BIO – Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità – Educational Papers • Anno XV • Numero 59 • Settembre 2026
La tecnologia non è uno strumento neutro ma costruisce un ordine sociale!
Dal mio umile e soggettivo punto di vista, nelle odierne discussioni riguardanti l’intreccio tra tecnologia e società, sostenere che la tecnologia possieda qualità politiche costituisce l’asserzione più provocatoria. La propensione ad interpretare la tecnologia in termini politici, però, non è affatto una prerogativa esclusiva dei critici contemporanei dei sistemi ad alta tecnologia su larga scala. Al riguardo, si pensi che già nel 1980 lo studioso Langdon Winner nel suo saggio, ormai classico, Do Artifacts Have Politics? contestava l’assunto comune secondo cui la tecnologia fosse solo uno strumento neutro.
Già allora, Winner insisteva sul fatto che si dovrebbe valutare l’impatto sociale delle macchine e delle infrastrutture tecnologiche non solo in base alla loro produttività ed efficienza ma, ugualmente, in base agli ordini sociali che esse costruiscono e rafforzano.
In effetti, nell’appena citato saggio Winner sosteneva che le tecnologie non sono politicamente neutre. All’opposto, sottolineava, i sistemi e i dispositivi tecnici incarnano specifiche forme di potere, privilegio e autorità, plasmando, attivamente, il funzionamento della società. Non sorprende, quindi, scoprire che i sistemi tecnici di vario tipo siano profondamente intrecciati con le condizioni della politica moderna.
Winner circostanzia la sua vecchia affermazione riguardo la natura intrinsecamente politica della tecnologia attraverso due argomentazioni principali. La prima espone come le configurazioni tecnologiche siano forme di ordine sociale, vale a dire come specifiche caratteristiche nella progettazione di un dispositivo tecnologico oppure di un sistema, possano approcciare una situazione sociale in un modo particolare. Il suo esempio classico erano i bassi cavalcavia di Long Island e New York progettati dal maestro costruttore Robert Moses. Questi ponti furono costruiti, intenzionalmente, troppo bassi per non consentire il passaggio degli autobus pubblici. Questa barriera, strutturale, impediva ai residenti più poveri, che dipendevano dal trasporto pubblico, di accedere, ad esempio, a Jones Beach, rafforzando, in questo modo, la segregazione sociale e le divisioni di classe.
Un altro esempio utilizzato da Winner per mostrare la natura intrinsecamente politica della tecnologia è stato quello relativo all’adozione della raccoglitrice meccanica di pomodori in California, proposta, originariamente, come una tecnologia volta ad aumentare l’efficienza. In realtà, ha sostenuto Winner, la sua progettazione favoriva fortemente le grandi imprese agroalimentari che potevano permettersi i costosi macchinari, distruggendo, sistematicamente con tale tecnologia, le piccole aziende agricole e causando, di conseguenza, lo spostamento di innumerevoli lavoratori agricoli. In breve, si tratta di un esempio che mostra, con chiarezza, come le configurazioni tecnologiche siano forme di ordine sociale.
L’altra argomentazione, utilizzata da Langdon Winner per circostanziare la sua considerazione di ritenere le tecnologie come intrinsecamente politiche, è quella di osservare come alcune tecnologie siano fortemente correlate a specifici assetti politici e sociali. Al riguardo Winner ci invita a considerare come alcuni dispositivi, quali le centrali nucleari, richiedano strutture di gestione altamente centralizzate, fortemente sorvegliate e autoritarie per garantire la sicurezza e prevenire disastri. Tali tecnologie sarebbero, fondamentalmente, incompatibili con una democrazia partecipativa e decentralizzata. Un’altra modalità per argomentare la natura intrinsecamente politica della tecnologia sarebbe quella di osservare come le catene di montaggio o specifici software di sorveglianza, non siano strettamente obbligatorie per un tipo di governo, ma siano incredibilmente compatibili con – e naturalmente incoraggiato – il controllo gerarchico e la disuguaglianza.
In breve, quest’argomentazione vuole dare spazio ad un pensiero critico, come quello del sociologo Neil Postman che già nel suo saggio Technopoly: The Surrender of Culture to Technology1 del 1993 aveva sostenuto che il primo elemento di cui prendere consapevolezza era che la tecnologia non è mai neutrale perché i software rispecchiano la visione del mondo dei loro creatori e condizionano i nostri comportamenti. Di conseguenza, il software è sempre politico2. Il tecno-polio, sosteneva Postman, è una condizione culturale e mentale consistente nella deificazione della tecnologia.

Gli oggetti hanno una funzione: i dispositivi digitali … forse per tracciare i nostri movimenti
Sicuramente, nella deregolamentazione neoliberista, persino della logica, si può invocare che con l’utilizzo dei dispositivi digitali capiti, proprio per caso, che essi traccino i nostri movimenti, addirittura le nostre preferenze, ma sarebbe, in ogni caso, soltanto qualcosa di collaterale.
Prometeo può aver donato il fuoco all’umanità, ma di certo non ci ha dato uno smartphone. Per fortuna, inoltre, qualcuno ha avuto la delicatezza di risparmiarci il raccontino proponendoci che la tecnologia digitale sia dono divino. La tecnologia non è un dono divino né un elemento naturale. Il cavolo selvatico e le montagne sono invece elementi naturali. Non troviamo smartphone che sgorghino dalle rocce. I gadget digitali che popolano le nostre vite (smartphone, laptop, smartwatch e altro) sono artefatti, come sintetizza magistralmente la professoressa della facoltà di filosofia dell’University of Oxford, Carissa Véliz nel suo recente libro Prophecy. Prediction, Power, and the Fight for the Future, from Ancient Oracles to AI3.
