Cornelius Castoriadis: la creatività al potere

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9 Febbraio, 2022
Tempo di lettura: 5 minuti

Cornelius Castoriadis è nato nel 1922 a Istanbul, è cresciuto ad Atene fino a lasciare la Grecia nel 1945 per motivi politici. Trasferitosi in Francia, è lì che svolgerà la sua attività di filosofo della politica e di intellettuale critico fino al 1997.

Comunista trozkista, poi autonomo dalla stessa dissidenza trozkista, a partire dalla rivista Socialisme ou barbarie, fondata nel 1948 insieme a Claude Lefort, dà origine, dal punto di vista di una critica da sinistra dei sistemi totalitari, ad un nuovo modo di pensare la politica.

Socialisme ou barbarieIn particolare mette in discussione due paradigmi: quello del funzionalismo, condiviso pure da certo marxismo; e quello dello strutturalismo, condiviso pure da certa psicanalisi. Il socialismo non può prescindere da un “programma di umanizzazione del lavoro e della società”: considerare la società solamente in termini di funzione fa perdere la fondamentale dimensione di autonomia che spetta all’uomo nel suo agire sociale e politico. Studiare la mente e la psiche in termini di struttura fa perdere di vista l’elemento fondamentale di creatività che spetta alla psiche ed alla mente.

La filosofia in generale non sarà la contrapposizione di una luce abbagliante ad una temibile oscurità, ma la capacità di entrare nei meandri di un labirinto. “Pensare non è uscire dalla caverna, né sostituire all’incertezza delle ombre i contorni definiti delle cose stesse, alla luminosità incerta di una fiamma la luce del vero Sole. È piuttosto entrare nel Labirinto, cioè esattamente fare in modo che ci sia ed appaia un Labirinto”. (Les Carrefours du labyrinthe, Editions du Seuil, 1978). La filosofia resta il luogo imponderabile della creatività, del poter condurre la sua ricerca oltre i paradigmi. “La dimensione storica della filosofia è anche ciò che si realizza come creazione. Essa costituisce l’emergenza di figure altre del pensiero”. Pensare non in funzione di ciò che è già stato pensato, ma rinnovando piuttosto sempre lo scarto tra il pensare ed il pensiero. “Un grande pensatore pensa al di là dei suoi mezzi”.

 Così come la musica sorge dal silenzio “la creazione si definisce come deiscenza dove convergono la figura e lo sfondo, ciascuna a partire dalla sua relazione con l’altro”. Castoriadis utilizza un termine medico, deiscenza, per indicare che è nell’apertura di una ferita, nell’inefficacia di una sutura che il pensiero si fa creativo. Ed un pensiero che si fa creativo non è più solo teorico, non è più solo speranza, ma crea la libertà di agire: “Auschwitz o il Gulag non sono da rifiutare, sono da combattere”.  Se la poiesi del linguaggio, dell’azione nascono ex nihilo, dal nulla, è perché l’Essere va originariamente inteso non come Ordine, ma come Caos. Se la politica vuole mettere ordine dove c’era caos, non deve però mai smettere di essere creativa.

Democrazia

Ciò che soprattutto interessa a Castoriadis è il destino della democrazia: dalla sua nascita nella polis greca al suo rinnovarsi nelle Rivoluzioni dell’età moderna, fino al rischio di una sua eclisse nell’età contemporanea. La democrazia per essere tale deve essere radicale: ed appare invece nelle analisi di Castoriadis stretta nella morsa tra una burocratizzazione della società ed una oligarchizzazione del potere. Lo stesso antagonismo tra dirigenti ed esecutori Castoriadis lo trova nel regime russo e nei paesi capitalisti occidentali. Oggi possiamo pensare di trovarlo all’ennesima potenza nella Cina che ha congiunto quei due modelli, e da dove per certi aspetti è partita la sfida del Covid a questo mondo oligarchico e burocratizzato al tempo stesso.

  Una democrazia senza demos non è democrazia, una democrazia senza autonomia degenera in populismo. Autonomia significa sottrarre la creatività dell’agire politico al predominio dell’economico. Autonomia significa anche sapersi autolimitare nei confronti della natura.

Certo, le idee di Castoriadis furono anche supportate dai movimenti di contestazione giovanile nati a partire dalla metà degli anni Sessanta e che oggi un sentire comune ha CORNELIUS-CASTORIADIS-DISORDINI-FRANCIA-ANNI-'70archiviato come movimenti infantilmente utopistici, inadatti alla realtà e responsabili di derive violente. Ma quella catastrofe dell’immaginazione non giustifica un regresso della creatività, che rischia di avvilire il nostro mondo della globalizzazione in una comune insignificanza (La montée de l’insignifiance è il titolo di un libro di Castoriadis del 1996). Castoriadis denuncia il disfacimento dell’Occidente, da culla della democrazia a luogo del conformismo generalizzato. Il progresso tecnologico rischia di rimanere un guscio vuoto a protezione della nostra irresponsabilità ed indifferenza.

