BIO – Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità – Educational Papers • Anno XV • Numero 57 • Marzo 2026
La credenza comune che mente e cognizione risiedano nella testa messa in discussione
Una delle argomentazioni1 più suggestive che io abbia letto nelle ultime settimane è quella di Anna Ciaunicais2, ricercatrice presso Institute of Cognitive Neuroscience dell’University College of London, la quale, mettendo in discussione la credenza comune che mente e cognizione risiederebbero nella testa, sostiene che contemplare il mondo richieda un corpo e che un corpo richieda un sistema immunitario. Questa riflessione speculativa su come la mente umana si rappresenti il mondo comporta l’ipotesi radicale che i gradini biologici della vita creino la materia del pensiero.
Nulla è più eretico per il pensiero mainstream, abituato a credere che percepiamo il mondo attraverso una sorte di lente interiore – solitaria e silenziosa – situata nella nostra testa, dell’ipotesi, emersa nell’ambito della ricerca delle neuroscienze, secondo la quale noi percepiamo il mondo attraverso una complessità che coinvolge ogni singola cellula del nostro corpo.
Per lasciarci cogliere dalla scintilla di quest’intuizione iconoclasta, si potrebbe partire istituendo una figura retorica che, ad un punto della sua elaborazione, possa aprirci ad una visione fresca che valica la contrapposizione corpo – cognizione.
Questa figura potrebbe essere, come suggerisce la stessa Anna Ciaunicais nel suo articolo From Cells to Selves [dalle cellule al sé][efn_notes]3, l’immagine di Auguste Rodin Le Penseur (1904)4, torturato da profonde domande filosofiche come – Chi sono io? – Qual è il significato di tutto questo? – Cos’è la vita? – Perché sono qui, dato che non ho firmato un modulo di consenso per essere vivo qui e ora? Tale figura ci servirebbe per individuare cosa cercava di insinuare, verosimilmente, Rodin e per portarci ad una catarsi nell’ambito dell’euristica delle neuroscienze e della filosofia della mente nel caso decidessimo di far rotolare in frantumi la testa del Pensatore.
Ad ogni modo, al momento ci servirebbe immaginare la statua in bronzo raffigurante l’uomo nudo seduto, proteso in avanti, con il gomito destro appoggiato sulla coscia sinistra, e il dorso della mano destra a sorreggere il mento in una posizione di contemplazione, circondato da siepi verdi e con uno sfondo di un edificio in pietra, così come normalmente ricordiamo l’opera di Rodin. Infatti, se andassimo ora a contemplare la statua “Il Pensatore” sarebbe ancora lì, ancora a pensare, con la testa tra le mani come se tutti quei pensieri profondi e pesanti avessero trasformato il suo cranio in bronzo.
Ma immaginiamo di stare contemplando l’opera scultorea nel mese di agosto e che poiché fa tanto caldo a Parigi abbiamo un inizio di malore e vediamo la testa del Pensatore inclinarsi e sciogliersi e il leggero peso carnale del suo corpo diventare, all’improvviso, visibile alla nostra mente.
Potremmo, come suggerisce per aggiunta Anna Ciaunicais5, immaginare che si trasformi in qualcosa di organico e, in quel momento, comprendere di aver sbagliato tutto! Forse ci verrebbe da pensare che eravamo così ossessionati dal suo cervello pensante da aver ignorato la sua complessione, includendo in quest’obliterazione del corpo le dita dei suoi piedi. In breve, ci verrebbe in mente che non avevamo mai pensato alla verosimiglianza della sua vita fuori dall’idea astratta del pensiero nella sua testa.
Nell’ambito delle neuroscienze il cervello è molto di moda e al suo riguardo una credenza ancora molto comune è che mente e cognizione umana risiedano nella testa, entro i confini di un organo, spugnoso e grigiastro, chiamato cervello, racchiuso da cranio e pelle. Perciò risulta comune che osservando la testa di quel Pensatore, si ignori, completamente, la sua complessione, il suo corpo. Di fatto, si è talmente ossessionati dal comprendere la sua mente, cioè la nostra mente attraverso il suo cervello, che il resto rimane all’oscuro. Come la stragrande maggioranza degli scienziati e dei filosofi nel corso della storia, anche noi, fondamentalmente alienati da noi stessi e allineati con le rappresentazioni del mondo che ci infiltra l’establishment, concentriamo la cognizione nella testa e dimentichiamo il corpo, trattandolo come qualcosa che ostacola il puro pensiero cerebrale. Certamente, a questo punto del nostro esperimento mentale possiamo osare e chiederci perché siamo così riluttanti a considerare il cervello come un’altra parte della nostra complessione, del nostro corpo?
