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19 Maggio, 2026

Etienne Bimbenet e l’antropocentrismo allargato

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Etienne Bimbenet, nato a Parigi nel 1967, è un filosofo francese, assiduo studioso della fenomenologia di Merleau-Ponty. Si è a lungo occupato della questione del rapporto tra la natura animale e la natura umana. Nell’intento di uscire dalla polarità che vede contrapporre il paradigma dualista di Cartesio, secondo cui l’uomo è in quanto razionale assolutamente superiore all’animale che è pressappoco come una macchina, ed il paradigma continuista di Darwin, secondo cui le differenze tra uomo ed animale sono differenze di grado.

L’animale che non sono più

Da una parte le scienze della vita propongono sotto forma di naturalismo di nuovo una concezione riduttiva della vita stessa; dall’altra l’umanesimo vorrebbe rivendicare una superiore dignità dell’uomo senza incorrere in discorsi metafisici. “La posizione umanista e naturalista, pensate in maniera esclusiva, sono pensieri poveri e ristretti”. C’è il rischio di un naturalismo che sia cieco, o di un umanismo che sia vuoto.

“Certo, l’uomo fu un animale; e tuttavia, non lo è più”. La vita è zoè, ma è anche bios. “Occorre che noi pensiamo l’uomo al tempo stesso come un fatto naturale e come un portatore di valori assoluti”. “La continuità evolutiva non impedisce il salto qualitativo”.

Ci sono diversi, interessanti racconti dell’antropogenesi. Che l’uomo discenda dalla conquista della posizione eretta (Leroi-Gourhan), che gli ha consentito l’uso prensile delle mani, liberando la bocca da questa funzione e facendo di questa un organo fonatorio. Che la specificità dell’uomo sia la sua mancanza di istinto e la sua grande capacità di adattamento (Lorentz): l’uomo nella vacanza dell’istinto e nella sua libertà di movimento “si rende disponibile ad ogni apprendimento, si apre ad ogni informazione esterna, attraverso il gioco, la curiosità e l’esplorazione”. Prove ne sono la domesticazione e la neotenia: l’uomo nasce giovane, prematuro ed ha bisogno di un ambiente protetto. Che infine con l’Uomo nasca la Cultura (Lévi-Strauss): a partire da un atto costitutivo, la proibizione dell’incesto, nascono delle Regole che pongono l’Uomo in una condizione di Diritto oltre che di Fatto. “La proibizione dell’incesto è universale come la natura da cui procede, ma normativa come la cultura che contribuisce ad instaurare”.

Tre racconti interessanti, ma ai quali non deve mancare, secondo Bimbenet, il racconto fenomenologico, la sua capacità di considerare la vita da un punto di vista puramente soggettivo: “non confondere il punto di vista esteriore sulla vita con la vita stessa”.

Tre Scimmie

La pretesa scientifica di ricondurre l’uomo alla sua natura animale da cui proviene; l’esigenza morale di porre fine ad un antropocentrismo che giustifichi la violenza dell’uomo sulla natura; l’orizzonte di decostruzione antimetafisica della filosofia. Sono tre saggi principi, che tuttavia rischiano di rimanere irretiti nella iconica saggezza delle Tre Scimmie: quella finta saggezza che Confucio stigmatizzava nell’atteggiamento di chi non vede, non sente, non parla.

La prospettiva cui invece invita Bimbenet è quella di non liquidare l’antropocentrismo in un altrettanto dogmatico zoocentrismo, ma di costruire un antropocentrismo allargato. L’origine animale dell’uomo apre scenari nuovi sulle sue acquisizioni. “Ogni cosa va ricostruita: la nostra rappresentazione di noi stessi, e attraverso di essa ciò che voglia dire parlare, pensare, percepire, credere, volere, agire o amare”.

È all’opera un paradigma biologizzante, i cui cardini, che sono il gene nella biologia evoluzionistica, il cervello nel cognitivismo, la scimmia nella primatologia, rischiano di diventare dei feticci. Il gene egoista, il cervello che pensa in noi, la nostra derivazione dalle scimmie, rischiano di dare per scontata una concezione incompleta e distorta di ciò che è l’uomo.

Oltre la scienza, la fenomenologia può far emergere l’intenzionalità e l’idealizzazione proprie dell’uomo. Oltre il punto di vista patocentrico, ci sono idealità nelle ragioni morali per cui l’uomo deve rispettare gli animali. È giusto che noi “siamo diventati sensibili alla sensibilità degli animali”. Ma l’universalità dei diritti pensati dall’uomo è anche quella che va al di là della nuda vita. Il punto di partenza non deve essere quello della sfera autarchica e naturale dei bisogni, non quello della sopravvivenza e neanche solo della prevenzione della sofferenza, ma quello di cosa possa significare una vita degna, una vita buona.

La critica di Bimbenet si fa politica: è proprio del disincanto delle democrazie liberali aver ristretto i diritti ai temi della salute e della sicurezza personale. Ma invece il rispetto della vita deve discendere da una libertà creativa.

Per quanto le scimmie mostrino comportamenti imitativi ed emulativi, lo fanno pur sempre per l’efficacia nel perseguire uno scopo. Resta propriamente umano un sapere simbolico, che verte non sulla rappresentazione di oggetti, ma che ha per oggetto la rappresentazione stessa e che costituisce una sua seconda natura. La capacità di imparare ad apprendere rende quello della pedagogia un campo squisitamente umano.

Antropocentrismo allargato

Un antropocentrismo allargato dunque, è ciò di cui Bimbenet sente il bisogno. Che parta dall’evidenza della differenza radicale dell’essere uomo, talmente evidente che non ce ne si accorge più, come La Lettera rubata di Allan Poe.

A partire dal linguaggio, c’è un’idealità universale e necessaria che struttura le nostre vite, un’intenzione di verità, la creazione di un mondo condiviso. “L’uomo dal momento che parla si apre all’infinito, non si rivolge ad un gruppo ristretto”.

“Tale è la vita umana, che copre la distanza infinita dal personale all’universale o dallo spontaneo al necessario, e che ogni mattina ricomincia, come se fosse il primo giorno, il lungo cammino della cultura”.

Non siamo al di sopra degli animali, ma siamo noi a poter presupporre la comunità di tutti i viventi. È allargando la sua prospettiva che l’antropocentrismo include anche l’animale. Dobbiamo il nostro rispetto agli animali, con la nostra migliore immaginazione di ciò che la vita possa essere in quanto più che sopravvivenza o autoconservazione.

“Solo gli umani, attraverso il loro linguaggio e le loro regole, possono esigere l’universale e considerare che la sensibilità, o la ragione, o il linguaggio, o la libertà, siano dei beni in sé”.

“Un antropocentrismo allargato ci riporta dunque a noi stessi”. È un’empatia immaginativa, oltre che un contagio emotivo, che ci mette in condizione di riconoscere la bellezza e la grazia della natura, che ci può spingere a riconoscere come un valore superiore l’equilibrio dell’ecosistema.

Passa per questa profonda trasformazione la possibilità per noi di essere profondamente umani.

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