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7 Marzo, 2026

Producendo ricchezza o estraendo ricchezza?

Obiezioni al paradigma convenzionale dell’economia

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Tempo di lettura: 33 minuti

BIO – Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità – Educational Papers • Anno VI • Numero 21 • Marzo 2017

Scritto in collaborazione con Eugenia D’Alterio – biologa

Introduzione

Andrew Sayer1, Richard Wilkinson2, George Monbiot3, Naomi Klein4, Paul Mason5, Kerry-Anne Mendoza6, Guy Standing7 e Tony Judt8, per citarne solo alcuni, sono tra gli studiosi che sostengono che “noi non possiamo permetterci i ricchi”. Oggi, questi studiosi sfidano il paradigma convenzionale dell’economia, mettendo in discussione la convinzione comune che considera che siano i ricchi a creare i posti di lavoro. Certamente, in un momento di crisi delle nostre istituzioni politiche, siamo costretti a rileggere anche le nostre idee circa l’economia. Con la seguente argomentazione, s’intende contribuire a questa rilettura.

Poiché le popolazioni del mondo sviluppato hanno guadagnato standard di comfort e prosperità materiale senza precedenti, ulteriori aumenti di tali standard fanno sempre meno differenza in termini di benessere. Ma quello che è diventato fondamentale per il benessere è l’ambiente sociale e la qualità delle relazioni sociali. C’è ricerca abbondante che dimostra che la vita sociale e le relazioni sono essenziali per la salute e la felicità9.Tuttavia, disuguaglianze materiali troppo risaltanti fanno sì che lo status sociale diventi più importante e che la vita sociale si impoverisca sempre di più, sia per via della concorrenza nello status, sia per via dell’insicurezze riguardo lo status. Le ansie sociali e le nostre preoccupazioni su come siamo visti e giudicati si aggravano. Il risultato è che la gente comincia a sentire che la vita sociale è più un calvario che un piacere e, gradualmente, si ritira dalla vita sociale (e politica) – come dimostrano i dati10.

Ma attraverso l’intensificazione dell’insicurezze riguardo lo status sociale, le disuguaglianze spingono, anche, il consumismo, che è il più grande ostacolo alla sostenibilità. Infatti, qualsiasi idea che suggerisca che dovremmo consumare meno viene contrastata come se fosse un attacco alla nostra posizione sociale e qualità di vita. Riducendo le disuguaglianze, non solo si riduce l’importanza dello status sociale, ma, allo stesso tempo, si migliorano le relazioni sociali e la reale qualità della vita per cui ridurre le disuguaglianze è il primo passo verso la sostenibilità accompagnata da un più alto livello di benessere11.

Il motivo principale per cui la disuguaglianza è aumentata nel corso dell’ultima generazione in così tanti paesi è che i redditi di chi è già ricco sono aumentati in modo molto più veloce di tutti gli altri redditi. Stiamo assistendo da anni ad un fenomeno straordinario: i più ricchi, che costituiscono circa l’1% della popolazione mondiale, hanno finito per prendere sempre più quote crescenti della ricchezza, mentre quelli a basso e medio reddito hanno avuto sempre meno. I ricchi continuano a diventare più ricchi, anche nelle peggiori crisi da 80 anni ad oggi – essi potevano e possono ancora sorridere frequentando le loro banche e i loro paradisi fiscali mentre i non-ricchi debbono salvare le banche andate in default. Nel frattempo, il numero di poveri aumenta nei paesi sviluppati. Le politiche di austerità ricadono più pesantemente su quelli più in basso nella scala sociale, mentre il 10% della popolazione mondiale, e in particolare l’1%, sono protetti12. In generale, meno si ha contribuito a generare la crisi, più grandi sacrifici – relativi al proprio reddito – si devono fare. La disoccupazione giovanile è salita – in Spagna e in Grecia oltre il 50%, si tratta di uno spreco scandaloso di giovani vite, e in molti paesi è diventato chiaro che i giovani non conosceranno il benessere goduto dai loro genitori. È grottesco che la risposta ai nostri problemi economici sia sprecare la nostra risorsa più importante – le persone. Nel frattempo una classe politica, sempre più padroneggiata dai ricchi, continua a sostenere gli interessi di questi e a distogliere l’attenzione del pubblico, stigmatizzando, attraverso i media, padroneggiati anch’essi dai ricchi, quelli che si oppongono al neoliberismo.

Ma, mentre il divario tra i ricchi e il resto della popolazione è, sicuramente, cresciuto, come si può sostenere che non possiamo permetterci i ricchi? Ecco una breve risposta.

In ultima analisi, la loro ricchezza è, in gran parte, dipendente dalla produzione di beni e servizi da parte di altri e sottratta attraverso dividendi, plusvalenze, interessi e rendite, e, per lo più, nascosta nei paradisi fiscali. Questi super-ricchi sono in grado di controllare ampiamente la vita economica e dei media e di governare la politica stessa, in questo modo i loro interessi speciali e la loro visione del mondo vengono a limitare ciò che le democrazie possono fare. Il loro consumo è eccessivo e dispendioso e distoglie risorse dai più bisognosi e meritevoli. Le loro impronte di carbonio sono grottescamente gonfie e molti hanno un interesse nella produzione di combustibili fossili, accrescendo le difficoltà ambientali del pianeta13.

Naturalmente, questa breve sintesi lascia fuori molte considerazioni, per non parlare dell’argomento stesso e delle prove. Alcuni lettori possono convenire subito e senza opposizione, alcuni possono avere qualche obiezione, ma altri possono rispondere con incredulità, forse indignazione, perché affermare che non possiamo permetterci i ricchi presuppone che essi sono un costo per il resto di noi, un peso. Una tale affermazione contraddice l’inveterata convinzione che siano, proprio, gli imprenditori e gli investitori ricchi i creatori di ricchezza e di posti di lavoro.

Sono le obiezioni, per quanto riguarda il presunto ruolo del ricco nell’estrazione di ricchezza, opposto alla creazione di ricchezza, che presentano la sfida più grande e occupano la maggior parte di quest’argomentazione. Nel suo sviluppo diventerà chiaro che non si tratta della cosiddetta “politica dell’invidia” – un insulto, a buon mercato, usato da chi vuole evitare gli argomenti e le prove – ma della politica della giustizia. Non si invidiano i ricchi, quando si considera ingiusto il sistema con cui essi sono autorizzati ad estrarre ricchezza che altri producono e a dominare la società per i propri interessi. Questo sistema non è solo ingiusto ma, profondamente, disfunzionale ed inefficiente, e crea società disumana. I tempi sono maturi per esaminare da dove proviene la ricchezza dei ricchi.

Ovviamente, l’affermazione che i ricchi non creano posti di lavoro è controversa, quindi prima di procedere con una nuova serie di argomenti, soffermiamoci ad affrontare le obiezioni. Ci sono due tipi di obiezioni che vengono affrontate: in primo luogo, quelle espresse regolarmente nei media e nella vita di tutti i giorni, e, poi, alcune controargomentazioni più tecniche degli economisti tradizionali.

RICCHI-CREanO-POSTI-DI-LavORO

Davvero i ricchi creano posti di lavoro?

“Quando è stata l’ultima volta che hai avuto un posto di lavoro da un povero?” Questo è uno slogan emble-matico del Tea Party americano. Esso è, anche, particolarmente sciocco. Naturalmente non è possibile ottenere un posto di lavoro da una persona povera, dobbiamo concedere, ma ciò non significa che i ricchi da soli creino posti di lavoro, come se avessero poteri speciali che trasformano i loro guadagni in una donazione di posti di lavoro per il resto di noi. Il miliardario americano Nick Hanauer è affabilmente onesto su questo: “Se fosse vero che tasse più basse per i ricchi e che più ricchezza per i ricchi conducessero alla creazione di occupazione, oggi staremmo annegando in posti di lavoro”14. Infatti, il trasferimento spettacolare, in reddito e ricchezza finanziaria, ai ricchi negli ultimi quattro decenni non ha portato alla crescita di posti di lavoro senza precedenti.

