Dott. Stelio Mazziotti di Celso

Antonio Damasio: Cartesio ci ha imbrogliati.

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Il portoghese Antonio Damasio, nato a Lisbona nel 1944, ha studiato medicina per poi specializzarsi in neurologia, nel quale ambito i suoi studi e ricerche hanno complessivamente approfondito i processi neuronali delle nostre emozioni e l’importanza delle emozioni nei nostri processi decisionali.

L’errore di Cartesio

L’errore di Cartesio, che ha per lungo tempo condizionato la comprensione dei nostri processi mentali, è stato l’aver egli drasticamente separato il corpo e la mente, la ragione e le emozioni. Non è vero che le emozioni perturbano la serenità della ragione, è vero al contrario che non saremmo ragionevoli se non avessimo la nostra capacità di provare ed elaborare le nostre emozioni.

“Emozione, sentimento, regolazione biologica hanno tutti un ruolo nella ragione umana”. La biologia contribuisce alla formazione degli stessi principi etici. I sentimenti e le emozioni da cui provengono sono essenziali per la nostra capacità di adattarci alle circostanze e di comunicare con gli altri. “Le nostre azioni migliori e i pensieri più elaborati, le nostre gioie e i nostri dolori più grandi, tutti impiegano il corpo come riferimento”.

 Il cervello funziona nella misura della sua interazione con il corpo cui appartiene. “L’anima respira attraverso il corpo”.

Damasio prende le mosse dal caso clinico di un operaio delle ferrovie statunitensi, Phineas Gage, che nel 1848 sopravvisse alla ferita infertagli da un’asta metallica che gli aveva trapassato il cranio. L’area lesa del cervello era quella dei lobi frontali, quella del controllo ed elaborazione delle emozioni, ed il risultato fu un cambiamento radicale del suo carattere, che ne fece una persona sia pure lucida e razionale ma imprudente, irascibile ed intrattabile. “Un danno cerebrale poteva comportare la fine dell’osservanza di regole etiche e convenzioni sociali acquisite in precedenza, anche quando né il linguaggio né l’intelletto sembravano compromessi”.

La sfida posta dalla vicenda di Gage non era solo quella di provare ad indagare l’anatomia funzionale del cervello, ma era anche la questione di un problema culturale e filosofico: “era difficile accettare il punto di vista secondo cui qualcosa vicino all’anima umana (come il giudizio etico) o legato alla cultura (come la condotta sociale) potesse dipendere in misura significativa da una specifica regione cerebrale”. Era aperta la ricerca sulla funzione dei lobi frontali nella formazione del carattere di una persona, mentre di lì a poco Broca e Wernicke vi avrebbero d’altronde individuato la sede dei centri del linguaggio. E si apriva la prospettiva di comprendere le connessioni neuronali ed endocrine del cervello con il corpo e la complessa fisiologia che ne deriva.

Studiando un più recente caso analogo a quello di Gage, di perturbazioni del comportamento successive alla rimozione di un meningioma con conseguente danno alle cortecce cerebrali nei lobi frontali, Damasio ritiene di poter individuare in una qualche area del cervello la nostra capacità di elaborare e prendere decisioni, e che l’eventuale compromissione di quella funzione finisca per essere una vera e propria compromissione del libero arbitrio. Gage ed il suo analogo non potevano fare a meno di comportarsi in modo sconsiderato, pur rendendosi poi magari conto di quanto fosse sbagliato il loro comportamento. I disturbi si presentavano non sul piano cognitivo, ma su quello emotivo.

Ciò che doveva attirare l’attenzione non era il quoziente d’intelligenza, ma l’anomalo controllo delle emozioni, una certa disaffezione che era sopraggiunto alla lesione dei lobi frontali. Sapere ma non sentire, così potrebbe riassumersi questa infelice condizione. Il controllo solamente cognitivo di Elliot (così Damasio chiama il suo paziente) lo rendeva tuttavia vulnerabile alla vita reale, che è intessuta di decisioni da prendere, ciò che richiede una competenza emozionale che va oltre la mera conoscenza delle circostanze. “Il deficit appariva collocarsi agli stadi più avanzati del ragionamento, in prossimità o in corrispondenza del punto in cui deve essere fatta la scelta o deve emergere la risposta”.

E’ certamente saggio ritenere che un’emozione incontrollata perturbi il ragionamento. Ma sarebbe un grave errore tenere slegati e separati ragione ed emozione: “una riduzione dell’emozione può costituire una fonte ugualmente significativa di comportamento irrazionale”. Nei pazienti studiati poteva esserci un’espressione incontrollata di emozioni, ma a partire dal fatto che la tonalità emotiva della loro vita si era drasticamente impoverita: emozioni e sentimenti erano compromessi, mancavano di creatività ed originalità. I loro comportamenti erano strani, come un’arancia meccanica.

Emozione e coscienza

Sento quindi sono è il motto che Damasio propone di sostituire al più celebre cogito ergo sum di Cartesio, in un libro (1999) il cui titolo italiano è Emozione e coscienza, ma di cui conviene riportare il titolo originale: The Feeling of What Happens. Body and Emotion in the Making of Consciousness. 

