Noi umani non siamo cittadini epistemici modello

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13 Gennaio, 2024
Tempo di lettura: 23 minuti

BIO – Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità – Educational Papers • Anno XI • Numero 41 • Marzo 2022

 

Premack, Woodruff e Fleming: una teoria sulle origini della mente umana e dell’autocoscienza

Stando agli studiosi in materia, conoscere il contenuto della propria mente può sembrare semplice ma, paradossalmente, è piuttosto un processo molto più simile a quello di interpretare la mente di altre persone. Per iniziare a documentare una tale ipotesi si può incominciare facendo riferimento ai primi lavori di Premack e Woodruff. Di fatto, nel 1978, David Premack e Guy Woodruff pubblicarono un articolo1 che sarebbe diventato famoso nel mondo della psicologia accademica. Il suo titolo poneva una semplice domanda: lo scimpanzé ha una teoria della propria mente?

Stando a loro, un individuo ha già elaborato una sua teoria della mente2 se imputa stati mentali a sé stesso e agli altri. Un sistema di inferenze di questo tipo è, giustamente, visto come una teoria perché tali stati non sono direttamente osservabili e tuttavia il sistema può essere utilizzato per fare previsioni sul comportamento degli altri.

Per quanto riguarda gli stati mentali che lo scimpanzé può dedurre, per non perdere la domanda appena formulata, si considerino quegli stati, dedotti dalla nostra specie, come per esempio scopo o intenzione, così come conoscenza, credenza, pensiero, dubbio, supposizioni, fare finta, provare simpatia e così via. Per determinare se lo scimpanzé deduce stati di questo tipo, Premack e Woodruff hanno mostrato a uno scimpanzé adulto una serie di scene videoregistrate di un attore umano alle prese con una serie di problemi. Alcuni di questi erano semplici, riguardavano cibo inaccessibile – banane in verticale o in orizzontale fuori portata, dietro una scatola e così via – altri erano più complessi, coinvolgendo un attore incapace di districarsi da una gabbia chiusa a chiave, tremante a causa di un riscaldatore malfunzionante o incapace di fare suonare un fonografo perché era scollegato. Con ogni videocassetta allo scimpanzé venivano date diverse fotografie, una delle quali conteneva una soluzione al problema, come un bastoncino per le banane inaccessibili, una chiave per l’attore rinchiuso, uno stoppino acceso per il riscaldamento malfunzionante. La scelta coerente dello scimpanzé delle fotografie corrette può essere compresa assumendo che l’animale riconosca la videocassetta come rappresentativa di un problema, compreso lo scopo dell’attore e scelto alternative compatibili con tale scopo.

Nel coniare il termine “teoria della mente“, Premack e Woodruff si riferivano alla capacità del singolo di tenere traccia di ciò che qualcun’altra persona pensa, sente o sa, anche se questo non sia, immediatamente evidente dal loro comportamento. Di fatto, stando a questi studiosi, noi “usiamo” la teoria della mente, ad esempio, quando controlliamo se i nostri colleghi abbiano notato che ci siamo distratti o disinteressati durante una riunione via Zoom e ci chiediamo se siamo stati notati in atteggiamento disattento da altri. Una caratteristica distintiva della teoria della mente implica rappresentazioni di secondo ordine, che possono o meno essere vere. Potrei pensare, ad esempio, che qualcun altro pensi che non stavo prestando attenzione ma, in realtà, l’altro potrebbe non pensarlo affatto. E il successo della teoria della mente spesso si trasforma in una capacità di rappresentare, in modo appropriato, la prospettiva di un’altra persona su una situazione. Ad esempio, se inviassi un messaggio a mia moglie e le dicessi: “Sto arrivando”, lei saprà che con questo intendo dire che sto andando a prendere nostro figlio dall’asilo, non che sto arrivando allo zoo o su Marte.

L’articolo di Premack e Woodruff innescò un flusso ininterrotto di ricerche innovative sulle origini della teoria della mente. Ora sappiamo, stando al professore di neuroscienza cognitiva Stephen Fleming, che una fluidità nella lettura della mente non sarebbe qualcosa con cui noi umani nasciamo, né sarebbe qualcosa che emerge con certezza nello sviluppo.3 In un classico esperimento4 del 1983 condotto da Wimmer e Perner, circa le credenze sulle credenze, cioè sulla funzione di rappresentazione e costrizione delle credenze sbagliate nella comprensione dell’inganno da parte dei bambini piccoli, ai bambini sono state raccontate storie ambigue come la seguente: Piero, prima di uscire di casa mette la sua cioccolata nella credenza. Mentre Piero è via, sua madre sposta la cioccolata dalla credenza al cassetto. Quando Piero tornerà, dove cercherà la sua cioccolata?

Fino all’età di quattro anni, i bambini spesso falliscono questo test, dicendo che Piero cercherà la cioccolata dove ora si trova effettivamente (nel cassetto), piuttosto che dove Piero crede che sia (nella credenza). Questi piccoli stanno usando la loro conoscenza della realtà per rispondere alla domanda, piuttosto che quello che sanno su dove Piero abbia messo la cioccolata prima di partire. I bambini autistici tendono anche a dare la risposta sbagliata, suggerendo problemi nel tracciare gli stati mentali degli altri. Questo test è noto come test di “falsa convinzione”: superarlo richiede il rendersi conto che Piero ha una convinzione diversa (e falsa) sul mondo.