L’attuale società priva ogni avvenimento di significato, come se questa perdita di significato divenisse il prezzo da pagare ai fini della liberalizzazione e globalizzazione dell’economia. Mafie capitaliste, così le chiama Castoriadis, occupano lo Stato, mentre la maggior parte delle persone si comporta come un consumatore acritico, come uno spettatore poco vigile. Di fronte a questa nuova barbarie è importante la responsabilità di esercitare con rigore la propria immaginazione creatrice. Ciò che non è solo un valore individuale, ma anche necessariamente una virtù politica. Non ci possono essere individui autonomi senza una società autonoma, e viceversa. “Bisogna che ci sia un’educazione. Un’educazione verso la creazione”.

Finestra sul caos

“Quello che sta per nascere, faticosamente, in modo frammentario e contraddittorio, da due secoli e più, è il progetto di una nuova società, un progetto di autonomia sociale e individuale che è creazione politica in senso profondo”.  Ciò significa in ogni caso distruggere i valori che hanno determinato la decadenza dell’Occidente: “consumo, potere, status, prestigio, espansione illimitata del governo della razionalità”. 

La cultura contemporanea riflette questa decadenza per una mancanza di valori e di un loro radicamento nel demos, nel popolo. La cultura nazionalpopolare è perlopiù insignificante. Il pubblico applaude dei contorsionisti, mentre l’avanguardia resta fine a se stessa. Chi oggi, si chiede Castoriadis, nell’organizzazione del tempo libero: “potrebbe avere accesso alla vita e al tempo del romanzo, mettersi nella posizione di recettività/libertà necessarie per farsi prendere in un grande romanzo pur facendo qualcosa per se stesso?” Ci sono sempre meno opere e più solamente prodotti dalla durata effimera. La tecnica offre straordinarie risorse alla diffusione della cultura, ma tuttavia rischia di svuotarla dei suoi valori essenziali.

“Non c’è nessuno in grado di dire quali saranno i valori di una nuova società o di crearli al suo posto. Noi però dobbiamo osservare con sensi sobri ciò che è, bandire le illusioni, affermare con forza ciò che vogliamo; uscire dai circuiti della produzione e della distribuzione di tranquillanti”. Si va perdendo il significato storico del nostro agire non più autonomo, non più determinato da noi stessi. “Scompaiono insieme la memoria viva del passato e il progetto di un avvenire caricato di valore”.

Autonomia

Dunque per Castoriadis l’elemento fondamentale da perseguire è l’autonomia. Ciò che Kant definiva l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità, il poter decidere di sé da se stesso, la quale autonomia in verità Kant confina nei limiti dell’etica. Castoriadis vorrebbe invece ritrovare una continuità con l’autonomia sociale e politica della democrazia greca, della polis che era libera di dare leggi a se stessa in nome del demos.

  In un’epoca che si è lasciata le rivoluzioni politiche alle spalle, il progetto di autonomia come volontà collettiva di un’autoistituzione della società è in via di estinzione. Rimane però cruciale la capacità di discutere e di mettere in discussione le presunte evidenze di ciò che è già istituito e protocollato. “Il progetto democratico è lo sforzo, ancora incompiuto, di concretizzare nelle istituzioni, per quanto sia possibile, l’autonomia individuale e sociale.”

  Ne va già intanto della bellezza del mondo e della possibilità che sia nobilitato dalla creazione di opere d’arte. 

  “Se i significati immaginari sui quali si costituisce la società – che siano sotto forma religiosa o sotto altra forma – la rimandano all’Abisso sul quale vive (e se essa si dà in sé e per sé), l’arte potrà essere presente come grande arte o come arte sociale (rivolta a una comunità viva, non a isolati estimatori). Ma se la società si costituisce sulla ostinata negazione di tutto ciò che non sia funzionale o strumentale, sul tentativo di distruggere i significati e la significazione, sulla sterminata piattezza di una visione pseudo-scientifica del mondo che è un’impostura e di un progresso materiale che è una menzogna, non solo renderà impossibile la grande opera d’arte (come sta già avvenendo in Occidente), ma l’avvertirà come un’oscura minaccia che mette in dubbio i suoi stessi fondamenti, e istintivamente si accanirà contro di lei.”

“Nel più banale fare umano è già presente, secondo me, una dimensione assolutamente centrale: la dimensione immaginaria, la capacità di formare un mondo e di dare un senso, una significazione, al mondo e a sé stessi, a ciò che si fa.”

Quella di Castoriadis è dunque una filosofia della creazione, ovvero dell’autocreazione ovvero dell’autonomia. La storia è stata ed ancora può essere un emergere di forme nuove, un “darsi di nuove determinazioni, di nuove leggi, di nuove legittimità”. Per cogliere le quali bisogna tenersi in dialogo: con noi stessi, con gli altri, con il mondo: “quando pensiamo, riflettiamo o scriviamo, noi siamo in ascolto”.

 

Per approfondire:

Cornelius Castoriadis – La rivoluzione democratica – Eleuthera

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