BIO – Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità – Educational Papers • Anno IV • Numero 16 • Dicembre 2015
Scritto in collaborazione con Eugenia D’Alterio – biologa
Occultamenti nelle spiegazioni della crisi economica e finanziaria
Come asserito nell’articolo LA COSTRUZIONE DELLA REALTÀ E LA REALTÀ DELLA COSTRUZIONE: LA REALTÀ DEI MASS MEDIA (BIO 15) “qualunque cosa noi conosciamo, circa la nostra società e circa il mondo in cui viviamo, è qualcosa che apprendiamo dai mass media”. Da quest’asserzione si desume che anche in tutto ciò che non conosciamo partecipano i mass media. Ad esempio, della nostra società conosciamo molto poco, o quasi niente, riguardo il lobbismo, l’integrazione delle élite finanziarie ed epistemiche nell’egemonia ideologica del neoliberismo, né circa la dipendenza strutturale degli Stati (e dei loro Governi) da questi fattori collegati (e talvolta collusi) con il capitale finanziario. Questi temi non formano parte del repertorio ricorsivo propostoci dai mass media. Tuttavia, se si esamina un po’ di letteratura critica in materia si potrebbe configurare un insieme di spiegazioni teoriche che possono contribuire alla nostra comprensione della crisi economica finanziaria istituita a cornice esistenziale entro la quale si gioca la fortuna delle nostre vite. Si comprenderebbero, in modo particolare, i fattori fondamentali che determinano le decisioni politiche e la gestione macroeconomica che viene attuata e, di conseguenza, si comprenderebbero, con una visione sistemica, le derive del sistema sanitario nazionale e la situazione strutturale in cui si gioca la salute del singolo e della popolazione in generale.
Una domanda essenziale per iniziare a comprendere come si costruisce la realtà economica finanziaria, istituita a cornice esistenziale delle nostre vite, è quella relativa ai fattori istituzionali che la sanciscono. Nei sistemi capitalistici, i cosiddetti mercati e la proprietà privata sono i fattori istituiti, con i corrispettivi corredi di nozioni e convenzioni metafisiche e secolari, a fornire gli elementi costitutivi dell’attività economica sancita costituzionalmente. In questi sistemi, secondo l’ideologia delle scuole di economia che li legittimano, un compito importante delegato a politici e legislatori è quello di “contenere l’azzardo morale regolando i [cosiddetti] mercati, in modo da evitare che gli speculatori destabilizzino il sistema attraverso un eccesso di speculazione”1. Nell’ultimo quarto del secolo scorso o giù di lì, i governi di tutte le democrazie capitalistiche avanzate hanno fallito, spettacolarmente, in questo compito che, alla fine, ha portato alla crisi finanziaria ed economica, dal 2007 in poi, che ci viene raccontata dai mass media con le “interpretazioni” fornite dalle élite “del sapere” sostenute dalle élite finanziarie. Queste interpretazioni, percepite dalla popolazione come verità inespugnabili, sono i tentativi di chiarirne le cause e le possibili soluzioni da parte di economisti, giornalisti, politologi, imprenditori e politici, che 24 ore su 24 troneggiano sui mass media. Ma può questo fallimento essere spiegato diversamente? Questo è ciò che con quest’articolo intende fare, impostando la questione su un’indagine bibliografica in tema, particolarmente, nel mondo anglosassone, prodotta da ricercatori interessati a rendere noti gli occultamenti delle spiegazioni convenzionali.
Il primo fondamentale oscuramento dai mass media riguardo la costruzione della realtà economica e finanziaria che “incornicia” le nostre esistenze è quello del lobbismo. Per dischiudere il nascondimento dell’attività di lobbying (volta ad irretire i governi in modo che eliminino normative che regolano le attività finanziarie e emanino modalità ad esse favorevoli) abbiamo preso a prestito ciò che gli studiosi della materia hanno proposto al riguardo. Il filone successivo di nascondimento che si cercherà di svelare è quello delle élite, facendo riferimento alla teoria dell’integrazione delle élite che sottolinea come i legislatori e i responsabili politici, le autorità regolatorie e i gestori degli enti pubblici, modellino prospettive di interesse comune in materia di politiche economiche e regolatorie dei mercati finanziari con le élite epistemiche e finanziarie. L’ideologia che accumuna le élite politiche, epistemiche e finanziarie, è il neoliberismo che propugna per la deregolamentazione dei mercati, cioè l’eliminazione delle norme restrittive, statali o governative, che li disciplinano. Questa ideologia costituisce la narrativa con cui le élite epistemiche e i lobbisti dei grandi gruppi finanziari e delle corporazioni inducono i responsabili politici di tutto il mondo (e le popolazioni consumatrici delle loro informazioni) a fare affidamento, indebitamente, sull’ormai vecchia e screditata presunta capacità dei mercati di auto-correggersi.
In questo processo di dischiudere i fattori omessi e/o trascurati dalla narrativa neoliberista, circa l’accadimento della crisi economica finanziaria, è necessario riferirsi alla modalità delle narrative degli esperti che identificano gli interessi privati con gli interessi della collettività nelle democrazie occidentali, evidenziando come gli elettori legittimano l’accesso al potere dei partiti le cui politiche promettono: (a) beneficiare i proprietari di abitazioni, (b) deregolamentare le vie all’aumento delle ricchezze personali (c) allargare i gruppi sociali ancora scarsamente inseriti nel consumo.
L’altro aspetto, bandito dal repertorio ricorsivo di conversazione sociale, è quello relativo alla dipendenza strutturale dello stato dal capitale finanziario. La teoria della dipendenza strutturale dello stato si focalizza nella capacità di fiorenti mercati finanziari per fornire entrate fiscali, occupazione e sostegno elettorale ai governi delle democrazie capitalistiche mature. Legata, strettamente, a questo aspetto abbiamo la questione istituzionale. Al riguardo, le teorie istituzionaliste suggeriscono che la crisi è generata principalmente nel contesto delle economie di libero mercato e che la crisi abbia colpito queste economie più gravemente rispetto le economie di mercato coordinato.
I modelli teorici interpretativi delle crisi economiche finanziarie, come tutti i modelli della tradizione positivista o cartesiana, sono di carattere causale. Da una prospettiva causale, le crisi economiche finanziarie hanno molte cause e non tutte possono essere suscettibili di controllo politico. Secondo questi modelli, importanti fattori causali, che hanno contribuito alla crisi economica – finanziaria del 2007 (ma che, difficilmente, potevano essere affrontati con misure politiche), hanno incluso sviluppi strutturali internazionali come il crescente ruolo della Cina nell’economia mondiale quale produttore ed esportatore di capitale2. Tuttavia, per quei fattori che potevano essere gestiti dal processo decisionale politico, è da chiederci perché i responsabili politici nelle democrazie liberali hanno agito eludendo il problema? Poiché questa domanda riguarda gli attori politici e le loro decisioni, ci si può aspettare che i politologi abbiano molto da dire. Eppure, quando si ricercano delle spiegazioni nella letteratura politologica scopriamo che ce ne sono pochissime. Inoltre, dove i politologi hanno cercato di dare un senso alle cause della crisi, lo hanno fatto senza arrivare molto in profondità nella cassetta degli attrezzi concettuali e analitici della loro disciplina. Piuttosto, hanno fatto coro con economisti, storici, giornalisti ed altri esperti nei loro rispettivi territori. Spesso, queste analisi dei politologi sono di altissima qualità e di certo non hanno bisogno di nascondersi né dietro i contributi di altre discipline accademiche né dietro pubbliche opinioni3. Tuttavia, queste analisi tendono a limitarsi a resoconti di come la crisi si sia dipanata piuttosto che offrire spiegazioni sul perché sia avvenuta. Ad oggi, i migliori trattati, in materia, scritti dai politologi interpretano la crisi più alla luce della letteratura dell’economia politica che con l’uso di teorie delle scienze politiche4. Invece di esaminare la crisi con l’aiuto degli strumenti della propria disciplina, prevale un repertorio di svariate spiegazioni nomo-tetiche5 e idiografiche6 e di narrazioni aneddotiche e racconti7. Ma una scienza politica convincente dovrebbe trascendere le interpretazioni ad hoc ed offrire spiegazioni teoricamente fondate, con leva sufficiente a spiegare e capire meglio le cause e gli effetti di eventi significativi come la crisi finanziaria ed economica in cui viviamo, ufficialmente, dal 2007.
