio di Mill ha alimentato un crescente senso dell’importanza degli “input” della società che producono guadagni economici oltre a ciò che può essere attribuito a una persona che lavora da sola in natura senza il beneficio dei molti contributi della civiltà. Qui, un secondo elemento di ciò che appare, storicamente, come una comprensione lentamente evoluta diventa evidente: se il “contributo” è importante per determinare i premi, allora è anche chiaro. Mill e altri hanno sostenuto, che, poiché la società, in generale, contribuisce notevolmente al risultato economico, la società stessa ha, anche, “guadagnato” e merita una quota di ciò che è stato creato. Mill credeva, fortemente, nel contributo e nelle ricompense personali, ma sosteneva, anche, che, in linea di principio, la ricchezza “creata dalle circostanze” avrebbe dovuto essere recuperata per fini sociali.46
Una successiva analisi della questione comporta esplorare un terzo elemento: l’espansione del reddito non da lavoro [UNEARNED INCOME EXTENDED] che porta a giudizi come quelli offerti da Ricardo e Mill. Un certo numero di studiosi negli Stati Uniti e in Gran Bretagna accetta la distinzione tra “earned & unearned gains” [“ricavi da lavoro” e “utili non da lavoro”], nonché la comprensione che la società, nel suo insieme, contribuisce, in numerosi modi, alla di crescita economica47. Quello che questi studiosi hanno aggiunto, innanzitutto, è stato un arricchimento della nozione del contributo della società e, più importante, una comprensione, molto più approfondita, che ciò con cui la società contribuisce non è solamente “contemporaneo” in natura. Piuttosto, è stato sottolineato che il contributo della società deve essere inteso come ampiamente storico. In breve, ciò con cui la società contribuisce è immediato e attivo e, allo stesso tempo, il prodotto di un lungo accumulo e aumento di contributi passati48.
Il repubblicano americano Thomas Paine è stato tra i primi ad articolare una teoria sociale della ricchezza in questo senso più ampio. Paine sosteneva che tutto ciò “al di là di quello che producono le mani di un singolo uomo” era un dono che gli veniva, soltanto, per vivere nella società e, quindi, contribuire a tutti i principi di giustizia, di gratitudine e di civiltà, con una parte di quell’accumulazione alla società da cui è venuto tutto”49. Un altro riformatore americano, Henry George50, si è poi concentrato sulle terre urbane piuttosto che sul terreno agricolo al centro della preoccupazione di Ricardo. George ha sviluppato ciò che fu chiamato da Stuart Mill “the unearned increment”51, rendita che si crea quando la crescita della popolazione e altri fattori sociali aumentano i valori dei terreni. In Gran Bretagna, J.A. Hobson ha sostenuto che “la parte del valore della rendita non da lavoro” creata dal sistema industriale era molto più grande di quella accumulata dai proprietari terrieri e che dovrebbe essere trattata in modo simile (se non più radicale e completo). Analogamente, il contemporaneo di Hobson, Leonard Trelawny Hobhouse, ha dichiarato che “l’uomo d’affari prosperoso” dovrebbe considerare “quale singolo passo avrebbe potuto prendere” senza la “somma di intelligenza che la civiltà ha messo a sua disposizione” …52 Figure politiche su entrambi i lati dell’Atlantico si sono, anche, occupate di questi temi, tra cui Winston Churchill, Theodore e Franklin Roosevelt.
In ogni modo, per costruire un modello più articolato del lascito del passato, del ruolo della conoscenza nella costruzione della ricchezza e della questione del “reddito da lavoro” e della “rendita non da lavoro nell’era dell’Economia della Conoscenza”, ci vuole conoscere il contributo di un gruppo molto ampio ed eclettico di studiosi moderni, tra cui una piccola galassia di prestigiosi Nobel, che, insieme, possono essere considerati definire una linea di pensiero in via di sviluppo che si fonda sui precedenti pensatori e converge con il lavoro economico sul residuo53. La distinzione, tra “reddito da lavoro” e “utili o rendita non da lavoro” [“earned & unearned gains”], resta centrale per la maggior parte di questi pensatori. Così, anche, la nozione che i contributi della società sono importanti (e devono essere riconosciuti e premiati). La comprensione dei contributi della società, sia contemporanea che storica, è ampiamente accettata. Ciò che è nuovo e significativo qui è l’ulteriore chiarimento che, di gran lunga, l’elemento più importante in tutto questo è la Conoscenza con cui la società contribuisce alla generazione di ricchezza nel tempo54.
