L’Omeopatia non è per tutti

5 Febbraio, 2024
Tempo di lettura: 4 minuti

L’Omeopatia non è una medicina per tutti. Ditemi anche che sono snob, poco tollerante, ma è così. La medicina omeopatica non è per tutti. Chi si rivolge all’Omeopatia non sostituisce, banalmente, i farmaci ufficiali con i farmaci (rimedi, in realtà. Sono rimedi,  non farmaci, anche se ormai inseriti nel prontuario) omeopatici.

Assolutamente no.

Chi si rivolge all’Omeopatia deve essere consapevole,  prima ancora di iniziare, che, per curarsi, deve iniziare a volgere lo sguardo da fuori a dentro di sé.  Il primo  vero lavoro da fare è cambiare prospettiva e iniziare a conoscersi, ad avere consapevolezza di sé stessi.

Perché dall’omeopata non va la malattia, va il malato. Lo so, lo so…. ultimamente è tutto un parlare di attenzione da dare al paziente, di accoglienza,  di sostegno… iniziano a inserire figure professionali “di sostegno” in alcuni reparti dove si trattano patologie gravi o si fanno terapie aggressive. Ma, al finale, si tratta sempre la patologia che viene vista come “estranea” al paziente. La malattia, qualunque malattia, è un nemico da sconfiggere, da distruggere. Le medicine o qualunque trattamento altro non sono se non armi da utilizzare per sconfiggere il nemico di turno.

In Omeopatia non è  così. La malattia è il frutto di un “percorso” di vita nel quale il soggetto ha messo in atto una serie di meccanismi adattativi che hanno funzionato fino ad un certo punto. Quando non sono riusciti più a garantire l’adattamento, ecco comparire i sintomi di una malattia.

Quei sintomi sono parte del malato, sono di fatto amici del malato perché gli stanno dicendo di fermarsi, che qualcosa non va. E che, per scoprirlo, deve fermarsi ed iniziare a conoscersi ed a capire cosa abbia potuto determinare l’insorgenza di quella sintomatologia (o patologia che dir si voglia). La guarigione, di fatto, è un processo di rinascita. È l’opportunità che ognuno di noi ha di potersi fermare ed iniziare una vita più coerente con sé stesso. Una vita nella quale ci sia un allineamento, una coerenza appunto, tra testa, cuore e anima, tra ciò che si desidera e ciò che si fa. Una vita nella quale si realizzi se stessi e non le aspettative degli altri (familiari soprattutto). Una vita nella quale non si sia costretti a fare guerre continue col mondo per sentirsi vivi, per dimostrare di esistere.  Una vita nella quale si scelga ciò che ci fa star bene e non ciò che la società considera di valore.

La malattia ci consente di rimettere in ordine le priorità, di scegliere, di riorganizzare le cose secondo una misura importante per noi, non per gli altri.

Lo so, lo so: ora qualcuno mi dirà: allora uno che ha una malattia grave se l’è cercata? Sarebbe bastato fare il cavolo che gli pare? Non solo sta male, gli dobbiamo dare anche la colpa?
Assolutamente no: il paziente non è consapevole di vivere una vita non sua, di dipendere dalle aspettative altrui. In fondo, questo gli è stato trasmesso e lui non fa altro che continuare a perpetrare quelli che sono degli automatismi familiari. E che, proprio perché sono automatismi, sono al di fuori della coscienza del soggetto.

Ma la malattia mi dà la possibilità di fermarmi e di guardare dentro di me, di capire quando sono comparsi i sintomi, quando si manifestano, come sto quando sto male, cosa faccio per star bene.

Mi dà la possibilità di conoscerli, questi automatismi, di portarli alla coscienza. E di vedere così anche delle parti di me che non voglio vedere, perché considerate troppo negative, poco accettate socialmente, quasi “peccaminose”. E quindi, da nascondere.

Mi dà la possibilità di entrare in contatto con la mia imperfezione, con i miei limiti. Perché tutti noi esseri umani abbiamo dei limiti, a partire dal fatto che siamo destinati a morire.

E ad accettarli. Ad accettare loro e, quindi, ad accettare anche noi stessi.
Perché uno dei passi fondamentali del processo di guarigione è proprio l’accettazione di noi stessi per ciò che siamo e non per ciò che vorremmo essere o che gli altri vorrebbero fossimo.
Capirete bene che quindi la cura omeopatica non sia la semplice somministrazione di rimedi ma un percorso totalmente diverso rispetto a quello al quale ci siamo abituati.
Non posso prendere e mettere una sfilza di esami sulla scrivania del dottore dando a lui il potere sia della cura che della guarigione.