Per chiarire quello che si chiede ai politologi di spiegare, cominciamo con il riassumere i principali aspetti e implicazioni della crisi come sono stati conosciuti, convenzionalmente, fino ad oggi. Successivamente, si esamineranno spiegazioni teoriche presenti nella letteratura delle scienze politiche convenzionali cercando di acquisire una migliore comprensione, alla luce di altri differenti approcci teorici alla questione, di come i politici hanno spianato la strada per la propagazione della crisi e contribuito alla costruzione della nostra odierna cornice esistenziale.

La crisi economica e finanziaria dal 2007 a oggi
Esiste una pletora di resoconti cronologici della crisi in oggetto per si propone un sommario minimo necessario per l’argomentazione8. Mentre le opinioni divergono sul fatto che la crisi sia stata causata dalla scarsa o inefficiente regolamentazione dei mercati, rimane indiscusso che il contesto politico e il quadro normativo in cui operano i mercati finanziari costituiscono le condizioni in cui la crisi si è sviluppata. Nel corso dell’ultimo quarto di secolo scorso, un trasferimento, dal basso verso l’alto del capitale prodotto, ha avuto luogo nei paesi industrializzati sviluppati, creando una concentrazione massiccia di beni finanziari nelle mani di un gruppo relativamente piccolo di individui, imprese e investitori istituzionali, come i fondi pensione e le compagnie di assicurazione9. Nella loro ricerca di rendimenti più elevati di questi beni, i singoli investitori si sono sempre più rivolti a “investimenti alternativi”, come “private equity”10, “hedge fund”11 e fondi di investimento immobiliare. Banchieri e trader sono stati ingegnosi nella creazione di nuovi strumenti o prodotti finanziari, come il più famoso “collateralised debt obligation”12 che, alla fine, ha portato ad un inestricabile pool di “prime”13 e mutui “subprime”14 e alla creazione di grandi quantità di beni fittizi15.
Questi sviluppi speculativi hanno avuto luogo sullo sfondo della sostituzione del “Sistema Bretton Woods”16 con un sistema finanziario globale di valute fluttuanti che ha, notevolmente, facilitato un commercio internazionale di “debito cartolarizzato”17. Tali sviluppi richiedevano adeguamenti del quadro normativo al fine di permettere alle autorità regolatrici di monitorare le attività in modo accurato, individuare sviluppi destabilizzanti in tempo ed intervenire qualora necessario. Ma questi adeguamenti normativi non sono stati fatti, mentre molte delle garanzie contro le crisi finanziarie di grandi dimensioni, poste in essere in un passato recente, come la legge bancaria Glass-Steagall Act del 193318 che proibiva ad una holding bancaria di possedere istituzioni finanziarie non bancarie onde evitare che venissero erogati prestiti sulla base dei requisiti minimi di capitale, sono state abolite. Inoltre, all’epoca le diverse giurisdizioni competevano tra di loro per offrire la regolamentazione meno intrusiva sulle istituzioni finanziarie al fine di attirare l’attività delle grandi banche internazionali. Ad oggi, la deregolamentazione, sia pure in misura diversa, è condivisa dai responsabili politici dei più svariati paesi e dei più variegati schieramenti politici tradizionali. Piuttosto che contenere il “rischio morale”, questi regimi hanno incoraggiato banchieri e consumatori ad assumere rischi gravi di inesigibilità e ad unirsi ai più svariati schemi Ponzi19 in scala senza precedenti.
Questo deterioramento del contesto normativo relativo alla crescente dimensione e la complessità dei mercati finanziari ha permesso alle bolle speculative di crescere fino a proporzioni enormi. Nella primavera del 2007, il default del mercato immobiliare sub-prime20 negli Stati Uniti espose il livello di crediti inesigibili, effettuati da istituti finanziari, ad una sovraesposizione, innescando uno shock della fiducia collettiva nei sistemi finanziari del mondo21. La crisi finanziaria conseguente ha portato a numerosi fallimenti bancari e salvataggi dei governi, i più drammatici si sono verificati in Irlanda, Regno Unito e Stati Uniti. Ridotta liquidità, inflazione dei prezzi di settore (principalmente nei prodotti alimentari ed energia), e il generale rallentamento dell’economia degli Stati Uniti fece sì che la crisi si diffondesse all’economia reale mondiale, nell’autunno del 2008. Così, anche altre grandi economie occidentali si sono contratte, e paesi con grande esposizione finanziaria sono entrati in recessione. Le risposte da parte delle banche centrali dei paesi direttamente coinvolti annoverano tagli aggressivi dei tassi di interesse, emissione ulteriore di denaro e l’utilizzo di questo denaro per acquistare titoli di Stato e assets delle istituzioni finanziarie (“quantitative easing”). Si sperava che tali misure, volte ad un aumento della liquidità, alla creazione di fondi statali di soccorso [ASSET RELIEF FUNDS] e alle nazionalizzazioni, avrebbero favorito la ripresa economica. Anche se queste speranze si sono avverate con diversi gradi di successo nei vari paesi, gli sforzi pubblici per l’abbattimento della crisi hanno spostato tutta la tensione, in modo senza precedenti, sulle finanze pubbliche dei paesi colpiti e hanno rafforzato spostamenti continui di onere finanziario e rischi correlati dalle élite alle non élite, ciò ha avviato un processo di trasferimento di reddito dal basso verso l’alto22, indebolendo ulteriormente le classi meno abbienti.

Dischiudendo gli occultamenti riguardo il processo delle decisioni politiche
Lobbying
Molti commentatori hanno accusato l’aggressivo lobbismo per la regolamentazione inadeguata dei mercati finanziari che ha contribuito alla crisi. Ad esempio, Edward Luce descrive come i primi 25 ideatori dei mutui sub-prime negli Stati Uniti di America hanno speso quasi US $ 370 milioni nel 1990 in attività lobbistiche e di donazioni in Washington23. Questi lobbisti sono stati in gran parte controllati dalle maggiori banche americane, tra cui Citigroup, Goldman Sachs, Wells Fargo, JP Morgan e Bank of America24. Per fare pressioni sui legislatori e sui politici, con l’obiettivo di ottenere regolazioni desiderate o tassazione agevolata, le lobby finanziarie prima devono ottenere l’accesso ai soggetti che prendono decisioni politiche25. Infatti, le élite finanziarie ed economiche trovano più facile accedere ai politici rispetto ad altri gruppi, gruppi che disporrebbero di risorse maggiori e avrebbero problemi minori di azione collettiva26. Le corporazioni e le associazioni di categoria di banchieri, banche, industria e commercio, hanno un vantaggio sistematico in politica, perché sono “gruppi istituzionalizzati” e, come tale, in grado di sostenere una presenza più stabile nel processo decisionale27.
L’istituzionale e tradizionale propensione dei politici di sinistra, in particolare nei paesi anglosassoni, a essere accessibili ai portatori di interesse non commerciali e/o imprenditoriali (come, ad esempio, i rappresentanti sindacali o, addirittura, semplici cittadini) limiterebbe la propensione a favorire i lobbisti che rappresentano il mondo degli affari, almeno per quanto riguarda la rappresentanza degli interessi ai parlamentari, ma pochi cittadini possono sperare di avere accesso a quei politici e/o parlamentari che, a loro volta, sono alti funzionari o dirigenti di organismi regolatori, privilegio che viene spesso goduto dagli interessi imprenditoriali28.