In effetti, un artefatto esiste perché è stato creato dagli umani. Ugualmente, le leggi e le sinfonie, così come i martelli, da questa prospettiva, sono da intendersi come artefatti. La loro esistenza dipende dalla mente e dagli scopi umani. Nessun artefatto, in tutta la ricchezza dei suoi dettagli, come sintetizza Véliz, è inevitabile4. Questo, in parte, perché gli artefatti sono progettati da qualcuno che appartiene a o lavora per un qualche portatore di interesse e nella progettazione ci sono delle scelte, scelte che avrebbero potuto essere diverse secondo i portatori di interessi.
La forma non è, però, l’unica scelta che viene effettuata nella progettazione di manufatti. Oltre a scegliere, ad esempio, gli attributi sensoriali dei manufatti, vale a dire le loro qualità tattili, il loro aspetto, il suono, l’odore e talvolta il sapore, viene scelta anche la funzione che il manufatto deve svolgere. Un manufatto, ovviamente, viene prodotto per uno scopo preciso, dunque, è progettato per fare determinate cose e non altre. I cuscini devono essere comodi, le penne devono trasferire l’inchiostro sulla carta in modo fluido e i tostapane devono tostare il pane. Semplice fenomenologia!
Sul versante della funzionalità dei manufatti si può sottolineare che alcuni di essi svolgono molteplici funzioni. Una sedia perfetta, ad esempio l’Eames Lounge Chair, è al tempo stesso un oggetto di bellezza, un simbolo di status e un dispositivo utile per il comfort del corpo.
Ugualmente, la tecnologia digitale svolge molteplici funzioni. Uno smartphone può permette di fare chiamate, inviare email e pure monitorare quanti minuti si dedicano alla meditazione per alleviare lo stress causato da chiamate ed email. E, ancora, consente di monitorare quante ore si sono trascorse al telefono e, di conseguenza, addirittura far sentire l’utente stressato per questo. Nella torta soffice e spugnosa in cui la tecnologia digitale avvolge i suoi manufatti si celano, parafrasando Carissa Véliz5, due peccati originali che pervadono la maggior parte dei gadget, delle app e delle piattaforme: la sorveglianza e la previsione. Detto più precisamente, la sorveglianza al servizio della previsione. Ed entrambe conducono al controllo sociale.
Per dare un semplice contesto a queste funzionalità di controllo sociale, si pensi semplicemente che, per lo più, la tecnologia digitale è stata sviluppata da informatici, ingegneri, analisti di dati e, senz’altro, da ambiziosi uomini d’affari con scarsa o nessuna considerazione per l’impatto che la loro tecnologia può avere su ciò che ancora riteniamo sia l’umanità, sull’organizzazione sociale delle popolazioni e tanto meno sull’ideale della democrazia.
Questo, in parte, volendo ragionare in buona fede, perché quando sono stati progettati i componenti fondamentali del digitale e di Internet, era difficile immaginare che si sarebbero evoluti fino a diventare ciò che sono oggi, qualcosa a cui tutti hanno accesso, ogni secondo della giornata, compresi dispositivi così piccoli da stare in una tasca. La storia ufficiale racconta che Internet sia stato originariamente concepito come uno strumento per consentire ai ricercatori di comunicare facilmente tra loro, sottolineando che non era destinato a diventare un mezzo di comunicazione principale per i comuni cittadini.

Tecnologia digitale dell’informazione, previsioni, sorveglianza e controllo sociale
Ma il fatto che la cosiddetta tecnologia digitale dell’informazione sia diventata uno strumento di sorveglianza, previsione e controllo sociale, si deve, senza dubbio, ad un altro elemento influente e cioè che le persone che progettano i nostri dispositivi tendono ad essere esperti di programmazione, economia, matematica e altri campi lontani da una profonda comprensione dell’etica o della politica. In un tale contesto, si può assumere, come sostiene Carissa Véliz, che le attente valutazioni su come la tecnologia avrebbe potuto influenzare il paradigma della gestione delle popolazioni nell’Occidente, non siano state, in gran parte, prese in considerazione nella progettazione dell’ambiente digitale delle nostre società. E quando le considerazioni politiche si sono palesate e sono entrate in gioco, si sono presentate sotto forma di una tendenza interpretata in chiave antigovernativa.
In ogni modo, risulta paradossale e degno di analisi il fatto della dissonanza tra i sistemi di sorveglianza di massa, previsioni e controllo sociale che si sta acceleratamente costruendo e la presunta difesa della libertà sostenuta da Peter Thiel, una delle figure chiave nello sviluppo del regime di sorveglianza che passa attraverso gli applicativi con cui esistiamo e abbiamo un’identità nelle società digitali.