Prima di tutto, abbiamo bisogno di chiederci ciò che i ricchi e i super-ricchi fanno con i loro soldi di riserva. In genere li usano per cercare di ottenere ancora più denaro, sia attraverso investimenti reali o “investimenti” finanziari. In quest’ultimo caso, sia scommettendo sui movimenti di mercato o acquistando beni che rendono reddito, o attraverso i molti altri modi in cui una rendita può essere estratta, è improbabile che le loro azioni comportino la creazione netta di posti di lavoro. Alcuni “investimenti” sono usati per comprare imprese al fine di vendere parti di esse – per spogliarle, in altre parole. Questo è suscettibile di provocare perdite di posti di lavoro e, in effetti, può ridurre la capacità dell’impresa di produrre nel lungo periodo15. Molte aziende hanno anche incrementato i loro profitti tagliando i posti di lavoro. Negli Stati Uniti, Scott Thompson, CEO di Yahoo!, con uno stipendio di 27 milioni di dollari USA all’anno, tagliò 2.000 posti di lavoro nel mese di aprile 2012 – circa il 14% della forza lavoro della società – dopo sei grandi licenziamenti nei precedenti quattro anni16.

Ma anche se i ricchi finanziano un vero e proprio investimento in attività produttive – in attrezzature, formazione o nuove infrastrutture, ad esempio – questo può o non può comportare la creazione di posti di lavoro. Alcune imprese hanno bisogno di assumere più persone se intendono crescere, ma alcune non lo fanno: esse possono fare più profitto riducendo il numero dei lavoratori che impiegano, sia intensificando il lavoro per gli altri lavoratori, sia automatizzando il lavoro. In entrambi i casi, come Nick Hanauer puntualizza, assumere più lavoratori “è un’ultima opzione per il capitalista”. Lavoratori extra possono consentire maggiore produzione, ma se le imprese possono trovare altri modi di far crescere la produzione senza l’utilizzo dei lavoratori lo faranno senz’altro.

Così, anche gli investimenti produttivi possono essere sia generatori di posti di lavoro che eliminatori di posti di lavoro. Gli ultimi decenni hanno visto una “crescita della ricchezza senza occupazione” senza precedenti nelle economie avanzate. Si contrasti ciò con il boom del dopoguerra negli anni 1950 e 1960, quando i ricchi controllavano una percentuale molto più bassa di ricchezza rispetto ad adesso: allora la crescita creava posti di lavoro, in generale, e i salari reali crescevano17.

Nell’economia, nel suo complesso, il numero di posti di lavoro dipende, in primo luogo, dal livello della domanda totale o domanda “aggregata”. Come sostiene Hanauer, la gente comune crea posti di lavoro semplicemente spendendo i loro soldi. Il numero di posti di lavoro tende ad aumentare quando le persone e le aziende spendono di più. La domanda aggregata non è sotto il controllo delle singole imprese: essa è, infatti, il loro ambiente. Le aziende non possono crescere a meno che la domanda aumenti. L’attuale crisi delle economie capitaliste deve molto al fatto che la domanda aggregata in molti paesi ricchi è stata stagnante per decenni e sostenuta solo dalla massiccia espansione del credito al consumo. È, quindi, diventato più difficile fare utili con la produzione di beni e servizi. Per quanto questa difficoltà sia più causa che conseguenza di ciò, vi è stato un importante spostamento, relativo agli investimenti negli ultimi 30-40 anni, dalle cosiddette aziende non finanziarie (che producevano beni e servizi) alle aziende finanziarie che fanno soldi direttamente dal denaro.

Ma si potrebbe chiedere perché uno spostamento nella proporzione del reddito nazionale che va ai ricchi dovrebbe fare la differenza per la domanda aggregata. Non si tratta solo di un cambiamento relativo a chi ha il potere di acquisto piuttosto di un cambiamento nel potere totale di acquisto? La risposta è che i ricchi utilizzano una parte minore del loro denaro per l’acquisto di beni e servizi di quanto non facciano gli altri. Quelli a basso reddito non possono permettersi di risparmiare perché hanno bisogno di spendere tutto quello che hanno solo per tirare avanti e se ottengono un aumento è probabile che venga speso per cose di base o per pagare i debiti. Quelli in mezzo possono essere in grado di risparmiare un po’ e se ottengono di più, allora sia la loro spesa che il loro risparmio possono essere aumentati. Hanauer lo dice più semplicemente: chi guadagna un centinaio o migliaia di volte di più, che la persona media, non spende in macchine o case in più. Sì, possono spendere somme sbalorditive, ma è probabile che sia una percentuale notevolmente inferiore del loro reddito complessivo che per la maggior parte delle persone. Dal punto di vista di Keynes, i ricchi hanno una “propensione marginale al consumo” inferiore rispetto al resto della popolazione. Quindi, a parità di condizioni, la ridistribuzione del reddito ai ricchi riduce la domanda aggregata e la ridistribuzione verso il basso l’aumenta.

Questo significa che gli argomenti della teoria del “trickle down”18 sono sbagliati. Sì, i ricchi impiegano alcuni inservienti e richiedo servizi di lusso, di commercialisti e consulenti fiscali, ma molti meno posti di lavoro risultano da questo di quanto sarebbe il caso se il loro reddito fosse ridistribuito alla gente comune con una propensione molto maggiore a consumare. Il modo migliore per far sì che il denaro dei ricchi scenda a cascata al resto della popolazione è tassare loro – o impedire l’attività estrattiva in primo luogo! Come sostiene Ann Pettifor, qualunque possibile effetto trickle-down è schiacciato dall’opposto effetto risucchiante della rendita e degli interessi nel dirigere i soldi ai ricchi19.

Quindi, per tornare allo slogan del Tea Party: i posti di lavoro sono creati da chi controlla i mezzi di produzione e la finanza, soggetti ai vincoli della domanda e dei costi. Quelli con pochi soldi non creano posti di lavoro perché non hanno i mezzi di produzione per impiegare dei lavoratori: dove troverebbero il capitale per farlo? Ma questo non significa che dobbiamo dipendere dai ricchi. Proprietari e gestori di imprese più modestamente pagati ed altre organizzazioni, tra cui cooperative, sono, anche, in grado di creare posti di lavoro, dove la domanda aggregata lo consente. O lo Stato può. Se lo Stato fornisce servizi per la vendita, come i trasporti pubblici, e la domanda per loro aumenta, quindi, a meno che non si possa trovare il modo di aumentare la produttività, è probabile che esso debba aumentare l’occupazione. Lo Stato può, anche, creare posti di lavoro in cui i servizi offerti sono gratuiti per l’utente, come nelle scuole; lo stato può semplicemente aumentare o reindirizzare le tasse per pagare più posti di lavoro nel campo dell’istruzione.

Ma c’è un altro elemento contorto. Per un singolo capitalista, per esempio, proprietario di una catena di fast-food, ha senso ridurre al minimo la massa salariale per ogni livello di produzione, ma è anche nel suo interesse che altre organizzazioni paghino bene, anzi che aumentino gli stipendi perché questo significherà maggiori vendite di hamburger ed altri beni, a vantaggio di tutte le imprese. Come Marx e Keynes hanno sottolineato, questa è una delle contraddizioni del capitalismo: gli interessi dei capitalisti in generale sono in conflitto con gli interessi dei singoli capitalisti. Il neoliberismo ignora questo problema di azione collettiva e incoraggia i capitalisti a perseguire i loro interessi individuali – pur se alla fine li penalizza. Per un po’ sembrava che ci fosse un modo di evitare questo risultato indesiderato attraverso la globalizzazione, facendo lavorare le persone in luoghi dove la manodopera è a basso costo e vendendo i loro prodotti dove i redditi sono alti, ma il conseguente “svuotamento” di posti di lavoro, in particolare nel settore manifatturiero nei paesi ricchi, ha, anche, depresso la domanda aggregata lì.

Un altro elemento contorto: i ricchi, collettivamente, hanno un altro motivo per limitare la creazione diposti di lavoro. Se l’occupazione cresce troppo, è probabile che essa porti a scatenare l’inflazione, poiché i lavoratori, ora meno paurosi della disoccupazione, rialzerebbero la loro richiesta di contrattazione e questo restringerebbe i profitti dei capitalisti. L’inflazione dei salari colpirebbe anche i ricchi che fanno i rentier, perché essa eroderebbe il valore dei loro crediti. Questo è il motivo per cui i ricchi fanno pressione sui governi per contenere l’inflazione e, in questo senso, alti livelli di disoccupazione, paradossalmente, aiutano20.

