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22 Giugno, 2026

La società senza dolore

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Un aspetto che mi ha colpito molto, soprattutto negli ultimi anni della mia pratica clinica, è il tentativo – vano oltre che pericoloso – di eliminare il dolore e la sofferenza dalla nostra vita quotidiana. Come se il dolore fosse qualcosa di estraneo alla realtà umana che, quando si presenta, deve essere immediatamente eliminato, soppresso. Sia che si tratti di dolore fisico che di dolore emotivo. Eppure il dolore è la nostra protezione più forte, oltre ad essere ciò che ci permette di cambiare ed evolvere. Il dolore va ascoltato, non soppresso: perché non compare per ucciderci, per farci del male ma, al contrario, per indicarci che c’è qualcosa che non va, nel nostro corpo come nella nostra vita, che deve essere affrontato e risolto. E, per trovare la soluzione, è di fondamentale importanza sentirlo, il dolore, riconoscerlo, ascoltarlo e capire cosa ci sta comunicando.

Quando ero ragazzina – quindi non un secolo fa – quando ci si faceva male giocando, saltando, correndo, andando in bici, il dolore provocato dalla eventuale caduta ci faceva comprendere che avevamo “osato troppo”, che il nostro corpo non era ancora pronto a quel gesto. E quindi era fondamentale prima capire dove si fosse sbagliato e poi riprovare, con maggiore cautela e non con troppa spavalderia e sicurezza.

Quando un’interrogazione andava male, quel dolore misto a rabbia e vergogna erano da sprone a farci studiare di più. Quando una storia d’amore finiva, quella sofferenza serviva a farci crescere: era un modo per capire che tutto ha una fine, che perdere una persona è normale, come è normale stare male, soffrire, piangere. Che questo dolore serve a permetterci di evolverci, di crescere. E di fare esperienza. Senza dolore non si può cambiare. È il cambiamento che ci permette di superare il dolore, di modificare le condizioni, i comportamenti che lo provocano.

La soppressione del dolore, invece, ci mantiene nella posizione, nella situazione nella quale stiamo. Proprio quella situazione che ci sta creando sofferenza.

Oggi l’importante è togliere il dolore, eliminarlo dalla vita, renderlo inumano. Non a caso le richieste che ho maggiormente sono di “dare una medicina che tolga subito il dolore” per poter riprendere la vita di sempre.

Quello che dico alle persone che vengono a studio è che non posso assolutamente soddisfare questa richiesta. Non perché non esistano rimedi omeopatici in grado di eliminare il dolore fisico o morale. Ne esistono tantissimi. Ma perché l’Omeopatia non “toglie il dolore”. Chi vuole davvero scegliere l’Omeopatia come cura deve sapere che i sintomi non vanno mai soppressi ma visti nella loro interezza e per ciò che realmente sono: un modo che ha il nostro organismo di farci sentire, attraverso il corpo, ciò che la nostra “testa” non riesce a comprendere o affrontare. Se non risolvo questo qualcosa, il sintomo resta e, se viene soppresso, si approfondisce: diventa più grave e colpisce organi più importanti. Meno siamo allineati, più sintomi gravi abbiamo. E per allineato intendo coerenti tra ciò che siamo, ciò che pensiamo, ciò che sentiamo e ciò che facciamo. La mancanza di coerenza provoca malattia.

Ma anche il voler eliminare la sofferenza ad ogni costo provoca malattia perché ci fa vivere una vita che non esiste, una vita virtuale e non umana. E vivere nella negazione costante provoca dispendio energetico e una grande e continua sofferenza.

È una ricerca costante di situazioni esterne sulle quali proiettare il nostro dolore. Un po’ come accade a Dorian Gray, la società dell’apparenza cerca in ogni modo di nascondere il dolore, la sofferenza e la malattia. Con la conseguenza, purtroppo, di generare una società piena di tantissimo dolore che non sa come elaborare.

Per questo, se davvero vogliamo superare il dolore, è fondamentale smettere di proiettarlo per ascoltarlo, capire ciò che ci sta comunicando ed evolvere.

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