Per dare una risposta circostanziata a questa domanda ho scelto di inseguire la sintesi dello stato della ricerca in materia nell’ambito delle neuroscienze e della filosofia della mente presentato da Anna Ciaunicais6. Dalla sua ricerca e riflessioni speculative si evince che nella nostra cultura non c’è dubbio che l’attuale fascino per il cervello pensante lo consideri la base fondamentale della cognizione umana. Ma perché, se ci sono indizi accreditati per verificare che effettivamente la base della cognizione non risieda nel cervello, ancora sussiste questo accento sul cervello come luogo della cognizione? E tale domanda la potremmo formulare in un modo più esasperato richiedendoci se sia, effettivamente, il cervello l’unico punto di accesso che ci permette di capire chi siamo e cosa sia la cognizione umana? Per rispondere a queste domande Anna Ciaunicais7 propone un’altra prospettiva. Sotto questo aspetto, lei parte da un’osservazioni audace, segnalandoci che sebbene i neuroni siano davvero affascinanti come ipotesi di lavoro sulla cognizione, la loro complessa attività sarebbe solo una parte della storia della cognizione umana.

I neuroni e il cervello sarebbero solo una parte della complessa attività della cognizione
Nello sviluppo di quest’argomentazione Ciaunicais ci ricorda che, alla fin fine, il cervello fa parte della nostra complessione e che il corpo è fatto di cellule e molti altri costituenti, alcuni dei quali non dovrebbero essere ritenuti letteralmente nostri, come il nostro DNA unico. Per capire la rilevanza che condiziona la ricerca in materia, si pensi al fatto che esistono tanti fondi destinati alla ricerca relativa alla relazione mente e corpo, ma nessun centro di ricerca sulla relazione tra fegato e corpo. Una tale costatazione comporta che ci si chieda per quale motivo ci troviamo con questo stato delle impostazioni della ricerca. La ragione è semplice: noi pensiamo che il fegato sia parte del corpo, della nostra complessione. Ma come mai siamo così riluttanti a considerare il cervello naturalmente come un’altra parte del corpo? Innanzitutto, perché non ci sono indizi che dimostrino che il cervello sia fatto di un tipo di materiale fisico diverso dal resto del corpo. Questa difficoltà nella rappresentazione del cervello come parte della nostra complessione costituisce la ragione per cui Ciaunicais propone uno spostamento di attenzione dall’elaborazione neurale a quella cellulare, proprio per riuscire ad evidenziare il ruolo fondamentale delle cellule nella costituzione di sistemi biologici auto-organizzati come il corpo umano.
Ritrovandoci, oggi, a quasi 2,4 milioni di anni dai primordi evolutivi della specie e costituendo ormai un sapiens moderno che, superando l’habilis, è, a questo punto, un homo parlato (anziché parlante)8, come ha sostenuto J. Lacan, il viaggio per comprende chi siamo, stando all’ordinamento culturale dominante, scientificamente e filosoficamente, inizia, secondo la tradizione, con un uomo pensante. Sì, di solito un uomo, un genio solitario che risolve l’evento inspiegabile dell’Universo dall’interno della sua torre d’avorio. Eppure, il viaggio, stando ai fatti e non alla convenzione, per comprendere chi siamo come esseri viventi inizia molto prima, quando un paio di cellule iniziano a negoziare risorse energetiche con un altro gruppo di cellule nelle profondità di un utero9.
Effettivamente, la puntualizzazione di Anna Ciaunicais è banale e sconvolgente, come sconvolgente rimane la sua semplice domanda a chi segue la sua argomentazione sull’evoluzione dalle cellule al sé corporizzato nella complessione, vale a dire quando ci chiede se siamo consapevoli di aver trascorso del tempo a crescere nel corpo di un’altra persona10.
Facendo esperienza del suo suggerimento anch’io, nel curare quest’argomentazione per voi, ho posto, all’improvviso, la stessa domanda a svariati tipi di persone. Il più delle volte, i loro occhi si spalancavano come se un rebus fosse appena stato loro svelato. Alcuni hanno annuito, altri sembravano perplessi e alcuni hanno accennato un segno di diniego. Ma di sicuro le persone interpellate sapevano che i bambini non cadono dal cielo né spuntano dalla terra.
Da adulti, sappiamo che ci siamo tutti sviluppati nel corpo di un’altra persona. E tuttavia, questo fatto biologico (e scientifico) è così difficile da riconoscere per la nostra intellighenzia in modo veloce. Perché questo annebbiamento? Stando a Ciaunicais11 la ragione di tale nostro comportamento starebbe nel fatto che siamo così ossessionati dalle nozioni relative alla mente, da una mente puramente autocosciente, che ci dimentichiamo dei corpi, perfino dell’altro corpo che ha portato e nutrito il nostro!
