Quando si pensa a un infarto, la mente corre subito al colesterolo alto, alla pressione fuori controllo, alle sigarette, alla sedentarietà. Sono i “classici” della prevenzione cardiovascolare, quelli che ci ripetiamo da decenni. Eppure qualcosa di importante stava mancando in questo quadro, e la scienza ha appena deciso di colmare la lacuna.
A gennaio 2026, quattro tra le più autorevoli società cardiologiche del mondo (la Società Europea di Cardiologia, l’American College of Cardiology, l’American Heart Association e la World Heart Federation) hanno pubblicato congiuntamente uno statement che ridisegna i confini della prevenzione: le malattie non trasmissibili rappresentano il 70% della mortalità globale e causano oltre 38 milioni di morti ogni anno, con le malattie cardiovascolari al primo posto. E mentre i tradizionali fattori di rischio sono da tempo ben noti, cresce l’evidenza che i fattori di rischio ambientali stiano svolgendo un ruolo sempre più significativo nella loro genesi e nella crescente prevalenza. Il documento si chiama “Environmental Stressors and Cardiovascular Health: Acting Locally for Global Impact in a Changing World” ed è firmato, tra gli altri, dal professor Thomas Münzel dell’Università di Mainz e dal professor Thomas Lüscher, presidente della Società Europea di Cardiologia.
“Il cuore non vive in isolamento”
Le parole scelte dagli autori per presentare questo lavoro non sono parole da comunicato stampa. Sono parole che cambiano prospettiva. Come spiega il professor Lüscher: “Il cuore non esiste in isolamento: batte all’interno di un ecosistema.” Il professor Münzel, autore principale, è ancora più diretto: “Le malattie cardiovascolari restano la prima causa di morte nel mondo e i fattori ambientali ne sono diventati i silenziosi acceleratori. Aria più pulita, città più silenziose e un clima stabile non sono solo obiettivi ambientali: sono condizioni indispensabili per la salute del cuore.” Questa visione non è nuova per chi segue Generiamo Salute: è esattamente la prospettiva One Health, quella che riconosce la salute umana, animale e ambientale come un unico sistema interconnesso. Vedere le principali istituzioni cardiologiche mondiali adottarla ufficialmente è un passaggio storico.
I fattori di rischio che non sapevi di avere
Lo statement identifica con precisione i principali stressori ambientali che compromettono la salute cardiovascolare: inquinamento dell’aria, inquinamento acustico, inquinamento luminoso notturno, contaminazione di acqua e suolo, inquinamento chimico e cambiamenti climatici. Queste esposizioni multiple contribuiscono alle malattie cardiovascolari attraverso vie condivise e interagenti che coinvolgono stress ossidativo, infiammazione, squilibrio autonomico e disfunzione endoteliale. L’interazione tra questi stressori amplifica il rischio cardiovascolare complessivo. Detto in modo più accessibile: questi fattori non agiscono in modo isolato e addizionale, ma si moltiplicano l’uno con l’altro, rendendo il loro effetto combinato ben più pericoloso della somma delle singole parti.
Il rumore che uccide (in silenzio)
Tra i fattori descritti nel documento, quello che forse sorprende di più è il rumore. Non il rumore assordante di un concerto, ma il rumore cronico del traffico, dei treni, degli aerei, il sottofondo costante delle nostre città. Nel solo 2021, l’esposizione cronica al rumore da trasporto ha causato in Europa 66.000 morti premature, 50.000 nuovi casi di malattia cardiovascolare e 22.000 casi di diabete di tipo 2, equivalenti a 1,3 milioni di anni di vita in salute persi. Il meccanismo è biologico, non psicologico. Il rumore attiva il sistema nervoso simpatico e l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, rilasciando ormoni dello stress che aumentano la pressione sanguigna e la frequenza cardiaca. Questi meccanismi alimentano ipertensione, aterosclerosi, infarti, ictus e insufficienza cardiaca. È stato dimostrato che effetti cardiovascolari avversi si manifestano a livelli di rumore già a partire dai 45 dB, ben al di sotto delle soglie normative attualmente in vigore.
L’inquinamento dell’aria e gli altri nemici invisibili
L’inquinamento dell’aria, in particolare il particolato fine PM2.5, contribuisce a circa 8,3 milioni di morti ogni anno, con oltre la metà attribuibile a malattie cardiovascolari. Analogamente, temperature estreme, sostanze chimiche tossiche e inquinamento luminoso contribuiscono in modo significativo al carico globale di queste patologie. Un dato che merita attenzione speciale riguarda l’inquinamento luminoso notturno, ancora poco discusso nel grande pubblico. L’esposizione eccessiva alla luce, in particolare nelle ore notturne, può alterare i ritmi circadiani con conseguenze negative sulla salute cardiovascolare. Le luci delle città che filtrano nelle nostre camere da letto, i display dei telefoni, i lampioni troppo intensi: non sono solo un fastidio per il sonno, ma potenzialmente un fattore di rischio cardiaco.
Sei priorità per agire
Lo statement non si limita a descrivere il problema: propone un piano d’azione articolato in sei aree prioritarie. Le società chiedono ai decisori politici di affrontare le cause profonde degli stressori ambientali adottando standard più severi per la qualità dell’aria e il rumore, eliminando progressivamente i combustibili fossili e regolamentando le sostanze chimiche tossiche. Le sei priorità individuate sono: l’advocacy politica globale con al centro la salute cardiovascolare, gli investimenti in ricerca sui fattori di rischio ambientale, la formazione dei professionisti sanitari e la sensibilizzazione del pubblico, la pianificazione urbana orientata a trasporti puliti e spazi verdi, la sostenibilità dei sistemi sanitari e la costruzione di sistemi sanitari resilienti al clima.
Prendersi cura della propria salute cardiovascolare significa sì fare movimento, seguire un’alimentazione consapevole, gestire lo stress. Ma significa anche chiedersi in quale ambiente si vive, quali sostanze si respirano, quanto rumore si subisce ogni notte, come si trasforma il clima intorno a noi.
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