Cinquantanove guerre in corso nel mondo nell’ultimo anno, il numero più alto dal 1945. È il dato del Global Peace Index che fa da sfondo a un’inchiesta firmata da Milena Gabanelli e Francesco Tortora. La coppia di giornalisti è nota per il suo lavoro di data journalism al Corriere della Sera, che ricostruisce con dati e fonti scientifiche un aspetto del conflitto bellico quasi sempre ignorato dal dibattito pubblico: il costo ambientale delle guerre, in termini di emissioni di gas serra, suoli contaminati, ecosistemi distrutti e profitti miliardari per chi produce armi e combustibili fossili.
Il punto di partenza è già di per sé sconvolgente. Le attività militari sono responsabili del 5,5% delle emissioni mondiali di gas serra. Se il comparto bellico fosse uno Stato, sarebbe il quinto più inquinante al mondo, dopo Cina, Stati Uniti, India e Unione Europea. Un dato che non compare nei bilanci climatici delle nazioni e che le conferenze internazionali sul clima faticano a mettere al centro del dibattito.
Ucraina: oltre 311 milioni di tonnellate di CO₂
Il conflitto ucraino, iniziato nel febbraio 2022, ha prodotto finora emissioni pari a oltre 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. È quanto documenta lo studio Climate Damage Caused by Russia’s War in Ukraine, coordinato dal ricercatore olandese Lennard de Klerk: una quantità di anidride carbonica paragonabile alle emissioni annuali dell’intera Italia. Le fonti di queste emissioni sono molteplici. Il 37% è direttamente legato alle operazioni militari, tra consumi di carburante di carri armati e aerei da combattimento, produzione di munizioni e sostituzione degli equipaggiamenti distrutti. Il 23% proviene dagli incendi che nel solo 2025 hanno devastato 1,4 milioni di ettari nelle aree a ridosso del fronte. Un quarto delle emissioni totali deriva invece dalla distruzione di infrastrutture civili e dalla loro successiva ricostruzione.
A questo si aggiunge l’inquinamento chimico dei suoli. Uno studio pubblicato sulla rivista Environmental Problems rivela come i terreni intorno all’Oblast di Sumy, una delle zone più colpite, presentino livelli elevati di piombo, zinco, rame, cromo, cobalto e arsenico, con effetti sulla fertilità agricola destinati a durare decenni. E poi ci sono le mine: secondo l’agenzia statale ucraina Demine Ukraine, gli ordigni inesplosi occupano 132 mila chilometri quadrati di territorio, un’area grande quanto la Grecia, che impediscono la coltivazione dei campi e secondo le Nazioni Unite riducono la crescita del Pil del Paese tra il 3 e il 5%.
Gaza: un milione di tonnellate e l’80% delle terre agricole distrutto
La distruzione di Gaza ha generato oltre 1,3 milioni di tonnellate di CO₂, stando a uno studio pubblicato sulla rivista One Earth. Le emissioni calcolate riguardano le attività militari dirette: i bombardamenti aerei israeliani, le operazioni statunitensi per trasportare in Israele 50 mila tonnellate di equipaggiamenti, l’impiego di razzi e artiglieria. La Fao segnala che oltre l’80% delle terre agricole della Striscia è stato danneggiato dai bombardamenti, con conseguenze che si proiettano ben oltre la fine del conflitto. Il costo climatico è però destinato a crescere drasticamente. Lo stesso studio prevede che la fase di ricostruzione porterà le emissioni totali fino a 33,2 milioni di tonnellate di CO₂, un valore equivalente alle emissioni annuali dell’intera Giordania.
Iran e Golfo Persico: cinque milioni di tonnellate nei primi quindici giorni
Per il conflitto nel Golfo Persico i dati sono ancora parziali, ma già nelle prime due settimane di operazioni il quadro è allarmante. Il think tank Climate and Community Institute stima che nei soli primi quindici giorni i bombardamenti abbiano prodotto oltre 5 milioni di tonnellate di CO₂, l’equivalente delle emissioni annuali di 1,1 milioni di automobili a benzina. Quasi la metà di queste emissioni è stata causata dalla distruzione di edifici militari e civili, tra cui oltre 16 mila abitazioni, centri medici e scuole. Gli attacchi agli impianti energetici hanno avuto conseguenze devastanti anche sulla qualità dell’aria. I raid sui depositi di carburante a Teheran hanno esposto i 9 milioni di abitanti della capitale a una “pioggia nera” di fuliggine e sostanze tossiche. Uno studio su Nature collega l’esposizione prolungata a queste microparticelle a malattie polmonari e cardiovascolari, mentre tra i composti rilasciati dagli incendi figurano sostanze che favoriscono l’insorgenza di tumori.
L’ecosistema marino del Golfo Persico è stato colpito duramente. Gli attacchi a impianti offshore e ad almeno sedici petroliere nello Stretto di Hormuz hanno provocato sversamenti di greggio lungo le coste. Ad aprile la distruzione di una raffineria a Lavan ha causato uno sversamento che ha raggiunto l’isola di Shidvar, riserva naturale che ospita tartarughe marine e uccelli migratori, ricoprendo fondali e spiagge di catrame. La stima completa del danno ambientale nel Golfo Persico, scrive Gabanelli, richiederà mesi se non anni.
Chi ci guadagna: extraprofitti da 23 miliardi in un mese
Il quadro non sarebbe completo senza i numeri di chi trae vantaggio da tutto questo. Secondo dati elaborati dalla ong Global Witness e pubblicati dal Guardian, nel primo mese di guerra nel Golfo le 100 maggiori compagnie di petrolio e gas hanno registrato extraprofitti per circa 23 miliardi di dollari, grazie all’impennata del prezzo del greggio seguita alla chiusura dello Stretto di Hormuz. Se i prezzi restassero su questi livelli, le stesse compagnie potrebbero incassare fino a 234 miliardi di dollari aggiuntivi entro fine anno. Anche l’industria degli armamenti non conosce crisi. L’ultimo rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), basato su dati 2024, certifica che i profitti delle prime 100 aziende produttrici di armi hanno raggiunto 679 miliardi di dollari, con una crescita del 26% in dieci anni.
Come scrivo Gabanelli e Tortora citando le parole di Papa Leone XIV nell’enciclica Magnifica Humanitas, c’è il rischio concreto di costruire un mondo disumano e più ingiusto. I dati sul clima suggeriscono che quel rischio non è più una metafora.
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