Molti ricercatori ora credono che la risposta alla domanda di Premack e Woodruff, ovverosia se lo scimpanzé abbia una teoria della propria mente, sia, in parte, erronea, suggerendo che la teoria della mente, a tutti gli effetti, potrebbe essere esclusiva per gli esseri umani. Se agli scimpanzé venisse somministrato un equivalente, adattato cognitivamente al modo di operare delle scimmie, del test di Piero, non sfrutterebbero il fatto che un altro scimpanzé abbia una falsa convinzione sulla posizione del cibo per intrufolarsi e prenderlo. Stando a Kaminski, Call e Tomasello, gli scimpanzé possono tenere traccia5 degli stati di conoscenza: ad esempio, essere consapevoli di ciò che gli altri vedono o non vedono e sapendo che, quando qualcuno è bendato, non sarà in grado di sorprenderlo mentre ruba il cibo. In breve, gli scimpanzé conoscerebbero ciò che gli altri conoscono ma non ciò che gli altri potrebbero credere.

Ci sono altresì verifiche, ad esempio quelle di Krupenye, Kano, Hirata, Call e Tomasello,6 che hanno tracciato la differenza tra credenze vere e false nello schema dei movimenti oculari degli scimpanzè, in modo che gli scimpanzé adulti possono anticipare ciò che altri individui attueranno d’accordo con false credenze. Questi risultati sono paragonabili agli esiti7 nei bambini, come suggerisce la ricerca di Southgate, Senju e Csibra sull’anticipazione dell’azione attraverso l’attribuzione di false credenze da parte di bambini di 2 anni. I cani avrebbero perfino capacità di presa di prospettiva altrettanto sofisticata, come indicano Kaminski, Bräuer, Call e Tomasello8 a conclusione della loro ricerca se i cani domestici siano sensibili alla prospettiva umana, preferendo di scegliere i giocattoli che sono nella linea di vista del loro proprietario quando gli viene chiesto di andare a prenderli. Finora, stando a studiosi della materia come Stephen Fleming,9 sembra che soltanto sugli umani adulti si sarebbe potuto documentare che siano in grado di agire sulla base della comprensione che altre menti possano avere credenze diverse dalle proprie sul mondo.

La ricerca sulla teoria della mente è diventata, rapidamente, una pietra angolare della psicologia moderna. Ma stando a Stephen Fleming10 c’è un aspetto sottovalutato dell’articolo di Premack e Woodruff che solo ora sta causando increspature nello stagno della scienza psicologica. La teoria della mente, come era originariamente definita, seguendo Fleming, identificava una capacità di imputare stati mentali non solo agli altri ma, addirittura, a noi stessi. L’implicazione di ciò sarebbe che pensare agli stati mentali degli altri sarebbe solo una manifestazione di una ricca, e forse molto più ampia, capacità di costruire ciò che i filosofi chiamano meta-rappresentazioni, o rappresentazioni di rappresentazioni.11 Ad esempio, se vi chiedessi se sapete che se piovesse i nostri piani dovrebbero cambiare, sto meta-rappresentando lo stato delle vostre conoscenze sul tempo.

 

L’ipotesi della simmetria nello sviluppo della metacognizione, cioè tra conoscenza di sé e conoscenza dell’altro

Curiosamente, le meta-rappresentazioni sarebbero, almeno in teoria, simmetriche rispetto a sé stesse e agli altri.12 Ossia, posso pensare alla tua mente e posso pensare, ugualmente, alla mia mente. Il campo della ricerca sulla metacognizione, su cui lavora il laboratorio sperimentale di Fleming all’University College of London, è interessato a quest’ultimo aspetto, vale a dire ai giudizi delle persone sui propri processi cognitivi. La domanda allettante, di conseguenza, a cui non abbiamo ancora una risposta, è se questi due tipi di “meta” siano correlati. Una potenziale simmetria tra conoscenza di sé e conoscenza dell’altro – e l’idea che gli esseri umani, in un certo senso, abbiano imparato a rivolgere la teoria della mente su sé stessi – rimane, in gran parte, un’ipotesi elegante. Ma una risposta articolata e fondata a questa domanda ha profonde conseguenze. Se l’autocoscienza si confermasse una teoria “giusta” della mente diretta a noi stessi, forse risulterebbe meno speciale di quanto ci piace credere. E se imparassimo a conoscere noi stessi nello stesso modo in cui impariamo a conoscere gli altri, forse possiamo anche imparare a conoscerci meglio. Un punto di vista abbastanza comune, come ci segnala Fleming,13 è che la conoscenza di sé sia speciale e immune da errori perché essa si ottiene attraverso l’introspezione, letteralmente, “guardando dentro”. Un altro assioma di questa teoria è che, anche se possiamo sbagliarci su cose che percepiamo nel mondo esterno (come pensare che un uccello sia un aereo), ci sembrerebbe strano dire che abbiamo torto sulle nostre stesse menti. Ad esempio, se pensassi di sentirmi triste o ansioso, allora ci sarebbe un senso nel mio provare un sentimento di tristezza o di ansietà. E poiché siamo convinti dall’idea di avere libero accesso alle nostre menti, di conseguenza, l’argomento sarebbe, se questa immediatezza di introspezione significherebbe nientemeno che raramente ci sbagliamo su noi stessi.

Questo è noto come il punto di vista dell'”accesso privilegiato” alla conoscenza di sé ed è stato dominante in filosofia, in varie forme, ancora per gran parte del 20° secolo. René Descartes ha, evidentemente, fatto affidamento sull’autoriflessione, in questo modo, per raggiungere la sua conclusione “Penso, quindi sono”, osservando lungo il percorso che si può sintetizzare nel rischioso ragionamento: so chiaramente che non c’è niente che possa essere percepito da me più facilmente o più chiaramente della mia propria mente.

Una visione alternativa ed attuale suggerisce che deduciamo ciò che pensiamo o crediamo da una molteplicità di segnali, proprio come deduciamo ciò che gli altri pensano o sentono osservando il loro comportamento. Ciò suggerisce che la conoscenza di sé non è così immediata come ancora a molti sembra. Ad esempio, potrei dedurre di essere in stato di ansietà per una presentazione imminente e, di conseguenza, il mio cuore batte forte e il mio respiro si rende più pesante. Ma potrei sbagliarmi su questo – forse mi sento solo eccitato e forse sarebbe imbarazzante ammetterlo. Questo tipo di riformulazione psicologica viene spesso utilizzata dagli allenatori sportivi per aiutare gli atleti a mantenere la calma sotto pressione.

