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23 Gennaio, 2026

La salute mentale dei sanitari

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Introduzione

È stato recentemente presentato dall’Ufficio Regionale dell’OMS/Europa lo studio più esteso mai realizzato sulla salute mentale del personale sanitario in Europa. Sono stati distribuiti 122.048 questionari a medici e infermieri dei 27 paesi dell’UE, oltre a Norvegia e Islanda. I questionari validati sono stati 90.171, di questi 37.864 compilati dai medici e 52.307 da infermieri tra l’ottobre del 2024 e aprile 2025.

L’indagine ha riguardato specificamente cinque item: lo stato depressivo, quello ansioso, i pensieri suicidi, l’alcol dipendenza e lo stato di benessere.
Uno sguardo più esteso della ricerca MeND Survey è stato diretto verso la valutazione delle condizioni di lavoro e la sicurezza dei sanitari.

Metodologia

Lo stato depressivo è stato indagato attraverso un questionario comprendente nove temi (PHQ-9) e misurato con un punteggio (8 -12).
Lo stato ansioso è stato individuato con un questionario denominato GAD-7 che comprende sette item e misurato attraverso un punteggio (5-12).
I pensieri suicidi sono determinati dal questionario PHQ-9 dove si individua un dato di positività attraverso la lettura complessiva delle risposte.
Per individuare l’alcol dipendenza è stato usato il CAGE test (quattro domande).
Lo stato di benessere presunto, mentale ed emozionale, viene determinato attraverso il questionario WHO-5 che contempla l’individuazione di esperienze di positività dell’umore, tranquillità e vitalità.

Uno stato di scarso benessere è indicato a partire da un valore sopra i 50 per arrivare a un massimo di 100 punti.

Risultati

Lo stato depressivo è stato rilevato con una media del 28% nei medici e 32% tra il personale infermieristico. Sono state rilevate notevoli differenze a seconda delle nazioni: da un massimo del 50% della Lettonia e Finlandia a un minimo del 15% di Islanda (al primo posto al mondo per il consumo di antidepressivi) e Danimarca. Leggermente più basso il dato sul livello degli stati ansiosi con una media del 24% sia per i medici che infermieri. Le disparità tra nazioni è ancora più marcata (Lettonia 61%, Danimarca 6% e Olanda 9%).

Il 14% circa degli intervistati ha avuto pensieri di suicidio nelle due settimane precedenti al test. L’alcol dipendenza dichiarata è del 4% per i medici e al 2% per gli infermieri. Il valore più alto è stato trovato in Francia, sette volte maggiore di quello trovato in Italia e in Olanda. Il 70% dei medici e il 64% del personale infermieristico dichiara di essere soddisfatto del proprio lavoro. Altri risultati riguardano il numero delle giornate di lavoro, i turni, le condizioni di sicurezza, tutti fattori che possono destabilizzare emotivamente i sanitari.

Un indicatore significativo come i pensieri di suicidio mostra come i sanitari presentino il doppio della tendenza rispetto alla popolazione generale. I dati relativi al nostro Paese sono allineati alla media europea.

Interventi

Il rapporto suggerisce una serie di interventi per far fronte alle problematiche emerse dallo studio. Il primo è di adottare una politica di tolleranza zero verso la violenza nei luoghi di cura. Il secondo di migliorare la programmazione e la flessibilità dei turni di lavoro così come gestire meglio gli straordinari e ridurre i carichi di lavoro in eccesso. Si consiglia inoltre di formare adeguatamente e responsabilizzare i dirigenti sanitari, ampliare i supporti psicologici e monitorare il benessere degli operatori sanitari.

L’OMS avverte che, senza interventi strutturali, l’Europa rischia di affrontare entro il 2030 una carenza di quasi un milione di operatori sanitari, aggravando ulteriormente le disuguaglianze di accesso alle cure.

Discussione

I dati commentati in sede analitica sono stati inquadrati in termini scientifici e valutati in merito alle condizioni di lavoro e ai rischi psicosociali. Uno spazio limitato è stato riservato all’interpretazione dei risultati visti sotto l’aspetto psicologico. La percezione dello stato mentale dei sanitari presi in esame andrebbe contestualizzata in una dimensione di reale operatività professionale con i relativi problemi e disagi connessi. La prova è di avere a disposizione una serie di suggerimenti che non entrano nello specifico pur avendo a disposizione le necessarie informazioni.

Un elemento cruciale assente nello studio e nei commenti è il paziente. Non tanto come entità nosologica ma come persona che produce bisogni di relazione. Oltre al paziente anche il medico non viene considerato come persona nel computo statistico dei dati sulla sua ansia, depressione o altro. Il personale sanitario non presenta situazioni di disagio provenienti solo dalla professione, come sembrerebbe dallo studio.

L’approccio scientifico e non umanistico dello studio toglie veridicità e realismo ad alcuni dati elaborati. Basti pensare all’individuazione della tendenza all’alcol-dipendenza attraverso il CAGE test, che è un questionario insufficiente e semplicistico per una indagine così complessa. Inoltre seppur sia garantito l’anonimato, su questo tema si tende a non essere fedeli nelle risposte. Ci sono due fattori prevalenti che determinano questo. Uno è il sospetto che comunque il sanitario sia in qualche modo identificabile, lo stesso motivo che incide sulle risposte circa il gradimento del proprio lavoro. L’altro fattore riguarda la tendenza a sottostimare i propri consumi di alcolici. Una prova di questo è il dato che in Francia i sanitari affetti da alcol-dipendenza sarebbero sette volte tanto quelli italiani, olandesi o portoghesi, cosa davvero improbabile.

Conclusioni

Molte ricerche come questa hanno fornito dati significativi e interessanti anche se l’impianto metodologico soffre di alcune carenze primigenie e risente di una certa meccanicità. I questionari sarebbero adattati alle singole nazioni e seppur con analisi regressive multilivello troviamo difficile pensare che un sanitario della Lettonia sia dieci volte più ansioso di un sanitario danese. Questo aspetto riguarda non solo l’area psicologica ed emozionale indagate negli item (depressione, ansia, pensieri di suicidio) ma anche il contesto sociologico riferito alla sicurezza.

Cosa vuol dire politiche di tolleranza zero verso la violenza nei luoghi di cura? Il messaggio dato è quello militare e non quello sistemico. Quindi sorvegliare e punire e non capire e prevenire, cosa che qualsiasi psicosociologo suggerirebbe. Le carenze metodologiche a nostro avviso sono dovute a determinanti concettuali più che a incompetenze biometriche. Ovvero concepire i comportamenti e gli aspetti emotivi in senso statico e meccanico porta lontano l’osservatore dalla realtà fenomenologica, come nell’evidente incongruenza dell’Islanda (numero minimo di sanitari depressi massimo consumo di antidepressivi). Ma i sanitari stessi sono formati sulla via del meccanicismo e sono indotti a considerare i soggetti come delle macchine, le malattie come guasti, le terapie come riparazioni, e le emozioni come dei sintomi oggettivi e quantificabili.

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