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“Impresa”! davvero sono i ricchi gli imprenditori?

Ecco un altro caso di come le parole possono trarre in inganno. I rentiers non chiamano se stessi rentiers e non molti capitalisti chiamano se stessi capitalisti ma, molti di loro, amano definirsi “imprenditori”. Termini ottimistici come “imprenditori” e “impresa” possono essere “allungati per coprire cose che non li meritano”[Ibidem[/efn_note].

Essere intraprendente è essere pieno di risorse, innovativo, determinato e coraggioso, mostrando iniziativa e impegno in imprese rischiose che trasformano nuove idee in realtà, con effetti benefici; questi sono, sicuramente, buone qualità. Chi non vorrebbe essere visto come intraprendente, o meglio, come un imprenditore? Ma ciò che è problematico di queste parole è la compagnia che coltivano.

“Intraprendenza” [Enterprise], come qualità o virtù, è quello che i linguisti chiamano un sostantivo non numerabile, ma “un’impresa”, come sostantivo numerabile è spesso visto come sinonimo di impresa privata, così come il termine “imprenditore” viene utilizzato per riferirsi al capitalista privato. Questo, naturalmente, ha non solo l’effetto preciso di associare la virtù dell’impresa con il settore privato, ma di creare un contrasto implicito con il settore pubblico, che è visto come non-intraprendente al confronto. Nessuna argomentazione si rende necessaria per sostenere quest’affermazione implicita perché questo uso della parola sembra farne una questione di definizione: le aziende private sono imprese, quindi, i loro proprietari sono imprenditori – persone intraprendenti speciali – e tutto ciò che non è un affare privato non può essere intraprendente . Ma se ci pensiamo bene, possiamo vedere che21:

1. Un imprenditore o una persona intraprendente non è necessariamente un capitalista, pur se avere già del capitale certamente contribuisce a finanziare le imprese, forse un’attività intraprendente. Inoltre, l’innovazione significativa richiede molto tempo e risorse. Purtroppo, però, il fatto che le imprese siano sempre sotto pressione per fornire valore per gli azionisti nel breve termine potrebbe soffocare il comportamento imprenditoriale. Lo spettacolo di grandi imprese che spendono di più per il riacquisto delle proprie azioni, in modo da spingere il loro prezzo in alto, di quello che spendono in ricerca e sviluppo rende sciocca l’idea che esse siano intraprendenti nel senso di innovative e dell’assunzione di rischi22.

2. Molte comunità hanno persone che istituiscono nuove cose, per esempio, la celebrazione di festival o di eventi sportivi, iniziano una banca comunitaria o un’organizzazione di assistenza o la creazione di sistemi locali “di libero riciclo”, così che i membri possano regalare oggetti indesiderati ad altri che ne hanno bisogno. Tali persone sono imprenditori sociali, si potrebbe dire, ma non capitalisti. Le cooperative, anche, possono essere imprenditoriali23.

3. Lo Stato – sì, lo Stato! – Così spesso raffigurato come attaccato alla regola, lento e mancante dello stimolo della concorrenza, può essere, anche, imprenditoriale. Anche se di solito ha il monopolio in determinate attività, il settore pubblico a volte si impegna in iniziative intraprendenti, come, ad esempio, l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, i servizi ferroviari ad alta velocità o il lancio di sonde spaziali. I governi hanno ripetutamente favorito la ricerca di base e sopportato il rischio del fallimento di imprese innovative. La capacità di resistere al fallimento è essenziale se lepersone devono avere la libertà di pensare “fuori dagli schemi”, perché la maggior parte delle innovazioni, come la maggiorparte delle nuove piccole imprese, falliscono. La strada per il successo è lastricata di fallimenti, se non c’è spazio per il fallimento, poi la gente – sia che lavori in aziende statali o private – diventa conservatrice e avversa al rischio. Ed ancora, l’impresaha bisogno di denaro paziente, perché le innovazioni importanti possono prendersi più di un decennio per trasformarsi inprodotti di successo. La concorrenza del mercato può aiutare a guidare l’innovazione, ma la concorrenza per i guadagni rapidi è più probabile che sia un freno, soprattutto sulla grande innovazione. L’ossessione per la liquidità – di essere in grado di vendere qualsiasi bene come macchinari, edificazioni o divisioni di ricerca nel momento stesso in cui non riescono a produrre guadagni – soffoca l’innovazione nella produzione24.

4. I capitalisti puri (che non lavorano) non sono imprenditori – loro semplicemente possiedono i mezzi di produzione e di estrazione di profitto da parte delle imprese, delegando qualunque controllo e direzione delle attività ai manager, che possono essere o non essere intraprendenti. Le richieste a breve termine dei capitalisti possono inibire un comportamento intraprendente25.

5. I capitalisti che lavorano possono essere o non essere intraprendenti, mentre l’innovazione di successo può fare impresa redditizia, ci sono altri modi di fare profitti come lo sfruttamento di manovalanza o dei fornitori. È triste il giorno in cui trattiamo il taglio dei salari o lo sfruttamento come “intraprendente”26.

6. Come l’economista William Jack Baumol osserva, il termine “impresa” può essere utilizzato, anche, per riferirsi all’ideazione di nuove forme di ricerca di rendita [rent seeking]27 che danneggiano l’economia piuttosto che beneficiarla (si tratta di un’”imprenditorialità improduttiva”, come lui l’ha chiamata)28. I rentier possono trovare nuovi modi di estrazione di rendita o interessi, ma mentre a essi potrebbe piacere pensare di se stessi come intraprendenti in questo senso, invece sono improduttivi o peggio, un salasso per l’economia produttiva. Tutti i tipi di strumenti finanziari ingegnosi sono stati progettati, spesso, da “quants29 – matematici di prim’ordine impiegati da istituzioni finanziarie – per compiere value-skimming30 e per mettere in pratica speculazione. Mentre la qualità del sostantivo “impresa” comporta essere disposti a correre rischi, una quantità eccessiva di rischi però non è imprenditoriale: tutte le pecore sono animali, ma non tutti gli animali sono pecore. Quando gli speculatori affermano di essere imprenditori perché si prendono rischi, lusingano se stessi31.

7. I lavoratori possono essere intraprendenti, ma la loro portata per realizzare il loro potenziale in questo senso è limitata dalla mancanza di capitale e di sicurezza e dalle restrizioni su ciò che essi sono autorizzati a fare al lavoro. In alternativa, possono temere che i loro capi prenderanno il merito (sia finanziario che simbolico) per l’attività imprenditoriale dei lavoratori. Coloro che vogliono sviluppare nuovi prodotti e modi di fare le cose di solito devono lasciare e diventare lavoratori autonomi o creare una piccola impresa32.

8. Infine, l’affascinante storia dell’imprenditore è come l’affascinante storia del singolo genio scientifico: raramente singoli individui fanno cose innovative per conto proprio. Più spesso l’innovazione è un lavoro di gruppo o di reti, e tutti sono in debito con le conoscenze e le infrastrutture che ereditano dalla loro società. Consapevolmente o inconsapevolmente, la celebrazione della figura dell’”imprenditore” nei media serve a rendere invisibili i lavoratori e le reti da cui dipendono33.

Quindi, per tutte queste ragioni, dobbiamo essere scettici circa l’idea che i ricchi siano per definizione imprenditori e che, quindi, meritino la loro ricchezza. A volte, però, un proprietario di una ditta – un capitalista – è intraprendente, forse sviluppando un nuovo prodotto da cui milioni di consumatori traggono beneficio. Questo “imprenditore”, non merita la sua ricchezza?

Davvero le persone genuinamente innovative non meritano ciò che hanno?

Si considera che Steve Jobs, scomparso amministratore delegato dell’Apple, avesse un “patrimonio” di US$ 8.3 miliardi. Se ci venisse dato un dollaro ogni secondo, ci vorrebbero 266 anni per ricevere tale somma. La stessa fonte, The Sunday Times Rich List 2012, considerava che nel Regno Unito, James Dyson, famoso per i suoi aspirapolveri Dyson, avesse una fortuna di un valore stimato di £2.65 miliardi (84 anni a £ 1 per secondo).

