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10 Ottobre, 2026

L’amore: costruzione sociale o sistema adattivo? 

Un'nterpretazione evoluzionista e non più romantica

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BIO – Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità – Educational Papers • Anno IV • Numero 15 • Dicembre 2015

Scritto in collaborazione con Eugenia D’Alterio – biologa

 

Come origina l’amore?

Come origina l’amore è una domanda ambiziosa che ha ispirato innumerevoli opere letterarie. Forse per questa ragione il filosofo Jon Elster pensa che si possa imparare di più circa un’emozione, come l’amore romantico, dai romanzieri e dai drammaturghi, che dalla conoscenza cumulativa elaborata dalla psicologia sperimentale1. Tuttavia, la maggior parte degli esperti accademici, in letteratura, che avrebbero potuto chiarire le intuizioni dei letterati, finora, sono stati sprovvisti di un quadro teoretico per elaborare una conoscenza adeguata ad interpretare l’amore nella prospettiva dell’evoluzione umana. Ad esempio, l’eminente critico shakespeariano Richard Levin da voce ad un nutrito consenso tra i critici letterari con la sua asserzione che postula che ciò che viene chiamato amore romantico non può essere considerato universale, naturale o essenziale, perché esso è socialmente costruito. Questo si desume dal fatto che esso è costruito in modo diverso nelle diverse società2. Per chi è versato nella odierna teoria dell’evoluzione, questa posizione apparirà fuorviante poiché essa ripropone un’obsoleta dicotomia tra natura e cultura e assume che le variazioni culturali, riguardo un tratto o comportamento, siano evidenza sufficiente per stabilire che ciò sia “culturale” piuttosto che “naturale”. Quindi, se si impara più sull’amore dalle opere letterarie che dalla psicologia scientifica, ciò dipenderà dal fatto che le opere letterarie vengano interpretate in modo che abbiano il beneficio della conoscenza della psicologia evoluzionista col contributo di altre discipline.

In questa discussione sull’amore romantico, interpretato alla luce dell’odierna teoria dell’evoluzione umana, viene argomentato, in primis, che l’amore, più specificamente l’amore romantico, non è una costruzione sociale nel senso in cui viene interpretata tradizionalmente dai costruttivisti. Questa posizione sarà documentata con evidenze da un ampio raggio di discipline, includendo le neuroscienze, la psicologia, la storia, la filosofia e l’antropologia. Insieme con la ricerca contemporanea sul dimorfismo psicosessuale, l’universalità proposta dell’amore corroborerà il secondo obiettivo dell’argomentazione che è quello di offrire un esempio dell’interazione tra una natura umana evolutiva, un ambiente storico specifico e il “genere letterario” utilizzando Shakespeare. 

È l’amore una costruzione sociale?

Forse una tra le migliori argomentazioni circa l’amore come una costruzione sociale è quella di Anne Beall & Robert Sternberg. Questi studiosi hanno proposto che l’amore sia una “costruzione sociale che riflette il suo momento storico in quanto svolge un’importante funzione nella cultura”3. Questi studiosi affrontano la questione della potenziale universalità dell’amore attraverso quattro ipotesi teoretiche4 e prendono la posizione che “l’amore non sia un’esperienza universale in quanto cambia ed è inteso secondo i contesti culturali”5. Questa posizione è documentata da un ampio resoconto, anche se abbastanza emotivo, di differenze culturali e storiche. Questi autori mostrano come l’amore può variare in termini del suo oggetto come in termini della sua funzione sociale, segnalando che “una parte essenziale della propria esperienza dell’amore corrisponde con la propria concettualizzazione sull’amore”6. Questa segnalazione è anche corroborata da una discussione sulle componenti cognitive dell’amore, vale a dire, circa come le nostre credenze e aspettative influenzino la nostra esperienza sentimentale. 

Una sintonia, tra la posizione di Beall & Sternberg e la prospettiva darwiniana sull’amore, va segnalata subito onde evitare equivoci. Definitivamente, gli esseri umani sono esseri culturali la cui esperienza emozionale è almeno parzialmente modellata ed incanalata dalle convinzioni dominanti nelle loro società di appartenenza. Beall & Sternberg considerano anche il fatto che è difficile avere una comprensione degli esseri umani o delle loro società soltanto dal di fuori. La comprensione degli esseri umani e delle loro società richiede di prendere in considerazione le loro auto-rappresentazioni e le loro credenze dominanti. 

Vediamo però la loro premessa centrale, vale a dire, che “l’amore è una costruzione sociale” poiché non si manifesta ovunque nello stesso modo. In se stessa, la percezione delle variazioni culturali e storiche è un’ovvietà che può servire come un punto di inizio per un’analisi più approfondita e sofisticata. Infatti, Beall & Sternberg sembrano non considerare una replica piuttosto ovvia alla loro argomentazione e cioè che la semplice nozione di amore, come qualcosa che è sperimentata e concettualizzata diversamente in varie culture, presuppone, necessariamente, che esso sia un unico fenomeno piuttosto che un insieme casuale di fenomeni che vengono raggruppati insieme. 

Questo non è un gioco di parole e per quanto si potrebbe desumere Beall & Sternberg rispondono a questa segnalazione sottolineando ancora di più l’aspetto della differenza in modo che diverse culture e forme di amore siano viste come incommensurabili. In tale caso, però, loro dovrebbero smettere completamente di riferirsi all’amore e scartarlo come uno sfortunato residuo della psicologia popolare. Qualcosa di simile è stato fatto da Paul Griffiths per quanto riguarda il concetto di emozione che egli ritiene troppo impreciso per essere di qualche utilità nella ricerca accademica7. Contrariamente, con il loro ripetuto riferimento all’amore al singolare, Beall & Sternberg, sembrano precludere una tale cancellazione del termine. La loro posizione, infine, considera che, “sebbene l’amore sia un’idea che riflette la sua cultura di appartenenza, ha un enorme impatto su come le persone pensano e sentano circa loro stessi e gli altri”8.

L’alternativa è, certamente, tentare di riconciliare l’idea dell’amore come un fenomeno universale unico con le evidenze delle sue variazioni culturali e storiche. Cercando di evitare il potenziale fuorviante dell’analogia e concentrandoci sulle sue risonanze illustrative, si consideri il più semplice atto universale quale è il mangiare che varia, sostanzialmente, tra le diverse culture. Le popolazioni hanno diete locali, si cibano con modalità diverse, in alcune culture si consuma di più mentre altre fanno virtù del digiuno in certi periodi dell’anno e anche l’atto di mangiare ha differenti funzioni sociali in luoghi diversi. Tuttavia, tutti noi riconosciamo che queste sono variazioni culturali di un singolo atto universale e che questo atto costituisce una risposta ad una necessità umana basilare. 

Il rifiuto di Beall & Sternberg di una simile universalità nel caso dell’amore sembra derivare primariamente dalla mancanza di un’unica “definizione che descriva l’amore in tutte le epoche e culture”9. Ma se mai aspettassero di trovare una tale definizione universale (una che sarebbe stata riscontrabile nei concetti ufficiali degli antichi greci, aztechi, dei boscimani e degli occidentali postmoderni) allora questa speranza doveva essere tanto ottimista fino al punto di diventare fuorviante. C’e una miriade di fenomeni umani che possono, sicuramente, essere catalogati “universali della cultura umana” come la religione e la stessa cultura malgrado la nostra dimostrata incapacità di arrivare a chiare e condivisibili definizioni delle loro esatte nature. 

Per di più, una “definizione” (o un atteggiamento) dominante verso l’amore (al punto che essa venga riconosciuta ufficialmente) non è sempre rappresentativa della sua reale pratica o attuazione. Ad esempio, come potremmo mai aspettare di trovare una definizione adeguata dell’amore romantico in una cultura che considera le passioni degli individui come un male sociale e, dunque, si rifiuta di parlarne? Per questa ragione, è necessario un approccio empirico che non sia interamente dipendente dal concetto dominante che la cultura ha sull’amore. Utilizzando il catalogo etnografico dei comportamenti sociali e istituzionali condivisi dai 330 gruppi etnici, culturali, religiosi e nazionali catalogati nei Human Relations Area Files di George P. Murdoch, gli antropologi William Jankowiak e Ted Fisher hanno documentato che l’amore romantico risulta essere un comportamento quasi universale trovato nel 90% delle 166 società da loro studiate10.

Prima o poi, la questione dell’universalità dell’amore necessiterà essere riformulata con un approccio che superi il livello delle differenze e delle similitudini culturali. È necessario considerare anche le disposizioni biologiche che consentono alle persone provare un sentimento l’una per l’altra, in primo luogo. Come la maggioranza dei costruttivisti, Beall & Sternberg non contrastano decisamente l’idea delle fondamenta biologiche dell’amore, ma la considerano semplicemente irrilevante asserendo che “possiamo presumere che l’amore include una componente biologica”11. Questa però non è la fine della questione ma solo l’inizio della storia. 

