Ogni estate milioni di persone si immergono nelle acque dell’Adriatico, in particolare lungo il tratto romagnolo tra Rimini e Riccione, una delle aree costiere a più alta densità turistica del Mediterraneo. Durante il picco della stagione, la popolazione presente su questo tratto di costa può superare le 800mila unità, un carico che mette sotto pressione le infrastrutture di gestione delle acque reflue e apre interrogativi sulla qualità microbiologica del mare. Un nuovo studio coordinato dall’Università di Bologna, pubblicato su Scientific Reports, ha affrontato la questione con un approccio nuovo per queste acque, la metagenomica, la tecnica che analizza direttamente il DNA presente nei campioni ambientali, senza passare dalla coltura in laboratorio dei singoli microrganismi. “Il nostro studio rappresenta un esempio concreto dell’approccio One Health” spiega Marco Candela, del Dipartimento di Farmacia e Biotecnologie dell’Università di Bologna e coordinatore della ricerca, che integra in un’unica prospettiva la salute ambientale, quella animale e quella umana.
Cosa hanno cercato i ricercatori
Nell’estate 2024 il gruppo di ricerca, composto da studiosi del Dipartimento di Farmacia e Biotecnologie e del Fano Marine Center dell’Alma Mater insieme a colleghi della Fondazione Cetacea Onlus di Riccione e dell’Università Politecnica delle Marche, ha prelevato campioni di acqua e sedimento in sei punti del litorale, alle foci del fiume Marecchia, del torrente Marano e del Rio Melo, oltre che allo scarico del depuratore cittadino di Santa Giustina, a Rimini. Due siti di controllo, scelti al largo delle foci e degli scarichi, hanno fornito un termine di paragone per valutare le condizioni di base del microbioma costiero. Sui campioni sono state applicate due tecniche complementari, il metabarcoding del gene 16S rRNA e il sequenziamento shotgun, per identificare la presenza di batteri patogeni, virus umani e geni di resistenza agli antibiotici (ARG).
Cosa è stato trovato nelle acque
Le acque marine in prossimità delle foci fluviali hanno mostrato un’impronta microbiologica distinta rispetto ai siti di controllo, con concentrazioni più elevate di batteri come Vibrio, Enterococcus, Escherichia-Shigella e Streptococcus, generalmente più abbondanti nell’acqua che nei sedimenti. Sono stati inoltre individuati venti virus umani, tra cui specie appartenenti alle famiglie Adenoviridae, Herpesviridae, Papillomaviridae e Poxviridae, quest’ultima significativa per la presenza del genere Orthopoxvirus, considerato ad alto rischio per la salute umana. Come sottolineano gli autori dello studio, l’analisi genomica non permette di stabilire se questi virus siano ancora vitali o in grado di infettare, un limite che esclude un rischio sanitario immediato e che rende comunque necessario un monitoraggio nel tempo.
Il capitolo più delicato riguarda la resistenza agli antibiotici, un fenomeno che l’Organizzazione Mondiale della Sanità considera tra le principali emergenze sanitarie globali. Nelle acque campionate sono stati identificati 99 geni di resistenza, distribuiti su undici classi di antibiotici, di cui 82 classificati come “criticamente importanti” per la salute umana. Secondo i ricercatori, la loro origine appare legata tanto agli scarichi ospedalieri quanto alle attività agricole e agli allevamenti intensivi presenti nell’entroterra, a testimonianza di come un uso non sempre appropriato degli antibiotici, in medicina come in zootecnia, lasci tracce misurabili anche nell’ambiente marino.
Un’impronta diversa per ogni foce
Ogni foce fluviale ha restituito una combinazione specifica di batteri, virus e geni di resistenza, un dato che riflette le caratteristiche di ciascun corso d’acqua. Il Marecchia, il fiume più esteso tra quelli monitorati, attraversa un bacino appenninico ampio e parzialmente industrializzato, e ha mostrato il profilo di rischio più complesso, con 33 dei 39 geni di resistenza multi-farmaco identificati nell’intera area di studio concentrati proprio alla sua foce. Il torrente Marano e il Rio Melo, corsi d’acqua più piccoli e a carattere prevalentemente stagionale, hanno mostrato un impatto complessivamente più contenuto, un dato coerente con la minore frequenza storica di ordinanze di divieto di balneazione in questi tratti di costa.
Un risultato particolarmente interessante riguarda lo scarico del depuratore di Santa Giustina, potenziato nel 2015 proprio per ridurre gli sversamenti fognari lungo la costa riminese. Le sue acque non hanno restituito batteri patogeni, segno che il trattamento depurativo funziona efficacemente su questo fronte. Geni di resistenza agli antibiotici e virus erano comunque presenti anche in uscita dal depuratore, a conferma che i processi di depurazione convenzionali faticano a eliminare questi elementi, più persistenti nell’ambiente rispetto ai batteri.
Perché conta per la salute di tutti
La metagenomica permette di individuare in un unico campione un ventaglio di rischi microbiologici che le tecniche di coltura tradizionali, ancora oggi alla base di molti protocolli di monitoraggio delle acque di balneazione, faticano a intercettare. Per un’area come la costa romagnola, segnata da un’urbanizzazione pressoché continua e da una pressione turistica fortemente stagionale, un sistema di sorveglianza genomica sistematico potrebbe diventare uno strumento prezioso per tutelare la qualità delle acque e la sicurezza di chi le frequenta.
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