Persone come Jobs e Dyson sono eccezionali. Ma sono rari tra i ricchi nella creazione di nuovi prodotti di valore. Paul Krugman sottolinea che “pochissimi del top 1%, o anche del top 0,01%, hanno fatto i loro soldi in questo modo. Per la maggior parte, noi vediamo dirigenti di aziende che non hanno fondato le aziende che dirigono. Essi possono possedere grande quantità di azioni o di stock option34 nelle loro aziende, ma hanno ricevuto tali beni come parte del loro pacchetto retributivo, non con la fondazione del business”35. Così Jobs, Dyson o addirittura Mark Zuckerberg di Facebook sono eccezionali per quanto riguarda il loro ruolo nello sviluppo di nuovi prodotti che hanno beneficiato milioni di persone, ma non sono rappresentativi dei super-ricchi, anche se sono utili “ragazzi manifesto” per essi.

Ma abbiamo ancora bisogno di porre domande per rispondere alle obiezioni comuni: in primo luogo, quanto avrebbero avuto se non avessero posseduto (in gran parte) le loro imprese? E, in secondo luogo, in che misura sono stati dipendenti da tecnologie sviluppate da altri? Per quanto riguarda la prima domanda, anche se stanno veramente lavorando, infatti, i capitalisti imprenditoriali, piuttosto che i capitalisti puri, come proprietari (in parte) sono in grado di prendere il profitto prodotto in parte da altri. Dipendenti e dirigenti responsabili di importanti innovazioni di ricerca e sviluppo possono ottenere una retribuzione più elevata che altri lavoratori, ma a meno che possano ottenere azioni o opzioni su azioni, non hanno la possibilità di avvicinarsi al tipo di ricompense che i proprietari hanno. Per quanto riguarda la seconda domanda, sono facili da inghiottire i racconti consueti dei media circa individui eroici che trionfano facendo tutto da soli, o almeno partendo da soli – le storie dei ragazzi anticonformisti che creavano innovazioni nel garage di casa. Ma la ricerca sull’innovazione rivela un quadro diverso nel quale si evidenzia il coinvolgimento di più individui, gruppi e organizzazioni in cui le persone interagiscono e costruiscono a partire dai risultati di altri. Se sembra che vi siano “scoperte”, esse sono, in genere, la fase finale di lunghi processi di apprendimento che hanno coinvolto molte persone. Così gran parte della nostra ricchezza dipende da coloro che ci hanno preceduto. In informatica, l’interfaccia grafica dell’utente che coinvolge mouse, puntatore, icone ed ipertesti, adottata da Apple e Microsoft, era già stata inventata, come Bill Gates ha riconosciuto. Innovazioni chiave nel campo dell’elettronica, tra cui il microchip e lo sviluppo di Internet stesso, non sono state finanziate da denaro privato, ma dal Dipartimento della Difesa del governo degli Stati Uniti36. Allo stesso modo, lo sviluppo dell’algoritmo alla base di Google è stato finanziato dalla National Science Foundation degli Stati Uniti, pure le tecnologie che stanno dietro l’iPhone – cioè il GPS e il display touchscreen – erano anche dipendenti da finanziamenti statali37.

A dire il vero, Steve Jobs ed altri sono stati brillanti a prendere le ricerche finanziate dallo Stato e a svilupparle in prodotti di consumo, ma stavano costruendo su ciò che altri avevano realizzato. E non è solo in elettronica che il settore privato dipende dal lavoro innovativo svolto all’interno o con il finanziamento dello Stato: il 75% dei farmaci decisamente nuovi nel settore farmaceutico degli Stati Uniti sono il prodotto della ricerca finanziata dal National Institutes of Health; storie simili sono da ricercarsi nei settori meno glamour come le costruzioni38.

Piuttosto che essere semplicemente abbagliati dalla brillantezza dei prodotti e dalle belle storie del sorgere dall’oscurità alla fama, abbiamo bisogno di dare uno sguardo più sobrio a quello che ha permesso la ricchezza di questi datori di lavoro. Ad esempio, abbiamo anche bisogno di guardare ai loro modelli di business, che includono, nel caso di Apple, la predominanza delle catene di approvvigionamento sfruttate a basso costo, i lavoratori super sfruttati in Cina.

Potremmo essere d’accordo che quelli del calibro di Jobs e Dyson meritano più rispetto che i lavoratori ordinari, anche se probabilmente differiremmo su quanto di più essi dovrebbero avere. Ma non illudiamoci, questi capitalisti innovativi non chiedono alla loro forza lavoro o al pubblico in generale: “Quanto pensi che merito per il mio contributo?” Jobs sarebbe dovuto andare in Cina a consultare il grosso della forza lavoro di produzione, compresi uno dei principali fornitori di Apple, Foxconn, una società che ha fatto i titoli dei giornali per l’alto numero di suicidi dei lavoratori, per il lavoro minorile e le condizioni di lavoro opprimenti. Dyson sarebbe dovuto andare in Malesia, quando spostò la sua fabbrica lì dall’Inghilterra per ridurre i costi, in particolare il costo del lavoro. Tali “datori di lavoro” ottengono quello che ottengono perché possono e le ragioni fondamentali per questo sono la disponibilità delle tecnologie esistenti sviluppata fondamentalmente con i soldi dei contribuenti nei centri di ricerca finanziati dagli Stati e la loro privatizzazione. E ricordiamo che non è raro per i dipendenti che riescono d’avvero a scoprire invenzioni che essi sono, effettivamente, derubati dai loro datori di lavoro, che sono coloro che poi ottengono il beneficio mediante l’impianto giuridico a garanzia della proprietà privata. Infatti, nell’industria dell’informatica è normale che i dipendenti devono alienare i diritti di proprietà intellettuale a favore dei loro datori di lavoro39.

“Loro se ne andranno in un altro paese e porteranno i loro soldi”

“… se li tassiamo troppo, o comunque limitiamo il loro potere, loro se ne andranno”. Questo argomento è spesso tirato in ballo, come se i ricchi fossero i principali creatori di ricchezza, in possesso di poteri rari e, quindi, persone per le quali noi dobbiamo fare tutto il possibile per attirare.

La difesa di questa credenza fatta dai politici, dai mass media e da tanti cittadini è un esempio di questo luogo comune che proclama che il problema è che i ricchi non hanno bisogno di rimanere tali se si cerca di renderli meno ricchi. Essi hanno i migliori avvocati e commercialisti. Essi possono andare “in sciopero” quando si tratta di investire e di sviluppare imprese. Possono andare off-shore40. In effetti, è proprio così: non ci sono restrizioni su di essi per impedire o limitare che portino la “loro” ricchezza altrove; essi possono permettersi i migliori servitori legali e finanziari e, certamente, possono ricattare i paesi rifiutandosi di investire. Ma, naturalmente, accettare questi fatti come se fossero immutabili è, semplicemente, dire “la forza è giusta”. Dobbiamo realizzare che questo potere è arbitrario, convenzionale.

Alcuni esperti ricorrono anche ai miti triti e ritriti del trickle-down41 e della creazione di posti di lavoro. Essi affermano che i ricchi impiegano piccoli eserciti di consulenti professionali, avviano imprese e creano posti di lavoro. I loro consulenti, senza dubbio li aiutano a evadere tasse, infatti, la maggior parte del loro denaro è in altri paesi, in particolare paradisi fiscali. I ricchi investitori possono, infatti, disinvestire da qualsiasi paese che non fornisca un “ambiente competitivo”, in altre parole, bassa tassazione e poche regole, sfuggendo ai loro doveri come buoni cittadini. La non restrizione al movimento dei capitali e il sostegno dei governi alle imprese dei rentier, permette ai ricchi di selezionare e scegliere dove andare, al fine di evitare la tassazione e massimizzare i profitti. Ma il capitalismo aveva molto più successo quando i tassi di imposta erano del 80% e oltre, quando c’erano restrizioni ai movimenti di capitali e il top 0,01% controllava una quota molto più piccola della ricchezza di adesso42.