Tra i diversi gruppi di pensatori i cui contributi vanno capiti e compressi, in questa nuova visione del ruolo della conoscenza nell’elaborazione della ricchezza, ci sono l’economista iconoclastico americano Thorstein Veblen55, il socialista fabianista56G.D.H. Cole57, a sinistra, alcuni dei fondatori della conservatrice “Chicago School” di economia, come Frank Knight58, insieme a figure contemporanee come il giudice Richard Posner, a destra. Quest’ultimo, per esempio, ricorda ai conservatori e agli altri che la “lunga vita, l’ampia libertà e la vasta proprietà del cittadino medio americano sono la creazione non di quel solo Americano ma della società”59. Herbert Simon, uno dei molti premi Nobel, postula che se “siamo molto generosi con noi stessi, possiamo sostenere che abbiamo “guadagnato” almeno un quinto del nostro reddito” da tale eredità sociale60.
La logica emergente dei nuovi studiosi del ruolo della conoscenza e della società nella creazione della ricchezza è diretta: se una gran parte di ciò che oggi abbiamo deriva dall’eredità sociale, questa parte della ricchezza (nelle parole del filosofo Brian Barry) cade fuori da ogni esigenza speciale basata sulla premessa che la presente generazione abbia fatto qualcosa per meritarla61. Dopo aver letto il lavoro pionieristico di Edward Denison sulla contabilità della crescita, Robert Dahl, uno dei principali scienziati politici dell’America, ha affermato che è, immediatamente, evidente che molto poco della crescita nell’economia americana possa essere attribuito alle azioni di singoli individui, e ha suggerito che, se così fosse “il controllo e la proprietà dell’economia apparterrebbe, di diritto, alla società.” Dahl ha, anche, suggerito che “i cambiamenti nel modo in cui l’economia probabilmente verrà percepita nel futuro, quasi certamente, contribuiranno a rendere i problemi della distribuzione della ricchezza più rilevanti”62. Questo giudizio indica ciò che è forse la più intrigante delle questioni presentate dall’economia post-moderna della conoscenza e, cioè, come i cambiamenti nel mondo reale nell’economia stessa possono spesso creare nuove comprensioni teoriche e persino in politica. Dal momento che l’economia della conoscenza si evolve e la sua natura collettiva e cumulativa diventa sempre più evidente, questi cambiamenti suscitano, probabilmente, nuovi dibattiti sulle realtà distributive, incluse nuove domande su ciò che è “guadagnato” e ciò che è “reddito non da lavoro” e chi merita ciò e perché.
Una riflessione circa i frutti della conoscenza e il loro ruolo nella creazione della ricchezza obbliga a esplorare, pur se brevemente, una serie di nuove linee guida che estendono le idee teoriche nella pratica reale. L’ultima “carta di trionfo” contro le forme di giustizia redistributiva è il, cosiddetto, compromesso tra equità ed efficienza: l’idea che ogni sforzo per alterare le distribuzioni del mercato attraverso la politica fiscale, la politica del lavoro o altre strategie, deve, inevitabilmente, danneggiare l’economia e rendere tutti più poveri. In particolare, si ritiene che gli incentivi e l’efficienza saranno distrutti se non permettiamo alle persone di mantenere ciò che il mercato dà loro. Un corpo crescente di ricerca sfida la trade-off theory [teoria dei costi del dissesto] e, in modi importanti, mostra, spesso, che sia il contrario ad essere vero. Così, ad esempio, il periodo più lungo e più espansivo dell’America di una moderna crescita economica – il boom post seconda guerra mondiale – è stato un momento in cui i tassi d’imposta marginali sono saliti al 91 % e le imposte sulle imprese [corporate] sono state una quota molto più consistente dei ricavi federali.