L’amore romantico, disposizioni biologiche e costruzione sociale

Se noi assumessimo che l’amore è un aspetto universale della natura umana che non sarà propriamente capito fino a che avremmo esplorato le sue radici biologiche, allora è ancora possibile affermare che forme più specifiche dell’amore sono socialmente costruite (nel senso più limitato che esse costituiscono modulazioni culturali uniche della stessa emozione di base). La supposizione che l’amore romantico sia un fenomeno unicamente occidentale è ancora abbastanza condivisa tra gli accademici della letteratura e delle scienze sociali. In Medieval Misogyny e in Invention of the Western Romantic Love, Howard Bloch avanza una versione rappresentativa di questa supposizione che traccerebbe le sue radici risalenti al secolo undicesimo. 

Se l’espressione “invenzione dell’amore romantico occidentale” sembra una contraddizione è perché noi molto frequentemente assumiamo che l’amore come noi lo conosciamo sia naturale e sia esistito sempre. Niente, tuttavia, potrebbe essere più lontano della verità.I termini che servono a definire o mediare ciò che noi consideriamo ad oggi costituire il coinvolgimento romantico furono stabiliti definitivamente in un momento tra l’inizio e la metà dell’undicesimo secolo, prima nel sud e poi nel nord della Francia12.

Da una prospettiva evoluzionista, vi è buona ragione per pensare che l’assunzione che l’amore romantico sia unicamente occidentale non sia corretta. Prima di tutto, essa confonde l’emergenza storica di certi “termini” con la comparsa di una nuova “emozione”. Secondo, i “termini” sono raramente definiti (se non mai) appropriatamente in modo che l’affermazione costruttivista possa essere valutata. Terzo, è anche vero che qualcosa di importante successe in Francia nell’undicesimo secolo che avrà grandi conseguenze per la nostra concezione occidentale sull’amore ma l’opera di Irving Singer13 sulla tradizione dell’amore occidentale ci ricorda che non dobbiamo confondere l’emozione con l’ideale. Egli ci ricorda anche che la tradizione dell’amore cortese (romantico) assume che l’amore sessuale tra uomini e donne è in se stesso qualcosa di splendido, un ideale per il quale è meritevole lottare in quanto l’amore nobilita sia l’amante che l’amato. Inoltre, ci rammenta che nella tradizione dell’amore cortese l’amore viene considerato una conquista etica ed estetica per cui l’amore sessuale non può essere ridotto a mero impulso libidinale. In questa tradizione, l’amore appartiene alla vita cortese ma non è necessariamente vincolato all’istituzione del matrimonio. In questa concezione, l’amore è una relazione intensa, appassionata, che stabilisce un’unità divina tra un uomo e una donna14.

Ciò che la tradizione dell’amore cortese affermava era che l’amore sessuale era autentico e prezioso e che esso aveva un valore estetico e pure religioso. Esso era, innanzitutto, la valorizzazione di una necessità umana in un ambiente culturale che sembrava diametralmente contrario alla sua esistenza stessa. Originariamente una risposta tra la classe dirigente alla realtà politica dei matrimoni combinati, gradualmente, liberò la passione amorosa dal suo ruolo designato nella cultura cristiana e divenne il primo grande sforzo dell’uomo occidentale per dimostrare che le nobili aspirazioni dell’idealismo non dovevano necessariamente essere incompatibili con la gioiosa accettazione della realtà sessuale15. 

Quel che è stato culturalmente specifico sull’amore cortese e le sue propaggini più tardi è stato che la passione romantica, intesa come fenomeno spirituale, è stata fusa con un aspetto centrale della religione giudaico-cristiana: “In generale, l’amore cortese combatteva la promiscuità come la chiesa ha anche combattuto il politeismo. Così come la dottrina religiosa monoteista proclamava che c’era un solo Dio, nello stesso modo c’erano solo un uomo e una donna che potessero appagare i desideri reciproci”16. 

Se vogliamo, possiamo forse descrivere questa versione istituzionalizzata della esclusività (che i ricercatori moderni associano con la passione o con l’amore romantico e che la gente, in genere, non sente per più di una persona per volta e che normalmente preservano per se stessi) come una “costruzione” storica. Ma questo è ben lontano dal dire che l’emozione di base era un invenzione storica nuova di zecca, e che Saffo aveva dato espressione a qualcosa di completamente diverso a Lesbo nel VI secolo prima dell’era cristiana. Ciò che l’amore cortese ha fatto fu impadronirsi di un potenziale umano universale, investirlo con significato sociale e inserirlo in un contesto normativo in cui l’amore autentico era una connessione spirituale lodevole tra due anime uniche. Come tale, doveva anche essere immutabili come Shakespeare suggerisce nel suo famoso sonetto: “L’amore non è amore se muta quando scopre un mutamento.” 

Come tradizione istituzionalizzata, l’amore cortese e le sue propaggini ulteriori avrebbero esercitato una forte influenza sugli stili occidentali di amare fino al punto in cui molte persone considerano oggi l’assenza di amore appassionato nella loro vita come un fallimento sociale e/o personale17. Nel XV secolo, gran parte della dimensione sessuale originale nella tradizione dell’amore cortese era stata minimizzata nella misura in cui la Chiesa aveva rinnovato il suo attacco sulla passione sessuale. Infatti, la poesia di Petrarca, in particolare, ha immortalato il conflitto tra passione spirituale e sessuale. Da lì, la strada dell’influenza letteraria conduce direttamente a Shakespeare, che fa satira di Petrarca e tuttavia condivide una buona parte della sua ambivalenza. Come il suo predecessore letterario, Shakespeare ci mostra una prospettiva sull’affetto umano che è alternativamente distaccato e conflittuale, idealista e realista. Egli aggiunge anche una componente importante che è assente in Petrarca: il senso dell’umorismo18.

Visto in questo modo, la storia dell’amore cortese è la storia di un tiro alla fune tra esigenze evolutesi e vincoli culturali che alla fine produce un ideale che viene armonizzato con il sistema ufficiale di credenze della cultura. Questo è un buon esempio di come l’odierna prospettiva darwiniana sulla natura umana o sull’amore ci permetta di esplorare le dimensioni adattative dell’evoluzione genetica e culturale. Natura presuppone nutrimento. Tutti gli esseri umani sono gli eredi dei bisogni innati e delle disposizioni che sono state personalizzate da un processo evolutivo per interagire con ambienti specifici. In alcune situazioni, come ad esempio nella deprivazione sociale, la disposizione innata per l’amore può essere completamente soppressa. Ma ci saranno anche i vincoli sulla capacità di ogni cultura di disciplinare o vincere quei bisogni rudimentali e desideri la cui storia è sepolta in profondità all’interno del genoma umano19.

Evoluzione delle idee circa l’amore

Un buon riferimento per iniziare un’analisi dei sostrati emotivi dell’amore romantico è la teoria dell’attaccamento di John Bowlby20. Negli anni 50 Bowlby ha respinto l’accento che allora veniva posto sulle fantasie dei mondi interiori nella teoria psicoanalitica e delle relazioni oggettuali e ha sottolineato un problema molto concreto che tutti i neonati dei primati devono affrontare e cioè che il loro processo di maturazione lento li rende totalmente dipendenti dalla presenza di un custode affidabile con cui possono formare un forte legame personale. Collegando l’enfasi originale di Freud sulla natura formativa dell’esperienza infantile con il problema concreto della sopravvivenza, Bowlby indicò forti somiglianze di comportamento tra i neonati umani e i loro familiari. Che il legame del neonato umano alla madre sia la versione umana di comportamenti osservati comunemente in molte altre specie di animali ora sembra indiscutibile, ed è in questa prospettiva che la natura del legame viene esaminata21. 

Negli anni 80, Cindy Hazan, Shaver Philip e Donna Bradshaw svilupparono le intuizioni di Bowlby sugli effetti duraturi dell’attaccamento dell’infanzia in una teoria dell’amore adulto. A loro avviso, l’amore romantico “è sempre e ovunque esistito come un potenziale biologico”22. In questo modo, l’amore romantico sarebbe simile alla maggior parte dei tratti umani che possono essere spiegati in termini evolutivi, cioè, una disposizione che è attribuibile a un genotipo evoluto, ma che richiede anche condizioni ecologiche favorevoli per emergere. Essi hanno inoltre proposto che l’amore adulto coinvolga tre sistemi comportamentali di base biologica: attaccamento, accudimento e sessualità23. 

Anche se l’affermazione di una forte relazione causale tra l’attaccamento nell’infanzia e l’amore degli adulti è ancora dibattuta (tenderanno, per esempio, i bambini insicuri nell’attaccamento ai genitori a diventare adulti gelosi), è difficile contestare che i due comportamenti sono intimamente connessi24. Come sottolinea Lisa Diamond, vi è “un crescente (anche se non universale) consenso e numerose prove di ricerca su umani e animali di altre specie che l’attaccamento tra infante e badante e l’accoppiamento adulto implica le stesse emozioni e gli stessi comportamenti fondamentali25. Per fare solo un semplice esempio, sarà difficilmente sfuggito all’attenzione di tutti che vi è una notevole somiglianza nella espressione e nell’esperienza dell’intimità, dal momento che entrambi i tipi di relazione riguardano carezze, baci, sorrisi e così via26. 

