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29 Agosto, 2026

L’empatia alla luce della psicologia sperimentale e delle neuroscienze 

Qualcosa che ci accade o scelta intenzionale?

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BIO – Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità – Educational Papers • Anno IV • Numero 16 • Dicembre 2015

Scritto in collaborazione con Eugenia D’Alterio – biologa

Studiosi e pubblico: fronti diversi sulla questione

Stando alle ultime ricerche sperimentali delle neuroscienze e della psicologia sociale1, credere che sia possibile avvalersi dell’empatia e fare delle scelte su quando farne esperienza, rispetto a quando non farla, è una convinzione che aggiunge un livello di responsabilità a come si interagisce con altre persone. Invece quando ci si sente impotenti a controllarla, si potrebbe essere appagati con qualunque pregiudizio e/o limite che ognuno di noi ha su questo stato. In questo modo, ci si potrebbe sentire a posto nel non prendersi cura di qualcuno solo perché non riusciamo a porci nella sua situazione. In ogni modo, sia che ci si trovi nella categoria di persone che pensano di poter utilizzare, secondo opportunità, l’empatia, sia che si appartenga alla tipologia di persone che si ritiene in balìa di questo stato, questo articolo dà spazio al punto di vista dell’empatia selettiva. Tale interpretazione sostiene che noi stiamo a fare qualcosa di intenzionale quando ci sentiamo in connessione o meno con qualcun altro e che tale intenzionalità è un nostro atto di responsabilità2.

Se si presta attenzione al fenomeno contenuto nel concetto di empatia e al come l’empatia funzioni, si realizza che il pubblico non esperto e gli studiosi della materia non si trovano sulla stessa linea. Per gli studiosi contemporanei, vincolati alla psicologia sperimentale e alle neuroscienze sociali, “empatia” è un termine ombrello” che cattura almeno tre processi distinti ma connessi, attraverso i quali una persona risponde alle emozioni di un’altra persona3.

Per rendere più comprensibile questa nozione dei “distinti processi connessi a come rispondiamo alle emozioni altrui” facciamo un esempio: supponiamo che un soggetto si trovi per caso con una persona molto stressata, tante cose potrebbero accadere in tale evenienza. Primo caso, il soggetto in questione potrebbe “catturare” l’emozione della persona stressata e, indirettamente, assumerne lo stesso stato4. Questo è quello che alcuni studiosi, come Jamil Zaki5, chiamano “condivisione di esperienze”. Secondo caso, il soggetto in questione potrebbe pensare a come si senta la persona stressata e al perché di tale stato. Questo tipo di considerazione, esplicita del mondo come qualcuno possa vedere l’altro, è quello che gli studiosi di riferimento chiamano “mentalizzazione”. Terzo caso, il soggetto di riferimento potrebbe sviluppare una preoccupazione per lo stato dell’altro e sentirsi motivato ad aiutarlo. Questo è ciò che comunemente si chiama “compassione”, nota, anche, come “preoccupazione empatica”. 

Spesso sembra che questi processi del condividere le emozioni di qualcuno (condivisione di esperienze), del pensare circa le emozioni di qualcun altro (mentalizzazione) e del voler migliorare lo stato emotivo di un altro (compassione), dovrebbero sempre andare insieme. Ma, di fatto, questi processi si frazionano in diverse modalità secondo i soggetti interagenti: ad esempio, le persone con psicopatie conclamate6 sono spesso in grado di entrare in empatia con l’altro, pur non provando alcuna preoccupazione per il loro stato7. 

Sebbene è interessante conoscere i “pezzi” che compongono l’empatia e come i processi empatici interagiscono tra di loro questa argomentazione è centrata, in primis, sul perché e quando la gente entra in empatia. Al riguardo vi sono due racconti” (teorie) diversi circa come l’empatia funzioni8. Questi due approcci sono entrambi molto ben documentati e sono, abbastanza, in contrasto l’uno con l’altro. 