Pensiamoci un po’, in effetti, molto prima che diventassimo questi adorabili adulti con speranze, sogni e fallimenti, sorseggiando caffè, pagando le tasse e leggendo libri e articoli online, ognuno di noi ha trascorso un po’ di tempo come singola cellula. Ed ancora più bizzarro: tutti noi, umani, ci sviluppiamo, gradualmente, da cellule a un corpo umano all’interno di un altro corpo umano! Come precisa Anna Ciaunicais12, la gravidanza è un fatto umano universale che riguarda tutti, non solo alcuni di noi. Tutte le cellule dell’organismo umano hanno origine da una singola cellula, lo zigote, sono strettamente interconnesse, si influenzano reciprocamente e operano in sincronia per raggiungere obiettivi comuni, cioè il mantenimento dell’omeostasi e il costante adattamento ai cambiamenti dell’ambiente circostante13.
Come si forma l’insieme complesso e dinamico che chiamiamo mente
Stando all’euristica in materia nell’ambito delle neuroscienze e della biologia cellulare, per comprendere ciò che si intende come la mente, vale a dire quell’insieme, complesso e dinamico, delle facoltà cognitive, emotive, percettive, mnemoniche e volitive dell’essere umano che, ragionando per assiomi, permette il pensiero, la coscienza di sé e la percezione del mondo (che emergendo dall’attività cerebrale si differenzia in ogni modo dal cervello inteso come pura struttura biologica) dobbiamo prima comprendere come si forma la mente. Utilizzare un tale paradigma interpretativo significa poter iniziare dalle cellule prima di addentrarci nella manifestazione o fenomenologia del cervello. Stando a Ciaunicais14 questo metodo di ricerca riguardo al cervello si rende necessario per la semplice ragione che si può assumere, utilizzando una descrizione fenomenologica ipotetica dell’evoluzione, che siano le cellule a risolvere il fenomeno della manifestazione della vita senza cervello e perché nella ricerca si può assumere che le nostre cellule risolvono il problema, a monte, di come siamo sopravvissuti prima che avessimo il cervello.
Alla luce della conoscenza odierna in materia possiamo ragionare partendo dalla nozione di base che noi umani siamo organismi viventi. Inoltre, possiamo aggiungere altre nozioni descrittive di base come la nozione che postula che gli organismi viventi siano sistemi biologici auto-organizzati, i cui corpi15, intesi come sistemi complessi di sottoinsiemi interconnessi (apparati scheletrico, muscolare, nervoso, cardiovascolare, ecc. che cooperano per il funzionamento globale), svolgono costantemente il compito di base di tenere traccia dell’elaborazione delle informazioni auto-correlate per garantire la sopravvivenza.
In breve, si potrebbe asserire che questa descrizione sta a significare che il nostro corpo lavora per noi addirittura quando dormiamo o perfino quando ci capita di essere sotto anestesia. E da questo orientamento si potrebbe aggiungere che perfino in tali circostanze il nostro cuore continua a battere per noi, non per qualcun altro. Seguendo la linea interpretativa di Ciaunicais questo cuore che continua a battere per noi potrebbe stare a significare ugualmente che tutti i processi corporei hanno, per così dire, il sé al centro, semplicemente perché, per deduzione, obbediscono alla spinta universale che presiede tutti i sistemi viventi: la sopravvivenza ovvero non morire!
Senza interpretazioni metafisiche e per quanto ci riguarda come organismi viventi risulta un assioma che l’autoconservazione è fondamentale. Sotto quest’aspetto Ciaunicais, nel suo saggio From Cells to Selves16, ci segnala che poiché il nostro corpo è un sistema vivente presieduto dall’ordinamento fondamentale dell’autoconservazione, ciò sta a significare che tutte le nostre esperienze sono, necessariamente, esperienze di sé corporizzate, cioè inscindibili dal corpo e dal nostro processo identitario. Nel percepire e sperimentare il mondo, sottolinea Ciaunicais, noi introduciamo (clandestinamente) i nostri obiettivi fondamentali di auto-sopravvivenza. E questo processo, come referisce Ciaunicais, è qualcosa che condividiamo con gatti, vermi e virus, per accennare solo a tre dell’elenco degli organismi viventi.
Dalle precedenti considerazioni circa gli obiettivi di auto-sopravvivenza corporizzati si desume che le esperienze corporee siano, quindi, necessariamente connesse all’autoregolazione biologica o omeostasi e all’autoconservazione. Ad esempio, un pinguino sopravvive a temperature molto fredde, mentre noi umani no. Ogni organismo ha un insieme di stati ottimali che deve mantenere per rimanere in vita. Partendo da questo principio riguardante l’omeostasi, se abbiamo troppo freddo, o troppo caldo, o dobbiamo andare in bagno, oppure abbiamo fame, allora non possiamo pensare correttamente e risolvere complessi problemi astratti. Essendo questi i vincoli della nostra sopravvivenza, allora considera Ciaunicais, affinché quel Pensatore, che rappresenta la nostra necessità di auto-coscienza, possa contemplare il significato della vita su una roccia, deve prima auto-regolare, con successo, i suoi umili stati corporei interni.