In effetti, è curioso che alcuni dei pionieri del digitale nell’Occidente possano sembrare perfino idealisti ingenui oppure, essendo pragmatici realisti, dei veri calcolatori cinici. Eppure è ancora parecchio naïve pensare che la loro idea di libertà ed equità, condizioni che arriverebbero magicamente dall’assenza di interferenze governative, sia simile all’idea di libertà ed equità di altri portatori di interessi con altre Weltanschauungen6, cioè altre visioni del mondo. In effetti, al riguardo, basterebbe una consultazione al file A Declaration of the Independence of Cyberspace (1996)7, uno dei documenti più iconici degli albori di Internet, scritto da John Perry Barlow8, personaggio, a dir poco, eccentrico. Repubblicano e anarchico, Barlow crebbe come membro devoto della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni9; era anche un allevatore di bestiame e un paroliere dei Grateful Dead10. L’inizio della sua dichiarazione recita:
Governi del mondo industriale, siete stanchi giganti di carne e acciaio, io vengo dal Cyberspazio, la nuova casa della Mente. In nome del futuro, chiedo, a voi del passato, di lasciarci in pace. Non siete i benvenuti tra noi. Non avete alcuna sovranità dove ci riuniamo11.
E si conclude con:
Creeremo una civiltà della Mente nel Cyberspazio. Possa essere più umana ed equa del mondo che i vostri governi hanno creato finora12.
Questi sentimenti, premesso che siano tali, sembrano estremamente ingenui, nella migliore delle ipotesi, a malapena plausibili, quando Internet era popolato da una manciata di nerd (secchioni)13, e del tutto irrealistici ora che il web comprende milioni di persone provenienti da tutto il mondo, inclusi ladri, spacciatori e trafficanti di esseri umani, per non parlare delle schiere di troll.14, spaventosamente comuni, che mettono a tacere le persone che non gli piacciono. Allora se questo è lo stato delle cose, la domanda che ne consegue è: da dove pensava Barlow che sarebbe venuta l’equità?
In effetti, in altri casi, il cosiddetto anarchismo o libertarismo digitale sembra tutt’altro che ingenuo. Peter Thiel, un suo esponente, in particolare, è un investitore di capitale di rischio15 (tedesco americano) nonché un attivista politico conservatore. È stato il primo investitore esterno in Facebook, azienda che rese popolare il modello di sorveglianza per i social media che portò allo scandalo di Cambridge Analytica, e co-fondatore di Palantir, azienda che prende il nome dalle sfere di cristallo onniscienti di J.R.R. Tolkien ne Il Signore degli Anelli, finanziata, stando a quanto riferisce Carissa Véliz16, in parte dalla CIA e che, stando alla Véliz, aiuterebbe i governi a sorvegliare le proprie popolazioni, i cui annunci pubblicitari di recente recitavano costruiamo per dominare. Prima ancora, Thiel co-fondò PayPal, che avrebbe concepito come un servizio di pagamento per proteggere le persone dall’ingerenza governativa.
Come ci viene raccontato perfino dai media mainstream, Thiel è famoso per il suo libertarismo e per aver espresso opinioni scettiche sulla cosiddetta democrazia. Sebbene non esiti a manifestare il suo dissenso verso quest’ideologia riguardante l’organizzazione politica dello stato, molte delle sue posizioni sembrano contraddittorie e ascoltarlo potrebbe risultare, come segnala Véliz, un’esperienza surreale, sia per il contenuto delle sue parole sia per l’intensità del suo sguardo inquietante, come annota il suo biografo Max Chafkin17.
Di certo, risulta difficile sostenere che Thiel sia un personaggio che sfugga l’incongruenza. Infatti, essa è palese tra la sua presunta difesa della libertà e i sistemi di sorveglianza di massa, previsione e controllo che sta costruendo. Un’ipotesi, piuttosto demoralizzante, avanzata da Véliz, è che Thiel non sia altro che un opportunista, qualcuno interessato principalmente a guadagnare denaro e a dominare gli altri, qualcuno che lotta per la libertà per sé e per i suoi amici, senza curarsi se ciò avvenga al prezzo della schiavitù per tutti gli altri18. Personalmente penso che sia difficile ipotizzare cosa muova un personaggio come Thiel, in ultima analisi, se esistesse un tale livello di chiarezza riguardo la complessità del comportamento umano. Tuttavia, è legittimo ammettere che a volte, come ironicamente puntualizza Elliott Sober, il rasoio di Ockham abbia ragione19, vale a dire che la spiegazione più semplice sia quella corretta. In ogni caso, qualunque siano le intenzioni di Thiel, sostiene Carissa Véliz20, quel che sarebbe certo è che la tecnologia digitale non è stata e non è tuttora progettata per agevolare una gestione cosiddetta democratica delle popolazioni.
Al riguardo, come altri studiosi in materia, Véliz21 sostiene che una delle narrazioni più ingannevoli che le aziende tecnologiche abbiano saputo diffondere con successo sia quella che racconta che la tecnologia sia neutrale e che sia il nostro utilizzo a determinarne la bontà o la malvagità. Sotto quest’aspetto, Véliz puntualizza che sia uno scaltro disimpegno etico addossare tutta la responsabilità morale, circa il cosiddetto utilizzo della tecnologia, sulle spalle delle persone. Stando a lei22, risulta controverso immaginare che si tratti di un’implicazione del tutto casuale e per nulla opportunistica. Dal suo punto di vista, il modo più semplice per confutare questa argomentazione è considerare una tecnologia estrema, in particolare, un’arma chimica in grado di annientare ogni forma di vita in un territorio. Sarebbe moralmente accettabile sviluppare un artefatto del genere con la scusante che la tecnologia sia sempre neutrale? L’esempio estremo ci porta, molto probabilmente, a condividere il no tondo di Véliz23 come risposta alla sua domanda. Pertanto, no, una tecnologia del genere non sarebbe neutrale e non lo sarebbe nemmeno nessun’altra tecnologia.