Questa connessione tra attaccamento del bambino e attaccamento dell’adulto può essere intesa in diversi (ma potenzialmente complementari) modi. Un approccio è quello di schierarsi con i freudiani che vedono l’attaccamento romantico adulto più o meno come escrescenze dell’interazione madre-bambino nell’infanzia27. Come abbiamo visto, questo punto di vista è presente anche nella teoria di Bowlby, anche se in forma modificata. Ma il legame tra l’amore del bambino e l’amore dell’adulto non ha bisogno di essere rigidamente causale come i freudiani lo vorrebbero. Potrebbe essere, invece, che sia l’attaccamento infantile che l’attaccamento tra adulti siano evoluzioni individuali dello stesso sistema funzionale, derivante dallo stesso piano limbico, a parte la questione degli effetti di vasta portata che le esperienze infantili di un individuo potrebbero avere sull’amore adulto. “L’evoluzione del cervello dovrebbe essere considerata inspiegabile se tale evoluzione non fosse in grado di attingere alle stesse capacità di base di emozioni e di azione nei diversi contesti in cui l’attaccamento forte è richiesto”28. 

Ciò che la prospettiva psicoanalitica tradizionale non è riuscita a vedere è stata la necessità di distinguere tra sessualità e attaccamento. Lisa Diamond ha organizzato considerevoli prove empiriche che indicano che “i processi evoluti sottostanti il desiderio sessuale e il legame affettivo sono funzionalmente indipendenti, anche se tendono a sovrapporsi nel caso dell’amore sessuale adulto29. In quest’argomentazione si assume, in linea con le ipotesi tradizionali, che l’amore romantico ha una componente sessuale, ma è molto probabile che i ricercatori futuri rivedranno il concetto in modo che questo non sia più un criterio necessario. Il desiderio di “unione” emotiva e fisica che questo comporta potrebbe essere solo una questione di prossimità o contatto, e può essere possibile sentire amore romantico per qualcuno senza voler fare sesso con lui o lei. 

Indipendentemente da come si definisca l’amore romantico, il punto di vista che considera la sessualità e l’attaccamento o l’accudimento come “funzionalmente indipendente” è promettente. Per prima cosa, può spiegare perché le persone a volte si innamorano di membri del loro stesso sesso, pur avendo un orientamento rigorosamente eterosessuale. Questa prospettiva potrebbe anche dirci perché i bambini sono in grado di “infatuazioni massimamente intense” molto prima che raggiungano la pubertà e la maturazione sessuale30. Mentre Diamond non trae questa conclusione, la teoria potrebbe anche spiegare perché le persone in alcune culture hanno investito l’amicizia tra persone dello stesso sesso con gran parte della stessa intensità emotiva che altre culture riservano alle relazioni sessuali. 

Si consideri, ad esempio, la natura dell’adolescenza nell’Inghilterra di Shakespeare: “È stata una delle peculiarità della Gran Bretagna (e dell’Europa nord-occidentale in generale) che i giovani inizialmente sperimentassero l’amore come una forma di gioco polimorfo… Essi spargevano i loro affetti ampiamente, preferendo investire l’amicizia con i membri dello stesso sesso e del sesso opposto con l’intensità emotiva che riserveremmo ai nostri rapporti eterosessuali31. Sembra plausibile che questo fenomeno storico finirà per essere compreso in termini di una complessa interazione tra i sistemi funzionali della sessualità e dell’attaccamento e di una cultura che riserva l’attività sessuale per una unione coniugale alla quale la maggior parte delle persone non partecipano fino a trovarsi a metà dei venti anni. Un tale sistema plausibilmente renderebbe i giovani emotivamente inventivi. 

Per motivi di chiarezza, va sottolineato ancora una volta che questa indipendenza funzionale non suggerisce una netta distinzione tra amore e sesso. Una coppia basata sull’amore romantico di solito comprende sia la sessualità che attaccamento / accudimento ed è più che probabile che molti atti sessuali della vita degli adulti attingono facilmente alla esperienza infantile formativa. In entrambi i casi, sessualità e attaccamento sono meglio compresi come sistemi (comportamenti) sovrapposti. 

Sarah Hrdy, nel suo libro Mother Nature, fornisce un bel esempio di come questi sistemi possano essere strettamente correlati senza essere veramente un’unica pulsione. Alcune madri, lei scrive, “sono innervosite da quello che percepiscono come l’esperienza di sensazioni ‘sessuali’ durante l’allattamento”. Dal momento che i livelli di ossitocina salgono durante la stimolazione del capezzolo così come durante l’orgasmo, c’è una buona dose di verità in questa osservazione -a patto di invertirla completamente. In termini evolutivi, il comportamento materno non ha cooptato il comportamento sessuale, ma il contrario32. Allo stesso modo, l’erotismo caldo di sentire la pelle del bambino contro la guancia della madre -che coinvolge ancora una volta una spinta di ossitocina -è una questione di attaccamento potente piuttosto che di sessualità nel senso significativo della parola33.

Se Hazan, Shaver & Bradshaw hanno ragione circa una più specifica disposizione per l’amore romantico, allora ci aspettiamo che questa fusione di intensa attrazione e desiderio di impegno con l’altro sia un fenomeno abbastanza diffuso nelle culture umane (e non semplicemente una costruzione occidentale). Nel 1992, gli antropologi William Jankowiak e Ted Fisher testarono questa idea esaminando un campione di 166 società tratto dal catalogo etnografico di George P. Murdoch Human Relations Area Files34. Hanno trovato evidenza dell’amore romantico (definito come “qualsiasi attrazione intensa che coinvolge l’idealizzazione dell’altro, in un contesto erotico, con l’aspettativa di lunga durata nel tempo futuro”) in non meno di 147, cioè nel 88,5%, di quelle 166 società da loro studiate. Hanno aggiunto che si trattava di una stima conservatrice che probabilmente mascherava una cifra molto più alta. L’amore romantico era, con ogni probabilità, un universale umano, o almeno un quasi universale35. Questa affermazione è stata successivamente corroborata ancora da una serie di studi sul campo in tutto il pianeta, e per quanto gli esperti ne sappiano, nessuna prova contraria diretta è stata segnalata36. Per di più, il recente studio empirico di Patrick Hogan circa la letteratura mondiale ha individuato “l’unione romantica” come prototipo universale che suggerisce una costante interculturale nell’esperienza emotiva umana37. 

Si assume qui che questa descrizione degli affetti umani – radicata nelle disposizioni che si sono evolute con la sessualità e l’attaccamento come sistemi separati che si sovrappongono con importanti collegamenti tra età adulta e infanzia e con l’amore romantico come una disposizione universale – sia corretta nelle sue linee generali. Questa premessa permette di mettere insieme due spiegazioni diverse per l’amore romantico, che seguendo Marcus Nordlund, vengono denominate la versione “debole” e la versione “forte”38.

Secondo la “versione debole”, la maggior parte degli esseri umani sono capaci di sperimentare sia desiderio sessuale che desiderio di un attaccamento o accoppiamento a lungo termine, e l’amore romantico è semplicemente ciò che accade quando questi sistemi convergono intensamente sullo stesso oggetto d’amore. Per confutare questa versione si dovrebbe dimostrare o che alcune culture non hanno l’amore romantico perché sono in grado di impedire ai loro membri di sentire entrambi i desideri per la stessa persona o che alcune culture hanno l’amore romantico solo perché istruiscono i propri membri a sentire entrambi gli impulsi per la stessa persona. È abbastanza probabile che entrambi questi progetti di ricerca ipotetici crollerebbero prima ancora di decollare. 

La “versione forte”, più speculativa, riguarda l’amore romantico come uno specifico adattamento emotivo. Questa versione ci conduce direttamente ad una seconda domanda sulla sua precisa funzione evolutiva. Un punto di vista popolare è che l’amore romantico serva come incentivo emozionale per la formazione della coppia, mantenendo i partner sessuali insieme e, quindi, garantisca gli investimenti dei genitori nei loro figli. 

A prima vista, l’idea sembra discutibile dato che l’amore romantico è spesso adultero39 e in molte culture in cui il matrimonio non è basato sull’amore (nel senso da noi inteso), l’amore romantico potrebbe anche essere la nemesi principale di qualsiasi legame di coppia duraturo. Ma questo è davvero solo un problema teorico purché si assuma che la componente dell’”impegno” nell’amore romantico sia sinonimo di un’intera vita monogama e che matrimoni combinati fossero stati anche la regola in quegli ambienti ancestrali dove le nostre attuali disposizioni emotive sono state messe a punto. È abbastanza plausibile che una tendenza a una serie di rapporti – dove la gente sta insieme, hanno bambini, si separano e, quindi, formano nuove relazioni – avrebbe contribuito molto più efficacemente alla fitness evolutiva dei nostri antenati. 

L’antropologa Helen Fisher ha sostenuto (eloquentemente anche se in modo piuttosto speculativo) questo punto di vista con la sua ipotesi del  “prurito dei quattro anni”, sottolineando che in quelle società contemporanee in cui è consentito il divorzio, il matrimonio sembra avere uno “schema di decadimento” che corrisponde al tempo necessario per crescere un bambino ad una certa indipendenza40. Questo potrebbe far pensare che gli esseri umani sono, infatti, naturalmente disposti a impegnarsi gli uni agli altri, ma non necessariamente per la vita. 

