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I pazienti inglesi raccontano cosa pensano dell'Omeopatia
12 Ottobre, 2026

I pazienti inglesi raccontano cosa pensano dell’Omeopatia

RedazioneRedazione
Un'indagine su 1.025 pazienti delle cliniche di Homeopathy UK racconta chi si rivolge all'Omeopatia, con quali disturbi e con quali risultati riferiti in sei anni di visite

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C’è chi arriva con l’eczema che si riaccende ogni volta che il lavoro si fa più pesante. Chi non dorme la notte perché la testa continua a girare intorno agli stessi pensieri. Chi ha provato più strade per la propria ansia e cerca ancora qualcuno disposto ad ascoltare per intero la propria storia, prima ancora di parlare di una cura. Nelle piccole sale d’attesa delle cliniche britanniche, ogni settimana, si accomodano persone che portano con sé questo tipo di stanchezza quotidiana, fatta di sintomi che si trascinano da tempo e di un bisogno di conforto che va oltre la singola prescrizione. Un nuovo studio ha provato a raccogliere, in modo sistematico, la voce di queste persone: chi sono, per cosa si rivolgono all’Omeopatia e cosa dichiarano di aver ottenuto dal percorso di cura.

Le stanze d’attesa di chi cerca ascolto e sollievo

Le cliniche coinvolte nello studio appartengono alla rete di Homeopathy UK, l’organizzazione caritatevole britannica nata più di un secolo fa (con il nome originario di British Homeopathic Association) per promuovere la pratica e la ricerca in ambito omeopatico. Oggi Homeopathy UK sostiene una rete di ambulatori a basso costo o gratuiti, sparsi tra Inghilterra e Scozia, gestiti da professionisti sanitari registrati, spesso medici di base o infermieri che hanno scelto di affiancare l’Omeopatia alla propria formazione convenzionale. La missione dichiarata dell’organizzazione è rendere l’Omeopatia accessibile anche a chi non potrebbe permettersi un percorso privato, e buona parte delle persone che varcano la soglia di queste cliniche proviene da fasce di popolazione più fragili dal punto di vista economico o sociale.

È in questo contesto, fatto di appuntamenti spesso brevi ma ricorrenti e di un rapporto di fiducia costruito visita dopo visita, che tre ricercatrici legate alla Faculty of Homeopathy britannica, Philippa Fibert, Jenny Thomas e Androulla Pillos-Smith, hanno deciso di mettere ordine in anni di dati clinici raccolti quasi per abitudine, trasformandoli in uno studio di coorte.

Uno sguardo sistematico su sei anni di visite

Il lavoro ha preso in esame 2.523 appuntamenti relativi a 1.025 pazienti, distribuiti in dodici cliniche del Regno Unito e registrati tra il 2017 e il 2023. Si tratta di uno dei tentativi più ampi di fotografare, con dati di pratica clinica reale e non con uno studio randomizzato costruito in laboratorio, come viene effettivamente utilizzata l’Omeopatia nella vita di tutti i giorni. Gli stessi autori sottolineano come questo tipo di raccolta possa restituire un’immagine più aderente all’esperienza reale dei pazienti rispetto ai trial controllati, dove il rigore metodologico spesso va a scapito della rappresentatività del contesto clinico quotidiano.

Chi si siede davanti all’omeopata

Il profilo che emerge dai dati è piuttosto definito. Il 75,3% degli appuntamenti ha riguardato pazienti donne, con un’età media di 48,3 anni, una fascia di vita in cui il corpo e la mente attraversano spesso cambiamenti significativi. Più della metà dei pazienti, il 58% (595 su 1.025), è tornato per almeno una visita di controllo, con una media di 2,46 appuntamenti a testa. Non si tratta quindi di consulenze isolate, ma di un percorso che si costruisce nel tempo, appuntamento dopo appuntamento, in cui il rapporto con il terapeuta sembra giocare un ruolo importante quanto il rimedio prescritto.