Conclusione: idee promettenti nuove politiche di equità
La conclusione di questa argomentazione ci impone di accennare, anche se brevemente, le idee promettenti di nuove politiche – in particolare i, cosiddetti, approcci basati sugli asset63. e le strategie legate a ciò che viene chiamato, sempre più, “Commons” [Beni Comuni]64. Tali strategie vanno ben oltre la ridistribuzione fiscale e della spesa, e molte di queste strategie non presentano problemi convenzionali di efficienza. Chi “possiede” lo stock di un’impresa, ad esempio, ha ben poco a che fare con l’efficienza dei suoi investimenti. Le modifiche eque nella proprietà degli asset produttivi sono, quindi, uno spazio di particolare interesse dalla prospettiva dell’eredità o del lascito di ricchezza tramandato dalla società, oggetto di quest’argomentazione. Un’altra area di interesse evidente comprende l’istruzione e la ricerca finanziata dal contribuente. Altra questione è come recuperare parte della ricchezza generata dalla conoscenza collettiva e trasmessa – tramandata – dai sistemi educativi collettivamente costruiti. Le politiche vanno dall’equalizzazione delle opportunità educative alla tassazione delle molte “rendite di conoscenza” [knowledge rents], implicite, ricevute dai beneficiari privati dell’eredità tecnologica. Tali strategie, tuttavia, sono solo una piccola parte di un crescente numero di nuovi lavori politici sulle alternative economiche. In generale, sia in termini di alternative politiche che di preoccupazioni economiche, è chiaro che non ci sono ragioni fondamentali per cui le implicazioni della nuova comprensione delle fonti della prosperità moderna radicata nella nostra comune ereditata conoscenza non possano essere apertamente affrontate, discusse e agite.
Lo slancio per un nuovo approccio morale e per nuovi sforzi per promuovere distribuzioni più eque della ricchezza sta crescendo chiaramente nella società americana. Esso è trainato, in parte, dal dolore economico e sociale, e, in parte, dalle stravaganti disuguaglianze suggerite dalla vita dei ricchi e, ancora, dalla sconfitta delle élite sociali [corporate élites] e dagli scandali creati dal lobbismo di forti interessi economici. Impostato su questo sfondo inquietante, la nostra crescente eredità di conoscenze tecnologiche ed altre conoscenze è l’elefante nella stanza – troppo ovvio da ignorare, ma troppo potente e ingombrante per spingerlo semplicemente in un angolo. Questo nuovo approccio morale ci costringe ad affrontare temi fondamentali riguardo il merito. Se la maggior parte di ciò che abbiamo ci viene da quelli che ci hanno preceduto, dobbiamo, letteralmente, porci la domanda circa come noi, come società, desideriamo utilizzare e dividere questo grande e generoso dono del passato. Infatti, gli americani sono sempre propensi a chiedersi delle risposte alla domanda del perché, in particolare, una persona dovrebbe ricevere più di ogni altra dal dono del passato – dalla grande parte della ricchezza attuale che nessuno vivente da solo ha creato e crea?
Le risposte di molti storici economici, come la maggior parte degli economisti, dipendono dal resoconto dello standard della crescita per fornire una descrizione quantitativa delle fonti prossime di crescita, ma ciò è fuorviante. L’esperienza della crescita americana illustra le difficoltà. L’apparente principale contributo dell’accumulo di capitale tangibile alla crescita del diciannovesimo secolo era la conseguenza del progresso tecnologico in funzione della scala e dell’utilizzo di capitale. I grandi contributi, nel XX secolo, dell’istruzione e della ricerca e sviluppo, nascondono la nuova inclinazione dell’utilizzo del capitale immateriale da parte della tecnologia. Inoltre, le forze inverse vanno dall’accumulo di capitale al progresso tecnologico. Senza una maggiore comprensione di queste interazioni, la nostra conoscenza delle fonti prossime di crescita è incompleta e non partecipativa.
- [Joel Mokyr. Lever of Riches: Technological Creativity and Economic Progress. Oxford University Press, U.S.A 1990, p.3.
- Warren Buffett, citato da Chuck Collins, Mike Lapham & Scott Klinger. I Didn’t Do It Alone: Society’s Contribution to Individual Wealth and Success. In “United for a Fair Economy”, June 24, 2004, p. 17.
- Sayer, Andrew. Why we can’t afford the rich. Police Press, University of Bristol, 2015.
- Sayer, Andrew. Why things matter to people. Social sciences, values and ethical life. Cambridge University Press, New York, 2001.
- Mokyr, Joel. The Gifts of Athena: Historical Origins of the Knowledge Economy. Princeton University Press; Princeton, New Jersey. 2011.
- Alperovitz, Gar & Lew Daly. Unjust Deserts. The New Press, New York, 2008, p. 2.
- Uchitelle, Louis. The Richest of the Rich, Proud of a New Gilded Age. New York Times, July 15, 2007.