Siccome la cultura occidentale attualmente sembra trovarsi nel passaggio da un’intera vita monogama alla monogamia seriale, si può essere tentati di rottamare questo come puro etnocentrismo. Che modo singolarmente contorto per convincere noi stessi che il nostro modo di vivere è naturale! Ma questa convergenza tra l’ipotizzato prurito dei quattro anni e gli assetti sociali occidentali può essere intesa in modo molto diverso. Come sono ben consapevoli gli evoluzionisti moderni, c’è un conflitto fondamentale in atto nella natura umana: siamo sia animali individuali che sociali e siamo costantemente alla ricerca di conciliare questi due aspetti mediante il conflitto e la cooperazione. Potrebbe anche essere che la cultura occidentale sia attualmente impegnata in un esperimento sociale in cui ai desideri individuali – tra cui il desiderio di lasciare il proprio partner e ricominciare da capo – sono dati libero sfogo relativamente perché la nostra organizzazione sociale lo permette. Da questo punto di vista, la cultura occidentale sembra essere in conflitto con meccanismi ancestrali dell’animale sociale mentre coopera con la dimensione individuale dei nostri complessi organismi. 

La visione della sessualità e dell’attaccamento come sistemi funzionalmente indipendenti ci porta a un ultimo aspetto degli affetti umani: la questione del dimorfismo psicosessuale. Dal momento che la prospettiva evoluzionistica solleva forti dubbi sulla divisione dualistica tra sesso biologico e gender (genere) culturale41 che ancora predomina nelle scienze umane e sociali42, ci sono poche questioni che siano più controverse oggi. Ma nella misura che rispettiamo il divario analitico tra ciò che è ritenuto “naturale” e ciò che è socialmente ritenuto desiderabile, e nella misura che non riduciamo la nostra biologia complessa o i nostri modelli statistici tra le popolazioni a una serie di ruoli sessuali reificati, è possibile che le generazioni future guarderanno indietro ai nostri amari dibattiti sul gender (genere) e si chiederanno che cosa sia stata questa polemica: “Che individui e gruppi debbano essere “identici” in modo da essere “uguali” è sicuramente uno dei dogmi più perniciosi del nostro tempo, e il fatto che, ironia della sorte, sia diventato un dogma liberale non lo rende meno pernicioso”43.

L’aspetto del dimorfismo sessuale rilevante a questa argomentazione è quello che riguarda gli effetti probabili delle differenze sessuali nell’investimento dei genitori: che la selezione sessuale produrrà almeno piccole differenze statistiche nelle strategie riproduttive tra maschi e femmine44. Mentre entrambi i sessi sono dotati degli stessi sistemi di sessualità e attaccamento, i maschi troveranno più difficile estrarre tutto il sesso che vogliono dalle femmine mentre le stesse troveranno, di conseguenza, più difficile di ottenere tutto l’impegno che desiderano da parte dei loro partner sessuali riproduttivi45.

Quello che si propone di fare per concludere e approfondire questo aspetto è quello di esplorare brevemente l’interazione tra tre diversi fattori: predisposizioni evolutesi, prescrizioni culturali e genere letterario, utilizzando le opere di Shakespeare “Troilo e Cressida”46 e “Tutto è bene quel che finisce bene”47.

L’amore romantico come tema letterario 

Un buon modo per approcciare la natura della scelta dell’amore romantico in queste opere teatrali shakespeariane è quello di fare una breve deviazione per le commedie romantiche. Numerosi critici hanno osservato nel corso degli anni che le giovani donne in queste opere sembrano godere di una buona dose di fiducia in se stesse e di potere, mentre gli uomini spesso assomigliano a goffi dilettanti che sono, in genere, un passo indietro nel botta e risposta amoroso. Maurice Charney ha osservato che “nelle commedie, le donne conducono il gioco dell’amore. Esse sono sorprendentemente intelligenti e spiritose e si divertono con i giochi di ruolo, specialmente quando sono travestite da ragazzi”48. Come possiamo spiegare questa notevole libertà di azione e fiducia in se stesse delle donne nelle commedie che si distinguono così nettamente dalle pudiche e schive vergini e dalle madri distruttive che dilagano nelle tragedie?

C’è più di un modo per rispondere a questa domanda. In primo luogo, è nella natura di una commedia romantica “leccare la glassa al largo della torta”, per così dire. Le pressioni sociali che affrontano gli amanti sono lì, principalmente, per creare la tensione drammatica necessaria alla soluzione comica, e sappiamo, più o meno fin dall’inizio, che finiranno per essere superati gli eventuali ostacoli. Ancora più importante, una commedia romantica si svolge attorno alla fase più emotivamente intensa di un rapporto – quella del corteggiamento o quella della scelta della coppia – e poi chiude discretamente il sipario prima che abbiamo il tempo di preoccuparci di cose come compatibilità coniugale, noia coniugale o potenziali infedeltà. Questa è una semplificazione da parte nostra, ma la fine delle commedie di Shakespeare non è sempre priva di dubbi sul futuro di felicità. Infatti, un critico si spinge fino a dichiarare che “le potenzialità del matrimonio nelle commedie shakespeariane non sono quelle promettenti”49.

In un mondo così drammatico, in cui l’accento si trova sull’inventiva umana, sul potere dell’amore e sul trionfo sulle avversità, non è irragionevole aspettarsi che le donne siano rappresentate come più intraprendenti e in controllo dei loro destini nelle commedie, contrariamente a quanto accade nelle tragedie.

Naturalmente, questo non riesce ancora a spiegare perché le eroine delle “commedie” di Shakespeare sembrino più intraprendenti rispetto agli uomini. Ci deve essere una connessione più specifica tra identità di gender culturale e genere letterario. Maurice Charney non cerca di rispondere a questa domanda difficile, ma lui abbraccia la prospettiva ancora ortodossa tra i professori di letteratura che considera che “le caratteristiche di gender sono costruite socialmente e storicamente piuttosto che fisiologicamente … Ciò che significa essere un uomo o una donna è una costruzione sociale o storica piuttosto che un insieme di tratti innati maschili o femminili”50.

Quest’argomentazione ha già sollevato delle obiezioni sostanziali a tali dicotomie – dove la natura viene prima considerata in contrasto con la cultura e poi rimossa con cura dalla bilancia, lasciando solo gli stereotipi culturali come gli unici determinanti della identità umana. In questa prospettiva fuorviante le eroine delle “commedie” di Shakespeare sarebbero da intendersi come rovesciamenti di ruoli carnevaleschi, come inversioni sovversive di tutto ciò che le donne sarebbero dovute essere in una cultura patriarcale. Charney scrive: “Quello che è interessante in Shakespeare è come personaggi maschili e femminili sembrano collocarsi contro le aspettative convenzionali. Questa interpretazione considera se Shakespeare è determinato ad istituire un contrappunto tra ciò che è previsto e ciò che realmente accade, in modo che i personaggi hanno libertà di muoversi dentro e fuori dagli stereotipi preconcetti“51. 

L’inversione delle aspettative che Charney tocca qui è, invece, una strategia drammatica frequente in Shakespeare. Le sue eroine nelle commedie sono, probabilmente, più di semplici rovesciamenti di stereotipi culturali. In contrasto con la prospettiva ortodossa costruttivista, in quest’argomentazione si suggerisce che la relativa libertà di questi personaggi letterari può riflettere l’interazione di tendenze più ampie nella natura umana (come le predisposizioni evolutesi da un genotipo e le prescrizioni culturali) con l’ambiente storico specifico di Shakespeare. Una lettura più completa dovrebbe includere anche le differenze di sesso e di abilità verbali (la questione delle botte e risposte nelle commedie), nonché le disposizioni temperamentali per evitare il danno52. Questa argomentazione però si concentra sulle tendenze specifiche nella selezione del partner della coppia. 

Secondo la teoria dell’investimento parentale53, le differenze di sesso nei contributi dei genitori ai figli hanno conseguenze per le strategie riproduttive di entrambi i sessi. Date le differenze relative nelle condizioni riproduttive per uomini e donne, sembra probabile che gli stereotipi tradizionali di “maschi ardenti” e “femmine esigenti” non cadono dal cielo. Almeno fino all’età moderna della contraccezione, le donne hanno sempre avuto più da guadagnare nello scrutare con attenzione l’impegno e la qualità di un partner sessuale, mentre gli uomini non hanno avuto un incentivo evolutivo comparabile per discriminazione a breve termine. 

Non c’è nulla di ideologicamente sospetto circa questo fatto a condizione che evitiamo di confonderlo con presupposti normativi riguardo come dovrebbero essere le donne -esigenti, modestamente false, sessualmente passive, e così via. Per di più, essere “esigenti” [CHOOSY] non è la stessa cosa che essere modestamente false ed è abbastanza possibile essere anche una predatrice sessuale esigente. Non vi è nemmeno alcun motivo per confondere questa prospettiva interpretativa con una caricatura riduttiva degli uomini come “soggetti” bramosi e le donne come “oggetti” passivi. La scelta femminile e la trasformazione delle femmine in oggetti non sono facilmente compatibili dal momento che un oggetto non avrebbe nessuna autodeterminazione e perciò sarebbe incapace di scelta. Infine, va ricordato che i modelli previsti dall’investimento parentale devono essere intesi in termini di cause immediate e remote: pure se le donne godono la varietà di incontri sessuali tanto o più degli uomini, per migliaia di anni, le donne non hanno avuto il bisogno di essere scienziate per capire che sono potenzialmente più esposte e coinvolte nell’accoppiamento sessuale di quanto non lo siano gli uomini54. 