Il filosofo più spesso associato alla visione inferenziale sarebbe Gilbert Ryle, che in The Concept of Mind (1949) avrebbe proposto di acquisire conoscenza di sé applicando a noi stessi gli strumenti che usiamo per comprendere le altre menti: “Il tipo di cose che posso scoprire circa me stesso sarebbe lo stesso che posso scoprire su altre persone e i metodi per scoprirlo sarebbero più o meno gli stessi.”

 

Cassan: noi umani non siamo cittadini epistemici modello

Molti filosofi dopo Ryle avrebbero considerato la visione inferenziale forte come un po’ folle e l’avrebbero cancellata prima ancora che potesse iniziare a circolare. Il filosofo Quassim Cassam, autore di Self-knowledge for Humans (2014),14 descrive la situazione in questi termini: I filosofi che difendono l’inferenzialismo – Ryle è solitamente menzionato in questo contesto – vengono poi rimproverati per aver difeso una visione palesemente assurda. L’assunto che l’autoconoscenza intenzionale sia normalmente immediata è raramente difeso pure se fosse semplicemente visto come ovviamente corretto.

Ma se si prendesse una visione più ampia della storia, l’idea che abbiamo una sorta di accesso diretto e speciale alle nostre menti risulterebbe l’eccezione, piuttosto che la regola. Per gli antichi greci, la conoscenza di sé non era onnicomprensiva, ma un lavoro in corso e qualcosa a cui tendere, come catturato dall’esortazione a “conosci te stesso” scolpita nel Tempio di Delfi. L’implicazione è che la maggior parte di noi non si conosce molto bene.15 Questo punto di vista persiste nelle tradizioni religiose medievali: ad esempio, San Tommaso d’Aquino ha suggerito che, mentre Dio conosce sé stesso per impostazione predefinita, noi umani dobbiamo dedicare tempo e sforzi per conoscere le nostre stesse menti. E una nozione simile di sforzo verso l’autocoscienza si trova ugualmente nelle tradizioni orientali, con il fondatore del taoismo cinese, Lao Tzu, che approva un obiettivo simile: ‘Sapere che non si sa è la cosa migliore; non sapere, ma credere di sapere è una malattia.’16

L’autocoscienza è qualcosa che può essere coltivata

Anche altri aspetti della mente – il più famoso, la percezione – sembrano operare sui principi di un’inferenza (spesso inconscia). L’idea dominante sarebbe che il cervello non sia direttamente in contatto con il mondo esterno (perché infatti rinchiuso in un teschio oscuro) ma che invece dovrebbe “inferire” o “dedurre” ciò che sarebbe realmente là fuori, costruendo e aggiornando un modello interno dell’ambiente,17 sulla base di dati sensoriali rumorosi. Ad esempio, potresti sapere che il tuo amico possiede un Labrador, quindi ti aspetti di vedere un cane quando entri in casa sua, ma non sai esattamente dove apparirà il cane nel tuo campo visivo. Questa aspettativa di livello superiore – il concetto spazialmente invariante di “cane” – fornisce il contesto rilevante per i livelli inferiori del sistema visivo per interpretare facilmente le sfocature a forma di cane che si precipitano verso di te mentre apri la porta.

Seguendo Stephen Fleming,18 vediamo come può funzionare in pratica una tale intuizione o se si preferisce “ipotesi”. Possiamo immaginare di aver bisogno di ricordare qualcosa di complicato, come una lista della spesa, considerando che falliremo a meno che non la scriviamo da qualche parte. Questo sarebbe un giudizio metacognitivo su quanto sia buona la nostra memoria. E questo modello può essere aggiornato – invecchiando, potremmo pensare nell’intimo che il nostro ricordo non sia buono come una volta (forse dopo aver sperimentato me stesso dimenticando le cose al supermercato) e, quindi, ci appoggiamo maggiormente alla lista scritta. In casi estremi, come suggerisce la ricerca più recente (2021) sulla cognizione nel disturbo cognitivo funzionale,19 questo modello di sé può diventare completamente disaccoppiato dalla realtà: nei disturbi della memoria funzionale, i pazienti credono che la loro memoria sia scarsa (e potrebbero temere di avere una demenza) quando in realtà risulterebbe perfettamente a posto se valutata con test oggettivi, come già segnalava la ricerca di Rohan Bhome et al. nel 2019.20

 

Mettere in relazione l’accuratezza introspettiva con le differenze individuali nelle strutture cerebrali

Ora gli studiosi avrebbero appreso dalla ricerca di laboratorio che anche la metacognizione, proprio come la percezione, sarebbe soggetta a potenti illusioni e distorsioni, dando in questo modo credito alla visione inferenziale. Una misura standard di questa conoscenza consisterebbe nel determinare se la fiducia delle persone poi tenga traccia delle loro prestazioni su semplici test di percezione, memoria e processo decisionale. Anche in persone altrimenti sane, i giudizi di fiducia sono soggetti a illusioni sistematiche. Potremmo, ugualmente, sentirci più sicuri delle nostre decisioni quando agiamo più rapidamente, anche se decisioni più rapide non sempre sono associate a una maggiore precisione. Nella ricerca, di Fleming, Weil, Nagy, Dolan e Rees, che mette in relazione l’accuratezza introspettiva con le differenze individuali nelle strutture cerebrali,21 ciò che sarebbe stato riscontrato22 sarebbero differenze sorprendentemente grandi e coerenti tra gli individui su queste misure. Ad esempio, una persona potrebbe avere una visione limitata di quanto bene sta facendo da un momento all’altro, mentre un’altra potrebbe avere una buona consapevolezza se sia probabile che siano giusti o sbagliati i suoi giudizi.