- La Gilded Age nella storia degli Stati Uniti è la fine del XIX secolo, il periodo che va dal 1870 al 1900 circa. Il termine per questo periodo entrò in uso nei decenni del 1920 e 1930 e fu derivato dal romanzo The Gilded Age: Un racconto di oggi del 1873 dello scrittore Mark Twain, che satireggia un’epoca di gravi problemi sociali mascherati da una sottile doratura. La parte iniziale della Gilded Age coincide grosso modo con la parte centrale dell’età vittoriana in Gran Bretagna e della Belle Époque in Francia. La Gilded Age è stata un periodo di rapida crescita economica, in particolare nel nord e nell’ovest. Poiché i salari americani erano molto superiori a quelli europei, soprattutto per i lavoratori qualificati, il periodo vide un afflusso di milioni di immigrati europei. La rapida espansione dell’industrializzazione portò alla crescita dei salari reali del 60% tra il 1860 e il 1890, distribuiti tra la sempre crescente forza lavoro. Il salario medio annuo per lavoratore industriale (tra cui uomini, donne e bambini) passò da 380 dollari nel 1880 a 564 dollari nel 1890, un incremento del 48%. Tuttavia, la Gilded Age fu anche un’epoca di povertà e disuguaglianza, poiché milioni di immigrati – molti provenienti da nazioni europee impoverite – si riversarono negli Stati Uniti, e l’alta concentrazione della ricchezza diventò più visibile e controversa.
- Alperovitz, Gar & Lew Daly. Unjust Deserts. The New Press, New York, 2008.
- Claude Elwood Shannon. Ingegnere e matematico spesso definito padre della teoria dell’informazione.
- Alperovitz, Gar & Lew Daly. Unjust Deserts. The New Press, New York, 2008, p.3.
- Ibidem
- I dati storici del PIL elaborati da Richard Sutch, ed., “Gross Domestic Product: 1790-2002”, [“Prodotto interno lordo: 1790-2002”], in “Historical Statistics of the United States: Earliest Times to the Present” [Statistica Storica degli Stati Uniti: dai primi tempi al presente], Millennial Edition (New York: Cambridge University Press, 2006), vol. 3, table Ca9-19, series Ca11. Si noti inoltre che l’economista di Yale, William Nordhaus, stima un aumento da tredici a diciotto volte la produttività per persona nel più breve periodo, cioè dal 1850; Si veda William D. Nordhaus, “Do Real Output and Real Wage Measures Capture Reality? The History of Lighting Suggests Not”, [“Davvero le misurazioni relative a produttività e salario catturano la realtà? La storia dell’illuminazione non lo suggerisce”], in The Economist of the New Goods, ed. Timothy Bresnahan & Daniel Raff (Chicago: University of Chicago Press, 1997), p. 29.
- Angus Maddison, (The World Economy: A Millennial Perspective [L’economia del mondiale: una prospettiva millenaria] (Paris: Development Centre of the Organisation for Economic Co-operation and Development, 2001), p.351, table [tabella] E-7. Maddison stima la produttività del lavoro a $ 2.25 all’ora nel 1870 e $ 34.55 all’ora nel 1998 (avendo come valuta di riferimento il dollaro del 1990). Per il periodo più breve dal 1870 al 1979, William Baumol calcola un “aumento dell’1100 per cento della produttività del lavoro negli Stati Uniti” (PIL per ora di lavoro); Si veda William J. Baumol, “Productivity Growth, Convergence, and Welfare: What the Long-Run Data Show”, [Crescita della produttività, convergenza e welfare: ciò che mostrano i dati a lungo termine], in American Economic Review 76, no. 5 (dic. 1986), p. 1074.
- Mokyr, Joel. The Gifts of Athena: Historical Origins of the Knowledge Economy. Princeton University Press; Princeton, New Jersey. 2002, p.2.
- Robert M. Solow, “Technical Change and the Aggregate Production Function” [Il cambiamento tecnico e la funzione di produzione aggregata], in Review Of Economics and Statistics 39, no. 3 (August 1957), pp. 312-20. Quotazione presa dalla conferenza del Nobel Robert Solow alla memoria di Alfred Nobel, 8 dicembre 1987.