La prima narrativa postula che l’empatia sia automatica. Questa visione risale alle idee di Adam Smith che sembra aver generato il primo racconto moderno circa l’empatia nel suo libro “Teoria dei sentimenti morali”. Smith ha descritto, piuttosto, quello che lui chiamava “simpatia”, modalità attraverso la quale le persone assumono lo stato emotivo di altre, idea molto simile a quello che è stato segnalato come “condivisione delle esperienze”. 

Il suo più famoso esempio di “simpatia” è quello relativo ad una folla che guarda un funambolo su una corda. Smith diceva che la folla sarebbe diventata nervosa a guardare questa persona oscillare in un precipizio. Le palme delle loro mani avrebbero cominciato a sudare e la folla avrebbe iniziato a bilanciare e spostare i loro corpi come se stessero cercando di sopravvivere loro stessi sul filo della corda anche se erano su un terreno solido. Smith era fermamente convinto che questa risposta era qualcosa che le persone non potevano controllare, qualcosa che semplicemente accadeva loro. 

Questo punto di vista domina ancora la teoria più diffusa circa l’empatia, e non senza ragione. Certamente, questa interpretazione collima con la nostra intuizione comune che non possiamo controllare il nostro comportamento empatico. Ad esempio, se ci si chiedesse di immaginare di assistere ad un grave infortunio di qualcuno, probabilmente, non si penserebbe a quanta empatia si voglia mettere in gioco, perché è prevedibile che un’ondata di disagio e di empatia, nostro malgrado, ci inonderebbe. È abbastanza documentato che questo è ciò che effettivamente accadrebbe. Le persone, infatti, tendono ad assumere come proprie le espressioni facciali degli altri in una frazione di secondo quando vedono qualcun altro assumerle e prima ancora di esserne consapevoli che ciò avvenga9. Questo tipo di imitazione accade molto presto nello sviluppo. I bambini, ad esempio nelle prime settimane di vita, piangono quando sentono un altro bambino piangere. Questo tipo di condivisione è, presumibilmente, evolutivamente vecchio. I topi, ad esempio, che non hanno la stessa potenza cognitiva di noi umani, sembrano assumere, reciprocamente, gli stati dei loro simili10.

La psicologia sperimentale contemporanea, epistemicamente molto vicina alle neuroscienze, si è interessata ad un altro tratto distintivo dell’empatia denominato RISONANZA NEURONALE11. Questa risonanza neuronale è qualcosa che può essere sperimentalmente acquisita e documentata utilizzando tecniche come la risonanza magnetica funzionale (RMF)12 [fMRI]. Ad esempio, quando si osserva un’altra persona afferire in un qualche stato, ossia fare un certo movimento, sentire dolore e/o mostrare una qualche emozione, il cervello dell’osservatore genera un modello di attività non in linea con ciò che, personalmente, l’osservatore sperimenta, ma in linea con quello che la persona osservata sta sperimentando. È come se il cervello di colui che osserva facesse una “prova teatrale” (o un provino) riguardo ciò che la persona osservata sperimenta, in modo che l’osservatore (o “pubblico”) possa capire, implicitamente, lo stato comportamentale ed emotivo della persona osservata13. I laboratori di psicologia sperimentale e gli studiosi delle neuroscienze hanno documentato questa funzionalità sociale del cervello umano in contesti che non riguardano l’empatia e, anche, quando le persone sono a prestare attenzione a ben altri eventi. Questo suggerisce che il funzionamento del tratto neuronale, distintivo della nostra risposta empatica e della nostra coscienza sociale14, si verificherebbe al di fuori della nostra consapevolezza o del nostro controllo15.