Per le giovani donne nell’Inghilterra di Shakespeare, questa tendenza verso la scelta femminile era spesso ridotta, o almeno in parte circoscritta, perché la società patriarcale in cui vivevano le definiva o come figlie doverose, o come serve doverose, o come mogli doverose. Ma c’erano almeno due fasi della vita delle donne nelle quali potevano godere di un livello senza precedenti di libertà e potere. Una era la vedovanza, il che significava che una donna poteva finalmente avere il controllo legale delle sue proprietà, e l’altra era il periodo del corteggiamento e fidanzamento che “poteva cancellare differenze di rango e modificare il rapporto tra i sessi. Questo consegnava alle femmine una possibilità di scelta e un grado di potere più uguale a quella degli uomini”55. 

Finché il fidanzamento non fosse stato consumato sessualmente, esso poteva essere interrotto se le condizioni non erano soddisfacenti. Anche se alcuni genitori esprimevano forti opinioni sulla scelta del partner, il matrimonio è sempre stato legalmente una questione di consenso individuale. Non è assurdo ipotizzare, quindi, che le eroine delle “commedie” di Shakespeare “conducono il gioco dell’amore” perché il drammaturgo aveva capito  l’unicità di questa fase della vita della donna inglese. In questa fase significativa tra i ruoli culturali della figlia obbediente e della moglie obbediente, molte donne sono state in grado di abbracciare più pienamente la “nicchia” ecologica scavata dalla selezione sessuale. Ciò che le “commedie romantiche” di Shakespeare sembrano mettere in scena, in altre parole, non è una inversione del patriarcato, ma un’affermazione della scelta ancestrale operata dalla femmina. 

Un tratto definitore del cosiddetto “teatro sociale” [PROBLEM PLAY] di Shakespeare è che esso confronta fondamentalmente il pubblico con una trama comica ma trattenendo la soluzione comica. In questo modo, esso coltiva ambivalenza e dubbio piuttosto che un senso piacevole di risoluzione e di compimento del desiderio56. Mentre l’elemento di commedia è più sottile in “Troilo e Cressida” che nelle sue altre opere di “teatro sociale”, la protagonista femminile può essere descritta come una cugina disincantata dalle eroine comiche. Quando il pubblico incontra Cressida nella scena seconda del primo atto, essa mostra un’intelligenza arguta e uno carattere tagliente, con fredda padronanza della situazione e con una spiccata preferenza per le battute piccanti come quando scherza con lo zio Pandaro. Appena un po’ più avanti nella stessa scena, essa rivela, tuttavia, un lato più oscuro quando spiega la sua riluttanza ad ammettere il suo amore per Troilo. 

Quando son corteggiate, le donne sono angeli, ma men che niente valgono quando si sono date; la gioia è solo nel farlo. La donna amata non sa nulla se non sa questo: a quello che non hanno gli uomini danno più valore di quello che ha. Non è ancora nata la donna che ricordi sempre che l’amore non è mai così dolce come quando è corteggiamento57.

Questo passaggio ha attirato molto l’attenzione della critica. Come suggerisce Lu Emily Pearson, Shakespeare prende l’idea che “l’amore troppo facilmente ottenuto non è apprezzato” dalla versione di Chaucer della storia in questione58. Charles Lyons interpreta il passaggio con un’enfasi leggermente diversa, cioè come un commento circa la temporalità circoscritta dell’amore in quanto Cressida sarebbe “acutamente consapevole della disintegrazione dell’amore nel flusso del tempo”59. Questa è un’interpretazione intelligente ma non si può dimenticare che Cressida definisce il problema esplicitamente in termini di gender: sono le donne quelle che temporalmente fanno gli angeli e gli uomini fanno gli stimatori. Rispetto a Troilo lei “dimostra” molta più apprensione sui pericoli dell’idealizzazione romantica, lei parla in un vocabolario di paura e Troilo in un vocabolario di speranza60. Carol Thomas Neely vede “Troilo e Cressida” come un esempio di una tendenza comune in molti drammi shakespeariani nella quale gli uomini idealizzano le loro amate e le donne negano, ridicolizzano e qualificano le proclamazioni banali dei loro amanti61. Le donne in queste opere teatrali raggiungono una “superiorità di parole” e tengono il controllo del corteggiamento prima di dover pagare il prezzo della sottomissione nel matrimonio.

Coerente con la moda ideologica della fine del secolo scorso di privilegiare spiegazioni sistemiche astratte senza prestare attenzione alle spiegazioni individualizzanti e psicologiche, molti critici hanno negato decisamente che questa tensione abbia qualcosa a che vedere con “Troilo e Cressida” come personaggi individuali o come esseri umani. Nelle loro interpretazioni questa contrapposizione tra maschi e femmine nell’amore non poteva che essere un stereotipo prodotto dalla cultura patriarcale oppressiva. Il commento di O’Rourke è rappresentativo al riguardo: “Se l’idealizzazione dell’uomo fatta dalla donna è meno stabile di quella che lui fa di lei, questa non è una rivelazione di un carattere individuale ma il risultato delle promesse differenti fatte agli uomini e alle donne nella cultura patriarcale”62. Come accennato in precedenza, sarà difficile per un tale approccio spiegare come Cressida e le sue colleghe comiche “gestiscano la conduzione del gioco dell’amore”63 o come “mantengano il controllo del gioco del corteggiamento”64 se la cultura patriarcale a cui Shakespeare apparteneva era intenta a spingerle nella direzione opposta. A semplice vista, sembrerebbe una soluzione argomentare che le donne prendono il controllo sovvertendo o rovesciando i valori della cultura dominante. Infatti, se così fosse, contraddirebbe l’idea prevalente nella critica costruttivista stessa circa l’autodeterminazione come comportamento irrilevante. In questo modo, l’interpretazione sistemica cade nella trappola costruita dal suo stesso paradigma. 

Un approccio migliore è riconoscere che questa tensione tra idealizzazione del maschio e scelta attuata dalla femmina ha radici più profonde dei casuali restringimenti culturali. Dalla prospettiva della teoria dell’investimento parentale, è solo da aspettarsi che l’uomo mediamente sarà leggermente incline ad idealizzare una potenziale partner sessuale, almeno nei termini temporali dell’accoppiamento sessuale, mentre la donna in media avrà un maggiore incentivo a prolungare il corteggiamento (il che significa più tempo per valutare e scegliere). Nessuna sorpresa, allora, se le donne sono “angeli nel corteggiamento” e l’uomo, mediamente, si dimostra più di “grilletto facile”. Come suggerisce Jane Campbell, qui potrebbe esserci in atto una connessione tra comportamento sessuale e una propensione generale del maschio a correre rischi, dato che gli uomini hanno “livelli minori di serotonina e, di conseguenza, un’abilità più debole per inibire loro comportamenti”65. Quando Shakespeare sfoglia il libro 3 di Ovidio “L’arte di amare”, poteva anche trovare le istruzioni dettagliate per le donne su come capitalizzare su questa differenza, mantenendo gli uomini sempre attivi nel corteggiamento: “A chi t’implora non prometterti facilmente, né troppo duramente allontanarlo da ciò che chiede. Lascialo sempre sperare per un tempo proficuo”66. 

Questo è, certamente, ciò che Cressida fa, come molte altre donne shakespeariane. Infatti, nella scena due dell’atto terzo, quando lei gli ha finalmente rivelato il suo amore, lei ripete la sua paura che tale ammissione alteri l’equilibrio del potere tra loro due. 

TROILO: Perché allora la mia Cressida è stata così dura da vincere? 

CRESSIDA: Dura di sembrare vinta. Ma fui vinta, mio signore, dal primo vostro sguardo -ma scusate; se confesso troppo, voi farete il tiranno67. 

La paura di Cressida che Troilo possa diventare un “tiranno” può essere letta a diversi livelli complementari. Come tutti sappiamo, forti emozioni di questo tipo sono difficili da esprimere perché queste emozioni confessano la nostra dipendenza da altre persone, il che ci lascia deboli e vulnerabili. Per Cressida, riconoscersi “vinta” significa anche cedere il potere più specifico concessole dall’evolutiva facoltà di scelta della femmina. Shakespeare però era molto consapevole della forza modellante della cultura umana per rappresentare le relazioni umane come puramente “naturali” nel senso di essere unicamente il risultato di meccanismi innati o di bisogni universali. Appena un po’ avanti, nella stessa scena, Cressida si lamenta, infatti, della sua posizione in una società che riserva l’iniziativa romantica unicamente agli uomini: “Eppure giuro che ho desiderato d’essere nata uomo, o che noi donne si avesse dell’uomo il privilegio di parlare per prime”68. Questo lamento potrebbe essere leggermente fuori luogo poiché fare il primo passo non l’avrebbe risparmiata dalla brevità dell’idealizzazione maschile. Le sue parole, tuttavia, sono comunque un lucido esempio di come la cultura umana possa prendere un ampio pattern nella natura umana e trasformarlo in una regola normativa oppressiva. 