La tecnologia non è mai eticamente neutrale perché incarna la convinzione del valore di ciò per cui è stata progettata
Di conseguenza, ciò che questa argomentazione sull’etica delle tecnologie vuole sottolineare è che ogni dispositivo tecnologico è un artefatto, il che significa che è stato progettato da qualcuno per svolgere una determinata funzione, e questo fatto, di per sé, lo priva di neutralità. Dunque, dal punto di vista di un’analisi assiologica24, la tecnologia non è mai eticamente neutrale perché incarna la convinzione del valore di ciò per cui è stata progettata. Si crea un artefatto perché si crede che abbia un valore intrinseco nella sua funzione.
I filosofi descrivono i valori intrinseci degli artefatti sottolineando che questi possiedono delle affordances. Un’affordance sarebbe ciò che un artefatto ti invita a fare. Un libro di carta ti invita a leggerlo perciò è fatto leggero, per stare comodo tra le mani, per essere facile da riporre e le sue parole sono pensate per informarci, persuaderci o emozionarci. Costituisce il risultato di migliaia di anni di perfezionamenti volti a renderlo più portatile, resistente e riproducibile: dalle tavolette di pietra ai rotoli di papiro, dai codici rilegati al libro stampato. Certo, si può usare un libro come martello, o come mattone, o come proiettile, ma dato che non è stato progettato per questo, sarebbe meglio usare un martello, o un mattone, o una palla da baseball. Dunque, le affordance sono il modo in cui il progettista di un oggetto comunica con il suo utilizzatore e gli trasmette una sua ideologia o visione del mondo.
In ogni modo, la questione è che la tecnologia della comunicazione digitale consente le previsioni riguardo ai nostri comportamenti e, di conseguenza, consente il controllo sociale del nostro orizzonte di pensiero e azione. Con questa semplice premessa possiamo argomentare che poiché la sorveglianza digitale offre controllo, in politica, oggi, tende a diminuire lo spazio di autonomia sia del singolo che della collettività.
Dunque, tornando al punto centrale della nostra argomentazione, vale a dire che la tecnologia non è uno strumento neutro ma costituisce un’infrastruttura di dispositivi che costruisce un ordine sociale, bisogna prendere in considerazione che gli strumenti di connessione che utilizziamo costituiscono dispositivi di sorveglianza che consentono (afford) il controllo. Essi, permettono di tenere traccia di cose e persone oppure delle persone attraverso i loro oggetti o, addirittura, delle persone in quanto oggetti. Al riguardo, Véliz25 sottolinea che dobbiamo prendere atto che data la nostra natura, altamente sociale, siamo, in genere, più interessati a tracciare le persone anziché le cose.
Ma, oltre alla nostra natura altamente sociale, cosa potrebbe indurre a tenere traccia delle persone? La risposta spontanea è, ovviamente, che si tiene traccia delle persone per avere un certo grado di informazione riguardo a loro e, di conseguenza, di controllo su di esse. In effetti, in alcuni casi, si potrebbe ammettere che un certo tipo di controllo sia giustificato. In particolare, fa parte del lavoro di un genitore sorvegliare un bambino piccolo in ogni momento della giornata nel caso in cui si trovi in pericolo. In fondo, il mondo è un posto parecchio pericoloso per un bambino piccolo. Si può dire, in un tale contesto, che i genitori agiscano da supereroi che intervengono prima che la testa tocchi terra, le mani tocchino oggetti caldi e le caramelle vengano inghiottite. Dunque, è ovvio, che per poter intercedere a favore dei figli piccoli, i genitori devono tenerli d’occhio. Così, i genitori sorvegliano i figli per prevedere pericoli e scongiurarli.
La questione della sorveglianza, tuttavia, diventa molto più complessa quando si tratta di, per così dire, adulti autonomi. In primo luogo, quando noi, umani adulti, raggiungiamo una certa autonomia, la nostra capacità di mantenerci, ragionevolmente, al sicuro è già notevolmente migliorata. Abbiamo già imparato a non cadere a testa in giù, a non toccare oggetti caldi e a non ingoiare biglie. In secondo luogo, a parità di altre condizioni, i nostri desideri, da persone autonome, su come condurre la propria vita dovrebbero essere rispettati stando alla visione del mondo che professiamo. Infatti, la maggior parte delle persone adulte non vogliono che qualcuno controlli loro le spalle. In terzo luogo, poiché la sorveglianza garantisce il controllo, in ambito politico essa tende a ridurre la libertà nei termini in cui l’abbia istituita come valore. E questa riduzione tende a essere valutata come un andamento negativo delle cose per le cosiddette democrazie liberali. Non è un caso che i regimi autoritari si basino sulla sorveglianza dei propri cittadini.
Possiamo darlo come un assunto condiviso che i genitori che sorvegliano i bambini piccoli tendono a farlo con buone intenzioni, per il bene del bambino. Ma è molto probabile che siamo pure d’accordo nel considerare che non tutte le circostanze di sorveglianza siano altrettanto benevole. Le persone possono avere interessi propri che non sempre coincidono con gli interessi altrui. Possiamo, ugualmente, assumere, come valutazione ragionevole, che chiunque ci sorvegli acquisisca maggiore potere su di noi, imparando di più su di noi, il che gli permette di prevedere, più facilmente, le nostre prossime azioni e di utilizzare queste informazioni a proprio vantaggio. Se qualcuno viene a sapere che vado al cinema ogni lunedì sera nell’ultimo anno, potrebbe usare questa informazione per prevedere che sarò al cinema anche il prossimo lunedì sera e pianificare, diciamo, un furto in casa mia.