Questa modalità empatica, consistente nel provino di simulazione di metterci nei panni dell’altro in modo che il nostro cervello possa formare un modello di rappresentazione di ciò che l’altro sperimenta, sembrerebbe documentare che l’empatia sia automatica e incontrollabile. Ma credere che l’empatia avvenga sempre automaticamente ci porterebbe contro un treno carico di evidenze del contrario. È abbastanza conosciuto che ci sono innumerevoli casi in cui le persone potrebbero sentire empatia ma non la provano. Il caso prototipo è quello degli schieramenti collettivi16. Infatti, le persone divise da una guerra o da una questione politica, o da qualsiasi altra rivalità, spesso sperimentano un crollo della loro empatia. In molti casi, queste persone sentono apatia per chi, l’altro, è sul confine del proprio gruppo di appartenenza. Ossia, non riescono a condividere, o pensare, o sentire, le emozioni e i comportamenti di persone fuori dal proprio schieramento17.

In altri casi, le persone sentono antipatia manifesta verso gli altri, per esempio, provando piacere quando una disgrazia si abbatte su qualcuno dall’altra parte del confine di gruppo. Quello che risulta interessante è che questo accade non solo per confini di gruppo che sono significativi, come quelli relativi a etnia o religione diverse ma, anche, in gruppi totalmente arbitrari. Se si immaginasse di dividere i lettori di BIO in una squadra rossa e in una squadra blu nella quale collocheremmo gli autori, senza che tale divisione abbia alcun significato ulteriore, ci sarebbero più probabilità che i membri della squadra rossa provino meno empatia verso gli autori stessi, collocati, anche se arbitrariamente, nella squadra blu. 

Un’altra caratteristica interessante di questa empatia, limitata al gruppo di appartenenza, è che non riguarda soltanto la quantità di empatia che proviamo ma riguarda, anche, la questione se, automaticamente, sentiamo più o meno empatia. Gli studiosi hanno utilizzato la registrazione dell’attività elettrica dell’encefalo [EEG], per esempio, per dimostrare che le persone mostrano risonanza neurale minore riguardo il dolore di membri di gruppi diversi [i cosiddetti “altri”] rispetto ai membri del gruppo di appartenenza [i cosiddetti “nostri”], e tale differenza appare in un arco di tempo di 200 millisecondi18. Questi dati non indicano che si sperimenta un’empatia automatica, e poi si ridimensiona la sua importanza dal momento che si è in uno schieramento di gruppi diversi ma sottolineano che, invece, in tali contesti di schieramenti contendenti, sembra che l’empatia non si verifichi affatto19. 

Abbiamo, quindi, queste due narrative. Da un lato, l’empatia appare automatica, d’altro lato, essa diminuisce o si espande in funzione delle caratteristiche della situazione stessa. Come possiamo quadrare questi due versioni? In modo preliminare si potrebbe dire che la tensione tra queste due narrative si potrebbe risolvere lasciando andare alcune ipotesi su come funziona l’empatia. In particolare, l’idea che l’empatia è fuori dal nostro controllo. 

 

L’empatia come scelta motivata

In tempi recenti, la ricerca ha iniziato a considerare l’empatia non come qualcosa che ci accade ma, piuttosto, come una scelta che facciamo, anche se non ne siamo consapevoli di stare ad attuarla. Noi realizziamo, spesso, una decisione implicita o esplicita in merito al fatto se vogliamo o meno coinvolgerci con le emozioni di qualcun’altro, sulla base delle motivazioni che potremmo avere per farlo20.

Supponiamo che si stia guardando la TV nel momento che viene annunciato un comunicato Telethon con lo scopo di aumentare la nostra consapevolezza circa la leucemia. Il messaggio includerà bambini e adulti che soffrono di questa malattia raccontandoci le loro storie. Non è difficile prevedere, a ragione, che la visione di questi messaggi causerebbero una marea di empatia o viceversa ci lascerebbero indifferenti. 

Ci sono vari motivi per seguire il messaggio di Telethon. Ad esempio, si potrebbe essere incuriositi circa la situazione di persone che convivono con questa malattia. Si potrebbe anche pensare che è propria responsabilità morale di saperne di più su questi soggetti. Si potrebbe anche immaginare che ciò possa ispirare a donare soldi per questa causa e che ciò ci farebbe sentire meglio, poiché staremmo vivendo in conformità con la nostra etica e i nostri principi. 

