Diciotto pazienti sono stati indirizzati alla sala operatoria dai loro medici. Alla fine dello studio, nessuno di loro è finito sotto i ferri. Questo dato, proveniente da uno studio pubblicato su Perspectives on Integrative Medicine, racconta qualcosa di importante sul potenziale della medicina tradizionale coreana nella gestione dell’ernia cervicale con radicolopatia. Lo studio, condotto dai ricercatori del Jaseng Medical Foundation di Seoul, è uno dei pochi lavori prospettici a lungo termine che valuta in modo rigoroso l’efficacia e la sicurezza di un approccio integrativo basato sulla medicina coreana (iKM) per questa patologia, seguendo 120 pazienti per un intero anno.
Che cos’è l’ernia del disco cervicale con radicolopatia
L’ernia del disco cervicale si verifica quando il nucleo polposo di un disco intervertebrale della colonna cervicale fuoriesce dalla sua sede, comprimendo le radici nervose vicine. Il risultato è spesso un dolore invalidante al collo, alla spalla e al braccio, accompagnato da formicolii e debolezza muscolare. L’incidenza è in aumento, colpisce soprattutto le persone tra i 50 e i 60 anni, ed è più frequentemente una condizione cronica legata all’invecchiamento che non a traumi acuti. Le linee guida convenzionali raccomandano come prima scelta il trattamento conservativo, farmaci analgesici, fisioterapia e, in alcuni casi, iniezioni epidurali di steroidi. Se questi approcci falliscono, si considerano procedure più invasive fino alla chirurgia discale, con tutti i rischi che comporta: danni neurologici, alterazioni degenerative dei segmenti adiacenti e, secondo diverse revisioni sistematiche, nessun vantaggio significativo rispetto al trattamento non chirurgico nel lungo termine.
Lo studio: chi erano i pazienti e come sono stati trattati
I ricercatori hanno reclutato 120 pazienti tra il 2019 e il 2021 in quattro ospedali di medicina coreana distribuiti sul territorio della Corea del Sud (Seoul, Daejeon, Bucheon e Busan). Tutti avevano una diagnosi di ernia cervicale confermata dalla risonanza magnetica e presentavano radicolopatia con un dolore valutato in media a 7,3 su 10 sulla scala NRS (Numeric Rating Scale), un livello considerato severo.
Il protocollo terapeutico integrava diverse pratiche della medicina tradizionale coreana (Hanbang):
- Agopuntura e elettroagopuntura, somministrate quotidianamente sui punti correlati al dolore cervicale, con l’obiettivo di modulare la trasmissione del dolore, favorire il rilascio di neurotrasmettitori e ridurre la tensione muscolare.
- Farmacoacupuntura (pharmacopuncture), una tecnica tipicamente coreana che consiste nell’iniezione di estratti erboristici purificati direttamente nei punti di agopuntura. Il preparato principale utilizzato era Shinbaro, formulato a base delle stesse erbe prescritte per via orale, con documentate proprietà antinfiammatorie e neuroprotettive. In alcuni casi è stato utilizzato il veleno d’ape, la cui efficacia analgesica e immunomodulatrice è oggetto di crescente interesse scientifico.
- Medicina erboristica, assunta due o tre volte al giorno in forma di decozione o pillole. Le erbe principali, tra cui Acanthopanax sessiliflorus, Eucommia ulmoides e Achyranthes bidentata, sono tradizionalmente impiegate nei disturbi muscoloscheletrici e hanno mostrato in studi sperimentali effetti antinfiammatori paragonabili a quelli del celecoxib (un antinfiammatorio di sintesi) nell’artrosi del ginocchio.
- Terapia Chuna, una forma di manipolazione manuale sviluppata nella tradizione coreana che combina tecniche di manipolazione articolare e forza manuale entro e appena oltre la soglia passiva di movimento. È considerata l’equivalente coreano della chiropratica occidentale, ma inserita in un sistema teorico differente.
- Coppettazione (cupping therapy), applicata al 61% dei pazienti come trattamento complementare per favorire la circolazione e ridurre la tensione dei tessuti molli.
I pazienti hanno ricevuto in media circa 15 sedute nell’arco di due mesi, con una frequenza di circa due volte alla settimana.
