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27 Maggio, 2026

Fitoterapia moderna e gemmoterapia: efficacia e sicurezza nella pratica veterinaria

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Fitoterapia: la madre di tutte le medicine

Fin dalle origini della civiltà umana l’uomo ha utilizzato le piante per curarsi, per alleviare dolori, per far guarire ferite e per numerosissimi interventi terapeutici. Nell’epoca preistorica gli uomini del tempo utilizzavano foglie e radici di piante per curare diverse infermità, ed avevano l’idea che l’azione curativa delle piante derivasse da un’azione magica della forza della natura. All’epoca le cure fitoterapiche erano appannaggio di sacerdoti e sciamani che si tramandavano le loro esperienze sull’utilizzo delle piante.

A partire dal V secolo a.C. la cultura magica legata alla cura attraverso le piante fece spazio a quella filosofico-analogica che iniziò ad avvicinare i terapeuti ad una visione legata a causa ed effetto, e quindi più scientifica. Successivamente, prima il greco Teofrasto, considerato il padre scopritore della botanica, e dopo Galeno, iniziarono a classificare le piante secondo il loro uso medicamentoso. Nel medioevo poi il pensiero di Galeno ed Ippocrate fu trasmesso attraverso i frati che nei conventi avevano tutti un orto botanico, nel quale coltivavano anche piante medicamentose.

Parallelamente anche gli Arabi diedero vita all’Alchimia, che utilizzava come strumenti terapeutici complesse associazioni di piante. Nel 1500 seguirono poi gli studi di Paracelso, chimico ed alchimista che descrisse il principio attivo di molte piante, principio attivo che lui definiva “Quintessenza”.

Nella seconda metà dell’800 poi esordisce la tecnologia farmaceutica legata alla chimica: si iniziano ad isolare i principi attivi di numerose piante e a sintetizzarli in laboratorio. I primi farmaci sintetizzati furono morfina, stricnina, chinina, atropina, elaborati per sfruttare al meglio le proprietà di oppio, noce vomica, china ed atropa belladonna.

Dalle piante ai laboratori

Alla fine del XIX secolo, e precisamente nel 1897 presso un laboratorio utilizzato per la produzione di colori fu sintetizzato l’acido acetilsalicilico, primo farmaco di sintesi, differente da quello estratto da Salix alba, e dotato di maggiore efficacia e minori effetti collaterali, a detta dei produttori; soltanto nel 1970 però furono chiariti i meccanismi d’azione dell’acido acetilsalicilico che è utilizzato ancora oggi prevalentemente per la sua attività antiaggregante piastrinica, e per l’effetto antipiretico ed antinfiammatorio.

Dal 1928 in poi la medicina moderna vide cambiare completamente gli scenari terapeutici: in quell’anno infatti Fleming scopri gli effetti antibiotici di una muffa che chiamò penicillina. L’atteggiamento nei confronti della fitoterapia mutò, venendo considerata vetusta e poco pratica. Molti medici attirati dalla potente azione di questi presidi abbandonarono lo studio e l’utilizzo della fitoterapia, ma fortunatamente non tutti! In tanti infatti continuarono a dedicarsi allo studio ed all’utilizzo di piante medicamentose, con notevoli scoperte.

Con l’aiuto della moderna tecnologia è stato possibile scoprire i potenti effetti delle piante, tenendo presente che, in molti casi, gli effetti collaterali della fitoterapia sono molto limitati rispetto ai farmaci chimici. Molte delle malattie dell’era moderna sono infatti causate da effetti iatrogeni dei farmaci chimici; la fitoterapia offre in questo senso un’alternativa più dolce ed in sintonia con la natura, per la cura di numerose condizioni.

Fitoembrioterapia: sorella della fitoterapia

Nel 1959 il Dott. Pol Henry, medico omeopata belga, partendo da osservazioni di alcuni studi medici che utilizzavano per diverse patologie cure a base di cellule di feti, trasse ispirazione e creò dei preparati vegetali a partire dalle gemme gettanti e dai tessuti embrionali di diverse piante.

Henry analizzando i preparati si rese conto che i tessuti embrionali delle piante contenevano cellule indifferenziate, vitamine, ormoni vegetali, enzimi, sostanze antiossidanti, in grado di conferire un potere rigenerativo superiore a quello dei tessuti vegetali adulti. Oltre alla spiegazione chimica, la presenza in questi embrioni vegetali di moltissimi principi attivi, evidenziava l’aspetto energetico: questi fitoembrioestratti erano dotati di maggiori potenzialità di rigenerazione e di maggiore potenziale energetico in quanto in fase di sviluppo. I fitoembrioestratti sono poi stati prodotti per offrire ai pazienti questa opportunità terapeutica.