Dalle cellule al sé: riportare la cognizione dal cervello alla complessità cellulare corporea
In breve, ciò che Ciaunicais ci ripete ad alta voce è che il corpo è vita, è la conditio sine qua non della nostra esistenza umana. Se si è vivi, si sperimenta attraverso il proprio corpo, anche quando si dorme, anche sotto anestesia. E questa nozione, molto semplice, stando a Ciaunicais17, è cruciale per ridefinire il modo in cui intendiamo la cognizione in questo viaggio dalle cellule verso noi stessi e le nostre identità e nel quale la cognizione è riportata dal cervello alla complessità di ciò che afferriamo come corpo (vissuto e vivente).
Per capire come la cognizione va riportata dal cervello alla corporeità (nozione che meglio descrive il corpo come parte integrante del sé, vissuto in prima persona nelle interazioni quotidiane) dimentichiamo per un momento, come suggerisce Ciaunicais, il Pensatore di Rodin, statico e isolato sul suo piedestallo, e volgiamo la nostra attenzione al pensatore sapiens in crescita e sviluppo. Come siamo arrivati dal genere Homo al sapiens moderno e al suo cervello18? Di cosa sono fatti il pensiero e la cognizione? Che cos’è la cognizione?
Per rispondere, nei termini della conoscenza odierna in materia, a queste apparentemente banali domande, Ciaunicais19 suggerisce che il punto di partenza non siano i neuroni. Stando a lei, bisogna cominciare esattamente al contrario, in quanto la sua ipotesi di lavoro è che per comprendere il funzionamento dei neuroni e come passiamo dai neuroni alla mente, dobbiamo prima tornare al punto di partenza, ovvero capire come passiamo dalle cellule al sé.
A questo riguardo, Ciaunicais20 sostiene che un crescente numero di indizi e accertamenti provenienti dalla neurobiologia e dalla biochimica suggerisce che categorie cognitive come sensazione, memoria e apprendimento possano essere applicate in modo non puramente metaforico al comportamento di organismi semplici come i batteri. A queste verifiche della neurobiologia e della biochimica lei aggiunge che precedenti studi sulla cognizione basale avrebbero già messo in discussione l’idea prevalente che solo il cervello (ovvero, collettivi di cellule neuronali) possieda la capacità di conoscere o apprendere. Piuttosto, anche le cellule non neurali e gli organismi semplici possono essere percepiti come cognitori attivi e primitivi. Nei funghi, in particolare, è stata rilevata cognizione a livello delle estremità delle ifali (ordine di funghi deuteromiceti, inclusi negli ifomiceti) capace di guidare la crescita e la ramificazione in modo adattivo.
Infatti, la cognizione basale (o minima) è il campo emergente della biologia che studia forme di intelligenza sofisticata – apprendimento, memoria, risoluzione di problemi – presenti in organismi privi di cervello, come funghi, piante e cellule singole. Questo approccio estende le capacità cognitive oltre il sistema nervoso centrale, riconoscendo abilità cognitive a livello cellulare, ad esempio nel micelio, sfidando l’antropocentrismo. Questo campo di studi si focalizza sull’elaborazione delle informazioni e la risoluzione di problemi basate su processi biochimici e fisici, non su reti neuronali. La cognizione basale indica “un’intelligenza diffusa” nel regno della vita, capace di elaborare stimoli esterni per la sopravvivenza.
Ma riprendiamo il viaggio dalle cellule a noi stessi come umani relazionali dopo quest’excursus sulla cognizione basale. Come ci ricorda sinteticamente Ciaunicais21, molte migliaia di cellule devono cooperare per la produzione di un embrione, raggiungendo obiettivi specifici nella loro navigazione nello spazio morfologico anatomico. Ma se la blastocisti viene tagliata a pezzi, ogni frammento auto-organizza il proprio embrione, dando origine a gemelli monozigoti, trigemini e così via (che possono essere sia siamesi che non). Pertanto, utilizzando il linguaggio antropomorfico metaforico per descrivere una tale fenomenologia dello sviluppo e dell’attività cellulare, possiamo dire che ogni cellula sia la vicina esterna di un’altra cellula e il collettivo deve decidere, dinamicamente, dove finisce l’embrione e dove inizia il mondo esterno.
Questa semplice descrizione dell’attività cellulare embrionale ci colloca dinnanzi alla domanda fondamentale per mettere in crisi il paradigma che ritiene il cervello l’organo esclusivo della cognizione. Tale domanda, semplice, sarebbe: – Allora, come si fa a tenere traccia di sé quando non si ha ancora un cervello? Una risposta ad una tale domanda ci viene già suggerita delle annotazioni precedenti sulla cognizione basale le quali sostengono che anche le cellule non neurali e gli organismi semplici possono essere compresi come cognitori.