In “Tutto è bene quel che finisce bene” Shakespeare racconta una storia molto diversa, un’opera folcloristica derivata dalla traduzione all’inglese della novella del Boccaccio “Giletta di Narbona”, inclusa nel Decameron, fatta da William Painter. Nella versione di Shakespeare, la giovane Elena guarisce la fistola del re di Francia in cambio del diritto di scegliere il marito che lei voglia. Quando lei sceglie il riluttante Bertram, egli si rifiuta di consumare il matrimonio e scappa a partecipare alle guerre fiorentine dove Elena lo segue e, ingegnosamente, finisce a letto con lui ottenendo così che il matrimonio venisse consumato. Ma mentre le somiglianze della trama tra “Troilo” e “Tutto è Bene” possono non risultare evidenti, la canzone del Clown ci riporta al problema del valore della femmina nella strategia riproduttiva – e più specificamente, il rischio di sopravalutazione – che sembra aver preoccupato Shakespeare nella prima opera. Come potrebbero Troiani e Greci aver ritenuto una donna (Elena) così importante al punto di aver abbracciato questo terribile e protratto spargimento di sangue per lei? 

Ciò che la storia di Elena e Bertram consente a Shakespeare di esplorare, tra altre cose, è l’altro lato della moneta: il problema della sottovalutazione. Quasi tutti i personaggi dell’opera teatrale sono convinti che Bertram abbia seriamente sottostimato la bellezza, intelligenza della virtuosa Elena e questo apre una tensione stimolante tra consenso sociale e valutazione individuale. Di conseguenza, “Tutto è Bene” approccia le relazioni tra “valore della femmina” e scelta in una nuova prospettiva (e totalmente complementare) rispetto a quella di “Troilo”. Nella sua reminiscenza troiana, Shakespeare enfatizza l’aspetto relazionale del desiderio e anatomizza la dipendenza della valutazione individuale da valori sociali, con tutti gli interminabili paragoni e le riconsiderazioni che ne conseguono. In “Tutto è bene” ciò che viene messo a fuoco sono i limiti dell’aspetto relazionale e le incongruenze estreme tra desiderio individuale e valutazione sociale. 

Alla scena quinta dell’atto terzo, dove Shakespeare ci riporta alla questione della scelta di amore, realizziamo che Bertram ha abbandonato corte e moglie e corteggia una donna Fiorentina, appropriatamente di nome Diana. Gli insistenti e infruttuosi avances di Bertram si relazionano, attraverso diversi aspetti, a un pattern riconoscibile nel quale gli uomini promettono alle donne tutto tra cielo e terra per procurarsi un incontro sessuale mentre le donne cercano di fare il loro meglio per estrarre dei segnali di vero impegno da parte dei loro corteggiatori. 

MARIANA: Tienitene lontana, Diana: le loro promesse, le loro lusinghe, i giuramenti, i pegni, tutto l’armamentario delle voglie, non fanno mai vedere quel che c’è sotto. Così sono state sedotte molte ragazze: e il brutto è che più si parla di casi che dicono com’è terribile rovinarsi la verginità, e più tutto questo non impedisce ad altre di cader nella pania che sta lì in mostra a minacciarle69. 

Come Cressida in Troia, anche questa donna fiorentina affronta il suo impaziente corteggiatore con l’inaffidabile e sfuggente natura dei desideri degli uomini:

DIANA: Sì, voi ci servite finché noi vi serviamo; ma avuta la rosa è tanto se ci lasciate le spine per trafiggerci, e poi ci deridete per la nostra nudità70.

Nonostante Diana sia giovane ed inesperta nelle questioni della vita, essa si tiene saldamente ai consigli di sua madre dal momento che gli uomini sono esseri prevedibili nella loro inaffidabilità riguardo le promesse fatte durante il corteggiamento: “Mia madre mi ha detto proprio come mi avrebbe corteggiato, quasi gli stesse in cuore: dice che tutti gli uomini fanno gli stessi giuramenti”71. Più tardi, quando Elena viene a sapere dei tentativi di Bertram di portare Diana a letto, lei completa l’immagine descrivendo gli uomini come creature aliene che felicemente si mettono al letto con donne che loro nemmeno amano senza preoccuparsi delle loro promesse:

ELENA:
Ma stranezza dell’uomo! Che sa fare uso così dolce di ciò che odia quando il sordido abbandono a ingannevoli pensieri contagia la notte più nera. Così la lussuria si diletta con quanto gli ripugna, assente ciò che agogna72.

Shakespeare ripete ovviamente il pattern da “Troilo e Cressida” nel quale un maschio ardente, fuori di sé dal desiderio sessuale, è tenuto a bada da una donna che cerca di valutare la sua reale intenzione, perché sospetta che i suoi giuramenti potrebbero non essere del tutto veri. Lettori e pubblico dei più svariati e contrastanti credi e convinzioni (dai neo-Vittoriani agli stravaganti teorici della letteratura) saranno d’accordo circa una cosa: questi sono stereotipi, riconoscibili immediatamente, sul comportamento sessuale del maschio e, per estensione, anche differenze tra uomini e donne.

Che tipo di rilevanza e quanto di essa attribuiamo a questi stereotipi è una questione diversa. Quando la madre di Diana l’avverte circa la “perdita della verginità” è ovvio che i suoi timori sono ispirati ampiamente dagli ideali e dalle restrizioni sociali. Nonostante che le donne inglesi della modernità godevano di una relativa libertà rispetto alle donne di altre società europee d’allora, la società inglese era anche caratterizzata da un rigido doppio standard riguardo la sessualità che corrispondeva alla tendenza alla sovrapposizione culturale descritta dalla psicologia evoluzionista73. Ovunque gli uomini rompevano le promesse del matrimonio, ma l’atto era legalmente definito come “fornicazione”, mentre le donne erano colpevoli di offesa grave: adulterio. Questo doppio standard era energicamente giustificato facendo riferimento al rischio della “illegittimità” [della discendenza]74, ma era anche criticato dai moralisti d’allora. In altre parole, le intuizioni offerte dalla teoria dell’investimento parentale può essere fondamentale per una comprensione più profonda dei passaggi teatrali discussi, pure se sono comunque insufficienti.

Conclusione

Gli aspetti rilevanti di questa argomentazione possono essere riassunti come segue. Primo, si è cercato di documentare che la prospettiva darwiniana che integra le spiegazioni ultime e immediate sull’amore [l’amore romantico sarebbe simile alla maggior parte dei tratti umani che possono essere spiegati in termini evolutivi, cioè, una disposizione che è attribuibile all’evoluzione di un genotipo che richiede le interazioni con condizioni ecologiche favorevoli per emergere] è più comprensiva dalla prospettiva tradizionale costruttivista. Secondo, sembra chiaro che gli esempi del teatro sociale di Shakespeare utilizzati sono completamente compatibili con l’osservazione di Maurice Charney circa gender e genere letterario: le donne in queste opere di teatro sociale si muovono certamente in un ruolo più angusto. Ma per comprendere questo fenomeno nel modo più articolato possibile, dobbiamo mettere insieme spiegazioni ultime [la scelta di accoppiamento operata dalla femmina nell’evoluzione] con un’attenzione alle condizioni vigenti nella società di Shakespeare o, almeno nei casi rilevanti, con ciò che egli sapeva circa la società che egli rappresentava. In entrambi i casi, la diffidenza della femmina circa l’idealizzazione fugace che il maschio desideroso di sesso fa di lei è al tempo biologica e culturale, in linea con l’orientamento inter-disciplinare della teoria darwiniana moderna. 

Il terzo aspetto è di contrappunto agli altri due. Un’altra similitudine cruciale tra “Tutto è bene quel che finisce bene” e “Troilo e Cressida” è che entrambe le opere girano attorno allo stesso stereotipo sessuale ma inviano un energico messaggio contro esso attraverso le loro trame. In “Tutto è bene”, Elena intraprende l’offensiva sessuale, corteggia Bertram aggressivamente e pure lo sposa contro la volontà di lui. In “Troilo”, le paure di Cressida, circa l’idealizzazione che il maschio fa della femmina durante la brama sessuale del corteggiamento possano subire un ironico rovescio, sono generate dal fatto che è lei che tradisce Troilo appena il giorno dopo che si erano promessi amore eterno. Questo illustra un altro aspetto importante della relazione tra “natura umana” e “raffigurazione letteraria”: che i testi letterari sono spesso in contrasto con i nostri presupposti stereotipati o generalizzanti sulla natura umana. 

Certamente, quest’incursione nel genere teatrale non è che un espediente utilizzato per riportare all’attenzione dei lettori la componente biologica dell’amore romantico e del suo ruolo nelle strategie riproduttive degli umani, maschi e femmine, e, di conseguenza, nella nostra evoluzione e realtà quotidiana alla ricerca di piacevoli certezze e sostegni. Forse, consapevoli di questa dimensione dell’amore riusciamo, come alla fine della commedia, a sorridere, saggiamente, nel responsabilizzarci, evolutivamente, degli stereotipi che ci raffigurano come maschi bramosi che promettono le stelle e come femmine esigenti alla ricerca di garanzie per la prole. Le intuizioni offerte dalla teoria dell’investimento parentale possono, certamente, sdrammatizzare i nostri pregiudizi sui nostri sistemi comportamentali. 

