Redazione Generiamo Salute - Tempo di lettura 3min.

La Comunità di Sant’Egidio e il rifiuto della Sanità selettiva

Il movimento rifiuta la possibilità di comprimere il diritto alla vita degli anziani, e lancia un appello

Se il valore della vita si desumesse da un semplice algoritmo, secondo lo schema “1 anno  da vivere = 1 gettone”, la vita di una persona anziana varrebbe davvero poco. Aspettativa di vita rimanente bassa, patologie di varia natura, scarsa utilità lavorativa. In una visione utilitaristica sarebbe addirittura di peso, visto il costo che spesso comporta alla società. La vita però, che si abbia una visione laica o religiosa, è ben più di una formula aritmetica. Il bagaglio di emozioni, affetti, esperienze, non possono in alcun modo essere ridotte a schematizzazioni di tipo quantitativo. “Chi salva una vita salva il mondo intero”, è scritto nel Talmud e ripreso nel bellissimo film “Schindler’s list”. E, d’altra parte, anche a voler utilizzare il più freddo e cinico dei ragionamenti, a nessuno è dato sapere quanto ancora gli resta da vivere.

Eppure, in questo triste 2020, sempre più sta passando l’idea dell’anziano come persona sacrificabile sull’altare del diritto alla Vita del più giovane. È capitato negli ospedali, ma capita sempre più spesso nel profondo della coscienza della gente, che dopo il dilagare del Covid-19 si sta lentamente abituando all’idea di poter fare a meno di queste persone. Un rischio che non è sfuggito alla Comunità di Sant’Egidio, che oggi si trova a far suo l’appello del Papa riguardo la “cultura dello scarto”, quella che porta a considerare gli anziani “numeri, e in certi casi neanche quello”. Un fermo rifiuto di quella che la comunità laica cristiana chiama sanità selettiva. “Rassegnarsi a tale esito è umanamente e giuridicamente inaccettabile – scrivono in un accorato appello alle istituzioni, col quale sperano di sensibilizzare le coscienze su un problema sul quale in molti preferiscono girare la testa dall’altro lato – non solo in una visione religiosa della vita, ma anche nella logica dei diritti dell’uomo e nella deontologia medica. Non può essere avallato alcuno stato di necessità che legittimi o codifichi deroghe a tali principi”.

L’idea che lo Stato possa stabilire, con un’operazione di chirurgia sociale, chi sia meritevole di vivere e chi no, è un’aberrazione che solleva mastodontici problemi etici e apre la strada a prospettive davvero spaventose per il futuro. La Comunità continua sostenendo  che “sia necessario ribadire con forza i principi della parità di trattamento e del diritto universale alle cure, conquistati nel corso dei secoli. È ora di dedicare tutte le necessarie risorse alla salvaguardia del più gran numero di vite e umanizzare l’accesso alle cure per tutti. Il valore della vita rimanga uguale per tutti. Chi deprezza quella fragile e debole dei più anziani, si prepara a svalutarle tutte”. La parte paradossale di questo discorso, poi, è che le persone a cui oggi si tolgono i fondamentali diritti, e in particolare il diritto alla cura, sono in massima parte le stesse che, in un’altra epoca e in un’altra condizione, questi diritti li hanno conquistati, attraverso il duro lavoro e l’opposizione alla tirannia.

Fortunatamente una voce autorevole come quella della Comunità di Sant’Egidio riesce ancora a smuovere le coscienze. Così a pochi giorni dall’appello sono fioccate le prime, entusiastiche sottoscrizioni illustri. Dal cadinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, all’ex premier Romano Prodi e il filosofo Jürgen Habermas. E c’è da scommettere che molte altre ne arriveranno presto. La nostra umile adesione ideale è, senza se e senza ma, espressa.

Leggi l’appello della Comunità di Sant’Egidio

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