Un’altra considerazione inserita da Anna Ciaunicais22 per spiegare il suo paradigma della cognizione come un viaggio delle cellule al sé è quella di prendere atto del fatto che un sistema dinamico, complesso e auto-organizzato, come oggi viene inteso il corpo umano, deve essere in grado, per così dire, di giocare una doppia partita a poker per sopravvivere e, potenzialmente, riprodursi. Questo significa, in primo luogo, che il corpo umano deve mantenere con successo gli stati sensoriali entro certi limiti fisiologicamente vitali. In secondo luogo, deve modificare in modo flessibile questi stati per adattarsi a un mondo instabile.
Ora, supponiamo di essere una cellula all’interno del sistema biologico auto-organizzato chiamato corpo umano e di funzionare in modo ossessionato riguardo la sopravvivenza, come tutti gli organismi viventi (dotati di buon senso). In quanto cellula, non si ha ancora un cervello né nessun neurone a disposizione, ma in quanto cellula si deve, in ogni modo, sopravvivere. In tali circostanze cosa si fa? Come si fa a tenere traccia di sé quando ancora non si ha un cervello? Questo costituisce un rebus fondamentale che la Natura ha dovuto risolvere attraverso miliardi di anni di tentativi ed errori. E ci è riuscita! Ma come, se agli albori le mancava il cervello per la cognizione dei suoi adattamenti?
Per rispondere a questa domanda, seguendo l’argomentazione di Ciaunicais23 dovremmo prima rispondere ad un’altra domanda: qual è il sistema di base, a livello dell’organismo, che dice alle nostre cellule qual sia la nostra cellula e quale non lo sia? Per rendere la suspense aperta da tale domanda aggiungiamo che il mondo è pieno di segnali e di rumori fastidiosi. Allora se le cose stanno così dovremmo avere una sorta di filtro che permetta a ciascuno di noi di concentrarsi su ciò che è vitale per sé stesso e di ignorare o combattere ciò che non gli farebbe bene. Questo sistema di filtraggio, suggerisce Anna Ciaunicais, sarebbe proprio il compito del sistema immunitario. Perciò, nel paradigma di Ciaunicais, nei sistemi biologici adattivi auto-organizzati, come il corpo umano, le cellule immunitarie si sviluppano prima dei neuroni, per prendersi cura di sé e tenere traccia di sé.

Il tandem neuro-immunitario e il fondamento biologico della conoscenza
In sintesi, la nuova teoria che propone Anna Ciaunicais24 considera tutte le cellule del corpo e le loro complesse interconnessioni fondamentali per la cognizione, non solo i neuroni. In quest’interpretazione, tra le nostre cellule, il sistema immunitario25 svolgerebbe un ruolo molto speciale, lavorando in tandem con il sistema neurale per aiutarci a costruire i nostri “sé”. Nella visione culturale convenzionale odierna, con il suo linguaggio metaforico, il cervello è ancora solitamente considerato il direttore d’orchestra che suona i concerti della nostra mente. L’euristica contemporanea in materia sta scartando una tale interpretazione. Nel suo ambito di ricerca si ritiene che la natura avrebbe auto-organizzato un maestro molto più discreto, forse meno appariscente e abbagliante del cervello e delle sue scintillanti connessioni, ma più antico e molto efficiente, come sostiene Ciaunicais26.
Nella teoria di Ciaunicais, l’autoregolazione metabolica e il sistema immunitario costituiscono componenti fondamentali dell’auto-organizzazione dell’organismo umano. Nella sua descrizione, il sistema immunitario comprende una rete cellulare in grado di distinguere tra sé, non-sé, sé mancante e sé aberrante, comprese cellule fuori posto e molecole intracellulari ed extracellulari aberranti27. Inoltre, stando al suo punto di vista, il sistema immunitario regola, ugualmente, il sistema nervoso, il comportamento, il metabolismo e la termogenesi, e partecipa alla risposta di attacco o fuga.
Nel sistema rappresentato dall’euristica proposta da Ciaunicais il tandem neuro-immunitario ricoprire il ruolo di verificatore chiave di tutte le informazioni in entrata rilevanti per l’auto-sopravvivenza. Sotto quest’aspetto, dal punto di vista del corpo, se un tale punto di vista è plausibile, si può dire che non esiste un tempo di pausa percettivo o un blackout (tranne in caso di morte). In questo paradigma, il corpo ha bisogno di tenere traccia delle proprie informazioni riguardanti sé stesso (cioè il suo sé) in ogni momento.
Da queste considerazioni elucidate da Ciaunicais si desume che, essendo fondamentalmente un sistema corporeo, il cervello concerta e allinea, attentamente, la sua elaborazione neurale con una complessa rete di altri tipi di elaborazione cellulare, in particolare con il sistema immunitario, per garantire la sopravvivenza dell’organismo e consentirgli di continuare ad avere interazioni vitali con il mondo.