Questa abilità metacognitiva è indipendente dall’abilità cognitiva generale e correlata con differenze nella struttura e nella funzione della corteccia prefrontale e parietale.23 A loro volta, le persone con malattie o danni a queste regioni del cervello possono soffrire di ciò che i neurologi chiamano anosognosia, letteralmente, l’assenza di conoscenza. Ad esempio, nel morbo di Alzheimer, i pazienti possono subire un doppio colpo crudele: la malattia attacca non solo le regioni del cervello che supportano la memoria, ma anche quelle coinvolte nella metacognizione, lasciando le persone incapaci di capire cosa hanno perso.24

Tutto ciò suggerisce – più in linea con Socrate che con Descartes – che l’autocoscienza sia qualcosa che può essere coltivata, che non sarebbe scontata e che potrebbe fallire in una miriade di modi interessanti. E fornisce anche un ritrovato slancio per cercare di comprendere i calcoli che possono supportare l’autocoscienza. È proprio qui, stando a Fleming, che la più ampia nozione di teoria della mente di Premack e Woodruff può essere attesa da tempo per un’altra più attenta valutazione. Dire che l’autocoscienza dipenda da un meccanismo simile alla teoria della mente va bene, ma pone, inevitabilmente, la domanda: qual è questo meccanismo? Cosa intendiamo esattamente per “modello” di una mente? Infatti, le aporie sembrano quasi parte intrinseca dell’elaborazione di qualunque euristica possa guidarci nel progredire della elaborazione di una conoscenza dell’auto-coscienza.

Alcune intuizioni coinvolgenti provengono da un quartiere quasi improbabile: la navigazione spaziale. Negli studi classici, lo psicologo Edward Tolman25 si era reso conto che i topi che correvano nei labirinti costruivano una “mappa” del labirinto, piuttosto che semplicemente imparare quali svolte avrebbero dovuto fare. Se il percorso più breve da un punto di partenza verso il formaggio viene improvvisamente bloccato, i topi prendono prontamente il percorso successivo più veloce, senza dover provare tutte le restanti alternative. Ciò suggerisce che non solo avevano imparato a memoria il percorso più veloce attraverso il labirinto, ma che sapevano invece qualcosa sul suo layout generale.

Alcuni decenni dopo, il neuroscienziato John O’Keefe scoprì che le cellule dell’ippocampo dei roditori codificavano questa conoscenza interna dello spazio fisico. Le cellule che si attivavano in luoghi diversi divennero note come cellule “di posizioni”.26 Ogni cellula di luogo ha una preferenza per una posizione specifica nel labirinto ma, se combinata insieme, può fornire una “mappa” interna o un modello del labirinto nel suo insieme. E poi, all’inizio degli anni 2000, i neuroscienziati May-Britt Moser, Edvard Moser e i loro colleghi in Norvegia trovarono un ulteriore tipo di cellula: le cellule “a griglia”,27 che si attiva in più posizioni, in un modo che piastrella l’ambiente con una forma esagonale a griglia. L’idea sarebbe, come sostengono Hafting, Fyhn e Molden,28 che le cellule della griglia supportino una metrica, o un sistema di coordinate, per lo spazio: i loro sistemi di accensione [firing patterns] dicono all’animale quanto si è spostato in diverse direzioni, un po’ come un sistema GPS integrato.

Stando al professore in neuroscienze Stephen Fleming,29 ci sarebbero ora degli accertamenti allettanti che suggeriscono che questi tipi di cellule cerebrali codificano anche spazi concettuali astratti. Ad esempio, se qualcuno di noi sta pensando di acquistare un’auto nuova, allora potrebbe pensare a quanto sia ecologica e quanto costi. Queste due proprietà tracciano uno “spazio” bidimensionale su cui si possono posizionare diverse auto: ad esempio, un’auto diesel economica occuperebbe una parte dello spazio e un’auto elettrica costosa un’altra parte dello spazio. L’idea sarebbe che, quando confrontiamo queste diverse opzioni, il nostro cervello fa affidamento sullo stesso tipo di sistemi che usiamo per navigare attraverso lo spazio fisico. Al riguardo, in un esperimento di Timothy Behrens e del suo team presso l’Università di Oxford,30 è stato chiesto alle persone di concepire con la fantasia immagini trasformate di uccelli che abbiano diverse lunghezze del collo e delle zampe, formando uno spazio bidimensionale per uccelli. Una impronta o segnatura simile a una griglia è stata trovata nei dati fMRI quando le persone stavano pensando agli uccelli, pure se non li avevano mai visti presentati in 2D. In questo modo, per Fleming, sarebbe stata osservata una chiara sovrapposizione tra le attivazioni cerebrali coinvolte nella metacognizione e nella lettura della mente.31

 

I nostri pensieri sugli altri sembrano derivare da un modello interno simile a quelli usati per viaggiare fisicamente nello spazio

Finora, queste linee di lavoro sui modelli concettuali astratti del mondo e su come pensiamo alle altre menti sono rimaste relativamente disconnesse ma si stanno unendo in modo interessante. Ad esempio, codici a griglia si trovano perfino nelle mappe concettuali del mondo sociale,32 indipendentemente dal fatto che altri individui siano più o meno competenti o popolari, suggerendo che i nostri pensieri sugli altri sembrano derivare da un modello interno simile a quelli usati per navigare fisicamente nello spazio. E una delle regioni cerebrali, coinvolte nel mantenimento di questi modelli di altre menti, vale a dire la corteccia prefrontale mediale (PFC) è anche implicata nella metacognizione sulle nostre convinzioni e decisioni, come documentano Weil, Nagy, Doland, Rees e lo stesso Fleming.33 Ad esempio, la ricerca del gruppo di Fleming34 ha intuito che le regioni prefrontali mediali35 non solo tengono traccia della fiducia nelle decisioni individuali, ma anche delle stime metacognitive “globali” delle nostre capacità su scale temporali più lunghe – esattamente il tipo di autostima che era distorta nei pazienti con problemi di memoria.36