Il peso silenzioso dell’ansia

Tra le condizioni più frequentemente trattate compaiono l’ansia (10,3% degli appuntamenti), l’eczema (5,5%) e la depressione (3,6%). Se si allarga lo sguardo, un appuntamento su cinque ha riguardato più in generale una condizione legata alla salute mentale, un dato che gli stessi autori definiscono degno di attenzione. È la conferma, numeri alla mano, di quella sensazione diffusa nelle sale d’attesa: molte persone non arrivano soltanto per un sintomo fisico isolato, ma per un disagio più ampio, fatto di ansia, stanchezza emotiva e difficoltà a ritrovare un proprio equilibrio.

Misurare un miglioramento che non si vede a occhio nudo

Per documentare gli esiti clinici in modo omogeneo, le ricercatrici hanno utilizzato la scala ORIDL (Outcome in Relation to Impact on Daily Living), uno strumento pensato per registrare quanto un trattamento incida concretamente sulla vita quotidiana della persona, più che sul singolo parametro clinico. Per ogni paziente è stato preso in considerazione il punteggio ORIDL più alto raggiunto durante il percorso di cura, in modo da cogliere il momento di beneficio massimo percepito, anche quando i miglioramenti non sono stati lineari nel tempo.

Cosa hanno detto i pazienti

Per la condizione principale, i punteggi erano disponibili per 542 pazienti. Di questi, 441 hanno riferito un miglioramento (punteggio pari o superiore a +1) e 272 un miglioramento più marcato (pari o superiore a +2), soglia oltre la quale 40 persone hanno dichiarato una guarigione completa del disturbo per cui si erano rivolte alla clinica. Solo 4 pazienti hanno riportato un peggioramento, mentre 97 non hanno percepito alcun cambiamento.

Il quadro non cambia di molto se si guarda al benessere generale, più che al singolo disturbo. I punteggi erano disponibili per 546 pazienti: 447 hanno riferito un miglioramento, 272 un miglioramento marcato, e tra questi 29 hanno dichiarato di sentirsi tornati alla propria normalità. Cinque pazienti hanno riportato un peggioramento e 94 nessuna variazione percepita. Nel complesso, poco più della metà di chi ha effettuato più di un appuntamento ha riferito un miglioramento ritenuto significativo, legato al percorso omeopatico intrapreso.

I rimedi che tornano più spesso

Guardando alle prescrizioni, i tre rimedi più utilizzati nelle dodici cliniche sono stati Natrum muriaticum, Sulphur e Sepia, tre dei cosiddetti policresti, i rimedi omeopatici dall’azione più ampia e trasversale. Non è un caso che compaiano proprio questi tre, se si guarda al profilo dei pazienti emerso dallo studio. Natrum muriaticum, ottenuto dal comune cloruro di sodio, viene tradizionalmente associato a chi fatica a esprimere apertamente tristezza o dispiacere, tendendo a chiudersi in sé stesso proprio nei momenti più difficili. Sulphur è storicamente collegato ai disturbi della pelle come l’eczema, ma anche a persone curiose e riflessive, spesso attente in modo quasi ansioso alla propria salute e a quella dei familiari. Sepia, derivato dal mollusco marino da cui prende il nome, è invece uno dei rimedi più associati al mondo femminile, prescritto tradizionalmente in presenza di stanchezza profonda, irritabilità e squilibri legati alle fasi ormonali della vita, dall’età fertile alla menopausa: una descrizione che si sovrappone in modo piuttosto naturale alla popolazione osservata nello studio, in maggioranza donne con un’età media vicina proprio a quella soglia di vita.

Le autrici concludono che una raccolta costante di dati come questa, portata avanti nel tempo, può offrire informazioni preziose per lo sviluppo dei servizi, per i pazienti stessi e per la ricerca futura sull’Omeopatia. Dietro ogni numero di questo studio restano comunque le singole storie raccolte in dodici cliniche britanniche, quelle di persone che sono tornate più e più volte, cercando nella cura anche uno spazio per essere ascoltate.

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