Godere, come diritto costituzionale, di un accesso fisico ai politici è una cosa ma tradurre queste opportunità in influenza politica effettiva è tutta un’altra questione29. Ad esempio, in paesi come gli Stati Uniti e il Regno Unito, i politici eletti possono parlare con tutti i cittadini nella loro circoscrizione e ascoltare le loro preoccupazioni ma ciò non ci dice molto su come pesano le informazioni o le richieste che vengono avanzate. Al riguardo, i difensori dell’establishment sostengono che anche nel caso di imprese che hanno risorse politiche maggiori in denaro, in organizzazione e prestigio, l’esistenza di esse non implica però che siano effettivamente impiegate nell’attività di lobbying o addirittura che facciano la differenza riguardo i risultati politici. Nell’opinione di questi difensori, i risultati di queste azioni molto dipenderebbero dalla reputazione dei lobbisti e dall’importanza delle informazioni che essi forniscono ai politici30.
Tra questi sostenitori della funzionalità della rappresentanza si trova David Baron che considera che precisare l’influenza dei lobbisti è un’attività complicata, certamente, dalla difficoltà di identificare quando, effettivamente, si verifica il condizionamento e quando c’è, invece, solo il parallelismo di intenti e di azione tra lobbisti e funzionari di governo31. David Baron sostiene che qualunque teoria sul lobbismo è difficile da testare direttamente perché il “supporto” (diversamente da quanto accade con i contributi [illeciti] alle campagne elettorali) fornito ai singoli legislatori non viene mai segnalato32. Dunque, non dovrebbe sorprenderci che gli studi empirici effettuati nelle democrazie anglosassoni sugli effetti delle attività dei gruppi di interesse sui risultati politici abbiano prodotto risultati inconsistenti e non affidabili. In particolare, i ricercatori hanno trovato poche prove degli effetti sui legislatori e sulle autorità degli enti regolatori risultanti da pressione palese esercitata da interessi organizzati o con le risorse iniettate in una campagna lobbistica33. Dato che in molti paesi i contributi ai partiti e alle campagne elettorali sono legalmente limitati a l’equivalente di poche migliaia di euro alla volta, mentre le somme, più grandi, che possono cambiare il corso degli eventi con scambi illegali risultano difficili da rintracciare, non è molto sorprendente che le indagini in materia approdino a risultati inconsistenti.
Un altro motivo per i numerosi dati deboli e contraddittori negli studi sugli effetti del lobbismo sulla politica è l’implicita supposizione che gli elettori condonano la svendita da parte dei politici in carica agli interessi organizzati34. Questa considerazione vale a maggior ragione per i grandi interessi economici e finanziari35. L’idea che gruppi piccoli ed efficienti dirottino il processo politico a scapito di gruppi non organizzati deve fare affidamento su un certo grado di ignoranza in materia degli elettori. I politici in carica devono essere in grado di fuorviare, sistematicamente, la maggioranza degli elettori, mantenendo la loro consapevolezza sotto una certa soglia, mentre in realtà stanno favorendo interessi particolari imponendone i costi alla maggioranza degli elettori stessi36. Nel caso della regolamentazione dei mercati finanziari, probabilmente, questo scopo non è difficile da raggiungere. In primo luogo, perché la raccolta di contro-informazioni è costosa per i cittadini. Il fatto che i singoli elettori non possano permettersi un’informazione a loro favore comporta che la razionalità proposta agli elettori (veicolata dai mass media) sia basata su una sistematica disinformazione37. In secondo luogo, i potenziali costi delle rischiose strategie finanziarie e della regolamentazione permissiva sono ampiamente spalmati su un gran numero di potenziali vittime. In terzo luogo, gli eventuali costi sono suscettibili di essere sostenuti in un punto imprecisato di tempo nel futuro. Infine, potrebbe non esserci costo alcuno, almeno riguardo ciò che viene percepito da tutti i soggetti interessati, in quanto la possibilità che qualcosa vada storto è, propriamente, una probabilità.
Cattura degli organismi di controllo38
Secondo la teoria della regolamentazione di George J. Stigler, le politiche emanate sono “acquistate” da parte di gruppi imprenditoriali beneficiari e sono progettate e gestite principalmente a favore del settore39. Conosciuta come la teoria della cattura del regolatore, questo approccio considera gli interessi economici come ricercatori di regolazione benefica da parte dei governi (in termini di sussidi o contributi, controllo di accesso al mercato e delle modalità di fissazione dei prezzi), così come intenti a scongiurare politiche che gli impongano costi. Mentre Stigler ha espresso pochi dubbi sul fatto che le imprese possono generalmente ottenere ciò che si aspettano, l’idea che interi settori imprenditoriali possano influenzare la formulazione e l’attuazione di politiche volte a regolare il loro comportamento presuppone che queste imprese abbiano opinioni ampiamente concordanti sulla politica pubblica. Su questa condivisione di visione Robert A. Dahl aveva, già prima di Stigler, osservato che “l’effettiva efficacia politica di un gruppo è una funzione del suo potenziale di controllo e il suo potenziale di unità di intesa”40. Di fatto, gli interessi e le preferenze delle imprese sono spesso divergenti tra i diversi settori, ci si può aspettare che essi siano in buona parte, comunque, allineati all’interno del settore finanziario.

L’integrazione delle élite economiche finanziarie e politiche con le comunità epistemiche
Già nel 1954 John Kenneth Galbraith aveva segnalato che anche una comunità imprenditoriale coerente e ben organizzata potrebbe non essere in grado di influenzare le politiche pubbliche se anche interessi compensativi possono mobilitarsi41 e se le élite economiche sono piuttosto diverse dalle élite politiche. Oggi, il coinvolgimento personale con gruppi imprenditoriali di politici come Silvio Berlusconi o Gerhard Schröder, o la nomina di uomini d’affari a cariche ministeriali, come quella dell’ex capo dell’HSBC, Stephen Green, dal 2006 al 2010, nominato, successivamente, UK Minister of State for Trade and Investment, dal gennaio 2011 a dicembre 2013, ci ricordano che i legami personali e familiari tra politica e imperi economici sono all’ordine del giorno nelle democrazie occidentali. Gli esponenti di punta dei settori finanziari, industriali e commerciali condividono molte esperienze sociali, professionali, educative e ricreative con i politici e i principali funzionari statali, come hanno segnalato C. Wright Mills, Peter W. Cookson e Ralph Miliband42.
Per il caso degli Stati Uniti, Gwen Moore ha dimostrato l’esistenza di un’élite ampiamente articolata in diverse istituzioni politiche, economiche e sociali43. Secondo questo studioso della materia, la struttura delle reti di rapporti tra le élite indica una forte propensione all’unità e che quasi tutti i soggetti coinvolti hanno un alto potenziale di influenza politica come risultato delle loro posizioni anch’esse di alto livello. Piuttosto che basata sul privilegio comune dalla nascita o dell’educazione, l’appartenenza alle reti delle élite, secondo Moore, spesso deriva dagli interessi condivisi dai membri della rete44. Al riguardo, Arthur Maass e Shawn B. Redford segnalano che la considerazione di Moore riecheggia la precedente letteratura politologica sulle comunità politiche che ha sostenuto che le élite economiche sviluppano relazioni professionali con funzionari ministeriali e membri delle commissioni parlamentari, formando “isole di potere funzionale”, “sottosistemi di politica” o “triangoli di ferro”45.