È intellettualmente onesto notare che quest’idea, riguardo la fondazione biologica della conoscenza, era già presente nel pensiero pionieristico di Francisco Varela28 e dei suoi colleghi, che hanno dedicato molto tempo a studiare il rapporto tra sistema immunitario e sistemi cognitivi.
Questa prevalenza dell’attività del sistema immunitario nella nostra auto-generazione sostenuta da Ciaunicais29 e dai teorici della autopoiesi30, da distinguere quale cellula è pertinente al “sé” e quale no. Questa nozione implica che se, per qualche motivo, le cellule immunitarie vengono ingannate e lasciano entrare un virus, per esempio, allora potrebbe essere la fine del nostro Pensatore e, in seguito, non sarebbe più possibile alcuna contemplazione del significato della vita su una roccia. Ed ancora più radicale, questa nozione comporta l’accettazione che la vita accade molto prima, a livello corporeo, cellulare, senza la nostra esplicita consapevolezza. Vale a dire, la vita ci accade senza il nostro permesso, per così dire. Nessuno di noi ha scelto di essere vivo. Ci accade e basta. È successo anche al nostro gatto!
Quando iniziamo ad esaminare e introspettare31 la mente umana e i suoi eventi inspiegabili in modo sistematico, come impresa scientifica e filosofica, inevitabilmente siamo già diventati adulti e, quindi, interroghiamo il mondo dalla nostra prospettiva adulta. Così facendo, tuttavia, potremmo usare, ciecamente, una lente preconcetta, che ci impedisce di cogliere gli aspetti fondamentali della nostra mente. A prima vista questa osservazione sembra banale, ma non lo è.
Gli esseri umani non escono come Atena dalla testa di Zeus, o come il Pensatore dalle mani di Rodin. Piuttosto, siamo in gestazione, nasciamo, ci sviluppiamo, decadiamo e, infine, moriamo. Nella vita reale, solo in rarissime occasioni ci si può permettere di fermarsi a pensare come il personaggio di Rodin, solitario e isolato su una roccia. Nella vita reale, bisogna muoversi, interagire, cambiare, cadere, rialzarsi e cadere di nuovo. Il più delle volte, dobbiamo pensare al volo mentre agiamo e interagiamo con il mondo e con gli altri. Inoltre, raramente siamo soli e non siamo mai solo menti astratte, siamo esseri profondamente corporei, spinti dalla fame e dal desiderio di connettersi.
Ora, ci si potrebbe interrogare, un tanto sorpresi, se quest’argomentazione parli, effettivamente, di come mangiare insalate e connettersi con la propria madre sia più importante che pensare. La risposta è onestamente, in un certo senso, sì. Infatti, si può esistere senza pensare, ma non si può esistere (a lungo) senza mangiare o connettersi con gli altri.
Per dirla senza mezzi termini: si può sperimentare senza pensare, ma non si può pensare senza sperimentare. E quest’è la ragione del perché sto curando quest’argomentazione per voi che leggete, vale a dire, per sconcertarci, insieme, inseguendo la teoria di Anna Ciaunicais. Le esperienze affiorano in superficie attraverso il corpo, e non attraverso la mente, o una sorta di omuncolo che siede nella nostra testa, cercando di dare un senso a un mondo che non vede, perché il mondo sarebbe nascosto nella scatola nera del cuoio capelluto. Non percepiamo il mondo attraverso una sorta di lente interiore solitaria situata nella nostra testa. Percepiamo il mondo attraverso ogni singola cellula del nostro corpo!
E poiché i corpi umani si sviluppano inizialmente all’interno di un altro corpo umano, all’inizio della nostra vita percepiamo il mondo, letteralmente, attraverso un altro corpo. Perciò possiamo dedurre, sostiene Ciaunicais32 che il pensiero serva ad affrontare la giungla caotica della vita anziché lo spazio pulito di una partita a scacchi.
Durante la gravidanza, secondo la sua argomentazione, almeno due sistemi immunitari devono negoziare lo scambio di risorse e informazioni per mantenere un’autoregolazione vitale dei sistemi annidati. Al riguardo, Ciaunicais ipotizza che la relazione e le interazioni tra i due sistemi auto-organizzati durante la gravidanza potrebbero svolgere un ruolo fondamentale nella comprensione della natura dell’auto-organizzazione biologica di per sé negli umani.