I risultati: dolore dimezzato, effetti stabili per un anno
I risultati sono stati misurati attraverso strumenti validati internazionalmente: la scala NRS e la VAS per il dolore, il Neck Disability Index (NDI) per la disabilità funzionale, il questionario EuroQol-5D per la qualità della vita e il WPAI per l’impatto sulla produttività lavorativa. Già alla quarta settimana di trattamento, la riduzione del dolore cervicale aveva superato la soglia della “differenza clinicamente rilevante”, fissata dalla letteratura scientifica a 2,5 punti sulla NRS. A fine trattamento (otto settimane), il punteggio medio di dolore era sceso di quasi 4 punti, con un miglioramento superiore al 50% rispetto al valore iniziale. Questi guadagni si sono mantenuti stabili, e persino leggermente migliorati, a 12, 24 settimane e a un anno. Il recupero funzionale ha seguito la stessa traiettoria: il punteggio NDI, che misura quanto il dolore al collo interferisce con la vita quotidiana, è migliorato di circa 20 punti nel corso dello studio, un valore che supera ampiamente la soglia clinicamente significativa. La qualità della vita percepita, la mobilità del rachide cervicale e la capacità lavorativa hanno mostrato miglioramenti statisticamente e clinicamente significativi, tutti mantenuti a distanza di un anno.
Il dato forse più sorprendente riguarda l’assenza di chirurgia: nessuno dei 120 pazienti ha ricevuto un intervento operatorio durante lo studio, nemmeno i 18 per i quali la chirurgia era stata raccomandata da altri medici prima dell’arruolamento. Solo un paziente ha ricevuto un’iniezione durante il periodo di trattamento attivo. Sul fronte della sicurezza, gli eventi avversi correlati al trattamento sono stati lievi (mal di testa, disturbi digestivi) e tutti risolti spontaneamente. Nessun evento grave è stato attribuito direttamente alla medicina coreana.
Medicina tradizionale coreana e cinese: simili ma diverse
Chi si avvicina alla medicina coreana spesso la confonde con la medicina tradizionale cinese (MTC), e le ragioni storiche sono comprensibili: la Corea ha assorbito per secoli la cultura medica cinese, a partire dal cosiddetto Dongui Bogam (1613), la grande enciclopedia medica coreana redatta dal medico Heo Jun su ispirazione dei testi classici cinesi. Tuttavia, nel corso dei secoli la tradizione coreana ha sviluppato una sua identità distinta, con teorie, tecniche e farmacologia proprie.
Le similitudini tra le due tradizioni sono significative. Entrambe poggiano sul concetto di energia vitale (chiamata Qi in cinese e Gi in coreano), che scorre attraverso canali energetici (i meridiani) e la cui alterazione produce malattia. Entrambe utilizzano l’agopuntura come strumento diagnostico e terapeutico fondamentale, con un sistema di punti in larga parte condiviso. Entrambe ricorrono a preparati erboristici complessi, alle coppette, alla moxibustione e alla manipolazione corporea come parte di un approccio olistico che considera la persona nella sua interezza, e la malattia come squilibrio sistemico piuttosto che come disfunzione isolata di un organo.
Le differenze emergono sul piano teorico e clinico. La medicina coreana ha elaborato un proprio sistema costituzionale, la teoria dei quattro tipi fisiocostituzionali (Sasang typology), sviluppata nel XIX secolo dal medico Lee Je-ma. Secondo questa visione, ogni individuo appartiene a uno dei quattro tipi (Taeyang, Taeeum, Soyang, Soeum) con caratteristiche fisiche, psicologiche e di tendenza alle malattie specifiche, e la terapia va modulata di conseguenza. Questo ha portato a una farmacopea in parte diversa da quella cinese, con erbe e formulazioni proprie della tradizione peninsulare.
Sul piano terapeutico, la medicina coreana ha introdotto tecniche originali, tra cui proprio la farmacoacupuntura, che combina il principio dei meridiani con l’iniezione di estratti farmacologicamente attivi nei punti di agopuntura, un’innovazione senza equivalenti nella MTC classica. La terapia Chuna, utilizzata in questo studio, è un’altra specificità coreana, distinta dalla tuina cinese per la sua struttura teorica e le sue indicazioni cliniche. Infine, a livello istituzionale, la Corea è uno dei pochi paesi al mondo in cui la medicina tradizionale è riconosciuta dallo Stato con una propria figura professionale (il medico di medicina coreana, hanuisa), ospedali dedicati e copertura assicurativa pubblica per molte prestazioni. Questo contesto ha favorito la produzione di ricerca clinica strutturata come quella oggetto di questo articolo, qualcosa che in ambito cinese è cresciuta ma con caratteristiche e limitazioni metodologiche differenti.


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