Di recente, lo psicologo Anthony G. Vaccaro e Fleming hanno esaminato la letteratura accumulata sulla teoria della mente e sulla metacognizione e hanno costruito una mappa cerebrale che aggrega i modelli di attivazioni riportati in più articoli.37 Di conseguenza, riflettendo su come noi umani pensiamo, nella corteccia prefrontale è stata osservata, come riportato dalla meta-analisi basata sulle coordinate degli studi di neuroimaging sui giudizi metacognitivi, una chiara sovrapposizione tra le attivazioni cerebrali coinvolte nella metacognizione e nella lettura o interpretazione della mente propria e altrui. Questo è ciò che il gruppo di ricercatori si aspettava qualora ci fosse un sistema comune che costruisce i nostri modelli umani non solo sulle altre persone, ma anche su noi stessi e, forse, anche se in modi meno accurati sui nostri ricordi e sulle nostre percezioni.38

A volte, però, questo sistema può diventare confuso. Nel lavoro condotto dal neuroscienziato Marco Wittmann39 dell’Università di Oxford, alle persone è stato chiesto di giocare a un gioco che prevedeva il rilevamento del colore o della durata di semplici stimoli. Sono stati quindi forniti feedback sia sulla propria performance che su quella di altre persone. Sorprendentemente, le persone tendevano a “fondere” i loro feedback con quelli degli altri: se gli altri si comportavano meglio, tendevano a pensare che anche loro stessero un po’ meglio e viceversa. Questo intreccio dei nostri modelli di auto-prestazioni e prestazioni altrui è stato associato a differenze di attività nella corteccia prefrontale mediale (PFC). L’interruzione dell’attività in quest’area, utilizzando stimolazione magnetica transcranica (TMS), ha portato, stando a studi recenti (2021),40 a una maggiore fusione tra sé e l’altro, suggerendo che una funzione di questa regione del cervello non sia solo quella di creare modelli di noi stessi e degli altri, ma anche di tenere separati questi modelli.

Un’altra implicazione dell’ipotesi di una simmetria tra metacognizione e lettura della mente propria e altrui è che entrambe le abilità emergono nello stesso periodo durante l’infanzia. Nel momento in cui i bambini diventano abili nel risolvere compiti di falsa credenza – intorno ai quattro anni – è anche più probabile che si impegnino nel dubbio su sé stessi e riconoscano quando loro stessi si sbagliavano su qualcosa. In uno studio, condotto da Alison Gopnik e Janet Astington, dell’Università di Toronto,41 ai bambini sono stati presentati per la prima volta oggetti “trucco”: un sasso che si è rivelato essere una spugna o una scatola di Smarties che in realtà non conteneva dolci ma matite. Alla domanda su quale fosse l’oggetto per la prima volta, i bambini di tre anni hanno detto che sapevano da sempre che la roccia era una spugna e che la scatola degli Smarties era piena di matite. Ma all’età di cinque anni, la maggior parte dei bambini ha riconosciuto che la loro prima impressione sull’oggetto era falsa: potevano riconoscere di essersi sbagliati.

Infatti, quando Simon Baron-Cohen, Alan Leslie e Uta Frith hanno delineato la loro influente teoria dell’autismo negli anni ’80, hanno proposto che la teoria della mente fosse solo “una delle manifestazioni di una capacità meta-rappresentativa di base“.42 L’implicazione è che dovrebbero esserci anche differenze evidenti nella metacognizione che siano legate a cambiamenti nella teoria della mente. In linea con questa idea, diversi studi recenti (2021)43 hanno dimostrato che gli individui autistici mostrano, effettivamente, differenze anche nella metacognizione. E in un altro recente studio del 2021 su più di 450 persone, Elisa van der Plas, una dottoranda del gruppo di Fleming,44 ha mostrato quella teoria dell’abilità mentale (misurata dalla capacità delle persone di tracciare i sentimenti dei personaggi in semplici animazioni) e metacognizione (misurata dal grado in cui la loro fiducia tiene traccia delle prestazioni del loro compito) sono significativamente correlati tra loro. Anche le persone che erano più brave in ciò che è la teoria della mente formavano la loro fiducia in modo diverso: erano più sensibili a segnali sottili, come i loro tempi di risposta, che indicavano se avevano preso una decisione buona o cattiva.

Riconoscere una simmetria tra autocoscienza e teoria della mente potrebbe anche aiutarci a capire perché l’autocoscienza umana sia emersa in primo luogo. Sembra probabile che la necessità di coordinarsi e collaborare con gli altri in grandi gruppi sociali abbia apprezzato le capacità di metacognizione e lettura o interpretazione del pensiero altrui. La neuroscienziata Suzana Herculano-Houzel ha recentemente (2022) proposto45 che i primati hanno modi insolitamente efficienti per stipare i neuroni in un dato volume cerebrale – il che significa che c’è semplicemente più potenza di elaborazione dedicata alle cosiddette funzioni di ordine superiore – quelle che, come la teoria della mente, vanno al di sopra e oltre il mantenimento dell’omeostasi, della percezione e dell’azione. Questa idea si adatta a ciò che già è conosciuto sulle aree del cervello coinvolte nella teoria della mente, che tendono46ad essere le più distanti in termini di connessioni con le aree sensoriali e motorie primarie.