Ci potrebbero anche essere ragioni per cui non si desidera vedere il messaggio, poiché, ad esempio, potrebbe farci stare male. Probabilmente sarebbe straziante sentire quelle storie. Tale visione potrebbe, anche, farci provare un senso di colpa, soprattutto se, dopo aver visto la trasmissione, si sceglie di non donare. Se si è a corto di soldi, si potrebbe avvertire come l’empatia ci collocasse in un doppio legame, in cui si deve scegliere tra il magro portafoglio da una parte e la nostra coscienza dall’altra. 

Queste potrebbero essere situazioni che si vorrebbero evitare, l’emozione empatica, in primis. La ricerca usa i termini “motivi di avvicinamento empatico” e “motivi di evasione empatica” per descrivere gli impulsi che spingono le persone verso le emozioni altrui o, viceversa, allontanandole. Le persone mettono in pratica queste motivazioni in molti modi. Per esempio, se una persona non vuole entrare in empatia con noi, una strategia è che tale persona ci eviti del tutto (di fatto, le persone spesso evitano situazioni che pensano ispirerebbero empatia in loro). La persona in questione potrebbe, anche, semplicemente non prestare attenzione alle nostre emozioni o decidere, attraverso un processo di valutazione, che le nostre emozioni non sono importanti o, almeno, meno importanti delle sue. 

Negli ultimi anni la ricerca ha raccolto documentazione a sostegno di una visione dell’empatia sulla base delle motivazioni [empatia motivata]. Per esempio, quando si tratta di evitare l’empatia, possiamo utilizzare ancora l’esempio appena citato. Si potrebbe essere preoccupati che l’empatia ci faccia sentire in colpa o moralmente obbligati a condividere una parte di nostri proventi. Infatti, l’empatia potrebbe rivelarsi un’emozione costosa. 

Una ventina di anni fa, Daniel C. Batson21 condusse uno studio in cui ha dimostrato questo con un semplice esperimento. Egli disse ad un gruppo di persone che avrebbero avuto l’opportunità di fare una donazione ad una persona senza tetto. Ad un altro gruppo, egli disse il contrario, cioè che loro non avrebbero avuto l’opportunità di aiutare una persona senza casa. Poi, egli chiese ad entrambi i gruppi quale appello volevano ascoltare: una storia oggettiva circa la vita della persona in questione oppure un racconto emotivamente evocativo. Risultò che le persone che pensavano che sarebbero state sollecitate a donare tesero a scegliere la versione oggettiva, cioè emotivamente neutra della storia, coerente con l’idea che volevano evitare di sperimentare l’empatia. 

Altro motivo per cui non si desidererebbe provare empatia è se ci trovassimo in una posizione in cui capita di fare del male a qualcuno. Supponiamo di essere un difensore in una squadra di football americano e di dover operare un forte placcaggio volto a fermare l’avanzata dell’avversario. Probabilmente non sentiremmo tutto quello che quella persona sta sentendo né penseremmo molto alle emozioni dell’avversario o al dolore che potremmo causargli. E questo accade, purtroppo, in contesti molto più scuri dello sport. 

In guerra, i soldati sono esplicitamente invitati a disumanizzare il nemico, per rendere meno colpevolizzanti le azioni di danno psicofisico che devono compiere nei loro confronti. Questo è ciò che Albert Bandura chiama un disimpegno morale. Bandura e i suoi colleghi, alcuni anni fa, hanno dimostrato ciò in un modo molto interessante e preoccupante. Essi hanno scoperto che le guardie carcerarie, in particolare i boia, tendevano a minimizzare la sofferenza dei condannati a morte in linea con le loro motivazioni a farlo ed evitare il senso di colpa per le loro stesse azioni22. E questo si vede continuamente nelle guerre attuali. Gli attacchi con dei droni, ad esempio, sono un ottimo modo per evitare empatizzazione con gli obiettivi stessi. 