Le app sui nostri dispositivi sono state progettate proprio con l’obiettivo di creare dati personali, per rendere le nostre vite speditamente tracciabili dalle macchine
La questione di rilievo è che possiamo fluire senza polemica attraverso questi accenni sulla sorveglianza benevola e utile. Invece, potremmo mostrarci rigidi quando, ad esempio, Véliz asserisce che la maggior parte degli strumenti digitali, così come sono progettati attualmente, sono stati creati in tal modo, volutamente, per sorvegliare26. In effetti, i dispositivi digitali, con cui navighiamo nella nostra quotidianità, raccolgono quanti più dati possibili per impostazione predefinita della nostra vita biologica e la nostra esistenza sociale ma la nostra capacità di limitare tale raccolta dati è, nella migliore delle ipotesi, molto limitata. Il nostro telefono non ha solo un microfono e una fotocamera, ma anche un accelerometro, un giroscopio, una bussola, un barometro, un sensore di luce, un sensore di prossimità, un sensore di umidità, scanner dell’iride e delle impronte digitali e un GPS, tra le tante altre cose. E questo è solo il telefono che sempre teniamo in mano.
Nel progredire della sua disertazione sulla questione in Prophecy. Prediction, Power, and the Fight for the Future, from Ancient Oracles to AI Carissa Véliz27 argomenta come molte app sui nostri dispositivi, quali mappe, documenti online e social media, siano state progettate proprio con l’obiettivo di creare dati personali, per rendere le nostre vite speditamente tracciabili dalle macchine. Il fatto che, stando agli orizzonti di senso tracciatici dall’establishment, ci risultino utili è solo un artificio per indurci, involontariamente, a cedere i dati che vengono usati per controllarci e persuaderci circa le necessità delle nostre esistenze, anch’esse ormai alienate nella condizione di artefatti culturali.
Al riguardo, già alla fine del secolo scorso, il politologo e antropologo James C. Scott28 anticipava che i dati digitali rendessero la società più leggibile alle macchine, proponendo che lo stesso valesse sia per uno Stato, un’azienda o una cosiddetta intelligenza artificiale. Senza una registrazione quantificata degli spostamenti, delle comunicazioni e degli acquisti delle persone, le istituzioni sono cieche. Quando ufficialmente l’establishment converte i dati analogici in digitali, rende i dati molto più facilmente reperibili e facilita la loro copia e condivisione. Infine, i dati digitali agevolano anche l’analisi delle informazioni da parte dei computer: identificare le persone, catalogarle, tracciarne il reddito e la posizione e prevederne il futuro.
L’apparato di sorveglianza costruito durante le ultime decadi, stando a Véliz29, è al servizio di un apparato predittivo. Raccogliamo così tanti dati per monetizzarli e li monetizziamo usandoli per fare previsioni o vendendoli ad altri che vogliono usarli a scopo predittivo. Ma gli sforzi per prevedere il comportamento delle singole persone e delle popolazioni sono intrinsecamente legati agli sforzi per controllarlo, perché il modo più semplice per prevedere il futuro è influenzarlo, preferibilmente determinarlo.
Negli anni ‘60, se si voleva sorvegliare una persona, si doveva assumere qualcun altro per piazzare microspie o seguirla. Oggi, per impostazione predefinita, siamo tutti sorvegliati. Basta accedere ai dati raccolti dalle spie nelle nostre tasche (smartphone), ai nostri polsi e alle nostre dita (smartwatch e anelli), nei nostri strumenti di lavoro (computer portatili) e nella sfera pubblica (telecamere a circuito chiuso): si ottengono più informazioni su qualsiasi persona di quante avremmo mai potuto immaginare.
Si potrebbe pensare che non ci sia nulla di cui preoccuparsi perché la sorveglianza odierna sarebbe principalmente finalizzata al profitto. Ma, come dice il vecchio adagio, il potere corrompe e la sorveglianza conferisce troppo potere a chi osserva. Inoltre, considera Véliz, noi, umani, siamo animali politici, come sottolineava Aristotele. Per cui, nelle sue previsioni, è solo questione di tempo prima che la situazione si surriscaldi e i potenti rivelino il loro vero volto politico, come stiamo vedendo fare sempre più spesso da magnati della tecnologia come Thiel.

Le previsioni sulle persone tendono a diventare profezie che si autoavverano
Stando a Véliz30, le previsioni sulle persone tendono a diventare profezie che si autoavverano. Anche tralasciando le terrificanti implicazioni della sorveglianza, dalla visione del mondo cosiddetta democratica, un eccessivo affidamento sulle previsioni comporta, di per sé, un problema democratico, e oggi, ovviamente, se ne fa un uso senza precedenti.
Le previsioni possono essere presentate al pubblico come descrizioni del mondo oppure come fatti, ma non sono né l’una né l’altra cosa31. Quando le analizziamo come affermazioni, sostiene Véliz32, diventa chiaro che sono ciò che il filosofo J. L. Austin33 chiamava “atti linguistici”, vale a dire un linguaggio che anziché descrivere agisce. Si tenga presente che in filosofia le previsioni sono considerate razionalizzazioni delle incertezze. Perciò, le previsioni costituiscono spesso comandi velati che, implicitamente, ci dicono cosa fare. Véliz ipotizza che quando qualcuno come Thiel profetizza che, se temiamo o regolamentiamo la tecnologia, affretteremo la venuta dell’Anticristo, il messaggio costituisce un ordine. Parafrasando, Thiel sta dicendo alla gente di non ostacolare la sua tecnologia, altrimenti accadranno cose terribili. Il fatto che abbia un ingente interesse finanziario in questa tecnologia costituisce un aspetto che lui non sottolinea molto.