Una simmetria tra autocoscienza e consapevolezza dell’altro offre, come segnala Stephen Fleming47 anche una visione sovversiva di ciò che significa per altri agenti come animali e robot essere autocoscienti. Nel film Her (2013), il personaggio interpretato da Joaquin Phoenix, Theodore, si innamora della sua assistente virtuale, Samantha, che è così simile a un umano da essere convinto che lei sia cosciente. Se la visione inferenziale dell’autoconsapevolezza fosse corretta, ci sarebbe un senso in cui la convinzione di Theodore che Samantha sia consapevole sarebbe sufficiente per renderla consapevole, almeno ai suoi occhi. Questo non è del tutto vero, ovviamente, perché la prova finale è se sia in grado di modellare ricorsivamente anche la mente di Theodore e creare un modello simile di sé stessa. Ma essere abbastanza convincenti da condividere un’intima connessione con un altro agente cosciente (come fa Theodore con Samantha), pieno di lettura della mente e modelli reciproci, potrebbe essere possibile solo se entrambi gli agenti avessero capacità ricorsive simili saldamente in atto. In altre parole, attribuire consapevolezza a noi stessi e agli altri potrebbe essere ciò che rende loro, e noi, coscienti.

Un percorso semplice per migliorare la consapevolezza di sé sarebbe assumere una prospettiva in terza persona su noi stessi

Infine, una simmetria tra autocoscienza e consapevolezza dell’altro suggerisce altresì nuove strade per aumentare la propria autocoscienza. In un intelligente esperimento condotto dagli psicologi ed esperti di meta cognizione Rakefet Ackerman e Asher Koriat48 in Israele, agli studenti è stato chiesto di giudicare sia quanto bene avevano imparato un argomento sia quanto bene altri studenti avevano imparato lo stesso materiale, guardando un video di loro relativo ai momenti in cui studiavano. Quando si giudicavano, cadevano in una trappola: credevano che passare meno tempo a studiare fosse un segnale di fiducia nella conoscenza del materiale. Ma quando giudicavano gli altri, questa relazione era invertita: loro (correttamente) giudicavano che spendere più tempo su un argomento avrebbe portato a un apprendimento migliore. Questi risultati suggeriscono che un percorso semplice per migliorare la consapevolezza di sé sarebbe assumere una prospettiva in terza persona su noi stessi, come suggerisce David Robson.49 In modo simile, i romanzi letterari (e le soap opera) ci incoraggiano a pensare alle menti degli altri e, a loro volta, possono far luce sulle nostre vite.

C’è ancora molto da imparare sulla relazione tra teoria della mente e metacognizione. La maggior parte delle ricerche attuali sulla metacognizione si concentra, stando a Fleming,50 sulla capacità di pensare alle nostre esperienze e stati mentali, come essere fiduciosi in ciò che vediamo o sentiamo. Ma questo aspetto della metacognizione può essere distinto dal modo in cui arriviamo a conoscere il nostro carattere e le nostre preferenze, o quelle degli altri, aspetti che sono spesso al centro della ricerca sulla teoria della mente. Saranno necessari nuovi e creativi esperimenti per superare questo divario. Ma sembra sicuro affermare che la classica nozione di introspezione di Descartes si trova sempre più in contrasto con ciò che sappiamo di come funziona il cervello. Invece, la nostra conoscenza di noi stessi sarebbe (meta)conoscenza come qualsiasi altra – conquistata a fatica e sempre soggetta a revisione. Rendersene conto è particolarmente utile in un mondo online inondato di informazioni e opinioni, quando spesso è difficile ottenere un controllo e un equilibrio su ciò che pensiamo e crediamo. In tali situazioni, i vantaggi di un’accurata metacognizione sono una miriade, aiutandoci a riconoscere i nostri difetti e collaborare efficacemente con gli altri. L’ignoranza di sé non è qualcosa a cui noi umani siamo immuni. Purtroppo numerose sono le dolorose e tante volte tragiche conseguenze di questa ignoranza a livello collettivo e individuale. Avanza elencarle.

______________Note _________________

1 David Premack & Guy Woodruff. Does the chimpanzee have a theory of mind? In Behavioral and Brain Sciences 1(4): 515-526, 1978

2 La teoria della mente (abbreviata “ToM”, Theory of Mind) descriverebbe la capacità di attribuire stati mentali, cioè credenze, intenzioni, desideri, emozioni, conoscenze, a sé stessi e agli altri, e la capacità di comprendere che gli altri hanno stati mentali diversi dai propri. La teoria della mente, formulata nel 1978 da David Premack e Guy Woodruff, si attua, fondamentale, in ogni interazione sociale e serve ad analizzare, giudicare e comprendere il comportamento degli altri. La teoria della mente è una teoria nel senso che la presenza della mente propria e altrui può essere inferita soltanto attraverso l’introspezione, e attraverso la congettura che gli altri, avendo atteggiamenti e comportamenti simili ai nostri, abbiano anche stati mentali propri. In questo senso, ogni individuo possiede una propria teoria della mente, e alcune condizioni come l’autismo e la schizofrenia sono state interpretate come un deficit specifico di questa abilità

3 Stephen M Fleming. A theory of my own mind. In AEON, 23 September 2021

4 Wimmer, H., & Perner, J. Beliefs about beliefs: Representation and constraining function of wrong beliefs in young children’s understanding of deception. In “Cognition”, 13(1), 103–128. 1983

5 Kaminski J, Call J, Tomasello M. Chimpanzees know what others know, but not what they believe. I “Cognition”. 109(2):224-34. Nov. 2008

6 Krupenye C, Kano F, Hirata S, Call J, Tomasello M. Great apes anticipate that other individuals will act according to false beliefs. In “Science”. 354(6308):110-114. Oct 7, 2016

7 Southgate V, Senju A, Csibra G. Action Anticipation Through Attribution of False Belief by 2-Year-Olds. In “Psychological Science”.18(7):587-592. 2007

8 Kaminski, J., Bräuer, J., Call, J., & Tomasello, M. Domestic Dogs Are Sensitive to a Human’s Perspective. In “Behaviour, 146(7), 979–998. 2009