La via di Damasio per risolvere il problema della coscienza è di spiegare come si possa costruire la coscienza nel cervello umano. Ed il risultato è innanzitutto quello di mostrare che la coscienza e l’emozione non sono separabili, così come stretto è il legame di ciascuna delle due con il corpo. L’uomo peculiarmente eccelle nella capacità di passare dalla coscienza nucleare del qui e ora alla coscienza estesa attraverso la cui complessità si definisce il sé di una persona, la sua storicità e la sua creatività.

La coscienza è un processo. “La coscienza inizia come sentimento di ciò che accade quando udiamo, vediamo e tocchiamo”. E tuttavia paradossalmente noi a volte usiamo la mente per nascondere il corpo. “Le presunte caratteristiche di vaghezza, elusività e intangibilità delle emozioni e dei sentimenti sono probabilmente un sintomo di questo fatto, un segno di quanto copriamo la rappresentazione del nostro corpo, di quante costruzioni mentali basate su oggetti ed eventi estranei mascherino la realtà del corpo”. La coscienza d’altronde nasce quando il cervello scopre di poter formulare immagini di un oggetto e di usare il linguaggio per raccontare ciò che già non necessariamente corrisponde alla realtà. Conoscere i sentimenti va comunque di pari passo con l’arte del vivere.

“E’ attraverso i sentimenti – i quali sono diretti verso l’interno e privati – che le emozioni – le quali sono dirette verso l’esterno e pubbliche – iniziano ad avere effetto sulla mente”. “Le emozioni si esibiscono nel teatro del corpo; i sentimenti in quello della mente”. “Ma l’effetto completo e durevole dei sentimenti richiede la coscienza, poiché è soltanto con l’avvento di un senso di sé che l’individuo viene a conoscenza dei sentimenti che ha”. Sebbene possiamo non essere coscienti di ciò che induce un’emozione, e spesso non lo siamo, averne consapevolezza piuttosto che il controllo è un importante momento di crescita.

Sia la coscienza che l’emozione mirano alla sopravvivenza dell’organismo, e se le emozioni usano il corpo come teatro anche la coscienza affonda pertanto le radici nella rappresentazione del corpo. La mente è l’idea del corpo, direbbe non Cartesio ma Spinoza. Le emozioni e la coscienza che possiamo averne sono parte integrante della nostra autoregolazione, della nostra fisiologica omeostasi. Rispetto d’altronde ai nostri meccanismi automatici ed involontari di regolazione, come quelli che hanno sede nel tronco encefalico e che regolano tra gli altri la nostra respirazione, il battito cardiaco, la sudorazione, la salivazione: la coscienza aggiunge dei gradi di libertà nella nostra capacità di rispondere a stimoli ambientali imprevisti. “La coscienza è soltanto lo strumento più recente e più raffinato, che svolge la sua funzione dando spazio alla creazione di nuove risposte nel tipo di ambiente per il quale l’organismo non è stato preparato, in termini di risposte automatiche”.

Inoltre la mente e la sua coscienza, per quanto possano manifestare segni osservabili, restano fenomeni innanzitutto privati e sono semmai condizione di un’autentica comunicazione tra persone diverse. “Io non conoscerò mai i vostri pensieri a meno che voi non me li raccontiate e voi non conoscerete mai i miei finché io non ve li racconterò”.

Ad ogni modo prima di raggiungere le vette sublimi della morale o della creazione artistica, la coscienza nasce ed inizia come un sentimento. Ed il sentimento è semplicemente ciò che manca agli automi, che non hanno coscienza.

“Il sentire ciò che accade è la risposta a una domanda che non abbiamo mai posto ed è anche la moneta riscossa per un contratto faustiano che non avremmo mai potuto negoziare. L’ha fatto la natura per noi”.

Lo strano ordine delle cose

Damasio propone che nell’evoluzione dell’uomo come essere culturale si debbano considerare i sentimenti come motivazione fondamentale. E parla in particolare di tutto ciò che ha contribuito allo sviluppo della medicina. “Linguaggio, socialità, conoscenza e ragione sono i principali inventori ed esecutori… ma sono i sentimenti che li motivano e che verificano i risultati”. Una genealogia della medicina che le restituisce il suo valore. “La medicina non ebbe inizio come uno svago intellettuale per esercitare il proprio ingegno su una diagnosi enigmatica o su un mistero della fisiologia, ma nacque come conseguenza di sentimenti ben precisi dei pazienti e dei primi medici”.

  “In sostanza” – scrive Damasio – “la mia idea è che l’attività culturale abbia avuto inizio dal sentimento e che rimanga profondamente immersa in esso. E’ necessario riconoscere l’azione reciproca, favorevole e sfavorevole, tra sentimento e ragione, se vogliamo comprendere i conflitti e le contraddizioni della condizione umana”.

“In che modo gli esseri umani sono diventati, al contempo, vittime di sofferenza, mendicanti, officianti di gioia, filantropi, artisti e scienziati, santi e criminali, signori benevoli della Terra e mostri decisi a distruggerla?”  

Lo strano ordine delle cose

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