- William J. Baumol, “Rapid Economic Growth, Equitable Income Distribution, and the Optional Range of Innovation Spillovers” [Crescita rapida economica, distribuzione equa di reddito e la gamma opzionale di innovazione e impennata del prezzo di alcuni prodotti] in Economic Events, Ideas, and Policies: The 1960s and After” ed. George L. Perry and James Tobin (Washington DC: Brooking Institution, 2000), p.27.
- Paul M. Romer, “Endogenous Technological Change”, Journal of Political Economy 98, no. 5, pt.2 (October 1990), pp.83-84.
- Mokyr, Lever of Riches. Op. cit. p.3.
- Nathan Rosenberg, Exploring the Black Box: Technology, Economics, and History, Cambridge University Press, Cambridge, U.K., 1994, p.6.
- Jared Bernstein, “Updated CBO Data Reveal Unprecedented Increase in Inequality”, Economic Policy Institute, Issue Brief #239, December 13, 2007.
- Edward N. Wolff, “Recent Trends in Household Wealth in the United States: rising Debt and the Middle-Class Squeeze”, Levy Economics Institute of Bard College, Working Paper no. 502, June 2007, pp. 11,26, tables 2,8.
- Solow è conosciuto soprattutto per il modello di crescita economica che porta il suo nome, diventato poi il paradigma del modello neoclassico di crescita, detto anche modello di crescita esogena. Il modello permette di separare le determinanti della crescita del prodotto in variazioni positive di input: (lavoro e capitale); l’incremento di reddito che non risulta spiegato dall’incremento dei due input viene attribuito al progresso tecnologico; nell’ambito di tale teoria il progresso tecnico è infatti denominato anche residuo di Solow. Con l’impiego del suo modello, Solow calcolò che circa quattro quinti nella crescita marginale dell’output per unità di lavoro negli Stati Uniti era attribuibile al progresso tecnico, giacché non era attribuibile né alla crescita del capitale né alla crescita della forza lavoro. Egli sostiene che la crescita dipenda dal progresso tecnologico. A partire dalla divulgazione del suo primo lavoro, nel 1950, sono stati proposti ulteriori e più sofisticati modelli. Negli anni ottanta i suoi sforzi si concentrarono sul ruolo giocato dal progresso tecnologico nell’economia. Da questi studi si è sviluppata la teoria della crescita endogena (o new growth theory). Un importante potenziamento al modello di Solow è stato apportato dal contributo di N. Gregory Mankiw, David Romer e David Weil nel 1991. I tre economisti dimostrano che se si include il capitale umano nel concetto di capitale presente nel modello di Solow, la capacità esplicativa del modello risulta enormemente potenziata. Altri importanti contributi di Solow alla scienza economica si sono avuti nell’economia del lavoro, in particolare nella teoria dei salari di efficienza, dove ha formulato la condizione di Solow.
- Robert. M. Solow. Technical Change and the Aggregate Production Function. Review of Economics and Statistics 39, no. 3 (Aug.1957), pp.312-20.
- Alperovitz, Gar & Lew Daly. Unjust Deserts. The New Press, New York, 2008, p.6.
- L’economista di Stanford, Moses Abramovits, ha definito “il livello di 80 per cento” il livello familiare del residuo dei “conti della crescita standard” per il periodo 1929-1966. Si veda Mosè Abramovitz, “The Search for the Sources of Growth: Areas of Ignorance, Old and New”, Journal of Economy History 55, no. 2 (June 1993), p.229.
- Edward Fulton Denison: pioniere nella misurazione del prodotto nazionale lordo statunitense e uno dei fondatori della contabilità della crescita.
- Nel 1957 Robert Solow ha dato vita agli studi di growth accounting, in cui si cerca di determinare quanta parte della crescita del prodotto sia imputabile alla crescita dei fattori produttivi e quanta sia dovuta invece al progresso tecnologico. La ricerca di Solow, relativa agli Stati Uniti, attribuiva il raddoppio del prodotto pro-capite avvenuto nel periodo 1909-1949 per l’87,5% al progresso tecnico e solo per il 12,5% al crescente uso del capitale. I successivi lavori di E.F. Denison così come quelli di J.W. Kendrick e S. Kuznets hanno sottolineato il ruolo centrale dell’impiego del lavoro nello spiegare una parte considerevole della crescita della produzione, nonché il fatto che sia le innovazioni tecnologiche sia le economie di scala erano congiuntamente in grado di spiegare quasi il 90% del contributo del progresso tecnico allo sviluppo economico.