L’analisi sull’integrazione delle élite nelle “comunità politiche britanniche” mette in evidenza anche il ruolo degli interessi particolari e dei politici e/o legislatori nella politica relativa ad un determinato settore46. Queste comunità possono essere abbastanza istituzionalizzate e, di fatto, possono escludere, efficacemente, altri gruppi dal processo politico. In modo simile, “l’analisi della rete politica” vede il coinvolgimento politico degli affari soprattutto attraverso lo sviluppo e il mantenimento di stretti rapporti con i responsabili delle politiche ed altri portatori di interessi con partecipazioni comuni in uno specifico settore politico47. Comune a queste teorie è la nozione che l’esistenza di una rete politica, o più in particolare di una “comunità politica”, vincola l’agenda politica e modella i risultati della politica48. Infatti, il cambiamento di politica ha luogo se e quando la comunità politica in questione è in accordo che il cambiamento è necessario e, soprattutto, quando esiste un consenso sulla direzione del cambiamento49.
Questi legami funzionali, piuttosto che sociali, tra le élite economiche e politiche sono rinforzati dalla politica della “porta girevole”50. Le imprese trovano interessante assumere ex alti funzionari, ex autorità di regolamentazione ed ex ministri per la loro competenza tecnica e per le loro connessioni sociali. Una volta nelle loro nuove posizioni nel settore privato, gli ex politici usano i loro collegamenti e la loro influenza per promuovere gli interessi politici dei loro nuovi datori di lavoro, nonché la loro esperienza di fatto in consulenze sulle relazioni con il governo e le questioni da regolamentare. La mossa di Tony Blair che, dopo aver condotto successivi governi britannici, passa a fare il consulente in materia di regolamentazione dei mercati finanziari della JP Morgan – uno dei beneficiari principali di tale politica – è forse l’esempio di più alto profilo della politica della porta girevole che mostra il vincolo tra élite politiche e finanziarie. Negli ultimi anni, la nomina di prominenti uomini d’affari a posizioni di governo ha perso molta della sua immagine negativa, uno sviluppo che si riflette nella strategia dei governi liberisti nel Regno Unito di reclutare i capi delle più grandi aziende del paese, come “direttori non-esecutivi”, in numerosi dipartimenti della Whitehall [amministrazione ministeriale del governo britannico], dichiarando di voler in questo modo contribuire nel tentativo di “tagliare la spesa pubblica e di riformare i servizi pubblici51.
Si verifica anche il passaggio nella direzione opposta. Molti ex top banchieri, oggi, dirigono personalmente le agenzie incaricate di regolamentare il settore finanziario, ciò illustra come la regolamentazione dei mercati finanziari è stata segnata da livelli estremi di “cattura dell’organismo regolatore”.
Una dimensione importante della “comunità politica” è lo sviluppo di prospettive comuni. L’allestimento ideologico mediatico di questa intesa di prospettiva o pensiero è, in sostanza, compito delle “comunità epistemiche”, definite da Peter M. Haas come “canali attraverso i quali le nuove idee circolano dalle corporazioni e dai gruppi finanziari ai governi nonché da paese a paese”52. Quali reti di esperti, con un reclamo autorevole di conoscenze in materia di politiche rilevanti all’interno del loro dominio di competenze, le comunità epistemiche, attraverso la diffusione di idee, conformano le concezioni su ciò che deve essere percepito come interesse pubblico, definiscono rapporti di causa ed effetto e “prevedono” (o prescrivono – teoricamente e/o retoricamente) la catena di eventi che seguirebbero sia ad una mancata azione sia dall’emanazione di una particolare politica. I loro membri possiedono un insieme di credenze causali comune che a loro volta “producono” impegni normativi. Attraverso l’elaborazione di alternative e implicazioni di possibili azioni, le comunità epistemiche di fatto conformano, effettivamente, la politica. Perciò i talk-show e gli eventi circa le idee promossi con la partecipazione di “esperti” sono essenziali per l’elaborazione del repertorio auto-referenziale del sistema. Come la recente esperienza del Regno Unito dimostra, quando i banchieri diventano regolatori o quando i politici diventano banchieri, essi non si limitano a promuovere gli interessi delle istituzioni che hanno pagato i loro redditi in passato (Turner) o futuro (Blair). Soprattutto, essi partecipano allo sviluppo e alla coltivazione di intese comuni e di “produzione di conoscenza” su come funziona il mondo economico e finanziario e quali politiche sono più adatte per una performance regolare e positiva dell’economia. [Ad esempio, in Italia, The European House o Forum Ambrosetti organizzato a Villa d’Este, a Cernobbio]. Queste idee vengono generate, raffinate e rafforzate nelle comunità epistemiche attraverso il coinvolgimento di banche, politici, autorità regolatorie e accademici. La comunità epistemica della finanza ha coltivato una prospettiva ideologica sui mercati finanziari e sulla loro regolamentazione, questa prospettiva proibiva ai suoi membri di individuare il pericolo per il sistema finanziario, questa prassi è stata mantenuta finché non fu troppo tardi per evitare la crisi53. Tale prospettiva è parte di una ideologia neo-liberista di mercati senza vincoli e di deregolamentazione che ha modellato il discorso politico e le azioni intraprese nelle democrazie occidentali dal 1970 in poi. Essa ha portato i politici di tutto il mondo a fare affidamento, indebitamente, sulla capacità presunta dei mercati di correggere se stessi, magari con l’aiuto di occasionali adeguamenti monetari da parte delle banche centrali. Vale la pena notare, come Terrence Casey fa54, che il pensiero economico neoliberale sconsigliava di per sé una eccessiva dipendenza sulla crescita del mercato finanziario. Invece, la dottrina neoliberale è stata gradualmente modificata per includere una ideologia di finanziarizzazione: l’idea che l’attività finanziaria diventasse uno, se non il più importante, dei motori della crescita economica nel capitalismo maturo. Ciò ha incluso la convinzione che i prodotti derivati dalla finanza – opzioni, futures, contratti a termine, obbligazioni sintetiche come i titoli cartoralizzati e altri – abbiano portato una maggiore stabilità ai mercati finanziari. La presa egemonica di questa ideologia è stata tale che anche i governi di centro-sinistra, che erano in carica in molti paesi dell’Europa occidentale e in Nord America, in gran parte degli anni ’90, hanno sottoscritto quest’ideologia e sterzato le loro economie verso l’abisso.
Le narrative degli esperti che identificano gli interessi privati con gli interessi della collettività
Gli approcci teorici incentrati sullo studio delle élite accennati potrebbero rendere l’idea che le credenze condivise dai membri dell’élite della comunità politica, subordinata alle élite finanziarie ed epistemiche, possano apparire in contrasto con le preferenze della maggioranza dei cittadini. Tuttavia, è possibile che le élite economiche e le masse di cittadini siano d’accordo, in gran parte, su come le esigenze economiche e abitative delle famiglie private siano meglio servite. Infatti, gli effetti delle politiche di lobbying di solito non vengono percepiti dalle masse come qualcosa che lede i loro interessi. Il feticismo delle merci, alla base della convinzione che gli aumenti annuali dei prezzi delle abitazioni, del 20% o più, riflettessero un aumento simile del valore di queste case, è stato ampiamente condiviso, e la sua validità agli occhi degli erogatori di mutui e acquirenti di case sembrava, ugualmente, essere stata confermata dall’esperienza di quasi un decennio. Inoltre, i cittadini di tutto il mondo occidentale hanno prestato un forte sostegno elettorale ai partiti politici che si battono per programmi elettorali neo-liberali, con la deregolamentazione dei mercati, e che promuovono la crescente finanziarizzazione dei cittadini e delle società55. E mentre la ricaduta della crisi ha portato ad attribuire una certa quantità di colpa sui politici, l’opinione pubblica continua a favorire, a livello elettorale, i programmi neo-liberali dei governi di turno e di “deregulation” anche dopo i fallimenti drammatici delle politiche che sono state veicolate con queste bandiere56.