Le previsioni, inoltre, come argomenta Véliz, si prestano a manipolazioni. In effetti, le previsioni sulle persone tendono a diventare profezie che si autoavverano34, creando la tentazione di influenzare, perfino indebitamente, il futuro. In questo contesto, e stato delle cose, è stato creato un mercato delle previsioni. In effetti, i politici sembrano che vivano ossessionati con il mercato delle previsioni per cercare di influenzare l’opinione pubblica35.
Le previsioni, oggi, godono di un prestigio che presiedono perfino nella giustizia, pur se, in linea di principio, le previsioni, per molti studiosi in materia36, si contrappongono alla giustizia. Eppure, si utilizzano previsioni algoritmiche per prendere decisioni su condanne e cauzioni. La giustizia, argomenta Véliz37, dovrebbe dare a ciascuno ciò che merita, in base a ciò che ha fatto o a chi è, non in base a ciò che gli altri pensano che diventerà, che è, invece, ciò che fa una previsione. Se si punisce qualcuno o gli si nega un’opportunità sulla base di criteri chiari e contestabili, sulla base dei fatti, tali decisioni possono essere contestate, possono essere dimostrate errate. Ma se si punisce o si negano opportunità sulla base di previsioni, non c’è modo di contestarle. Poiché le previsioni riguardano il futuro, non possono essere dimostrate false nel presente. Inoltre, se il comportamento delle persone diventa più prevedibile perché più controllato, è molto probabile che ciò sia dovuto al fatto che viene condizionato o addirittura determinato.
In un tale contesto, se si potesse convenire su una concettualizzazione riguardo l’idea di democrazia, è plausibile che ci si trovi d’accordo nel considerare che le democrazie sane si basano sull’accettazione e sulla gestione dell’incertezza, come sostiene il professore di filosofia della cognizione Andy Clark38. La vera democrazia, da questo punto di vista, esiste solo quando non si conosce l’esito delle elezioni. Véliz, al riguardo, avanza una considerazione inquietante nella sua semplicità, suggerendo che se si sapesse già qual è il risultato, non avrebbe alcun senso indire le elezioni.

La questione etica delle previsioni
Nella storia politica, però, la profezia è stata prevista fin da prima dell’Oracolo di Delfi. Innumerevoli popolazioni guidate dai loro governanti hanno intrapreso guerre, si sono spostate e hanno scommesso il loro sostentamento sulla base di predizioni. E oggi, ancor di più, ogni giorno la nostra vita o esistenza (e quella degli altri) viene messa a rischio dalle élite governanti basandosi sulle loro previsioni. Senza fare dottrina in materia di regolamentazione ma dato lo stato delle cose riguardo alla sorveglianza digitale il richiamo degli studiosi, come Véliz, che considerano sia giunto il momento di riflettere attentamente sull’etica delle previsioni, vale a dire anche sull’etica delle profezie. Il loro richiamo è che sarebbe necessaria un’etica relativa a quando sia opportuno fare previsioni e quando no. Includendo nel dibattito la questione di chi abbia il diritto di fare quali previsioni. Una tale riflessione dovrebbe esplorare e proporre quali siano i metodi etici per formulare previsioni e quali siano gli utilizzi etici e leciti delle previsioni o profezie.
Dal punto di vista di Véliz, per certi versi, il nostro attuale contesto profetico, o formulatore di previsioni, non è poi così diverso da quello dell’antica Grecia, dove le decisioni più importanti, stando alle interpretazioni delle possibili fonti, venivano spesso prese attraverso il filtro della divinazione, dagli Oracoli di Delfi e Dodona e dagli indovini e veggenti indipendenti. La filosofia, si considera che, in qualche modo, sia sorta come voce della ragione, in parte come reazione a un contesto dominato da profezie e miti.
Alcuni aneddoti risultano illustrativi di un tale ambiente. In effetti, quando il sacerdote Lampone dichiarò che il ritrovamento di un ariete con un solo corno preannunciava che Pericle avrebbe sconfitto i suoi avversari politici e sarebbe diventato l’unico leader politico di Atene, il filosofo Anassagora ebbe ulteriori interrogativi. Ordinò che il cranio venisse tagliato in due, rivelando un cervello sottosviluppato che avrebbe potuto spiegare la presenza di un solo corno. Per Anassagora, la spiegazione fisiologica era più convincente di quella magica.
Anassagora era anche noto per le sue teorie cosmologiche, compiendo un passo avanti nella demistificazione del sole, in un contesto in cui i Greci comuni pregavano all’alba il dio del sole Elio. Negare la divinità del sole era un reato grave perché rischiava di irritare gli dei e di attirare la punizione sull’intera comunità. Non è un caso che Anassagora, Socrate e Aristotele siano stati tutti denunciati per empietà, vale a dire per la trascuratezza del culto della religione dominante nel loro luogo di residenza e nel loro momento storico. L’accusa di empietà (asebeia) ad Atene era un’imputazione di carattere religioso, ma veniva spesso usata come pretesto per colpire avversari politici o intellettuali.