9 Stephen M Fleming, op. cit. 23 September 2021

10 Stephen M Fleming Know Thyself: The Science of Self-awareness. Basic Books. April 2021

11 Ibidem

12 Ibidem

13 Ibidem

14 Quassin Cassan. Self-Knowledge for Humans. Oxford University Press, November 2014. In quest’opera, Cassam sostiene che gli esseri umani non siamo cittadini epistemici modello. Il nostro ragionamento può essere negligente e acritico e le nostre convinzioni, desideri e altri atteggiamenti non sarebbero sempre come dovrebbero essere razionalmente. Le nostre convinzioni possono essere eccentriche, i nostri desideri irrazionali e le nostre speranze irrimediabilmente irrealistiche. I nostri atteggiamenti sono influenzati da un’ampia gamma di fattori non epistemici o non razionali, tra cui il nostro carattere, le nostre emozioni e potenti pregiudizi inconsci. Eppure raramente siamo consapevoli di tali influenze. L’ignoranza di sé non è qualcosa a cui gli esseri umani siamo immuni. In questo libro Quassim Cassam sviluppa un resoconto della conoscenza di sé che cerca di rendere giustizia a questi e altri aspetti in cui gli esseri umani non saremmo cittadini epistemici modello. Rifiuta i resoconti filosofici razionalisti e altri tradizionali dell’autoconoscenza sulla base del fatto che, in più di un senso, non sarebbero resoconti dell’autoconoscenza per gli esseri umani. Invece difende il punto di vista secondo cui le inferenze da prove comportamentali e psicologiche sarebbero una fonte fondamentale dell’autoconoscenza umana. Per questo motivo, la conoscenza di sé è un vero traguardo cognitivo e l’ignoranza di sé è quasi sempre in gioco. Oltre a spiegare la conoscenza dei nostri stati d’animo, Cassam spiega anche quella che chiama autoconoscenza “sostanziale”, inclusa la conoscenza dei nostri valori, emozioni e carattere. Critica i resoconti filosofici della conoscenza di sé per aver trascurato la conoscenza di sé sostanziale e conclude con una discussione sul valore della conoscenza di sé. Questo libro cerca di fare per la filosofia ciò che l’economia comportamentale cerca di fare per l’economia. Proprio come l’economia comportamentale è l’economia dell’homo sapiens, distinta dall’economia di un homo economicius idealmente razionale, così Cassam sostiene che la filosofia dovrebbe concentrarsi sulla difficile situazione umana piuttosto che sul ragionamento e sull’autoconoscenza di un homo philosophicus idealizzato.

15 Quassin Cassan, op. cit. November 2014.

16 Ibidem

17 Stephen M Fleming Know Thyself: The Science of Self-awareness. Basic Books. April 2021

18 Ibidem

19 Rohan Bhome, Andrew McWilliams, Gary Price, Norman A Poole, Robert J Howard, Stephen M Fleming and Jonathan D Huntley. Metacognition in Functional Cognitive Disorder. In “medRxiv 2021.06. 24. 21259245

20 Rohan Bhome, Andrew McWilliams, Jonathan D. Huntley, Stephen M. Fleming & Robert J. Howard (2019) Metacognition in functional cognitive disorder- a potential mechanism and treatment target, Cognitive Neuropsychiatry, 24:5, 311-321

21 Stephen M. Fleming, Rimona S. Weil, Zoltan Nagy, Raymond J. Doland, and Geraint Rees. Relating Introspective Accuracy to Individual Differences in Brain Structures. In Science, 17 Sept. 2012, Vol. 329, Issues 5998, pp.1541-1543. / Roozbeh Kiani, Leah Corthell, and Michael N. Shadlen. Choice Certainty Is Informed by Both Evidence and Decision Time. IN Data Neuron, Vol: 84, Issue: 6, Page: 1329-1342,2013. 2OI4 /

22 Marion Rouault, Tricia Seow, Claire M. Gillan, Stephen M. Fleming. Psychiatric Symptom Dimensions Are Associated with Dissociable Shifts in Metacognition but Not Task Performance. IN, Biol Psychiatry. 2018 Sep 15; 84(6): 443–451.

23 Ibidem

24“Grado di certezza” si riferisce alla convinzione soggettiva, prima del feedback, che una decisione sia corretta. Una stima affidabile della certezza è essenziale per la previsione, l’apprendimento dagli errori e la pianificazione delle azioni successive quando i risultati non sono immediati. Si ritiene generalmente che la certezza sia informata da una rappresentazione neurale delle prove al momento di una decisione. Qui dimostriamo che la certezza è anche informata dal tempo impiegato per formare la decisione. I soggetti umani hanno riferito contemporaneamente la loro scelta e la loro sicurezza sulla direzione di una visualizzazione rumorosa di punti in movimento. La certezza era inversamente correlata ai tempi di reazione e direttamente correlata alla forza del movimento. Inoltre, queste correlazioni sono state preservate anche per le risposte agli errori, una scoperta che contraddice le spiegazioni esistenti di certezza basate sulla teoria del rilevamento del segnale. La ricerca avrebbe anche escogitato una manipolazione dello stimolo che ha portato a tempi di decisione più lunghi senza influire sull’accuratezza della scelta, dimostrando così che il tempo di deliberazione stesso informa la stima della certezza. Suggeriamo che il tempo di decisione trascorso informa la certezza perché funge da proxy per la difficoltà dell’attività.

25 Tolman EC. Cognitive maps in rats and men. Psychological Review. 1948 Jul;55(4):189-208

26 Le cellule di posizione sono la principale classe di neuroni presente nell’ippocampo. Le cellule di tale classe mostrano un elevato tasso di attivazione nel momento in cui l’animale occupa una determinata posizione nell’ambiente, corrispondente al campo di attivazione della cellula. Il premio Nobel per la fisiologia o la medicina del 2014 è stato assegnato all’americano John O’Keefe per la scoperta delle space cells, o cellule di posizione, e ai coniugi norvegesi Edvard e May-Britt Moser per la scoperta delle grid cells, o cellule griglia.