- Alperovitz, Gar & Lew Daly. Unjust Deserts. The New Press, New York, 2008, p.6-7.
- È stata una manifestazione scientifica, economica, politica, culturale e legale dell’Era dell’illuminismo che si è sviluppata a Birmingham e nelle grandi Midlands inglesi durante la seconda metà del XVIII secolo. Il centro del movimento comprendeva Erasmus Darwin, Matthew Boulton, James Watt, Joseph Priestley, Josiah Wedgwood, James Keir e Thomas Day. Anche se l’Illuminismo inglese ha attirato meno studi come un movimento intellettuale che l’Illuminismo europeo. In particolare l’Illuminismo inglese costituiva un legame fondamentale tra la precedente Rivoluzione Scientifica e la Rivoluzione Industriale successiva, facilitando lo scambio di idee tra scienza sperimentale, cultura accademica e tecnologia pratica che permetteva di ottenere le precondizioni tecnologiche per una rapida crescita economica.
- Alperovitz, Gar & Lew Daly. Unjust Deserts. The New Press, New York, 2008, p.7.
- Derek John De Solla Price. Science Since Babylon. Yale University Press, New Haven, 1975, p. 162.
- Merlin Donald. Origins of the Modern Mind: Three stages in the evolution of culture and cognition. Harvard, 1991 & A Mind So Rare: The evolution of human consciousness. Norton, 2001.
- Joel Mokyr, The Intellectual Origins of Modern Economic Growth in “Journal of Economic History” 65, no. 2 (June 2005), p.331.
- Derek J. della Solla Price, Little Science, Big Science … and Beyond. Columbia University Press, New York, 1986, p.8, fig. 1.1, p.7.
- Nancy Carey and Natalie M. Justh, “Academic Libraries: 2000”, Education Statistics Quarterly 5, no. 4 (2000).
- Jack Cohen and Ian Stewart. The Collapse of Chaos: Discovering Simplicity in a Complex World. Viking, New York, 1994, p.352.
- Alperovitz, Gar & Lew Daly. Unjust Deserts. The New Press, New York, 2008, p.8.
- Abbott Payson Usher. A History of Mechanical Inventions. Harvard University Press. Cambridge, MA, 1962, p.61.
- Harvey Brooks, “National Science Policy and Technological Innovation”, in The Positive Sum Strategy: Harnesing Technology for Economic Growth, ed. Ralph Landau & Nathan Rosenberg. National Academy Press, Washington, DC. 1986, p.119.
- National Academy of Sciences, Funding a Revolution: Government Support for Computing Research. National Academy Press. Washington, DC, 1999, chap. 3, part 3.
- Kenneth J. Arrow. Classificatory Notes on the Production and Transmission of Technological Knowledge. In American Economic Review 59, no. 2 (May 1969), p.35.
- La teoria della rendita differenziale è una teoria economica di matrice classica circa le modalità di determinazione della rendita in un sistema economico, che dimostrerebbe come la rendita non entri a far parte, in ultima analisi, del prezzo reale di una merce. Ricardo nota come, se vi fosse una sovrabbondanza di terra ricca e fertile, non vi sarebbe alcuna forma di rendita. Nella realtà tuttavia le terre esistenti hanno una diversa produttività. Con il crescere del fabbisogno l’offerta di terra fertile comincia ad esaurirsi e la terra di qualità inferiore (o situata in una posizione meno favorevole, cosicché vi sia comunque un incremento dei costi di produzione) comincia ad essere coltivata. « È a questo punto che sulla terra di prima qualità comincia a pagarsi una rendita, l’ammontare della quale dipenderà dalla differente qualità dei due tipi di terra. Quando si mette a coltura la terra di terza qualità, comincia ugualmente la rendita sulla terra di seconda qualità; nello stesso tempo aumenterà anche la rendita pagata sulla terra di prima qualità. […] Ad ogni successivo aumento della popolazione, che obbligherà un paese a ricorrere alla terra di peggiore qualità, aumenterà la rendita su tutta la terra più fertile.» Questo risultato è visto come la conseguenza dell’impossibilità di coesistenza in un paese di diversi saggi di profitto. In sostanza, conclude Ricardo, e qui sta il nodo centrale della teoria: « Il prezzo del grano non è alto perché si paga una rendita, ma si paga una rendita perché il prezzo del grano è alto». Di conseguenza, anche se i proprietari terrieri rinunciassero a tutta la loro rendita, non si assisterebbe ad alcuna diminuzione nel prezzo del grano. Questo ragionamento porta alla considerazione che «La rendita non entra nel prezzo dei prodotti naturali; ciò perché il prezzo di tali prodotti è regolato dal prezzo della produzione sulla terra meno fertile messa a coltura, sulla quale non è pagata alcuna rendita». Quella che abbiamo ora preso in considerazione è la rendita cosiddetta estensiva, ma le conclusioni non cambiano laddove si consideri quella intensiva, cioè derivante dall’applicazione di sempre maggiori quantità di lavoro e capitale sullo stesso appezzamento di terreno. Se fosse infatti possibile, data una certa tecnologia, ottenere sempre la stessa quantità di prodotto per ogni somma addizionale investita nella coltivazione di un suolo particolarmente fertile, nessuno, ovviamente, ricorrerebbe mai a terra di qualità inferiore. La circostanza invece che, nel progresso della società, nuova terra sia messa a coltura, dimostra al contrario che sulla terra già coltivata in precedenza non possono venire investiti con il medesimo rendimento di prima capitale e lavoro addizionale.