Queste notizie curiose possono essere ritenute come precursori di certi momenti televisivi, in particolare think tank, dove i nuovi veggenti preavvertono l’avvenire delle nostre esistenze, per quanto qualche Anassagora contemporaneo cerchi di interrogarsi su una ragionevole visione più articolata degli eventi. Oggi, nonostante si proclami che l’Occidente sia diventato un mondo post-ideologico, alcuni aspetti della tecnologia si affacciano come una vera e propria ideologia, al punto che criticare elementi fondamentali, come la sorveglianza e le previsioni, appare un atto di eresia verso il tecno-polio deificato, vale a dire un atto di empietà, come nella tradizione politica dell’antica Grecia.
Ma forse la filosofia potrebbe ancora una volta farsi avanti. Non mi riferisco alla filosofia accademica, anche se sarebbe auspicabile. Mi riferisco al pensiero critico in generale. Dovremmo porre più domande ai nostri profeti con le loro visioni preconfezionate del nostro avvenire e che, in qualche modo, preconfezionano i nostri comportamenti.
In ogni caso, considerando lo stato delle cose, rimane una domanda inquietante da porci: perché ci poniamo in modo alquanto ingenuo riguardo la questione allarmante delle previsioni e della sorveglianza? In effetti, non ci vuole molta intelligenza naturale per renderci conto che i sistemi tecnologici progettati per sorvegliare, prevedere e controllare siano strumenti ideali per una presa di potere autoritaria. E questo rende il nostro comportamento eticamente problematico.
Larry Ellison, presidente del colosso tecnologico Oracle, ha previsto, come ci riporta Véliz39, un moderno stato di sorveglianza in cui i cittadini si comporteranno in modo impeccabile perché costantemente osservati. Hannah Arendt, come ci ricorda l’intellettuale Samantha Rose Hill40, sosteneva che è inutile discutere con un potenziale assassino sulla sorte della sua futura vittima. L’unica risposta eticamente umana appropriata è salvare la persona di cui è stata prevista la morte. Quando i profeti di oggi, in base alle previsioni derivate dalla sorveglianza, predicono la fine delle popolazioni senza identità digitali, senza essere vaccinate e senza sorveglianza, l’unica risposta appropriata sarebbe mettere in discussione tale sentenza e combatterla.
In ogni modo, siamo più che informati del fatto che il profeta che ci guida è nelle nostre tasche. Lo portiamo con piena coscienza e, in apparenza, molto volentieri. Forse la modalità più eclatante in cui le nostre cosiddette società occidentali che si auto-proclamano post-ideologiche potrebbero realizzare la natura intrinsecamente politica ed ideologica della tecnologia sarà con l’ordine sociale e politico che i modelli di simulazione linguistica (le cosiddette intelligenze artificiali) hanno ormai configurato. Sarà, all’incirca, la svolta che abbiamo compiuto con la tecnologia dell’intelligenza artificiale, con il suo tecno-polio e la sua deificazione a rendere palese, a breve e, forse, in modo traumatizzante, che il software è sempre stato politico.
- Neil Postman. Technopoly: The Surrender of Culture to Technology. Random House, 1993.
- Ibidem
- Carissa Véliz. Prophecy. Prediction, Power, and the Fight for the Future, from Ancient Oracles to AI. Penguin Random House, 2026.
- Ibidem
- Ibidem
- Termine filosofico che indica la concezione della vita, l’insieme di valori e il modo in cui un individuo o un gruppo percepisce l’esistenza.
- https://www.eff.org/cyberspace-independence
- Wikipedia lo presenta come poeta, saggista e attivista statunitense ed ex autore dei testi delle canzoni dei Grateful Dead. È anche noto per essere stato un difensore delle libertà digitali e uno dei membri fondatori della Electronic Frontier Foundation.
- The Church of Jesus Christ of Latter-day Saints – Denominazione religiosa, fondata nel 1830; essa rivendica la propria appartenenza al cristianesimo, sebbene questa sia contestata. La Chiesa fu ufficialmente fondata (o “restaurata”, secondo il linguaggio della chiesa stessa, cioè portata di nuovo alla luce dai tempi di Gesù) a Fayette, nella zona occidentale dello Stato di New York, da Joseph Smith. Il soprannome di mormoni dato ai suoi fedeli deriva dal Libro di Mormon, da essi riconosciuto come un testo sacro assieme alla Bibbia.
- I Grateful Dead sono stati un gruppo musicale rock statunitense, attivo dal 1965 al 1995, considerato tra gli artisti chiave della cosiddetta Summer of Love. Nati alla metà degli anni Sessanta, furono fra gli artisti fondamentali della storia di quello che veniva chiamato acid rock o rock psichedelico.
- https://www.eff.org/cyberspace-independence
- Ibidem
- Stando alla versione popolare riferita di Wikipedia, il termine nerd indica una persona con una passione totalizzante per la tecnologia, la scienza, i videogiochi, i fumetti e i giochi di ruolo, spesso accompagnata da un forte interesse per argomenti di nicchia e da un’intelligenza brillante. Il suo significato e la sua percezione sociale si sono evoluti nel tempo: Le Origini: Nato negli Stati Uniti come termine dispregiativo per indicare persone socialmente goffe, introverse o con scarse abilità relazionali (spesso tradotto in Italia con “secchione” o “sfigato”). L’Evoluzione Pop: Con la cultura di massa contemporanea – alimentata da film, serie TV (come The Big Bang Theory) e dall’esplosione del gaming – l’etichetta ha perso la sua accezione negativa. Essere Geek vs. Essere Nerd: Spesso i due termini vengono sovrapposti, ma nel gergo comune il nerd è più concentrato sullo studio, sulla teoria e sull’approfondimento intellettuale di un argomento, mentre il geek è tipicamente un accanito utilizzatore di tecnologie e un fiero collezionista di cultura pop. Oggi essere “nerd” è diventato un motivo di orgoglio e un’identità di gruppo condivisa in tutto il mondo.
