Le api sono tra gli organismi più importanti per l’equilibrio degli ecosistemi e per la nostra stessa disponibilità di cibo. Da anni ormai sappiamo che le popolazioni di molti impollinatori sono in forte diminuzione. Se un tempo le cause del fenomeno erano ancora poco comprese, oggi la ricerca ha individuato una lunga serie di fattori coinvolti, dalla perdita degli habitat ai cambiamenti climatici, fino all’esposizione ai pesticidi. Centinaia di studi hanno contribuito a delineare un quadro sempre più preciso, perché la sopravvivenza degli impollinatori è di vitale importanza. Molte delle minacce che emergono dalla ricerca hanno un elemento in comune: sono legate alle attività umane. E oggi, senza alcun entusiasmo, dobbiamo aggiungere un nuovo tassello alla comprensione di questo fenomeno. Un nuovo studio ha infatti osservato che un fungicida agricolo può modificare il microbiota intestinale delle api e alterare i tessuti del loro apparato digerente.
La ricerca, pubblicata il 15 settembre 2026 su Environmental Pollution, analizza gli effetti del mancozeb su due specie di api senza pungiglione. Gli insetti sono stati esposti a dosi subletali della sostanza, cioè a concentrazioni che non determinano una mortalità immediata. Eppure qualcosa nel loro organismo è cambiato.
Cosa succede nell’intestino
I ricercatori hanno studiato Scaptotrigona aff. postica e Tetragonisca angustula, due specie di api sociali senza pungiglione diffuse in Brasile e importanti per l’impollinazione degli ecosistemi tropicali. Dopo l’esposizione al mancozeb, gli insetti sono stati sottoposti ad analisi del microbiota intestinale e dei tessuti dell’intestino medio. Il primo risultato riguarda la composizione delle comunità microbiche. L’esposizione al fungicida è stata associata a cambiamenti nella struttura complessiva del microbiota, con risposte differenti nelle due specie. La componente fungina è apparsa particolarmente sensibile: tra i cambiamenti osservati figurano la riduzione del lievito del genere Rhodotorula e una maggiore presenza di lieviti tolleranti alle condizioni di stress.
Il dato va interpretato con precisione: gli autori non hanno rilevato differenze statisticamente significative a livello dei singoli generi dopo la correzione per i test multipli. Le differenze sono emerse soprattutto considerando la struttura complessiva delle comunità microbiche, cioè il modo in cui l’insieme dei microrganismi varia in funzione della specie e dell’esposizione.
L’intestino mostra segni di danno
Le analisi istopatologiche hanno evidenziato alterazioni dell’epitelio dell’intestino medio nelle api esposte al mancozeb. L’intestino medio svolge funzioni essenziali nella digestione e nell’assorbimento dei nutrienti. Il suo epitelio costituisce inoltre una barriera fondamentale tra il contenuto dell’apparato digerente e i tessuti dell’animale. Nel lavoro, quindi, le modificazioni del microbiota si accompagnano a un’alterazione strutturale dell’intestino. Lo studio non dimostra però che il cambiamento della comunità microbica sia la causa del danno tissutale, né stabilisce quali possano essere le conseguenze a lungo termine per la salute delle colonie. Gli autori descrivono questi risultati come effetti biologicamente rilevanti di un’esposizione subletale.
Quando un pesticida non uccide l’ape
I test di sicurezza sui pesticidi continuano a misurare la sopravvivenza degli animali esposti, come se vita e morte fossero le uniche categorie rilevanti per stabilire una soglia accettabile. Un’ape che non muore non è necessariamente un’ape sana, e la ricerca lo dimostra: gli effetti subclinici possono agire in profondità, sui microrganismi che popolano l’intestino e sui tessuti che li ospitano, senza lasciare tracce visibili nell’immediato.
Questa distanza tra ciò che le normative considerano accettabile e ciò che accade davvero nell’organismo di un insetto esposto merita più attenzione di quanta ne riceva oggi. Gli approcci di valutazione del rischio, nati per fissare soglie di mortalità, faticano a intercettare alterazioni fisiologiche più sottili. Proprio queste alterazioni, ripetute nel tempo su intere popolazioni, potrebbero però incidere sulla capacità delle colonie di sopravvivere e riprodursi. Il quadro che ne emerge invita a chiedersi quanto le attuali normative sui fitofarmaci si basino su un’idea di sicurezza troppo stretta per cogliere la complessità biologica che la ricerca sta iniziando a svelare.
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