Nello specifico, Ciaunicais riferisce che mentre tradizionalmente si riteneva che la placenta e il feto fossero organi immunologici non attivi, dipendenti in larga parte dal sistema immunitario materno, studi recenti suggeriscono un quadro più complesso33. In questa nuova euristica, come documentano Gil Mor e Ingrid Cardenas34, la placenta e il feto rappresenterebbero un “organo immunologico aggiuntivo che influenza la risposta globale della madre alle infezioni microbiche”. I risultati delle loro ricerche, pubblicati sotto il titolo The immune system in pregnancy: a unique complexity, suggeriscono che il tipo di risposta innescata nella placenta può determinare la risposta immunologica della madre, influenzando l’esito della gravidanza, per cui la placenta rappresenterebbe un organo immunologico attivo, altamente reattivo agli agenti patogeni esterni35.
In particolare, segnalano che sarebbe stato documentato che la placenta funga da regolatore, piuttosto che da barriera, del traffico tra il feto e la madre. Perciò puntualizzano che sia il feto sia la placenta presentano un sistema immunitario attivo che avrebbe un effetto diretto sul modo in cui la madre risponde all’ambiente. L’assioma della loro discussione è che il sistema immunitario placentare sia volto a creare un ambiente protettivo favorevole alla gravidanza, pur rimanendo pienamente operativo e in grado di difendere la madre e il feto dalle infezioni.
Quest’euristica consente a Ciaunicais di attestare che la vita è sempre una decisione collettiva e un’impresa collettiva36 e, inoltre le permette di argomentare che se la conoscenza odierna descrive il viaggio dalle cellule alla complessione di un organismo dotato di un senso di sé in questi termini, quale sarebbe allora il senso di concentrare l’attenzione della ricerca su cervelli isolati e capacità cognitive di alto livello, come il gioco degli scacchi, per comprendere la cognizione? L’affermazione radicale implicita qui è che un organismo dotato solo di neuroni non può svilupparsi, agire e sopravvivere in natura. Perciò, come già segnalato, si può asserire, in definitiva, che il pensiero serve ad affrontare con successo la giungla caotica e imprevedibile della vita, piuttosto che lo spazio pulito e prevedibile del gioco degli scacchi.

La cognizione non risiede nel cervello, per essa abbiamo bisogno di tutto il corpo
Quest’affermazione la quale sostiene che un organismo dotato solo di neuroni non può svilupparsi, agire e sopravvivere in natura, permette di suggerire che forse tutte quelle ossessioni moderne della nostra cultura metafisica sul pensiero e sui modelli neurali della cognizione siano state costruite per innalzare il tetto delle nostre menti pure, proteggendoci, metafisicamente, dalle cellule impure, caotiche e in continua morte e rinascita dei nostri corpi.
Un’altra domanda radicale che quest’argomentazione pone all’establishment culturale e scientifico è quella che emerge spontanea e senza reticenze: cosa succederebbe se stessimo sperimentando e conoscendo il mondo con ogni singola cellula del nostro corpo e non solo con il cervello principale? Se si accetta che la conoscenza, piuttosto che un ragionamento circostanziato, sia un processo interpretativo continuo, allora potremmo accogliere senza imbarazzi che tutte le nostre umili cellule corporee partecipano alla creazione delle nostre esperienze e dei nostri processi cognitivi, e non solo i neuroni “nobili” del cervello.
E se questo insinuasse in noi il dubbio che davvero, abbiamo bisogno di tutto il nostro corpo per pensare, proviamo a chiederci se potremmo continuare a pensare, per esempio, nell’evenienza di tagliarci un dito del piede. Questo semplice esperimento mentale ci consente di arguire che la cognizione non risiede nel cervello e che per la cognizione abbiamo bisogno di tutto il corpo. Tuttavia, la domanda davvero sconcertante di quest’argomentazione è: il nostro, un tempo, futuro corpo, cioè il nostro embrione, era “stupido” prima di avere un cervello? E se eravamo stupidi in tale fase del nostro sviluppo, come siamo riusciti a sopravvivere senza neuroni? Chi, allora avrebbe svolto il lavoro pesante e intelligente di elaborazione delle informazioni per la sopravvivenza, per permettere al cervello di crescere correttamente in primo luogo?
Come postilla finale è interessante notare che sembra che la famosa scultura di Rodin avrebbe dovuto rappresentare non un filosofo, ma un poeta: Dante, dinanzi alla Divina Commedia. L’artista avrebbe rappresentato il poeta seduto sulla soglia dell’Inferno e di altri mondi, a contemplare lo spazio intermedio, il passaggio. Forse ciò che Rodin stava cercando di mostrarci era che il significato di tutto questo non risiede nella testa di qualcuno, ma in ciò che si trova tra noi, il mondo e gli altri, questo affascinante “in mezzo”, per il quale non abbiamo ancora una parola nelle nostre società occidentali. E questo “in mezzo” inizia già nell’utero, con la placenta, il ponte disordinato che porta la vita alla vita attraverso il corpo vivente di un altro.
- Anna Ciaunicais. From Cells to Selves. In AEON, 27 November 2025.
