dott. Stelio Mazziotti di Celso Tempo di lettura 8 min.

Omeopatia medicina della complessità

Prendo spunto da un’indicazione di Massimo Mangialavori, che propone che all’omeopatia meno si addica il termine di totalità e più si addica il termine di complessità. “Non sono la totalità dei sintomi e nemmeno la loro presunta obiettività che consentono una buona diagnosi omeopatica” (Sintesi dei fondamenti del metodo della complessità in Medicina omeopatica).

Perciò proponiamo una reinterpretazione del principio di Hahnemann (par. 18 dell’Organon: La totalità dei sintomi è l’unica indicazione e guida nella scelta del rimedio) alla luce delle moderne teorie della complessità.

Iniziando dall’etimologia: complesso (cum plexus) è ciò che costituisce un intreccio, un tessuto, una rete, una piega che non deve essere spiegata e ricondotta alla semplice norma, ma che richiede invece una conoscenza multidimensionale e consapevole di non poter essere completa. La conoscenza della complessità collega e mette in relazione, mentre la pretesa di totalità isola e uniforma il suo oggetto.

Non c’è una teoria del Tutto, e che non ci sia neanche in matematica lo ha dimostrato quel genio del secolo scorso che è Gödel, nel suo Teorema di incompletezza. Teorema che per così dire dimostra che ci sono delle verità indimostrabili. Un sistema formale può essere coerente (cioè corretto, cioè capace di escludere contraddizioni) o completo, ma non le due cose insieme. Già solo per la buona ragione che per essere coerente, esso non può includere se stesso. Coerenza e completezza si escludono a vicenda, ciò che rende ogni decisione un problema: non può esserci un unico metodo, una procedura standard per prendere una decisione.

Nell’epistemologia di quella scienza terapeutica che è la medicina omeopatica, ciò significa che alla diagnosi non giova l’illusione di poter aggiungere tutti i sintomi fino alla totalità, ma piuttosto l’arte di comprendere la complessità di un caso clinico, accettare che esso possa apparirci coerente perché incompleto, o completo perché incoerente.

Fritjof Capra (La rete della vita, 1996) ha bene mostrato come la complessità della vita sia oggi più chiara grazie a nuovi paradigmi scientifici. La vita è una rete che si auto-organizza attraverso processi dissipativi lontani dall’equilibrio che non possono essere spiegati linearmente, ma di cui occorre comprendere la capacità di creare nuove strutture e nuove forme di comportamento. Tra gli altri, Capra fa riferimento a Maturana, studioso cileno di neuroscienze, il quale studiando la percezione ha compreso come essa sia la creazione continua di nuove relazioni all’interno della rete neuronale. Da cui ha proposto la definizione della vita stessa come autopoiesi, creazione da se stessa di nuove forme. Il vivente interagisce con l’ambiente esterno e con gli altri ripiegando su se stesso in una circolarità e ricorsività che non può essere descritta in modo lineare. L’efficienza della risposta del vivente all’ambiente esterno, dipende da quanto bene il vivente conosce se stesso.

La complessità è una sfida a modelli meccanicisti e riduzionisti di conoscenza; ed è un invito, secondo Capra, ad un pensiero ecologico. “Ricongiungersi alla trama della vita, in cui possiamo soddisfare i nostri bisogni e le nostre aspirazioni senza ridurre le opportunità per le generazioni future”.

Noi possiamo ben dire che l’Omeopatia è stata precorritrice nell’accogliere e promulgare la sfida della complessità. Dove la totalità tende ad uniformare, è la complessità a fare emergere la varietà dei casi clinici, ed a dare dunque ragione dell’individualizzazione morbosa e medicamentosa.

È la complessità di una patologia che ne fa un processo instabile ed una crisi. Quella crisi che può risolversi in qualcosa di nuovo, in un progresso di complessità. La guarigione non è restitutio ad integrum, non è la scomparsa della totalità dei sintomi, ma è un processo dinamico e complesso.

La scienza moderna nasce meccanicista, riduzionista, determinista. Ma poi ha conosciuto dei momenti di discontinuità. Due vorremmo segnalarne, già prima di arrivare alla rivoluzione della fisica quantistica.

Uno è rappresentato dalla Termodinamica, la fisica del calore: il calore è una energia dissipativa che induce trasformazioni nelle quali aumenta quel disordine che è l’entropia, quando per esempio il calore passa da un corpo più caldo ad uno più freddo. Questi processi dinamici sono spontanei ed irreversibili: non sarà più possibile restituire energia da un corpo più freddo ad uno più caldo. Il corpo umano scambia entropia con l’esterno, ma ha anche un sistema interno di riorganizzazione dell’equilibrio.

L’altro è rappresentato dalla nozione di campo, che spiega l’apparente anomalia di una forza che si trasmette a distanza individuando tutte le interazioni energetiche che avvengono in uno spazio ed in un tempo in virtù delle proprietà fisiche ed in ragione degli effetti anche non linearmente prevedibili che ne derivano.