Le idee economiche sono potenti strumenti politici che possono essere utilizzati dai soggetti intenti a plasmare la politica stessa. Questo viene fatto, nel modo più efficace, definendo “come” funziona l’economia e spiegando ciò che “è sbagliato” e “cosa la migliorerebbe.” I termini di queste definizioni sono, certamente, ideologici, ma vengono presentati come se fossero un riflesso di una conoscenza “oggettiva e disinteressata”. Mark Blyth ha dimostrato come le idee economiche hanno giocato un ruolo fondamentale nell’attuazione dei profondi cambiamenti nell’ordine economico nei principali paesi capitalisti negli anni ‘30 e ‘70, rispettivamente57. Tuttavia, anche se queste idee e le politiche che esse hanno giustificato abbiano beneficiato i settori degli affari da esse toccati molto di più da qualsiasi altro gruppo, in qualsiasi sistema politico in cui i cittadini esercitano un qualche controllo sul governo attraverso il voto, tali idee dovevano essere condivise da ampi strati della popolazione al fine di essere attuate. Questo solleva la questione di come le élite economiche finanziarie utilizzano le idee economiche come idee politiche per favorire i loro affari. In breve, nelle loro narrative, i loro interessi privati appaiono come identificati con gli interessi della collettività. In altre parole, le idee funzionali agli interessi delle élite economiche vengono trasmesse come le credenze o il sentire delle masse.
Il percorso comporta la diffusione, capillarmente in tutta la società, di idee di contenuto favorevole alle élite economiche finanziarie, al fine di assicurare il consenso popolare, se non l’approvazione totale, con la propria agenda politica. In effetti, i mass media sono spesso definiti come facilmente accessibili e in sintonia con il messaggio delle élite economiche finanziarie58.
Benjamin I. Page, Robert Y. Shapiro e Glenn Dempsey59, hanno documentato come è possibile influenzare le preferenze nella politica pubblica, se la posizione di quelli che esercitano l’influsso (lobbisti ed élite finanziarie) è sostenuta da coloro che la conformano all’opinione pubblica, presentandola come equivalente all’interesse comune. Le competenze relazionali necessarie e il “supporto scientifico” per i messaggi favorevoli alle élite economiche vengono regolarmente forniti dai THINK TANKS (letteralmente serbatoi di pensiero)60 come la Heritage Foundation, Center for American Progress e l’American Enterprise Institute negli Stati Uniti, o il Centre for Policy Studies e l’Adam Smith Institute nel Regno Unito, così come dagli economisti delle università e BUSINESS SCHOOLS dell’establishment capitalista61. In questo modo vengono forniti i presupposti epistemici, cioè le idee circa la realtà, in modo che interessi finanziari, industriali e commerciali possano influenzare le preferenze dei cittadini e l’opinione pubblica in modo tale che le politiche attuate saranno, sostanzialmente, raramente contestate. In questo senso, le istituzioni finanziarie sono politicamente potenti nella misura in cui esse godono di egemonia ideologica e impediscono alle persone di concettualizzare le sfide ai loro interessi62, contribuendo in questo modo alla costruzione (conformazione) della realtà sociale ed esistenziale.
La nozione del predominio degli interessi delle élite nella formazione dell’opinione pubblica è stata notoriamente teorizzata da Steven Lukes63, il quale sostiene che il mondo sociale e politico è caratterizzato soprattutto da conflitti d’interesse latenti piuttosto che da conflitti aperti di preferenze. Secondo la teoria di Lukes, un conflitto latente tra gli interessi delle élite e la popolazione in generale non sfocerà mai in uno scontro aperto di volontà opposte se le preferenze percepite dalla popolazione coincidono con ciò che ritengono siano i loro interessi. Ciò che impedisce alla popolazione di realizzare il divario tra le loro preferenze percepite e i loro interessi reali è ciò che Lukes chiama “la terza dimensione del potere”, cioè la capacità di alcuni gruppi di interesse di manipolare, intenzionalmente, le convinzioni e preferenze di altri gruppi o portatori di interesse64.
Tuttavia, va riconosciuto che la difficoltà o impossibilità di individuare i propri interessi reali non è semplicemente dovuta ad una falsa coscienza determinata da un’ideologia dominante manipolatrice ma anche alla stessa molteplicità, conflittualità ed eterogeneità degli interessi degli attori sociali nelle diverse società. Infatti, James L. Hyland65 ha identificato due punti deboli nella tesi di Lukes. In primo luogo, dare una spiegazione coerente degli interessi “oggettivi” e/o “reali” di una persona o di un segmento di popolazione o gruppo sociale, indipendentemente dalle preferenze soggettive, deve assumere, inevitabilmente, una teoria normativa, inconfutabile, della natura umana. Certamente, Lukes è a conoscenza di questo problema ed ammette che diverse concezioni di interesse si basano su diverse posizioni morali e politiche66. Lontano dal risolvere il problema degli interessi oggettivi, tuttavia, tutto ciò illustra il limite epistemologico del concetto della terza dimensione del potere. In secondo luogo, ogni teoria normativa della natura umana, inevitabilmente, si baserebbe sull’esperienza umana stessa. Ma esposta, in partenza, alla manipolazione intenzionale del potere, sotto la forma di controllo dell’informazione attraverso i mass media e attraverso il processo di socializzazione, l’esperienza umana è in sé distorta67. Questi due limiti epistemologici della teoria di Lukes, secondo Hyland, portano alla circolarità del ragionamento: “Se noi basiamo la teoria normativa della natura umana sull’esperienza distorta, non saremmo in grado di individuare il potere tridimensionale, ma saremmo solo in grado di leggere quali esperienze e forme di coscienza sono i prodotti di distorsione dopo aver formulato una teoria normativa della natura umana”68. È chiaro, in ogni modo, che, poiché siamo animali con una cultura atavica, le nostre percezioni sono già predisposte in una Visione del Mondo che ci precede. Dunque, ciò che consideriamo i nostri diritti ed interessi sono intrecciati con i racconti mitologici e/o religiosi della nostra origine. Perciò il controllo di queste idee è fondamentale per l’esercizio del potere.
Infatti, questa digressione “accademica” circa la consistenza dell’approccio teorico di Lukes non vuol dire che le élite sono inattive rispetto alle credenze e desideri detenuti da altri. In effetti, i tentativi di indottrinamento ideologico hanno sempre fatto parte del discorso politico in senso più ampio e, molto probabilmente, sempre lo saranno. Inoltre, la crescita della pubblicità e del marketing suggerisce che i tentativi di influenzare desideri e bisogni delle persone non sono vani. Tuttavia, questo indottrinamento dovrebbe corrispondere all’intrinseca ideologia delle élite con le quali si plasmano le credenze delle masse69. Nella misura in cui l’indottrinamento avviene, può avere successo solo perché le élite stesse ci credono per convinzione o per strumentalizzazione70. I tentativi intenzionati a indurre stati ideologici nelle persone sarebbero destinati a fallire se non vi fosse ancora uno scarso dubbio da parte del destinatario che le credenze propagate siano realmente condivise dal mittente71. Analogamente, ci aspettiamo che, nonostante le eccezioni, gli inserzionisti ed esperti di marketing credano che i prodotti che cercano di vendere meritino di essere acquistati. Come sostenuto precedentemente, le credenze o convinzioni che favoriscono una regolamentazione blanda delle istituzioni finanziarie e un’economia basata sulla finanziarizzazione delle famiglie sono state molto condivise, allo stesso modo, dalle élite economiche finanziarie e politiche. Inoltre, queste credenze non sono prive di un certo fondamento nella realtà. Questo perché nelle democrazie capitaliste, le fortune dei cittadini benestanti e dei politici sono, ugualmente, legate alle sorti del capitale, compreso il capitale finanziario.