- . Nel gergo di internet, un troll è un utente che pubblica messaggi provocatori, fuori tema o palesemente offensivi con l’obiettivo di disturbare una conversazione, creare tensioni e far arrabbiare gli altri.
- Un investitore di capitale di rischio è un soggetto (privato o istituzionale) che finanzia un’azienda o una startup in cambio di quote societarie, condividendo il rischio d’impresa. A differenza dei creditori bancari, non richiede garanzie né la restituzione del denaro, puntando a guadagnare attraverso la futura vendita della propria quota.
- Carissa Véliz, op. cit. 2026.
- https://www.politico.com/news/magazine/2021/09/20/peter-thiel-book-facebook-trump-jd-vance-blake-masters-josh-hawley-513121
- Carissa Véliz, op. cit. 2026.
- Hans Reichenbach Professor & William F Vilas Research Professor nella facoltà di filosofia dell’University of Wisconsin
- Carissa Véliz, op. cit. 2026.
- Ibidem
- Ibidem
- Ibidem
- Definire qualcosa come “assiologico” implica che riguarda una scelta di valore o un giudizio di merito relativo a ciò che si ritiene giusto, buono e degno.
- Carissa Véliz, op. cit. 2026.
- Ibidem
- Ibidem
- James C. Scott. Seeing Like a State: How Certain Schemes to Improve the Human Condition Have Failed. Yale University Press, 1998 Uno dei temi principali di questo libro è che gli Stati gestiscono i sistemi di potere verso la “leggibilità” per “vedere” correttamente i loro soggetti in un modello dall’alto verso il basso, difettoso e problematico. L’obiettivo della “leggibilità” locale da parte dello Stato è la “trasparenza” dall’alto verso il basso, dalla cima della torre o dal centro/sede del governo, in modo che lo Stato possa operare efficacemente sui propri soggetti. I dettagli e le argomentazioni amplificano le nozioni centrali di Foucault sulla governabilità e sulle operazioni di potere.
- Carissa Véliz, op. cit. 2026.
- Ibidem
- Si tenga presente che in filosofia, la previsione è la razionalizzazione dell’incertezza. Non indica solo la profezia del futuro, ma la capacità umana di comprendere le regolarità del mondo per orientare l’azione. Essa si articola in diverse dimensioni, spaziando dalla causalità scientifica alla costruzione storica, fino all’etica e alla gnoseologia. I principali modi in cui i filosofi hanno concettualizzato la nozione di previsione includono:
1. Epistemologia e Filosofia della Scienza con il determinismo e l’induzione. Per pensatori come Pierre-Simon Laplace, l’universo sarebbe regolato da un rigido determinismo meccanico, perciò conoscendo lo stato attuale del mondo, una mente ideale potrebbe prevedere ogni futuro con certezza matematica.
2. Ontologia e Filosofia del Tempo per le quali il tempo sarebbe strettamente legato alla previsione. Martin Heidegger, nell’analisi dell’esistenza umana (Esserci), sottolinea che l’uomo sarebbe costituito dal suo progettarsi. Perciò, la previsione non è guardare una sfera di cristallo, ma la capacità di comprendere le proprie possibilità future per agire nel presente.
3. Filosofia Politica e Storia con la filosofia della praxis e l’ambivalenza del futuro. Nella filosofia della praxis, per pensatori come Antonio Gramsci, la previsione non sarebbe una sterile profezia, ma un potente strumento di azione politica. Comprendere le dinamiche sociali del passato e del presente serve a “prevedere” le tendenze future per intervenire attivamente nella trasformazione della società. Nell’ambivalenza del futuro, altri filosofi, come Reinhart Koselleck, hanno esplorato la tensione tra l’”orizzonte di attesa” (le nostre previsioni e speranze) e lo “spazio di esperienza” (il nostro passato), che struttura tutta la storia del pensiero occidentale.
4. Pragmatismo e Filosofia della Mente. Nel pragmatismo la previsione ha una funzione pratica. Le nostre credenze e teorie non sarebbero “fotografie” assolute della realtà, ma regole d’azione che ci permettono di fare previsioni efficaci su come il mondo risponderà alle nostre sollecitazioni. - Carissa Véliz, op. cit. 2026.
- https://aeon.co/essays/how-the-thought-acts-of-the-oxford-don-j-l-austin-live-on
- https://aeon.co/essays/on-the-dangers-of-seeing-human-minds-as-predictive-machines
- https://aeon.co/essays/what-is-the-real-cost-of-betting-on-weather-catastrophes
- Carissa Véliz, op. cit. 2026.
- Ibidem
- https://aeon.co/essays/use-uncertainty-to-leverage-the-power-of-your-predictive-brain
- Carissa Véliz, op. cit. 2026.
- https://aeon.co/essays/for-arendt-hope-in-dark-times-is-no-match-for-action