  1. Elster, Jon. Alchemies of the mind: Rationality and the Emotions. Cambridge University Press, Cambridge, 1999.
  2. Levin, Richard. On defending Shakespeare, ‘liberal humanism’, transcendent love, and other ‘sacred cows’ and lost causes. In “Textual Practice”, Volume 7, Issue 1, 1993, pp. 50-55.
  3. Beall, Anne E. & Robert J. Sternberg. The social construction of love. In “Journal of Social and Personal Relationship”, Vol. 12 (3), 1995, pp. 417-38.
  4. La domanda di Beall & Sternberg è: cosa significa amare a qualcuno? In particolare, l’amore significa lo stesso attraverso in tutti i contesti oppure l’amore cambia con il suo contesto? Altrimenti, l’esperienza emozionale dell’amore, a prescindere di come la gente definisca l’amore, è sempre la stessa o l’esperienza dell’amore cambia con il suo contesto? Il costruttivismo sociale considera che sia la definizione che l’esperienza emozionale dell’amore siano legate al contesto. Questo punto di vista sostiene che se si esamina la storia sociale e il contesto psicologico dell’amore si conclude che l’amore può solo essere inteso in termini di concetti culturali relativi all’amato, ai sentimenti e ai pensieri che accompagnano l’amore, alle azioni proprie dell’amore e alle relazione che si stabilisce con l’amato.
  5. Beall & Sternberg, op. cit.
  6. Beall & Sternberg, op. cit.
  7. Griffiths, Paul E. What emotion really are: The problem of psychological categories. University of Chicago Press. Chicago, 1997 Paul E. Griffiths critica la psicologia contemporanea che ancora si occupa delle emozioni senza prenderle in considerazione da una prospettiva evoluzionista e senza affrontare le conoscenze della neurobiologia e delle scienze cognitive.
  8. Beall & Sternberg, op. cit. p. 434.
  9. Ibidem, p. 433.
  10. Jankowiak, William & Ted Fisher. A Cross-Cultural Perspective on Romantic Love. In “Ethnology” 31: 149-55, 1992.
  11. Ibidem, p. 436.
  12. Bloch, R. Howard. Medieval Misogyny and the Invention of the Western Romantic Love. University of Chicago Press, Chicago, 1991, p.8.
  13. Singer, Irving. The nature of love. Vol. 2. Chicago University press, Chicago, 1984.
  14. Ibidem, pp. 22-23.
  15. Ibidem, p. 35.
  16. Ibidem, p. 70.
  17. Nordlund, Marcus. The Problem of Romantic Love: Shakespeare and Evolutionary Psychology. In ”The Literary Animal. Evolution and the Nature of Narrative”, edited by Jonathan Gottschall & David Sloan Wilson, Northwestern University Press, Evanston, 2005, p. 111.
  18. Ibidem
  19. Ibidem
  20. Teoria elaborata dallo psicoanalista John Bowlby negli anni Ottanta del secolo scorso per spiegare il legame madre-figlio. Agli inizi del XX sec., Freud sosteneva che il bambino forma un legame d’amore con la madre perché impara ad associare la presenza della madre con il soddisfacimento del bisogno fondamentale di essere allattato; secondo Bowlby, invece, il bambino (come i piccoli di altri Mammiferi) ha una tendenza naturale a sviluppare un legame con la madre indipendentemente dal soddisfacimento della fame. La ragione di ciò è che la vicinanza della madre e il contatto con lei sono, nell’ambiente naturale, la migliore garanzia per evitare pericoli. Secondo Bowlby, quindi, l’allattamento non è sufficiente per indurre la formazione del legame madre-figlio; sono necessari anche tutti quei segnali sociali, tra i quali particolare importanza hanno il contatto fisico e l’essere coccolato, che il piccolo cerca per istinto. A sostegno della teoria di Bowlby, lo psicologo sperimentale Harry Harlow dimostrò che piccoli di scimmia reso (Macaca mulatta), allevati artificialmente in assenza della madre, passano la maggior parte del tempo in contatto con un fantoccio ricoperto di morbida pelliccia, mentre limitano le loro interazioni con un secondo fantoccio, privo di pelliccia ma fornito di biberon, al solo breve periodo della poppata. Un ulteriore elemento a sostegno della teoria etologica dell’attaccamento è l’osservazione che i bambini maltrattati fisicamente dalla madre non la evitano, ma cercano paradossalmente di essere confortati proprio da chi è fonte delle loro sofferenze. In sintesi, il legame con la madre non è il risultato di un apprendimento basato sulla ricompensa, ma piuttosto l’espressione di un sistema comportamentale innato la cui espressione è influenzata da segnali di natura sociale. Studi successivi hanno dimostrato che il legame con la madre è il prototipo di altri legami affettivi che l’individuo formerà nel corso della sua vita: il rapporto d’amore con il partner non include solo elementi sessuali, ma anche componenti emotive che derivano dal sistema di attaccamento.
  21. Bowlby, John. Attachment and Loss. Vol. I Attachment. Basic Books, New York, 1982.
  22. Cornelius, Rondolph R. The Science of Emotion. Research and Tradition in the Psychology of Emotions. Prentice-Hall, Upper Saddler River, N.J. 1996, p. 198.
  23. Shaver Philip, Cindy Hazan, and Donna Bradshaw. Love as Attachment. The Integration of Three Behavioral Systems. In “The Psychology of Love”, edited by Robert J. Sternberg & Micheal L. Barnes. pp. 68-99 Yale University Press, New Haven, 198.
  24. Hinton, Alexander Laban. Outline of a Bioculturally Based ‘Processual’ Approach to the Emotions. In “Biocultural Approaches to the Emotions”, edited by Alexander Laban Hinton, 299-328. Cambridge University Press, 1999.
  25. Diamond, Lisa. What Does Sexual Orientation Orient? A Biobehavioral Model Distinguising Romantic Love and Sexual Desire. In “Psychological Review 100: 173-92, 20.
  26. Shaver, Hazan & Bradshaw. op. cit. pp.74-75.
  27. Bristol, R. Curtis. What Freud Taught Us about Passionate Romantic Love. In “The Psychoanalytic Century: Freud’s Legacy for the Future”, edited by David E. Scharff. Other Press. New York, 2001.
  28. Konner, Melvin. The Tangled Wing: Biological Constraints on the Human Spirit. Heinemann, London, 1982.
  29. Diamond, Lisa. op. cit. p. 173.
  30. Ibidem, p. 176.
  31. Gillis, John. For better, for Worse: British Marriages, 1600 to the Present. Oxford University Press, Oxford, 1985 p. 37.
  32. Hrdy, Sara B. Mother Nature: A History of Mothers, Infants, and Natural Selection. Pantheon, New York, 1999. P. 139.
  33. Per ulteriori prospettive sulla biochimica e i substrati neurofisiologici dell’amore, vedere
    Helen Fisher, The Nature and Evolution of Romantic Love. In “Romantic Passion: A Universal Experience?” edited by William Jankowiak, 23-41, Culumbia University Press, New York, 1995
    Bartels, Andrea & Semir Zeki. The Neural Basis of Romatic Love. In “Neuroreport” 11: 3829-34, 2000
    Più di recente è stato proposto un modello che coinvolge tre impulsi biologici con i corrispondenti centri neurofisiologici: sessualità, attrazione e attaccamento.
    Fisher, Helen, Arthur Aron & Lucy Brown. Why We Love: The Nature and Chemistry of Romantic Love. Henry Holt, New York, 2004.
  34. Jankowiak, William & Ted Fisher. A Cross-Cultural Perspective on Romantic Love. In “Ethnology” 31: 149-55, 1992.
  35. Jankowiak & Fisher. Op. cit.
  36. Ibidem
  37. Hogan, Patrick. The Mind and Its Stories: Narrative Universals and Human Emotion. Cambridge University Press, Cambridge, 2003.
  38. Nordlund, Marcus. op. cit. pp. 114-115.
  39. Griffiths, Paul. Op. cit.
  40. Fisher, Helen. Anatomy of Love: A Natural History of Mating, Marriage, and Why We Stray. Fawcett, New York, 1994.
  41. Tradizionalmente gli individui umani vengono divisi in uomini e donne sulla base delle loro differenze biologiche. Nel sentire comune, infatti, il sesso e il genere (gender) costituiscono un tutt’uno. Gli studi di gender propongono invece una suddivisione, sul piano teorico-concettuale, tra questi due aspetti dell’identità:
    il sesso costituisce un corredo genetico, un insieme di caratteri biologici, fisici e anatomici che producono un binarismo maschio / femmina,
    il gender rappresenta una costruzione culturale, la rappresentazione, definizione e incentivazione di comportamenti che rivestono il corredo biologico e danno vita allo status di uomo / donna.
    Sesso e gender non costituiscono due dimensioni contrapposte ma interdipendenti: sui caratteri biologici si innesca il processo di produzione delle identità di gender. Traducono le due dimensioni dell’essere uomo e donna. Il gender è invece un prodotto della cultura umana e il frutto di un persistente rinforzo sociale e culturale delle identità: viene creato quotidianamente attraverso una serie di interazioni che tendono a definire le differenze tra uomini e donne. A livello sociale è necessario testimoniare continuamente la propria appartenenza di gender attraverso il comportamento, il linguaggio, il ruolo sociale. Si parla a questo proposito di ruoli di gender. In sostanza, il gender sarebbe un carattere appreso e non innato. Maschi e femmine si nasce, uomini e donne si diventa. Il rapporto tra sesso e gender varia a seconda delle aree geografiche, dei periodi storici, delle culture di appartenenza. I concetti di maschilità e femminilità sono quindi concetti dinamici che devono essere storicizzati e contestualizzati. Ogni società definisce quali valori additare alle varie identità di gender, in cosa consiste essere uomo o donna. Maschilinità e femminilità sono quindi concetti relativi.