- Ricercatrice presso il Group of AI for People and Society, affiliato all’INESC-ID e all’Instituto Superior Técnico in Lisbona e presso l’Institute of Cognitive Neuroscience at University College London.
- Anna Ciaunicais, op. cit. 27 November 2025.
- Le Penseur (Il Pensatore): scultura bronzea di Auguste Rodin rappresenta un uomo intento a una profonda meditazione. È talvolta utilizzata per raffigurare la filosofia, o anche la comunicazione intrapersonale. Rodin decise di raffigurare un tema a lui caro, l’universo dantesco della Divina Commedia in quanto opera ricchissima di spunti romantici e drammatici. Il pensatore doveva raffigurare Dante davanti alle porte dell’Inferno, mentre medita sul suo grande poema.
- Anna Ciaunicais, op. cit. 27 November 2025.
- Ibidem
- Ibidem
- Significa che l’individuo non è padrone del proprio linguaggio, ma è strutturato, determinato e agito, concepito come un linguaggio o una rete di significanti. Significa che il soggetto è strutturato dal linguaggio e dall’inconscio, che preesistono all’individuo e lo modellano. Il linguaggio nella teoresi lacaniana è la struttura che organizza l’essere umano, facendolo nascere come soggetto di fronte alla Norma. Per Lacan abbiamo un corpo parlante, vale a dire che l’uomo non parla di sua iniziativa, ma è parlato dal linguaggio e il corpo sarebbe lo strumento attraverso cui l’uomo parla. L’uomo si serve del corpo per parlare. La formula del corpo parlante non è fatta dunque per aprire la porta alla parola del corpo. Apre la porta all’uomo in quanto egli si serve del corpo per parlare. Lacan J., Il Seminario, libro XX, Ancora, cit., p. 114: “Parlo con il mio corpo, senza saperlo.”
- Anna Ciaunicais, op. cit. 27 November 2025.
- Ibidem
- Ibidem
- Ibidem
- Ibidem
- Ibidem
- Composti da testa, collo, tronco (torace e addome) e arti (superiori e inferiori) la cui base biologica animale condivide la struttura molecolare di base, come le proteine, con il resto del regno animale.
- Anna Ciaunicais, op. cit. 27 November 2025.
- Ibidem
- Lo sviluppo significativo del cervello nell’evoluzione umana ha avuto inizio circa 2-3 milioni di anni fa con il genere Homo, partendo dalle Australopitecine, con un aumento esponenziale del volume cerebrale e una ristrutturazione delle aree cognitive. Sebbene Homo sapiens sia emerso circa 200.000-300.000 anni fa, la piena espressione della mente moderna si è consolidata più recentemente, intorno a 35.000- 50.000 anni fa.
- Anna Ciaunicais, op. cit. 27 November 2025.
- Ibidem
- Ibidem
- Ibidem
- Ibidem
- Ibidem
- In breve, si tratta di un complesso processo dinamico molecolare che viene sintetizzato con tale concetto per fare riferimento ad una complessa “rete difensiva” dell’organismo, costituita da cellule (globuli bianchi), tessuti e organi (midollo osseo, linfonodi, timo, milza) che collaborano per riconoscere ed eliminare agenti patogeni esterni come virus, batteri, funghi e parassiti, oltre a cellule tumorali o danneggiate.
- Anna Ciaunicais, op. cit. 27 November 2025
- Ibidem
- Humberto R. Maturana & Francisco J. Varela. Autopoiesi e cognizione, la realizzazione del vivente. Marsilio Editori, Venezia, prima edizione 1985. Spiegare i sistemi viventi come sistemi che si auto-producono (autopoietici) e la cognizione come il processo che caratterizza questa auto-produzione (autopoiesi) è lo scopo principale di quest’opera. Opera dunque di biologia? Sì, ma non solo, poiché in essa si affronta, attraverso la teoria dei sistemi, una nuova nozione di sistema auto-referenziale e, attraverso la filosofia, un originale approccio fenomenologico alla cognizione. Questo tentativo di mostrare la necessità dell’autopoiesi per caratterizzare l’organizzazione dei sistemi viventi apre nuovi orizzonti all’analisi della loro complessità, cellule o società di uomini che siano, e alla fondazione biologica della conoscenza.
- Anna Ciaunicais, op. cit. 27 November 2025.
- Spiegazione dei sistemi viventi come sistemi che si auto-producono (autopoietici).
- Esaminare la propria interiorità, i propri sentimenti, pensieri e stati d’animo.
- Anna Ciaunicais, op. cit. 27 November 2025.
- Ibidem
- Mor G, Cardenas I. The immune system in pregnancy: a unique complexity. American Journal of Reproductive Immunology. 63(6):425-433, 2010.
- Ibidem
- Anna Ciaunicais, op. cit. 27 November 2025.