Dipendenza strutturale dello stato e dei governi dal capitale finanziario
I risultati macroeconomici (o se preferite, le performance della macroeconomia) sono di importanza capitale sia per il welfare o benessere sociale dei cittadini, sia per la popolarità e il successo elettorale dei politici. Dagli anni ’60 del secolo scorso si è configurato un modello di “premio-punizione” riguardo la popolarità politica e il successo elettorale72. Secondo questo modello, se le condizioni economiche sono buone l’elettorato premierà i politici in carica, mentre li punirà se l’economia scende ad un livello inferiore di quello che, all’interno del sistema di riferimento, si considera come soddisfacente73. I politici anticipano gli effetti del voto economico nelle loro decisioni politiche e comportamenti strategici74. Come un caso speciale della legge di Friedrich o legge delle reazioni anticipate, il voto economico è il meccanismo attraverso il quale il predominio strutturale degli affari sulla cosa pubblica si svolge. Come interpretato da Przeworski e Wallerstein, la dipendenza strutturale significa che “la capacità effettiva di qualsiasi governo di raggiungere i suoi obiettivi, qualunque essi siano, è definita dal potere pubblico del capitale . . . I capitalisti non hanno nemmeno bisogno di organizzarsi e agire collettivamente: è sufficiente che essi perseguono, ciecamente e strettamente, i loro interessi privati per limitare, drasticamente, le opzioni di tutti i governi”75.
Lungi dall’essere un’asserzione esclusiva delle teorie strutturaliste marxiste dello Stato nella società capitalistica, questa nozione è anche un principio centrale dell’economia politica neoclassica76. Le implicazioni sociali e politiche sono considerevoli: poiché la loro sopravvivenza politica dipende da una sana economia che garantisca adeguate entrate allo Stato e il sostegno politico, e poiché le principali decisioni di investimento, che incidono sulla performance economica, sono di solito private, i governi nelle democrazie capitaliste non possono rischiare di proporre politiche che non piacciano ai proprietari del capitale77.
Lungi dall’essere limitate alle politiche ridistributive, la teoria della dipendenza strutturale prevede vincoli su tutte le politiche che potrebbero influenzare negativamente le prospettive di reddito delle imprese o degli affari, includendo i vincoli riguardo le politiche di regolamentazione78 79. La dipendenza dei governi sui ricavi provenenti da attività imprenditoriali è forse illustrata in modo eccellente nel contesto dei successivi governi dei laburisti nel Regno Unito per tutta la fine degli anni 90 e il primo decennio del nuovo millennio. Le politiche fiscali e di spesa del governo laburista (ad esempio, in materia di salute e istruzione) sono state finanziate in gran parte dai guadagni fiscali e in valuta estera di una Londra fiorente. Secondo Andrew Gamble80, il motivo per cui così tanti paesi sono stati disponibili ad abbandonare una più stretta regolamentazione delle attività del mercato finanziario è che la crescita del settore dei servizi finanziari è stata un motore fondamentale della crescita che è stata sperimentata negli anni ’90. Evitando di perseguire una regolamentazione più rigorosa del mercato, i legislatori e le autorità di regolamentazione hanno, efficacemente, agito nell’interesse del capitale finanziario, senza che quest’ultimo dovesse esercitare speciali pressioni, diversamente dalle situazioni in cui si è reso necessario “manovrare gli organismi di controllo” da parte del capitale finanziario, in questi casi i legislatori e le autorità regolatorie hanno agito nell’interesse dei soggetti privati.
La spiegazione dei privilegi politici economici strutturali è un’eccellente descrizione dei vantaggi degli affari sulle decisioni politiche dei governi nelle democrazie capitaliste, tuttavia vi sono casi in cui la dimensione del potere degli affari trova dei limiti. Questi casi, come segnala Neil J. Mitchell, sono più probabili quando eventi esterni, quali scandali o crisi, creano un ambiente favorevole a che i legislatori si imbarchino in un’attività frenetica di politiche eroiche81. In queste situazioni i legislatori (e i politici in generale) sono in grado di ignorare, momentaneamente, il fattore di fiducia delle imprese, come potrebbe essere stato il caso del crash finanziario del 2008 o come potrebbe essere lo scandalo della Volkswagen, oggi. Nelle loro risposte alla crisi finanziaria ed economica, i governi di tutto il mondo hanno fissato, in modalità più o meno concertata, fondi di assicurazione contro i fallimenti bancari e coefficienti di liquidità più elevati nonostante l’opposizione del settore finanziario. Ugualmente rivelatore del potere strutturale del capitale sullo stato e sui governi sono alcuni improvvisi cambiamenti politici. Un’altra modalità dimostrativa di questo potere strutturale ci viene fornita dalla frequenza con cui il mondo degli affari si ritrova spesso immischiato nella lotta politica per quanto riguarda gli effetti negativi relativi ad una determinata politica.
Alcuni altri studiosi, oltre a N. J. Mitchell, che si dedicano a segnalare i limiti della teoria della dipendenza strutturale dei governi e degli Stati dagli affari, come A. Przeworski e M. Wallerstein, sostengono che per i risultati politici ha importanza “chi governa lo Stato”82. Al riguardo, mentre alcuni studiosi rilevano un processo di convergenza nelle piattaforme dei partiti83, altri hanno trovato che la composizione di parte del governo continua ad avere effetti evidenti sulle politiche fiscali84, la spesa pubblica85 e le politiche monetarie più in generale86. L’idea che i partiti contino, secondo Wyn Grant, sarebbe condivisa dai rappresentanti delle imprese: i dirigenti delle imprese credono, in modo schiacciante, che i governi social democratici o laburista siano un male per le imprese e che i partiti di destra sono tenuti a fare un lavoro migliore in proposito87. I dirigenti delle imprese del Regno Unito continuano a sostenere il partito conservatore più del laburista nelle campagne elettorali, anche se questo supporto è spesso ancorato a politiche specifiche. Tuttavia, in materia di regolamentazione finanziaria, all’interno di un paese si trovano piuttosto poche differenze tra i principali partiti di centro-sinistra e di centro-destra.
L’idea della varietà di capitalismi lascia aperta la questione della crisi perenne del capitale
Qualunque siano le differenze nelle promesse, negli impegni e nelle politiche reali che i differenti partiti politici possano perseguire in materia di regolamentazione dei mercati finanziari, tali differenze all’interno di un paese tendono ad essere sottili se confrontate con le differenze tra i vari paesi. I “modellatori del capitalismo”, per usare l’espressione di Michael Moran88, hanno offerto intuizioni su importanti differenze tra le economie di mercato liberali come in Gran Bretagna, economie di mercato coordinate come in Germania ed economie guidate dallo stato o partecipate con lo stato come in Francia89. Distinguere queste varietà del capitalismo potrebbe spiegare la flessibilità relativa con cui le economie di mercato coordinate, come la Germania, stanno gestendo la crisi finanziaria ed economica rispetto alle economie più liberalmente organizzate del mondo anglosassone. In effetti, gli eventi decisivi e i processi che hanno caratterizzato la crisi, così come le decisioni politiche che facilitano questi processi, si sono verificati per lo più nelle economie di mercato liberali degli Stati Uniti e del Regno Unito. In parte, questo ha a che fare con la vastità dell’economia degli Stati Uniti e l’importanza della città di Londra come piazza finanziaria. In confronto, le banche francesi e tedesche hanno tradizionalmente avuto la tendenza ad essere orientate a livello nazionale nonché a livello regionale90.
Tuttavia, l’approccio delle varietà del capitalismo non rende una comprensione esaustiva della crisi economica finanziaria, perché, in primo luogo, mentre la finanziarizzazione della banca britannica supera ancora i livelli trovati in Germania e in Francia, gli studiosi hanno notato, negli ultimi decenni, una convergenza di questi sistemi finanziari verso il sistema britannico, minando, potenzialmente, le distintive varietà nazionali del capitalismo finanziario91. Questa convergenza riguarda, in primis, la “finanziarizzazione” delle operazioni delle banche riguardo sia gli attivi che i passivi. In effetti, molte banche tedesche, tra cui Hypo Real Estate, Dresdner Bank, Deutsche Bank, WestLB e SachsenLB, furono profondamente implicate per il comportamento imprudente nel corso di molti anni.