  42. Campbell, Anne. A Mind of Her Own: The Evolutionary Psychology of Women. Oxford University Press, Oxford, 2002
    Geary, David. Male, Female: The Evolution of Human Sex Difference. American Psychological Association. Washington, D.C: 1998
    Low, Bobbi S. Why Sex Matters: A Darwinian Look at Human Behavior. Princeton University Press, Princeton, 2000.
  43. Spiro, Melford. Culture and Human Nature, edited by Benjamin Kilborne and I. L. Langness. University of Chicago Press, Chicago, 1987. p.70.
  44. Kendrick, Douglas T. Edward K. Sadalla, and Melanie R. Trost. Evolution Traits, and the Stages of Human Courtship: Qualifying the Parental Investment Model. In “Human Nature: A Critical Reader”, edited by Laura Betzig, 213-24. Oxford University Press, Oxford, 1997
    Trivers, Robert S. Parental Investment and Sexual Selection. In “Sexual Selection and the Descent of Man 1871 – 1971”, edited by Bernard G. Campbell, 136-39. Aldine, Chicago, 1972.
  45. Per un approfondimento si veda Rinaldo Octavio Vargas & Eugenia D’Alterio. Aggregazione Maschile. Strategie Evolutive. BIO Educational Papers. Anno IV. Numero 13. Marzo 2015. p. 31-34.
  46. La tragedia è ambientata nel corso degli eventi della guerra di Troia e ha due intrecci distinti. In uno Troilo, un principe troiano, corteggia Cressida, fa l’amore con lei e le giura eterno amore poco prima che sia mandata dai Greci in cambio di un prigioniero di guerra. Quando tenta di andarla a trovare nell’accampamento greco, la sorprende in intimità con Diomede e decide che è solo una prostituta. L’opera evidenziava l’abisso che separa gli ideali dalla realtà.
  47. Elena, orfana del medico Gerardo di Narbona, è stata allevata dalla Contessa di Rossiglione. Negli anni, si è innamorata di Bertram, figlio della Contessa, amore che ha sempre tenuto nascosto. Dopo la morte del padre, Bertram lascia la casa natale per recarsi alla corte del Re. Elena rivela alla Contessa l’amore finora celato e ottiene da lei il permesso di seguire Bertram a Parigi. Grazie a una pozione lasciatale dal padre, Elena riesce a guarire il re di Francia gravemente ammalato. Il re, per premiarla del beneficio ricevuto, la dà in moglie a Bertram, conte di Rossiglione, da lei amato, ma che non ricambia il suo amore, pur dovendo obbedire agli ordini del re. Istigato dal ribaldo Parolles, Bertram parte per la guerra, avvertendo Elena che potrà considerarsi sua moglie solo se riuscirà a impadronirsi di un anello che lui non sfila mai dal dito e se potrà dire di aspettare un figlio da lui. Così, Elena si traveste e lo segue a Firenze. Là però scopre che Bertram si è invaghito della locandiera Diana che però lo respinge. Elena allora, dopo aver convinto Diana ad accettare un appuntamento con Bertram, si sostituisce a lei, riuscendo così a scambiare un anello regalatole dal padre con quello di Bertram e ad avere un rapporto con il suo amato. Padrona dell’anello e incinta, quindi, riesce nel suo scopo di diventare la compagna di Bertram e di conquistarne l’amore.
  48. Charney, Maurice. Shakespeare on Love and Lust. Columbia University Press, New York, 2000, p. 209-10.
  49. Hopkins, Lisa. The Shakespeare Marriage. Macmillan, Basingstoke, 1998, p.33.
  50. Charney, Maurice. op. cit. p. 133.
  51. Ibidem, p.150.
  52. Sulle differenze neurofisiologiche di gender nell’evitare il danno, si veda Pujol, Jesus, Anna Lòpez, Joan Deus, et all. Anatomical Variability of the Anterior Cingulate Gyrus and Basic Dimensions of Human Personality. In “Neuroimage”, 15:847-55.
  53. In biologia evoluzionistica, con il termine investimento parentale si intende qualsiasi spesa dei genitori (tempo, energia, ecc.) che beneficia un membro della prole a un costo che limita la capacità dei genitori di investire in altri componenti della fitness. I componenti della fitness comprendono il benessere della prole esistente, la riproduzione futura dei genitori e la fitness attraverso l’aiuto di parenti, chiamata selezione di parentela. L’investimento parentale è talvolta erroneamente identificato con la semplice cura dei genitori o sforzo dei genitori. La teoria dell’investimento parentale è un ramo della teoria della storia della vita. Le prime considerazioni sull’investimento parentale vennero fatte da Fisher (1930). La teoria dell’investimento parentale di Robert Trivers prevede che il sesso che investe maggiormente nell’allattamento, nella cura e protezione della prole sarà più discriminante nella scelta del partner (mate choice), e che il sesso che investe meno nella prole combatterà per trovare partner dell’altro sesso ad alto investimento che proprio per questa ragione saranno una risorsa limitata. Le differenze tra i sessi per quanto riguarda l’investimento parentale dunque sono importanti nel determinare la forza della selezione sessuale.
  54. Ehrlich, Paul R. Human Natures: Genes, Cultures, and the Human Prospect. Island/Shearwater, Washington, D.C. 2000.
  55. Gillis, John. For Better, for Worse: British Marriage, 1600 to the Present. Oxford University Press, Oxford, 1985.
  56. Thomas, Vivian. The Moral Universe of Shakespeare’s Problem Plays. Croom Helm, London, 1987, capitolo 1.
  57. Women are angels, wooing: / Things won are done; joy’s soul lies in the doing. / That she belov’d knows nought that knows not this: / Men prize the thing ungain’d more than it is (1.2) Le citazioni relative a “Troilo e Cressida” provvengono da Shakespeare, William. Complete Works. The Arden Shakespeare, dited by Richard Proudfoot, Anna Thompson, and david Scott Kastan. Thomas Nelson and Sons, Walton-on-Thames, 1998.
  58. Pearson, Lu Emily. Elizabethan Love Conventions. Allen and Unwin, London, 1966. La storia in questione è “Il racconto della donna di Bath”, uno dei frammenti dei “Racconti di Canterbury”.
  59. Lyons, Charles. Shakespeare and the Ambiguity of Love’s Triumph. Mouton, The Hague, 1971.
  60. O’Rourke, James. “Rule in Unity” and Otherwise: Love and Sex in Troilus and Cressida. In “Shakespeare Quarterly 43: 139-58, 1992.
  61. Neely, Carol Thomas. Broken Nuptials in Shakespeare’s Play. Yale University Press, New Haven, 1985.
  62. O’Rourke, James. op. cit.
  63. Charney, Maurice. Op. cit.
  64. Neely, C. Th. op. cit.
  65. Campbell, Anne. A Mind of Her Own. The Evolutionary Psychology of Women. Oxford University Press, Oxford, 2002.
  66. Neither promise yourself too easily to him who entreats you, nor yet deny what he asks too stubbornly: Cause him hope and fear together. Ovid, Publius Naso. The Art of Love and Other Poems. Translated by J.H. Mozley, Heinemann, London, 1947.
  67. TROILUS: Why was my Cressid then so hard to win?
    CRESSID: Hard so seem won; but I was won, my lord, / With the first glance that ever – Pardon me; / If I confess much you will play the tyrant.
    (Act 3, Scene 2), Shakespeare, W. op. cit.
  68. And yet, good faith, I wish’d myself a man / Or that we women had men’s privilege / Of speaking first”. (Act 3, scene 2), Shakespeare, W. op. cit.
  69. Beware of them, Diana: their promises, / enticements, oaths, tokens, and all these engines of / lust, are not the things they go under, many a maid / hath been seduced by them, and the misery is / example, that so terrible shows in the wrack of / maidenhood, cannot for all that dissuade succession, / but that they are limited with the twigs that threatens / them. (Act 3, scene 5), Shakespeare, W. op. cit.
  70. Ay, so you serve us / Till we serve you, but when you have our roses, / You barely leav our thorns to pick ourselves, / And mock us with our bareness. (Act 4, scene 2), Shakespeare, W. op. cit.
  71. My mother told me just how he would woo / As if she sat in’s heart. She says all men / Have the like oaths. (Act 4, scene 6), Shakespeare, W. op. cit.
  72. But O, strange men! / That can such sweet use make of what they hate, / When saucy trusting of the cozen’d thoughts / Defiles the pitchy night; so lust doth play / With what it loathes for that which is away. (Act4, scene 5), Shakespeare, W. op. cit.
  73. Wilson, Margo, and Martin Daly. The man Who Mistook His Wife for a Chattel. In “The Adapted Mind: Evolutionary Psychology and the Generation of Culture”, edited by Jerome H. Barkow, leda Cosmides, and John Tooby, 289-322. Oxford University Press, Oxford, 1992.
  74. Gowing, Laura. Domestic Dangers: Women, Words, and Sex in Early Modern London. Clarendon, London, 1996.

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