Un sistema complesso non è prevedibile, come ancora potrebbe esserlo un sistema complicato, ma è apparentemente caotico. In esso una causa infinitamente piccola può scatenare conseguenze incommensurabili, il cosiddetto effetto farfalla. Il nostro universo fisico e biologico è instabile e fluttuante, tale da presentare un’incredibile varietà di forme e strutture. Tutto ciò che è vivente è in particolare complesso, spontaneo ed irreversibile, continuamente modificandosi nel vivente l’equilibrio, il suo tentativo di mettere ordine nella sua struttura dissipativa. È appunto in quanto autopoiesi che il vivente fa tesoro della casualità e irreversibilità propria dei sistemi termodinamici. Dove il disordine è condizione di un elevato grado di libertà, mentre l’ordine interagisce come principio conservativo dell’energia. La salute è questo delicato equilibrio tra ordine e caos: un eccesso di caos andrebbe verso la dissoluzione, un eccesso di ordine verso la rigidità. Il vivente è anche un processo di conoscenza, ciò che lo rende autoreferente nella interazione con ciò che percepisce. L’omeopatia sa che la malattia deriva da una sbagliata percezione della realtà; la guarigione è rendersi conto di questa falsa percezione adeguandosi alla quale il corpo ha creato il sintomo. Il rimedio omeopatico offre l’informazione in grado di riportare in un equilibrio evolutivo questo complesso sistema circolare tra il vivente ed i suoi processi cognitivi. Un noto acronimo descrive questa rete di interazioni e connessioni tra la psicologia ed il sistema nervoso, il sistema endocrino ed il sistema immunitario: la PNEI (Psico Neuro Endocrino Immunologia). La nozione ancora tutta da esplorare di campo morfogenetico indica quanto il vivente si serva di campi di informazioni in cui la sua intelligenza e la sua memoria rendono possibili azioni indeterministiche e non riducibili all’analisi dei singoli elementi.

Il vivente è una singolarità con effetti più che locali, la cui complessità può essere sperimentata solamente in vivo, la cui totalità non può essere ridotta alla somma delle parti: tutte queste caratteristiche della moderna biologia sono dall’inizio principi fondamentali dell’omeopatia. La particolare modalità di un sintomo può essere l’espressione di tutta l’individualità morbosa e/o medicamentosa; come in un ologramma, il tutto è la parte che è nel tutto. L’auto-organizzazione delle molecole d’acqua in clusters, in aggregati riscontrabili a livello ultra-molecolare, potrebbe essere la spiegazione di come il rimedio omeopatico ultra-diluito contenga e trasmetta la sua preziosa informazione. La grande complessità relazionale di ciò che appare elementare si sprigiona nell’energia curativa di un rimedio. L’autonomia del processo di guarigione presuppone che la forza vitale sia un sistema al tempo stesso aperto e chiuso. Il medico non solo osserva, conosce ed orienta questo processo con la sua diagnosi e terapia, ma interagisce con esso energeticamente. La scientificità dell’omeopatia risiede proprio nei principi che appaiono non scientifici a chi non ha compreso la sfida che la complessità del vivente pone alla scienza.

Terminiamo con un brano letterario, con il racconto di un sogno, la cui trama rimanda a ciò che è complesso come a ciò che costituisce una rete, un intreccio, un tessuto. Walter Benjamin (in Jacques Derrida, Il sogno di Benjamin, 2003) racconta un suo sogno felice in cui vari tessuti si intrecciano: un vecchio cappello di paglia ereditato dal padre, il corpo di una bellissima donna, il lenzuolo del letto dove lei è stesa. Al centro di queste immagini oniriche, il sogno trattiene una frase, in francese: Il s’agissait de changer en fichu une poésie. Si trattava di mutare una poesia in un foulard, come Benjamin stesso traduce in tedesco, rendendo fichu con Hailstuch. In francese d’altronde fichu significa anche, come aggettivo, fottuto, nel doppio registro: escatologico della fine e della morte, e scatologico della violenza sessuale (un po’ come quell’intercalare universale che è divenuto nella lingua angloamericana il termine fuck).

Forse è proprio questo il compito del medico omeopatico: trasformare quella poesia che è ogni vivente in un fazzoletto, un ordito, una trama tra la vita e la morte.

Benjamin ha scritto un saggio sulla Teoria del simile, ed uno sulla Facoltà mimetica del linguaggio. Dove ci rimanda alla lettura anteriore ad ogni lingua: leggere ciò che non è mai stato scritto. Da cui scaturisce il fatto che il linguaggio, nella sua naturale circolarità tra testo e contesto, si possa considerare il più perfetto archivio di somiglianze immateriali. I sintomi di un paziente ed il modo in cui egli li racconta, si possono leggere come la complessità della sua storia non scritta.

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