In realtà, le minacce di lasciare sono esagerate. Se fosse il caso che, automaticamente e senza tener conto degli sviluppi culturali e sociali, tasse più alte comportano l’esodo dei più ricchi, ci si aspetterebbe di vedere un esodo dei cittadini più ricchi della Svezia, della Danimarca, della Norvegia e della Francia – i paesi con i più alti tassi fiscali. Uno sguardo alla lista dei miliardari della Forbes rivela che tutti e quattro i norvegesi nella lista vivono tutti in Norvegia, i due danesi vivono in Danimarca, cinque dei nove svedesi vivono in Svezia, e otto dei dieci francesi vivono in Francia43.

Il piccolo imprenditore

L’obiezione più comune a questo argomento recita nel modo seguente. Cosa succede se qualcuno avvia una piccola attività con un suo risparmio o prendendo un prestito, forse re-ipotecando la propria casa? Nel fare questo la persona sta prendendo un rischio grave. Comunque, la persona lavora sodo e, diciamo, che l’attività risulta essere un successo e c’è la necessità di impiegare altre persone e di trasformare l’attività in un’iniziativa imprenditoriale di una certa importanza da cui la persona può trarre un reddito elevato e, in effetti, diventare ricca. Ha meritato la sua ricchezza, tanto più che ha creato posti di lavoro nel percorso? Per rispondere abbiamo bisogno di guardare alle fasi nello sviluppo di questa nuova impresa.

In primo luogo, il fondatore è un lavoratore autonomo o comproprietario con un partner, o, eventualmente, un lavoratore autonomo che si avvale di una o due persone, spesso membri della famiglia. A questo punto questa figura è quella che gli economisti politici chiamano un “piccolo produttore di merce”. Se questa persona ha successo e la domanda per il suo prodotto aumenta, essa può allora impiegare più lavoratori. Mentre lo fa, il lavoratore autonomo si sposta gradualmente e diventa un capitalista che lavora, vale a dire, un proprietario dei mezzi di produzione, che si avvale di altri che lavorano per lui/lei, ma che ancora partecipa nel processo del lavoro produttivo, di solito nella pianificazione e nella gestione. Le probabilità che dei lavoratori esterni vengano impiegati dipendono non solo dal fatto che essi riescano a coprire, con il risultato del loro lavoro, i propri costi come forza di lavoro e dei materiali da loro utilizzati nel processo produttivo, ma, anche, da produrre abbastanza per realizzare un profitto al di là di queste spese – a cui, grazie ai diritti di proprietà capitalistici, essi non hanno diritto. Ad esempio, se ogni lavoratore produce beni e servizi per un valore del 20% in più di quello che loro stessi costano più altri costi, sotto il regime dei diritti della proprietà capitalistica, quel 20% in più appartiene al proprietario, da utilizzare come il proprietario ritenga più opportuno – per il proprio consumo o per investimento, speculazione o qualsiasi altra cosa. Mentre l’azienda cresce e il proprietario si affida sempre di più sui dipendenti per realizzare la produzione, una quota crescente del reddito del proprietario viene da questo surplus.

Alla fine, il piccolo imprenditore può anche smettere di lavorare del tutto e delegare la gestione a manager dipendenti e diventare un puro capitalista, cioè, un investitore che non lavora e, ancora, trarre profitto dal business. Può, quindi, essere in grado di rilevare altre imprese e vivere dei loro profitti, utilizzarli per acquistare altre attività e avere più profitti da rendita o interessi o altri redditi di capitale.

Così potremmo essere d’accordo che la persona che inizia un business di successo e, quindi, impiega una forza lavoro merita di credito e, in effetti, di un certo reddito supplementare, ma, soprattutto nel lungo periodo, la fonte dei suoi profitti proviene principalmente da essere in grado di approfittare delle relazioni capitalistiche di proprietà che gli permettono esclusiva proprietà del reddito ricevuto dalla società per i beni e i servizi che i lavoratori hanno maggiormente prodotto. Esiti iniqui possono avere origini pulite.

Altre obiezioni e slogan

“Non credo che si possa trasformare i poveri in ricchi rendendo i ricchi poveri” [John Redwood, parlamentare conservatore britannico]44

Un altro slogan esasperante. Infatti, nessun studioso ha mai suggerito che si dovrebbe rendere poveri i ricchi e nemmeno che si dovrebbe rendere ricchi i poveri. Ma, data la dipendenza del ricco dall’estrazione di ricchezza e la bassa propensione marginale al consumo dei ricchi, una ridistribuzione del reddito dal ricco al povero sarebbe un gioco a somma positiva, espandendo la domanda aggregata e aumentando l’occupazione, che a sua volta creerebbe più domanda.

“Credo che il modo per aiutare i poveri non sia quello di prendere dai ricchi ma rendere la torta più grande attraverso la crescita economica.”

L’implicazione di questa asserzione è che abbiamo bisogno di disuguaglianza al fine di ottenere la crescita. Non solo questo non ha alcun senso in termini di trasferimento di rendita, di investimenti e di propensione marginale al consumo, ma l’evidenza empirica sulla relazione tra crescita economica e disuguaglianze a livello nazionale mostra che non esiste una tale relazione45. Al contrario, il capitalismo è cresciuto più rapidamente quando era più egualitario46. Ma dovremmo notare anche come, nella cultura politica degradata di oggi, dire: “Credo X” è considerato essere più convincente di dire: “l’evidenza mostra che X”. A quanto pare, la fede abbatte l’evidenza e coloro che si preoccupano di guardare alle evidenze sono accusati di non sapere quello che pensano47.

“Con l’alta marea tutte le barche salgono” – anche gli yacht.

Questo vecchio cliché ha lo stesso effetto confondente quando viene riferito alle questioni economiche. Il messaggio è, presumibilmente, che tutti beneficiano dalla crescita economica, la premessa nascosta è, ancora una volta, che la disuguaglianza è necessaria per la crescita economica. Si tratta di una dis-analogia e, infatti, l’immagine evocata è molto attraen-te, ma le popolazioni non sono come le barche e la crescita economica non è come una marea. Essa è, invece, tipicamente irregolare e non è affatto insolito per alcuni gruppi rimetterci, non solo in termini relativi ma assoluti, durante periodi di crescita. Che i politici e gli esperti dei media ancora tirino in ballo questa frase mostra come una suggestiva analogia può disarmare il pensiero critico e sostituirlo con un desiderio illusorio. Ma è dubbio che anche la classe dirigente ci creda: in un rapporto segreto per i super-ricchi, il Citigroup, il conglomerato finanziario internazionale, ha utilizzato il seguente titolo: “Una marea crescente solleva gli yacht”48.

Un’obiezione presentata dall’economia tradizionale: “efficienza allocativa”

Dobbiamo sempre tenere in considerazione gli enormi benefici economici che derivano da un sano e innovativo settore finanziario. La crescente profondità e la sofisticazione dei mercati finanziari promuovono la crescita economica allocando il capitale dove esso è più produttivo. (Ben Bernanke, presidente, della Federal Reserve, 2007)49

Gli economisti contemporanei convenzionali hanno più probabilità di opporsi a quest’argomentazione contro il luogo comune che considera i ricchi come intraprendenti e creatori di posti di lavoro, lamentando che quest’argomentazione ignora il contributo della rendita, dell’interesse, della speculazione, del profitto privato e, particolarmente, dell’”efficienza allocativa”. I ricchi, potrebbe essere sostenuto, amplificano questo attraverso il loro “investimento” e la loro ricchezza non sarebbe altro che la loro ricompensa per farlo. Cosa significa questo? Come si vedrà, ci sono due versioni del concetto dell’efficienza allocativa che devono essere distinte, ma che sono comunemente confuse.

In una versione si sostiene che in qualsiasi economia le risorse devono essere assegnate attraverso diverse attività dove sono più ricercate, necessarie e più produttive. Nella nostra vita di tutti i giorni, spesso cerchiamo di farlo almeno in un modo approssimativo abbastanza buono. Anche i cacciatori-raccoglitori devono decidere come spendere il proprio tempo per poter essere in grado di sopravvivere e vivere bene, anche se la soluzione sia piuttosto una questione di convenzione50. Dal momento che questo, in una certa misura, vale per tutte le società, si può dire che esso sia un concetto trasversale nella storia. Nelle società moderne, una delle cose che i sistemi finanziari, sia gestiti privatamente che pubblicamente, sono chiamati a fare è di spostare le risorse sottoutilizzate o inattive, in particolare il risparmio, dove possono essere utilizzate in modo più produttivo. Questo, sicuramente, crea una visione molto positiva.