Un altro punto debole dell’approccio delle varietà del capitalismo è che ci sono una varietà di democrazie – al di là del Regno Unito, Stati Uniti e Germania – che non confermano una tendenza perfettamente accomodabile nello schema di classificazione. Ad esempio, il Canada, classificato come un’economia di mercato liberale da Hall e Soskice92, è sopravvissuto alla crisi quasi indenne. L’Islanda, classificata come economia di mercato coordinata da Hall e Soskice93, è stato uno dei paesi più colpiti e la Spagna, che non è classificata né come un’economia di mercato liberale né come un’economia di mercato coordinata da Hall e Soskice94, ha visto un’ondata di “cajas” [casse di risparmio locali], in particolare in Andalusia, gravemente danneggiate durante la crisi. Tuttavia, colossi come Banco Santander e Banco Bilbao Vizcaya Argentaria da allora hanno consolidato la loro posizione di leader mondiali nel settore bancario95.
Altro punto debole, come sottolinea Graham K. Wilson96, è che le misure adottate negli Stati Uniti da parte delle amministrazioni di George W. Bush e Barack Obama – cioè la totale o parziale nazionalizzazione di grandi banche, compagnie di assicurazione e produttori di automobili – sono poco compatibili con un’economia classificabile come economia di mercato liberale secondo i criteri delle credenze e pratiche economiche dominanti in quel paese.
Forse la più grande intuizione che si può ottenere dal sottolineare forme distinte di capitalismo è nel contesto delle difficoltà di trovare sforzi collettivi per migliorare la regolamentazione della finanza internazionale con l’obiettivo di evitare crisi simili in futuro. Come Thomas Kalinowski97 mette in risalto, economie finanziarizzate, come il Regno Unito o gli Stati Uniti, tendono a favorire i pacchetti di stimoli fiscali coordinati a livello internazionale, ma sono scettiche verso il coordinamento internazionale delle valute e verso la regolamentazione dei flussi finanziari. Al contrario, i paesi orientati all’esportazione, come la Germania e le grandi economie dell’Asia orientale, preferiscono una regolamentazione più severa degli attori e dei mercati finanziari e un regime di valuta internazionale ma sono riluttanti ad aumentare la spesa pubblica o a ridurre la loro dipendenza dalle esportazioni. Con tale divergenza di interessi è difficile vedere come un tangibile progresso possa essere fatto nella progettazione di quadri normativi per mercati finanziari più stabili e sostenibili.
Conclusioni
Le teorie esplicative illustrate ci aiutano a capire, effettivamente, come il mondo si è trovato nella difficile situazione in cui è attualmente? Una qualsiasi di queste teorie è più adatta dalle altre per spiegare le carenze normative o, forse, per dare un senso a quello che è successo? O, ancora, per prevenire il ripetersi di queste crisi finanziarie, in futuro, si richiede più di una di queste teorie? In definitiva, è importante riconoscere che questi diversi approcci teorici descrivono o enfatizzano solo elementi diversi dei sistemi politico-economici.
È chiaro che il controllo dell’informazione, effettuato direttamente dai mass media con il contributo delle élite epistemiche alleate alle élite economiche finanziarie e politiche, esercita un controllo dei modi in cui i diversi segmenti socio-economici delle popolazioni si rappresentano gli eventi che vengono configurati ed etichettati come crisi economica finanziaria e in cui le nostre esistenze sono predeterminate. Ed è questo aspetto di predeterminazione esistenziale che è rilevante per noi, semplici umani.
Se si approfondisce la questione dell’intreccio tra mass media, élite epistemiche ed élite economiche finanziarie e politiche, la re-regolamentazione dei mercati finanziari potrebbe non essere realizzabile, gettando grandi punti interrogativi riguardanti la volontà politica dei legislatori e dei politici98. Da un punto di vista riformista e stando ai THINK THANK dell’establishment, nel breve periodo, le restrizioni legali sulla speculazione finanziaria sarebbero un mezzo efficace per prevenire la formazione di una prossima bolla. Questi gruppi di interesse diffondono informazioni con indicazioni che i governi si stanno adoperando, seriamente, per un rafforzamento della regolamentazione, la vigilanza e la gestione dei rischi del settore finanziario con l’ausilio di nuovi standard di capitale, di leva finanziaria e di liquidità, come quelli proposti nelle norme di Basilea III. Per il lungo periodo, questi attori dichiarano, ricorsivamente attraverso i mass media, la necessità di una strategia globale per ridurre l’influenza del settore finanziario nell’economia e nella società e per garantire che, una volta che tale strategia venga stabilita, il livello e la qualità della regolazione necessaria possano essere sostenuti.
Una buona comprensione delle dinamiche politico-finanziarie, piuttosto che politico-economiche, che hanno impedito la creazione di una regolamentazione adeguata in passato, è necessaria se si vuole imparare qualche lezione dalle recenti e attuali esperienze. In questa argomentazione si è cercato di mettere in luce il processo della crisi finanziaria ed economica, dal 2008 ad oggi, discutendo i fattori contestuali determinanti le decisioni politiche e le non-decisioni che sono state “necessarie” per lo svolgersi della crisi nella modalità in cui essa è avvenuta alla luce delle teorie standard delle scienze politiche.
Comprendere la medicina come costruzione sociale e, in particolare, le derive del sistema sanitario nazionale e lo stato in cui versa la salute del singolo e della popolazione, significa comprendere i fattori fondamentali che determinano le decisioni politiche e la gestione macroeconomica che viene attuata (ad esempio, la spending review). Riuscire in questa comprensione comporta andare al di fuori dell’ambito prettamente medico o sanitario e cercare di capire quanto potere esercitano gli affari su questioni considerate sociali fino al secolo scorso, come quella della salute. Comporta, in definitiva, comprendere come il capitale finanziario e le grandi corporazioni attuano fuori del controllo dei governi eletti in quanto i partiti politici delle democrazie occidentali sono, progressivamente, nelle tasche del business. Orientarsi nei nuovi orizzonti che si schiudono riguardo la medicina e la salute ci obbliga, realisticamente, ad interessarci all’intreccio tra business, politica e mass media, che determina le modalità della nostra esistenza collettiva e individuale.
Ci si augura che il confronto dei quadri teorici offerti possa aiutarci ad analizzare le cause politiche della crisi economica e finanziaria che attua ancora come sovra-determinante esistenziale non solo della nostra sopravvivenza sociale ma, anche, della nostra sopravvivenza biologica. Infatti, la distinzione tra una dimensione sociale ed una biologica non sussiste più nelle interpretazioni evoluzionistiche della vita, tranne che come un accorgimento analitico.
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- Bernhagen, Patrick & Raj Chari. Financial and Economic Crisis: Theoretical Explanations of the Global Sunset. Trinity College Library, Irish Political Studies, 21 Nov 2011.
- Political Studies Review, Vol. 8, Issue 1.
- Si vedano gli accurati resoconti di:
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Gamble, A. The Spectre at the Feast: Capitalist Crisis and the Politics of Recession. Palgrave Macmillan, Basingstoke, 2009
Peston, R. Who Runs Britain . . . and Who’s to Blame for the Economic Mess We’re In? Hodder and Stoughton, London, 2008
Altra bibliografia sulla crisi è stata compilata dalla rivista Review of International Political Economy, Vol. 16, Issue 5, pp. 743-745 e dall’European University Institute (Bibliography of the Global Financial/Economic Crisis and its Aftermath), disponibile a http://www.eui.eu/Documents/Research/Library/ResearchGuides/Economics/ PDFs/GlobalCrisisBibliography. - Le spiegazioni nomo-tetiche traggono dall’esperienza una serie di dati verificabili e confrontabili quantitativamente al fine di approdare a leggi certe e convergenti, tali da operare una semplificazione delle singole variazioni di stato dei fenomeni. Oppure tali da poter misurare e regolare matematicamente la variabili di processo.
- Le spiegazioni ideografiche sono eminentemente interpretative, narrative, rivolte alla ridefinizione continua di caratteri e peculiarità dei fenomeni studiati o delle realtà rappresentate.