27 Una cellula grid (cellula a griglia) è un tipo di neurone, localizzato nella corteccia entorinale, che si attiva quando un animale si trova in una posizione particolare all’interno di un ambiente.

28 Hafting, T., Fyhn, M., Molden, S. et al. Microstructure of a spatial map in the entorhinal cortex. Nature 436, 801–806 (2005).

29 Stephen M Fleming. A theory of my own mind. In AEON, 23 September 2021

30 Alexandra O. Constantinescu, Jill X. O’Reilly and, Timothy E. J. Behrens. Organizing conceptual knowledge in humans with a grid-like code. In SCIENCE • 17 Jun 2016 • Vol 352, Issue 6292 • pp. 1464-1468

31 Stephen M Fleming, op. cit. 23 September 2021

32 Seongmin A Park, Douglass S. Miller & Erie D. Boorman. Inferences on a Multidimensional Social Hierarchy Use a Grid-like Code. bioRxiv 2020.05.29.124651

33 Stephen M. Fleming, Rimona S. Weil, Zoltan Nagy, Raymond J. Doland, and Geraint Rees. Relating Introspective Accuracy to Individual Differences in Brain Structures. In Science, 17 Sept. 2012, Vol. 329, Issues 5998, pp.1541-1543.

34 Ibidem

35 Dan Bang and Stephen M. Fleming. Distinct encoding confidence in human medial prefrontal cortex. In “PNAS”, 115 (23), May 21, 2018

36 Marion Rouault and Stephen M. Fleming. Formation of global self-beliefs in the human brain. In “PNAS”, 117 (44), October 15, 2020

37 Vaccaro AG, Fleming SM. Thinking about thinking: A coordinate-based meta-analysis of neuroimaging studies of metacognitive judgements. Brain and Neuroscience Advances. January 2018.

38 Ibidem

39 Marco K. Wittmann, Nils Kolling, Nadira S. Faber, Jacqueline Scholl, Natalie Nelissen, Matthew F.S. Rushworth. Self-Other Mergence in the Frontal Cortex during Cooperation and Competition. In “Neuron”. 91(2): 482–493, Jul 20, 2016 / Stando a questa ricerca, per sopravvivere, gli esseri umani devono valutare le proprie capacità e le capacità degli altri. Loro avrebbero intuito e documentato che, sebbene le persone stimassero le proprie capacità sulla base delle proprie prestazioni in modo razionale, le loro stime di sé stesse erano in parte fuse con le prestazioni degli altri. Reciprocamente, le loro stime delle capacità per gli altri riflettevano anche la loro performance, così come quella degli altri. La fusione tra sé e l’altro operava in modo dipendente dal contesto: interagendo rispettivamente con artisti con prestazioni alte o basse, le stime delle proprie capacità migliorate e diminuite in contesti cooperativi, ma l’opposto si verificava in contesti competitivi. L’unione tra sé e l’altro non solo ha influenzato le valutazioni soggettive, ma ha anche influenzato il modo in cui le persone hanno successivamente adattato oggettivamente le proprie prestazioni. La corteccia cingolata anteriore perigenuale ha monitorato le proprie prestazioni. L’area frontale dorsomediale 9 ha tracciato le prestazioni degli altri, ma ha anche integrato informazioni contestuali e auto-relative. La fusione tra sé e l’altro è aumentata con la forza del sé e delle altre rappresentazioni nell’area 9, suggerendo che porta rappresentazioni interdipendenti di sé e dell’altro.

40 Marco K. Wittmann, Nadescha Trudel, Hailey A. Trier, Alejandra Sel, Lennart Verhagen and Mattwe F, S. Rushworth. CauSal manipulations of self-other mergence in the dorsomedial contex”. In “Neuron”, 109(14): 2353–2361.e11, Jul 21, 2021

41 Alison Gopnik and Janet W. Astington. Children’s understanding of representational change and its relation to the understanding of false belief and the appearance-reality distinction. In “Child Development”, Vol. 59, N° 1, pp. 26-37, Feb, 1988

42 Simon Baron-Cohen, Alan M. Leslie and Utah Frith. Does the autistic child have a “theory of mind”? In “Cognition”, Vol. 21, Issue 1, pages 37-46. October 1985

43 Toby NicholsonDavid M. WilliamsSophie E. LindCatherine GraingerPeter Carruthers. Linking Metacognition and Mindreading: Evidence from Autism and Dual-Task Investigation. In “Journal of Experimental Psychology: General, 150 (2), 206-220, 2021

44 van der Plas, Elisa, David Mason, Lucy A. Livingston, Jillian Craigie, Francesca Happé, and Stephen M. Fleming. Computations of Confidence Are Modulated by Mentalizing Ability. In “PsyArXiv.” July 7. 2021.

45 Suzana Herculano-Houzel. The Human Advantage. A new understanding of how our brain became remarkable. The MIT Press, 2022

46 Daniel S. Margulies, Satrajit S. Ghosh, Alexandros Goulas, Marcel Falkiewicz, Julia M. Huntenburg, Georg Langs, Gleb Bezgin, Simon B. Eickhoff, F. Xavier Castellanos, Michael Petrides, Elizabeth Jefferies, and Jonathan Smallwood. Situating the default-mode network along a principal gradient of macroscale cortical organization. In “PNAS” Vol. 113, No. 44, October 18, 2016

47 Stephen M Fleming. A theory of my own mind. In AEON, 23 September 2021

48 Koriat, A., & Ackerman, R. Metacognition and mindreading: Judgments of learning for self and other during self-paced study. Consciousness and Cognition: An International Journal, 19(1), 251–264, 2010

49 David Robson. Why speaking to yourself in the third person makes you wiser. In “AEON”, 7 August 2019

50 Stephen M Fleming, op. cit. 23 September 2021

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