Infatti, la crea, ma è spesso utilizzata come copertura per una versione del tutto diversa di efficienza allocativa che è specifica del capitalismo, in cui le risorse sono investite dove ci si aspetta che i tassi di rendimento finanziario siano più alti. Questo è ciò che fanno gli “investitori” o gli istituti di credito (anche i prestasoldi) e, nel processo, la crescita economica è, presumibilmente, massimizzata e, presumibilmente, a vantaggio di tutti, come si suole dire. Ma i più alti tassi di rendimento attesi si trovano di solito dove la manodopera è più sfruttabile o dove i redditi di consumo sono più elevati (i desideri dei ricchi possono superare quelli dei poveri, anche se le necessità dei poveri sono massicciamente sottorappresentate nei mercati rispetto a quelle dei ricchi), o dove le prospettive per l’estrazione di rendita sono migliori o dove l’attività inflazionaria è più alta (l’ultima bolla), o dove la tassazione è più bassa. Per avere i più alti tassi di rendimento le risorse finanziare si potrebbero allocare, ad esempio, per finanziare la costruzione di abitazioni a Sumatra, per l’estrazione d’oro in Perù, per acquistare appartamenti di lusso a Dubai o Londra, o per comperare terreni destinati all’affitto in Africa, oppure per l’acquisto di azioni e obbligazioni e altre fonti di rendita, o semplicemente spostando denaro in un paradiso fiscale.

Inoltre, quando, come nel capitalismo contemporaneo, liquidità e breve termine sono ricercatissime, l’investimento a lungo termine e la sicurezza delle persone possono essere minacciati da questo costante spostamento di fondi verso le attività in cui i tassi di rendimento sono più elevati. Questo può avere effetti dannosi sull’efficienza nel lungo periodo. Le differenze nei tassi di rendimento nel capitalismo non si limitano a riflettere differenze di “produttività” né esigenze o priorità. Alcune cose che sono molto necessarie – ad esempio, la cura di buona qualità per gli anziani con basso reddito – non possono facilmente essere fornite a scopo di lucro, per cui questo tipo di efficienza allocativa capitalista, alla ricerca di alti rendimento a breve termine, le ignora.

Così il solito trucco degli economisti tradizionali e dei media portavoci del business è di far passare “l’efficienza allocativa” capitalista come non diversa dalla prima modalità trasversale. Solo nella misura in cui essa aiuta alla creazione di ricchezza a tutti i livelli delle popolazioni si può dire di essere utile. Ma, anche in questa circostanza, dobbiamo ancora decidere a chi dovrebbero andare i guadagni.

Alcune difese della locazione privata usano un simile tipo di ragionamento. Infatti, è sostenuto che l’affitto esegue una funzione di razionamento attraverso l’assegnazione di terreni e proprietà – a qualsiasi utente possa fare il miglior uso di loro. Così, in una città i più ambiti terreni tendono ad essere quelli situati al centro e nelle parti più accessibili, quindi, gli utenti che (a) hanno maggiormente bisogno e (b) possono più permetterseli, offriranno più per essi e i proprietari glieli affitteranno. Questo è presumibilmente razionale, perché si traduce nel fatto che gli scarsi terreni nel centro della città vengono assegnati ai “migliori utilizzi”. Eppure queste sono parole ambigue, perché ancora una volta i ricchi possono offrire un prezzo più alto di ciò che possono i poveri, a prescindere dalla forza relativa delle loro esigenze o dagli usi a cui possono destinare i terreni. A Londra, i ricchi hanno spinto tanto su i prezzi che né insegnanti né operatori sanitari, necessari in città, possono permettersi di vivere lì. Questo è razionamento dello spazio non in base a chi può fare il miglior uso di esso, ma in base a chi può permetterselo. Se tutti avessero lo stesso reddito, poi i prezzi che sarebbero disposti a pagare per un pezzo di terra, o addirittura per qualunque cosa, rifletterebbe la forza del loro desiderio per ciò rispetto agli altri. Ma dove ci sono grandi disparità di reddito, ciò che le persone sono disposte a pagare riflette anche il loro differente potere di acquisto51.

Ma, anche nella misura in cui l’affitto aiuta al razionamento della terra e della proprietà in modo razionale, questo non serve come una difesa della proprietà fondiaria privata. La proprietà pubblica della terra, con lo Stato che l’affitta ai privati (singoli o organizzazioni che siano), potrebbe consentire la stessa funzione di razionamento, con le entrate che andrebbero ai fondi pubblici al posto delle tasche dei rentiers privati. Attenzione con gli economisti ed altri che utilizzano le funzioni di razionamento dell’affitto per giustificare la proprietà privata della terra. Si tratta di un errore di ragionamento52.

Questo gioco di prestigio è un esempio di un tipo più generale di argomentazione dubbia. In genere, le argomentazioni degli economisti convenzionali sulle attività finanziarie vanno in questo modo. Innanzitutto, alcuni effetti benefici della pratica (come la creazione di moneta scritturale) sono noti, in modo di mostrare che esso ha una funzione utile. Successivamente, è affermato che tutto è, quindi, bene e coloro che sono coinvolti dovrebbero essere lasciati da soli per proseguire con le loro attività. La prima questione è circa l’utilità di una data funzione, ma il secondo passo sorvola su questioni più vitali: a chi – o a quali organizzazioni – dovrebbe essere consentito svolgere questa funzione, come dovrebbero essere distribuiti i premi e quanto dovrebbero essere tassati? Il settore dei servizi finanziari non accoglie di buon grado lo scrutinio della prima questione e, in genere, sostiene che solo gli addetti ai lavori hanno l’esperienza per valutarla; questo settore, certamente, non accoglierebbe con favore le altre questioni sollevate in corso, in quanto esse mettono in discussione i suoi diritti di proprietà53.

Gli economisti tradizionali sono suscettibili anche di opporsi alla distinzione proposta tra reddito da lavoro e rendita da capitale, sulla base del fatto che tale distinzione comporta “fare dei giudizi di valore”, una frase utilizzata, senza riflettere, nell’economia tradizionale per significare “giudizi senza giustificazione”54. Ma, naturalmente, abbiamo fornito giustificazioni che hanno a che fare con ‘se il reddito è meramente basato su attivi’ e ‘se le pratiche economiche contribuiscono alla produzione e distribuzione di beni e servizi’ o ‘sono semplicemente ricerca di rendita’ [rent-seeking]55. Non fare tale distinzione ha l’effetto di condonare, infatti, attività parassitarie improduttive. Per condonare qualcosa, bisogna anche dare un giudizio di valore. La questione non è se si sia in grado di sfuggire ai giudizi di valore, ma se gli argomenti di supporto stanno in piedi. Per gli economisti, tutto ciò che si vende, che si tratti di cibo, armi o dei più recenti derivati, va incontro un bisogno: altrimenti non si sarebbe venduto! Nessun giudizio normale sarebbe necessario secondo questa logica capitalista56.

È opportuno dire ancora qualcosa di più circa i principi fondamentali dell’approccio dell’economia convenzionale (o “neoclassica) perché la sua influenza è enorme, dominando non solo i programmi di studio ma, anche, il pensiero di coloro che disegnano le politiche dei governi, in particolare con l’ascesa del neoliberismo. L’economia convenzionale dominante è ritenuta una scienza predittiva ma, in modo schiacciante, non è riuscita a prevedere la crisi del 2008. Essa non solo offre teorie circa i processi economici ma dà forma al loro sviluppo, influenzando le pratiche economiche stesse. Nonostante la sua fede professata nel valore della libera concorrenza, essa monopolizza la produzione di conoscenze economiche nelle università, escludendo economisti “eterodossi” o alternativi (che sono stati capaci di prevedere la crisi) da posizioni di potere e da pubblicare nelle riviste da essa controllate. Essa controlla anche le giurie che valutano la ricerca universitaria in economia e, quindi, come la ricerca è valutata e premiata dai finanziamenti governativi57.