- Bernhagen & Chari. op. cit.
- Si vedano i resoconti riferiti nella nota 4.
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OECD Growing Unequal? Income Distribution and Poverty in OECD Countries. OECD Publications. Paris, 2008. - Il private equity è un’attività finanziaria mediante la quale un investitore istituzionale rileva quote di una società definita target (ossia obiettivo) sia acquisendo azioni esistenti da terzi sia sottoscrivendo azioni di nuova emissione apportando nuovi capitali all’interno della target.
- È un fondo speculativo di investimento privato, amministrato da una società di gestione professionale, spesso organizzato come società in accomandita semplice o società a responsabilità limitata.
- Una CDO (Collateralized debt obligation) è letteralmente un’obbligazione che ha come garanzia (collaterale) un debito. Una CDO è composta da decine o centinaia di ABS, obbligazioni a loro volta garantite da un altrettanto elevato numero di debiti individuali. Il creatore della CDO acquista un portafoglio obbligazionario e lo trasferisce ad uno Special Purpose Vehicle. L’SPV provvede a ripartire tra diverse tranches il reddito proveniente dalle obbligazioni, incanalandolo innanzitutto verso le tranche più senior, poi verso quella con seniority immediatamente successiva e così via. Rappresentano un modo per creare debito di alta qualità da debito di media (o anche bassa) qualità.
- Termine che fa riferimento alle condizioni ottimali del rapporto di obbligazione riguardante i prestiti che vengono concessi ad un soggetto che può accedere ai tassi di interesse di mercato e che non ha avuto problemi nella sua storia di debitore.
- Termine della lingua inglese che indica quei prestiti che vengono concessi ad un soggetto che non può accedere ai tassi di interesse di mercato, in quanto ha avuto problemi pregressi nella sua storia di debitore.
- Bernhagen & Chari. op. cit.
- Serie di accordi per definire un sistema di regole e procedure per controllare la politica monetaria internazionale e le relazioni commerciali e finanziarie tra i principali paesi industrializzati del mondo. Primo esempio nella storia del mondo di un ordine monetario totalmente concordato, pensato dagli Stati Uniti d’America per governare i rapporti monetari con gli stati nazionali indipendenti.
- La cartolarizzazione è la cessione di attività o beni di una società definita tecnicamente originator, attraverso l’emissione e il collocamento di titoli obbligazionari. I beni o attività sono ceduti a terzi, e il recupero da parte dei terzi del valore di questi beni o attività dovrebbe garantire la restituzione del capitale e delle cedole di interessi indicate nell’obbligazione. Se tale recupero non è possibile, chi ha comprato titoli cartolarizzati incorre nella perdita sia del capitale versato che degli interessi dovuti.
- La legge bancaria del 1933, nota come Glass-Steagall Act (dal nome dei suoi promotori, il senatore Carter Glass e il deputato Henry B. Steagall), fu la legge che istituì la Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) negli Stati Uniti e introdusse riforme bancarie, alcune delle quali sono state progettate per controllare la speculazione da parte degli intermediari finanziari e i panici bancari. A partire dagli anni Ottanta, l’industria bancaria cercò di convincere il Congresso ad abrogare il Glass-Steagall Act. Nel 1999 il Congresso a maggioranza repubblicana abrogò la legge.
- Lo schema Ponzi è un modello economico di vendita truffaldino che promette forti guadagni alle vittime a patto che queste reclutino nuovi “investitori”, a loro volta vittime della truffa.
- SUBPRIME, prestiti ad alto rischio finanziario da parte degli istituti di credito in favore di clienti a forte rischio debitorio, considerati da molti analisti come fenomeni di eccessiva speculazione finanziaria.
- Gamble, A. op. cit. 2009
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- L’espressione regulatory capture, traducibile come cattura dell’organo regolatore o cattura della regolamentazione, è utilizzata con riferimento a situazioni in cui un ente di regolamentazione statale (authority, organismi di controllo, organi di sorveglianza), creato per agire nell’interesse pubblico, agisce invece in favore degli interessi commerciali o speciali dominanti nell’industria o nel settore oggetto della regolamentazione. La regulatory capture è una forma di fallimento dello stato, in quanto può agire come incentivo per le grandi imprese alla produzione di esternalità negative. La conseguenza è la perdita di neutralità, terzietà, e oggettività, delle attività regolatorie, a favore di una interpretazione dei fenomeni e delle dinamiche di mercato vicine a quella dei “controllati”. In tal modo, in modo inconsapevole, la visione mutuata da detta vicinanza ingenera uno slittamento dei giudizi e una distorsione nell’esercizio del potere di vigilanza/indirizzo, con uno spostamento dalla tutela degli interessi di corretto funzionamento dei mercati alla tutela degli interessi espressi dalle “aziende sorvegliate”. I casi più noti sono quelli relativi ad operatori assoggettati a vigilanza, quali banche, assicurazioni, gestori di fondi pensione ecc., o i soggetti che erogano servizi in concessione, come le utility, che vengono sottoposti a controllo in ragione del rilievo e della natura stessa delle attività da loro svolte e delle funzioni assolte. La teoria economica evidenzia come la “cattura” possa verificarsi per l’insufficiente autonomia nella capacità di giudizio degli enti e soggetti regolatori, che sarebbero indotti ad allineare le proprie analisi e valutazioni alle interpretazioni fornite dagli operatori “controllati”, che in pratica agiscono come “controllanti”. Per i sostenitori della teoria della scelta pubblica, la cattura normativa si verifica perché gruppi o individui con un grande interesse nei confronti degli esiti di decisioni politiche o regolamentari cercano di focalizzare le loro risorse ed energie nel tentativo di ottenere i risultati in termini di politica che essi stessi preferiscono, mentre i membri del pubblico, che hanno pochi interessi al riguardo, lo ignorano del tutto. La regulatory capture si verifica quando questo squilibrio di risorse destinate a perorare un particolare esito politico ha successo nel “catturare” l’attenzione del personale o dei membri della commissione dell’ente di regolamentazione in modo che vengono implementati gli esiti politici auspicati su cui è stato posto un particolare interesse. Il rischio di regulatory capture suggerisce che le agenzie di regolamentazione dovrebbero essere protette il più possibile da influenze esterne, o altrimenti non dovrebbero neanche essere create. Un’agenzia di regolamentazione “catturata” che serve gli interessi dei soggetti da essa regolamentati con il supporto del potere governativo, è spesso peggiore della mancanza assoluta di regolamentazione.
- Stigler, G. J. The Citizen and the State: Essays on Regulation. University of Chicago Press, Chicago, 1975, p.114.
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- Ibidem
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- In Italia i think tank più conosciuti nel campo della politica internazionale sono ISPI e IAI. Ve ne sono poi altri più generalisti quali Italia Futura e Arel/Associazione TrecentoSessanta presiedute rispettivamente da Luca Cordero di Montezemolo e da Enrico Letta. Oltre a queste vi sono altre “fondazioni di matrice politica” nel panorama italiano quali FareFuturo di Adolfo Urso, ItalianiEuropei di Massimo D’Alema, Liberadestra di Gianfranco Fini, Nuova Italia di Gianni Alemanno, Magna Carta di Gaetano Quagliariello, Medidea di Giuseppe Pisanu, Liberal di Ferdinando Adornato, ItaliaDecide di Luciano Violante, Folder di Antonio Di Pietro, Sardegna Democratica di Renato Soru, Sudd di Antonio Bassolino e Mezzogiorno Europa nato per volontà dell’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
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- Ibidem p. 27.
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- Lukes, S. op. cit. p. 37.
- Ibidem p. 27.
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- Ibidem p. 117.
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- Ibidem
- Hall, P. A. & Soskice, D. op. cit. p. 19.
- Ibidem p. 20.
- Ibidem
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- Kalinowski, T. op. cit.








