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Perché alcune microplastiche fanno male all’uomo e altre all’ambiente?

Una ricerca del Cnr-Irsa fa luce su un'importante differenza fra Pet e pneumatici
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Nel 1970 gli esperti americani pensarono che fosse una buona idea costruire una “barriera corallina” fatta di penumatici usati al largo di Fort Lauderdale, in Florida. Le diedero un nome suggestivo, Osborn Reef, poi scelsero il punto esatto, 7000 metri al largo della costa. Quindi vi scaricarono 2 milioni di pneumatici. L’idea era salvaguardare la costa, dando allo stesso tempo un rifugio alla fauna marina della zona. Incredibile a dirsi (o forse non tanto…), il progetto si è rivelato un fallimento. Uragani e tempeste tropicali hanno spinto i copertoni in giro per l’oceano, devastando il litorale. La corrosione marina ha creato enormi quantità di microplastiche, che sono poi state mangiate dai pesci, e sono quindi entrate nel ciclo alimentare dell’uomo. Le bonifiche provate finora sono risultate del tutto insufficienti, non avendo rimosso neanche il 5% dei materiali dal fondale. Un disastro.

Perché alcune microplastiche fanno male all’uomo e altre all’ambiente?

Se all’epoca può darsi che i danni della dispersione di una montagna di plastica nell’oceano fossero sconosciuti – ma è davvero possibile – oggi non è certo così. Purtroppo solo una piccola parte degli errori commessi in passato è davvero sanabile, almeno in tempi brevi. Ma se è vero che conosciamo l’entità del danno prodotto dalle microplastiche, non è altrettanto vero che sappiamo tutto al riguardo. Gli scienziati dell’Istituto di Ricerca sulle Acque di Verbania, ad esempio, hanno condotto uno studio per mostrare come tipi di plastiche diverse possano avere impatti diversi sull’ambiente e sulla salute.

Le nuove scoperto dello studio del Cnr-Irsa

I ricercatori hanno creato un ambiente che simulasse un fiume o un lago. Poi hanno messo a confronto le comunità batteriche che crescono sul Pet (polietilene tereftalato), la plastica comunemente usata per le bottiglie, con quelle che crescono sulla gomma dei pneumatici. Gianluca Corno del Cnr-Irsa spiega che “Abbiamo quindi dimostrato che la prima offre rifugio a batteri patogeni umani che possono causare rischio immediato per la salute, senza però favorirne una crescita immediata. Le particelle di pneumatico, grazie al rilascio costante di materia organica e nutrienti, favoriscono invece la crescita abnorme di batteri cosiddetti opportunisti che, pur non causando un rischio diretto per l’uomo, causano una perdita di qualità ambientale, di biodiversità microbica, e un conseguente depauperamento dei servizi ecosistemici offerti”.

Impatti diversi per materiali diversi

Generalmente le comunità batteriche che crescono sulle microplastiche come biofilm sono studiate senza approfondirne le differenze legate al tipo di plastica su cui proliferano, ma come un unico comparto, la cosiddetta plastisfera. “Questo risultato ci pone, per la prima volta, di fronte alla necessità di riconsiderare i metodi di analisi dell’inquinamento da microplastiche e di tenere in conto le particelle di pneumatico, che possono avere un impatto decisivo sulla qualità degli ecosistemi acquatici in nazioni come l’Italia dove i fiumi sono particolarmente esposti a questo tipo di inquinamento”, conclude Corno.

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