Il punto di vista dell’economia convenzionale dominante circa i processi economici è decisamente peculiare, vedendo la vita economica, in primo luogo, come una questione di persone che si scambiano merci, con la produzione – di cui tutte le società hanno bisogno per sopravvivere – spinta in secondo piano. In altre parole, essa guarda il mondo attraverso le lenti del mercato. Anche se non tutte le società si basano su mercati, tutte le società hanno bisogno di produrre per sopravvivere. Eppure, fin dalle prime pagine di qualunque libro di testo della corrente convenzionale dominante dell’economia, i lampeggiatori di mercato sono saldamente in posizione, in modo che il libro inizierà con il modo in cui ciò che compriamo è influenzato dai prezzi e in che modo i prezzi sono influenzati dalla domanda e dall’offerta. Entrambe le considerazioni sono vere, ma esse perdono ciò che questo scambio presuppone: l’organizzazione sociale delle persone impegnate nella provvisione – produzione e distribuzione di beni e servizi nei vari settori della divisione del lavoro. Quando l’economica convenzionale affronta la produzione essa la teorizza, spesso, come una questione di scambi tra individui. In questo modo, essa si dirige, immediatamente, nella direzione sbagliata.

Il punto di vista dell’economia dominante tradizionale circa l’efficienza è particolarmente unilaterale. In una società in cui i mercati sono sempre più diffusi e ogni individuo può scambiare (liberamente) con gli altri, se gli individui possono concordare prezzi è nel loro interesse farlo. Se A ha più x di quanto vuole, ma non abbastanza y, mentre B ha più y di ciò che vuole, ma non abbastanza x, lo scambio è nel loro interesse, ammesso che sia possibile concordare un prezzo, vale a dire, effettivamente, quanto di x per ogni unità di y. Quando hanno scambiato in questo modo, entrambi sono meglio posizionati perché vi è stato un miglioramento della “utilità” che A e B derivano dalla loro proprietà e, di conseguenza, l’allocazione delle risorse è migliorata. Perché le risorse si sono trasferite a coloro che le apprezzano di più – o, come di solito dimenticano di dire, a coloro che sono in grado di pagare per loro – si potrebbe essere tentati di chiamare questo “creazione di ricchezza”, ma questo è, in realtà, solo ridistribuzione e rivalutazione di ricchezza già esistente. Effettivamente, ricchezza non è solo qualunque bene e servizio ma beni e servizi che sono ritenuti di valere qualcosa per persone che li potrebbero utilizzare e, di conseguenza, la loro distribuzione a coloro che li vogliono è destinata ad aumentare il loro valore. Ma questo non significa che il valore è meramente soggettivo, in modo che basterebbe voler la ricchezza per averla. Se così fosse, un pio desiderio potrebbe eliminare tutti i problemi economici58. Ma i beni e servizi devono essere prodotti prima che possano essere venduti.

Dal punto di vista dell’economia neoclassica (tradizionale) di come sarebbe un’economia razionale, tutto è potenzialmente in vendita, tutto ha un prezzo, perché solo così le persone possono valutare se è per loro possibile guadagnare scambiando le loro cose. Così l’efficienza economica è pensata, in primo luogo, in termini di scambio di mercato e in termini di ‘se tutte le risorse sono state spostate al punto in cui esse danno ai loro titolari la massima utilità’. Qualsiasi restrizione su questo, ad esempio da parte dei governi che fissano un salario minimo, o dai sindacati impegnati nella contrattazione collettiva, quindi, riduce l’efficienza economica così definita. Questi interventi dei governi, secondo gli economisti convenzionali tendono a limitare la crescita economica, sostenendo che la crescita sarà sicuramente più veloce quando i beni vengono distribuiti dove portano più benefici (o meglio, fanno più profitto). I tassi di rendimento su diversi possibili “investimenti” si spostano continuamente, così i mercati devono essere i più attivi possibile, in modo da consentire agli operatori di spostare i loro “investimenti” il più velocemente possibile a ciò che sono o dovrebbero essere le attività più redditizie. Se troppa ricchezza è legata in risorse fisse, piuttosto che in forma liquida, come il denaro, non può usufruire di guadagni potenziali.

Un argomento simile è usato per difendere le transazioni azionarie che permettono il controllo di una società da parte di coloro che desiderano pagare di più per l’acquisto delle azioni e che, presumibilmente, sono quelli che possono far funzionare la società acquistata nel modo più efficiente (cioè con profitto). Se le aziende non intraprendono azioni che consentano che il prezzo delle loro azioni aumenti, ciò rende più facile per i grandi gruppi di acquistarle, prenderne controllo e cercare di estrarre maggiori profitti dal business. In questo modo si sviluppa un mercato di aziende, lasciandole in preda agli acquirenti. Com’è assurdo supporre che l’”investimento” speculativo in attività finanziarie (che, in ultima analisi, sono crediti nei confronti del lavoro e dei prodotti dei lavoratori) possa essere così economicamente vantaggioso come gli investimenti reali diretti in infrastrutture, competenze, produzione e distribuzione! Ma non è solo una razionalizzazione fragile dei mercati senza vincoli, è anche una copertura utile per gli interessi dei rentier.

Dopo questo excursus di decostruzione di luoghi comuni riguardo la creazione e distribuzione della ricchezza ci si auspica di aver stimolato interesse ad approfondire la questione della necessità di una ridistribuzione della ricchezza come risposta, eticamente doverosa, alla crisi mondiale del reddito senza il quale le popolazioni mondiali, inglobate in un’economia di mercato che rende obbligatorio l’utilizzo del denaro per accedere a qualunque bene e/o servizio, non riescono ad affrontare la riproduzione materiale delle loro esistenze biologiche nonché delle loro esistenze sociali e relazionali. Per continuare a contribuire alla discussione, nel prossimo numero ci si occuperà di decostruire tre parole: guadagno, investimento e ricchezza.