Essi si preparano a partite da estratti concentrati di tessuti embrionali vegetali ed utilizzato per ristabilire l’equilibrio del paziente, sia sul piano fisiologico che su quello energetico. Hanno un’azione più dolce e contengono meno alcool rispetto ai gemmoderivati D1 e possono essere pertanto utilizzati anche in pediatria, geriatria ed in pazienti gravide. La preparazione prevede la macerazione per 20 giorni in acqua, alcol e glicerina al 33% ciascuno, rendendoli anche più gradevoli come gusto. Vengono impiegati tre solventi in grado di estrarre principi attivi diversi e questo rende i FEE più ricchi di effetti terapeutici e più concentrati.

Fitoterapia, gemmoterapia e animali

Come accennato in precedenza, in tutte le civiltà e le culture antiche hanno nei secoli sviluppato una scienza erboristica, al fine di utilizzare piante o parti di esse per curarsi. Egizi, greci, arabi, antichi romani, si tramandarono queste conoscenze, oltre alle tradizioni orientali (Cina, India, Giappone, etc.).

Ai primi del 1500 Paracelso definì “farmacie” i prati, i pascoli, le colline e le montagne. E anche gli animali si sono sempre curati in modo naturale con le erbe. Basti pensare ai cani con disturbi gastroenterici che assumono spontaneamente erbe come il tarassaco, ubiquitario e con proprietà detossificanti epatiche, o ai gatti che sono ghiotti di Nepeta cataria, nota anche come erba gatta, che ha azione stimolante. Tutti gli animali hanno sempre provato a curarsi con le piante che avevano a disposizione, e l’uomo che li allevava notando questa caratteristica ha iniziato a somministrargliele come veri e propri farmaci.

L’etnobotanica è una scienza che studia proprio il legame tra antropologia culturale, botanica e linguistica, occupandosi del modo in cui nelle diverse società le piante vengono classificate e dei significati simbolici e metaforici di cui si riveste localmente il rapporto tra l’essere umano e le piante che coinvolge anche gli animali domestici. Grazie all’etnobotanica gli allevatori di animali da produzione ed i veterinari che li curano possono individuare i foraggi da offrire agli animali, affinché i loro pasti divengano allo stesso tempo una vera e propria cura. Il tutto prendendo spunto da osservazioni di popolazioni indigene che osservando a loro volta gli animali nei secoli hanno imparato quali piante giovano e quali no.

Le piante che si possono utilizzare in medicina veterinaria sono davvero tante: Aloe, Calendula, Echinacea, Tarassaco, Curcuma, e l’elenco potrebbe continuare davvero a lungo. Gli utilizzi sono tra i più disparati: dall’applicazione locale mediante creme, impacchi e pomate, a quella per uso orale attraverso tinture madri, macerati glicerici e Fitoembrioestratti. Questi ultimi trovano uno spazio notevole nella gestione terapeutica non convenzionale di molti disturbi in quanto particolarmente maneggevoli. Poiché come accennato in precedenza i FEE sono più concentrati e meno ricchi di alcool, sono pertanto meglio tollerati dagli animali come appetibilità, e si possono somministrare in quantità inferiori rispetto ad un gemmoderivato D1.

Come usare i fitoterapici in veterinaria

Il modo migliore per sfruttare le proprietà delle piante per la cura dei nostri Fido e Micia è quella di utilizzare prodotti certificati e sicuri, sempre sotto la guida esperta del veterinario curante. Non tutte le piante hanno infatti gli stessi effetti nelle diverse specie animali. Ad esempio la Dryopteris filix-mas, conosciuta come Felce Maschio, in dosi molto piccole ha effetti vermifughi in quanto paralizza i parassiti adulti facilitandone l’espulsione dall’intestino, ma a dosaggi anche solo leggermente più alti è altamente tossica, provocando vomito, convulsioni, danni al nervo ottico e cecità.

È importante pertanto evitare i fai da te e chiedere sempre consiglio al nostro veterinario di fiducia che saprà prescrivere un piano terapeutico ad hoc per il nostro amico a 4 zampe, ed affidarsi ad aziende farmaceutiche serie che producono fitofarmaci sicuri.

BIBLIOGRAFIA

Engel, C., 2002. Wild Health: how animals keep themselves well and what we can learn from them. Weidenfeld & Nicolson, London.

Felicioli, A., Giusti, M., Vangelisti, R., Viegi, L., 2008. Plants used as antiparasitic in italian ethno-veterinary medicine. Parassitologia, 50, suppl. 1,2: 210.

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