- Mark Blaug. Ricardian Economics: A Historical Study. Yale University Press, New Haven, 1958, chap. 2.
- John Stuart Mill. Principles of Political Economy. Ed, J.M. Robson. Toronto University Press, Toronto, 1965, p. 29.
- Ibidem
- Philip H. Wicksteed. The Common Sense of Political Economy. George Routledge & Sons, London, 1944, vol. 2, bk.3, chap. 2, p.688.
- L.T. Hobhouse. Liberalism and Other Writings, ed. James Meadowcroft. Cambridge University press, Cambridge, UK, 1994, p. 81.
- Thomas Paine, Agrarian Justice (1796), par. 13.
- Henry George ispirò la filosofia economica nota come georgismo, secondo la quale ognuno ha il diritto di appropriarsi di ciò che realizza con il proprio lavoro, mentre tutto ciò che si trova in natura, principalmente la terra, appartiene all’intera umanità. La sua opera più famosa, scritta nel 1879, è Progress and Poverty , un trattato sulla disuguaglianza, la natura ciclica dell’economia industriale e i possibili rimedi.
- The unearned increment è un aumento del valore della terra o di qualsiasi proprietà senza spese di alcun tipo da parte del titolare. È stato coniato da John Stuart Mill.
- L.T. Hobhouse, Liberalism and Other Writings. Cambridge University Press, Cambridge UK, 1994, p. 91.
- Alperovitz, Gar & Lew Daly. Unjust Deserts. The New Press, New York, 2008, p.12-13.
- Ibidem p.13.
- Thorstein Veblen. Absentee Ownership: Business Enterprise in Recent Times; The case of America. Beacon Press. Boston, 1967 [1923] & The Instinct of Workmanship. B.W. Huebsch, New York, 1918.
- Il Fabianesimo (detto anche Fabianismo), è un movimento politico e sociale britannico di ispirazione socialdemocratica, nato alla fine del XIX secolo e facente capo alla Fabian Society, associazione che fu istituita a Londra nel 1884 e che si proponeva come scopo istituzionale l’elevazione delle classi lavoratrici, per renderle idonee ad assumere il controllo dei mezzi di produzione.
- G.D.H. Cole. Money: Its Present and Future. Cassel. London, 1945.
- Frank H. Knight. The Ethics of Competition. In Quarterly Journal of Economics 37, no. 4 (August 1923).
- Richard Posner. The Problems of Jurisprudence. Harvard University Press, Cambridge, MA, 1990, p. 345.
- Herbert A. Simon. Public Administration in Today’s World of Organizations and Markets. PS: Political Science and Politics 33, no. 4 (December 2000), p. 756.
- Brain Berry. Democracy, Power and Justice. Clarendon Press, Oxford, 1989, p. 518.
- Robert A. Dahl. Dilemmas of Pluralist Democracy: Autonomy vs. Control. Yale University <ore, Oxford, 1982, pp. 182-83, e 181.
- Qualsiasi bene di proprietà di un’azienda (macchinari, merci, ecc.), che possa essere monetizzato e, quindi, usato per il pagamento di debiti
- David Bollier. Silent Theft: The Private Plunder of Our Common Wealth. Routledge, New York, 2003.