  1. Andrew Sayer. Why we can’t afford the rich. The Policy Press, Bristol, 2015.
  2. Richard Wilkinson & Kate Pickett. The Spirit Level. Why more equal societies almost always do better. Bloomsbury Press, New York, 2009.
  3. George Monbiot, How Did We Get into This Mess?: Politics, Equality, Nature. Verso Books (London/Brooklyn), 2016.
  4. Naomi Klein. The shock doctrine: The rise of disaster capitalism. Penguin Books, New York, 2007
  5. Paul Mason. PostCapitalism: A giude to our future. Kindle Edition, 2016.
  6. Kerry-Anne Mendoza. Austerity. The demolition of the welfare state and the rise of the zombie economy. New Internationalist Publications, Oxford, 2015.
  7. Guy Standing. The corruption of capitalism: Why rentiers thrive and work does not pay? Biteback Publishing, Kindle Edition, 2016.
  8. Tony Judt. Ill fares the land: A treatise on our present discontents. Penguin Bokks, London, 2010.
  9. R.O. Vargas & E. D’Alterio. Verso una nuova scienza medica. Verso un olismo più pragmatico e meno metafisico. In BIO Educational Papers Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità Retroscena. Anno I, Numero 1, Marzo 2012 / R.O. Vargas & E. D’Alterio. I determinanti sociali della salute. In BIO Educational Papers Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità Retroscena. Anno II, Numero 5, Marzo 2013.
  10. R. Wilkinson & K. Pickett. op. cit. / Richard Wilkinson. Unhealthy Societies: The Affliction of Inequality. Routledge, London, 1996. / Richard Wilkinson. The Impact of Inequality: How to Make Sick Societies Healthier. The New Press, New York, 2005. Letture consigliate a chi si interessa della ricerca nel campo delle disuguaglianze sociali nella salute e dei determinanti sociali della salute.
  11. Ibidem
  12. Andrew Sayer. op. cit. p. 1
  13. Ibidem
  14. Nick Hanauer. Talk on inequality: https://youtu.be/bBx2Y5HhplI?si=nWt9yBTJnm3-RV_n
  15. https://moneyterms.co.uk/asset-stripping/
  16. http://www.csmonitor.com/Innovation/Latest-News-Wires/2012/0404/New-Yahoo-CEO-Scott-Thompson-cuts-2-000-jobs
  17. Andrew Sayer. op. cit. p. 120
  18. La teoria del trickle-down o anche effetto trickle-down o teoria della goccia (“effetto sgocciolamento dall’alto verso il basso”), indica, negli Stati Uniti, un’idea di sviluppo economico che si basa sull’assunto secondo il quale i benefici economici elargiti a vantaggio dei ceti abbienti (in termini di alleggerimento dell’imposizione fiscale) favoriscono necessariamente, e ipso facto, l’intera società, comprese la middle class e le fasce di popolazione marginali e disagiate.
  19. 19 Ann Pettifor. The coming first-world debt crisis. Palgrave MacMillan, Houndmills, Basingstoke, 2006
  20. Andrew Sayer. op. cit. p. 122
  21. 22 Norman Fairclough. What might we mean by “enterprise discourse”? in Keat, R. and Abercrombie, N. (eds) Enterprise culture, Routlege, London, 1991, pp. 38-57
  22. Ibidem
  23. Ibidem
  24. Ibidem
  25. Ibidem
  26. Ibidem
  27. In economia, il termine rent seeking (“ricerca di rendita”) è utilizzato per indicare il fenomeno che si verifica quando un individuo, un’organizzazione o un’impresa cerca di ottenere un guadagno mediante l’acquisizione di una rendita economica attraverso la manipolazione o lo sfruttamento dell’ambiente economico, piuttosto che mediante la conclusione di transazioni economiche e la produzione di valore aggiunto. La maggior parte degli studi sul rent seeking si focalizzano sugli sforzi finalizzati all’ottenimento di privilegi monopolistici speciali, come la regolamentazione governativa della libera concorrenza, sebbene lo stesso termine sia derivato dalla molto più vecchia e radicata pratica di appropriarsi di una parte della produzione mediante l’ottenimento della proprietà o del controllo della terra. Il rent seeking implica generalmente l’estrazione di valore non controbilanciato da altro, senza che ci sia alcun contributo alla produttività, ad esempio ottenendo controllo della terra e di altre risorse naturali preesistenti, oppure mediante l’imposizione di gravose regolamentazioni o di altre decisioni governative che possono influenzare i consumatori o gli affari.
  28. William J. Baumol. “productice, umproductive, and destructive. In “The Journal of Political Economy”, 98(5), Part 1, pp. 893-921, in p. 915
  29. Nel mondo della finanza si è da anni consolidato il ruolo dei cosiddetti quant, persone che hanno ottenuto un PhD in una materia scientifica e che prestano i loro servizi alla finanza. Sono stati additati tra i responsabili della crisi per i disastrosi errori che hanno commesso. I quant, in genere, si occupano di gestione degli investimenti, creazione o quotazione di derivati e prodotti strutturati.
  30. La pratica di “spammare” soldi da un conto, budget, ecc. per un periodo di tempo in quantità che non può essere facilmente notato.
  31. Norman Fairclough. What might we mean by “enterprise discourse”? in Keat, R. and Abercrombie, N. (eds) Enterprise culture, Routlege, London, 1991, pp. 38-57
  32. Ibidem
  33. Ibidem
  34. Le stock option sono opzioni call europee o americane che danno il diritto di acquistare azioni di una società ad un determinato prezzo d’esercizio (detto strike). Le stock option non esistono per tutte le società per azioni, ma solo per quelle quotate. In Italia, nel dicembre 2012 il Decreto Sviluppo ha introdotto la possibilità di usare le stock option anche per la srl innovativa.
  35. Paul Krugman. End this depression now! W.W. Norton, New York, 2012. pp. 78-79
  36. Gar Alperovitz & Lew Daly. Unjust deserts: How the rich are taking our common inheritance and why should we take it back. The New Press, London, 2008, pp.68-69
  37. Ibidem
  38. Mariana Mazzucato. The Astellas innovation debate, Royal Society, London, 20 November, 2012
  39. Andrew Sayer. op. cit. p. 381
  40. Ibidem
  41. Effetto trickle-down è un’idea di sviluppo economico che si basa sull’assunto secondo il quale i benefici economici elargiti a vantaggio dei ceti abbienti (in termini di alleggerimento dell’imposizione fiscale) favoriscono necessariamente, e ipso facto, l’intera società, comprese la middle class e le fasce di popolazione marginali e disagiate.
  42. Andrew Sayer. op. cit. p. 128
  43. New Economics Foundation. A bit rich. NEF, London, 2009, p. 22
  44. John Redwood. Conservative MP, Guardian, 18. August 2011.
  45. United Nations Conference on Trade and Development Annual Report, 2012.
  46. K. Rowlingson & McKay, S. Wealth and the wealthy. Policy Press, Bristol, 2011, p.32.
  47. Richard Wilkinson & Kate Pickett. The Spirit Level. Why more equal societies almost always do better. Bloomsbury Press, New York, 2009
  48. Citigroup. Plutonomy Report Part 2, 5 March, 2006
  49. Edwal Engelen, Ismail Ertürk, Julie Froud, Sukhdev. Johal, Adam Leaver, Mick Moran, Adriana Nilsson, & Karel Willliams. After the great complacence: Financial crisis and the politics of reform. Oxford University Press, Oxford, 2011.
  50. C’è una certa tendenza in antropologia a idealizzare le società pre-capitaliste come se non avessero alcuna idea circa l’economia o come si pensassero le questioni economiche come separabili da altre attività sociali e spirituali. Ma anche se questo fosse vero, queste società devono fare le cose in un modo che permetta loro di sopravvivere e ciò richiede scelte o le convenzioni che consentono questo.
  51. 52 Andrew Sayer. op. cit. p. 133.
  52. Se la terra dovesse essere nazionalizzata, non c’è dubbio che i proprietari richiederebbero un risarcimento per la perdita del canone di locazione. Ma, come sosteneva Henry George, questa sarebbe una compensazione per la perdita di una futura rendita. Anche nel caso di una nazionalizzazione della terra senza “compensazione” i proprietari sarebbero ancora in grado di mantenere la rendita che avevano ottenuto fino a quel momento. Sarebbe come permettere a qualcuno che aveva continuamente svaligiato altri di mantenere i loro ultimi guadagni illeciti, purché smetta di rubare. Lo stesso vale per gli altri appropriatori di rendita. Da un punto di vista politico, quale azione debba essere presa, però, è anche essa una questione di ciò che è politicamente possibile, dato l’equilibrio del potere economico e politico prevalente, che è, ovviamente, molto a favore degli interessi dei rentiers.
  53. Andrew Sayer. op. cit. p. 133.
  54. Andrew Sayer. Why things matter to people. Cambridge University Press. Cambridge, 2011.
  55. In economia, il termine rent seeking (“ricerca di rendita”) è utilizzato per indicare il fenomeno che si verifica quando un individuo, un’organizzazione o un’impresa cerca di ottenere un guadagno mediante l’acquisizione di una rendita economica attraverso la manipolazione o lo sfruttamento dell’ambiente economico, piuttosto che mediante la conclusione di transazioni economiche e la produzione di valore aggiunto. La maggior parte degli studi sul rent seeking si focalizzano sugli sforzi finalizzati all’ottenimento di privilegi monopolistici speciali, come la regolamentazione governativa della libera concorrenza, sebbene lo stesso termine sia derivato dalla molto più vecchia e radicata pratica di appropriarsi di una parte della produzione mediante l’ottenimento della proprietà o del controllo della terra. Il rent seeking implica generalmente l’estrazione di valore non controbilanciato da altro, senza che ci sia alcun contributo alla produttività, ad esempio ottenendo controllo della terra e di altre risorse naturali preesistenti, oppure mediante l’imposizione di gravose regolamentazioni o di altre decisioni governative che possono influenzare i consumatori o gli affari. Mentre ci possono essere poche persone nei moderni paesi industrializzati che non guadagnano niente, direttamente o indirettamente, attraverso alcuna forma di rent seeking, il fenomeno a livello aggregato può causare importanti perdite alla società.
  56. Andrew Sayer. op. cit. p. 134
  57. Philip Mieowski. Never let a serious crisis go to waste. Verso, London, 2013.
  58. Perciò abbiamo bisogno di una teoria relazionale del valore, una che incorpori sia la valutazione oggettiva dei beni e dei servizi e la loro valutazione soggettiva.

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