Assolutamente.

Io devo, insieme al medico, iniziare un processo di conoscenza di me e di consapevolezza, un processo che mi porti a volermi bene, anche a perdonarmi, a non  giudicarmi ma ad accettarmi, anche con la malattia.
È un processo opposto rispetto alla distruzione del nemico. Molto più difficile. Perché mi obbliga a guardarmi dentro e vedermi ma davvero. Compresi quegli aspetti che proprio non mi piacciono.
Sapendo che, in questo viaggio, in questo percorso, ho un alleato, una persona che mi starà vicino ma che non mi sostituirà, che mi darà una mano, un sostegno ma non deciderà per me: il medico. Che darà attenzione al malato, non alla malattia.

No, decisamente l’Omeopatia non è per tutti. Perché conoscersi per come siamo davvero ed accettarsi non è da tutti. È più semplice proiettare tutto sugli altri, dare la colpa a situazioni esterne, togliersi dal processo di malattia e di guarigione, non assumersi responsabilità ma delegarle al medico o ai medici. Dando loro tutta la responsabilità della guarigione e diventando totalmente passivi.

Ma se non ci si conosce non si guarisce: al massimo si possono sopprimere i sintomi.

E, quel che è peggio, non si vive. Al massimo si sopravvive.

5 Commenti

  1. aldilà dell’efficienza dei rimedi omeopatici trovo corretto affermare che l’omeopatia non è per tutti, ma quello che , secondo me, e non solo, non si conosce a fondo è l’eziologia delle malattie. perché ci ammaliamo? in soccorso a questa fondamentale domanda arriva la scoperta delle 5 leggi biologiche del dr. Hamer che in modo preciso e senza nessuna eccezione fa risalire la malattia, e i suoi sintomi, ad un pregresso conflitto, provocando una reazione biologica sensata, non esiste il cancro da combattere come un nemico, come non esistono agenti esterni (batteri e virus) che sono cattivi, da combattere, ma questi agenti hanno una loro funzione biologica precisa.
    il dr. Hamer , inoltre ha individuato il diverso comportamento dei vari tessuti in base all’origine embriologica. quindi avremo per esempio che tutto il tubo digerente con annesse le ghiandole (fegato, cistifellea, pancreas), fa capo all’entoderma. mentre il SNC e SNP insieme alla cute derivano dall’ectoderma. infine il mesoderma contribuisce alla formazione dell’apparato muscolo-scheletrico e con annessi i vasi e il sangue. questo per sommi capi in un conflitto attivo avremo per gli organi derivati dall’ endoderma un aumento cellulare che è sempre asintomatico. i sintomi si paleseranno nel momento della soluzione del conflitto (PCL) post-conflitto-lisi. eccetera….
    conoscere il conflitto che ha scatenato la malattia deve indurre il paziente a modificare il suo percepito del conflitto per poter avviare il processo di guarigione. Secondo me se i medici omeopatici conoscono questi meccanismi biologici potrebbero veramente aiutare verso la guarigione i propri pazienti

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  2. Non sono medico ma da ciò che ho studiato e dalla pratica medica che ho potuto osservare presso medici che ho conosciuto, tra cui il mio medico, credo che il dr Hamer abbia offerto una ottima chiave di interpretazione della malattia . Mi piacerebbe che emergesse oltre al suo pensiero anche la medicina del prof. Pier Nicola Gregoraci e del suo allievo (per tanti Maestro) dott. Antonio Mobilio.

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    • Cara Sara, il dottor Mobilio è stato una vera istituzione per l’Omeopatia a Napoli, per la sua umanità e capacità e ha contribuito a mantenerla in vita negli anni del dopoguerra, quando è stata ai minimi storici in una città che aveva contribuito fin dai primi anni del 1800 a diffonderla nel mondo. Il suo lavoro non ha permesso che si spegnesse la fiammella che poi dagli anni 70 è ridiventata un fuoco dinamico e attivo con le attività della LUIMO che hanno contribuito in modo determinante alla sua rinascita in tutta Italia.

  3. Spesso parlando con i miei pazienti arriviamo alla conclusione che non è per tutti. Probabilmente perché siamo consci della fatica reciproca, ma soprattutto, con un filo di delusione, perché vediamo che chi ci sta attorno vive superficialmente la propria salute e accetta cure spesso palliative. La crescita culturale e la maturazione individule avvengono lentamente, si sa, proprio per questo dobbiamo farci trovare sempre pronti . Grande stimolo !

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    • Siamo completamente d’accordo, la gestione corretta della salute non può prescindere da uno sforo comune del paziente e del medico e da precise assunzioni di responsabilità.

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