Come si è detto, le persone non sono solo motivate ad evitare l’empatia, ma le si avvicinano anche. Un esempio di questo emerge nel contesto della solitudine. Persone che sono o si sentono sole possono provare un profondo desiderio di comunicare con gli altri e, in molti casi, lo fanno sviluppando la loro empatia, concentrandosi maggiormente sugli stati mentali, emotivi e sentimentali, di altre persone e interessandosi alle loro esperienze. 

Jon Maner23 e Adam Waytz24, ed altri, hanno documentato, con i loro studi sperimentali, che se si inducono delle persone ad una situazione di isolamento queste presteranno maggiore attenzione agli stati psicologici e/o mentali degli altri soggetti vicini e cercheranno di sintonizzarsi di più con le emozioni di questi. In tali situazioni di solitudine, le persone presteranno anche attenzione a ciò che starebbe accadendo anche a non persone, arrivando ad antropomorfizzare i robot25. Qualcosa di simile viene mostrato in grado estremo nel film Cast Away, dove Tom Hanks, nella veste di Chuck, è così solo che antropomorfizza ed empatizza con una palla di pallavolo che chiama Wilson come il marchio stesso dell’oggetto in questione. Chuck arriva a considerare lo psicologico ed emotivo del “compagno” Wilson che altro non è che un pallone. 

Altro motivo per cui si potrebbe desiderare di entrare in empatia è quando essa è socialmente auspicabile. Se si è al corrente che le persone intorno a noi apprezzano l’empatia, si potrebbe essere incoraggiati a sperimentarla. Un studio che serve ad illustrare la questione è quello di Thomas & Maio circa il concetto di ruolo di gender nell’empatia26. Il loro studio documenta che durante un test convenzionale sull’empatia gli uomini eterosessuali riuscivano meno che le donne. In questo, naturalmente, gioca lo stereotipo che le donne siano più empatiche degli uomini, ma la ragione per cui questo studio è interessante è perché Thomas & Maio documentano che non si tratterebbe di una differenza costituzionale nelle capacità degli uomini di provare empatia ma, probabilmente, rappresenta una differenza nella loro motivazione sociale relazionale. In un esperimento successivo, questi studiosi indussero degli uomini ad essere convinti che le donne trovavano attraenti gli uomini sensibili. Il risultato è stato che questa motivazione eliminò il divario di gender in termini di prestazioni di empatia. Uomini convenzionali, ma che credevano che essendo empatici li avrebbe resi attraenti alle donne, diventavano più empatici in linea con la narrativa che sostiene che le persone scelgano di avvicinarsi all’empatia, o di evitarla, secondo i loro obiettivi in una data situazione27. 

Che cosa è l’empatia e da dove proviene nel nostro odierno panorama intellettuale? Il termine empatia è stato generato dai filosofi tedeschi dell’estetica. Il termine in lingua tedesca è Einfühlung, ossia l’emozione che si prova quando “ci si sente trasportati da un oggetto d’arte”. In breve, il termine deriva da Theodor Lipps, seguendo Robert Vischer, un altro filosofo dell’estetica. Entrambi credevano che il nostro modo di fare contatto con l’arte non avviene valutando le sue qualità in un senso oggettivo ma proiettando noi stessi, emotivamente, in un lavoro. Titchener è stato forse tra i primi ad utilizzare il termine empatia riportando alla radice greca di esso. 

È interessante notare che se si utilizza Google per esaminare la popolarità del termine empatia, esso appare in rapporto ad un altro termine: simpatia. “Simpatia” è stato un termine molto popolare e mentre la sua popolarità declinava cresceva quella del termine “empatia”. Ma si tratta, al di là dei termini, di una distinzione significativa tra due tipi distinti di legame emotivo in quanto la simpatia è una forma più distaccata di benevolenza che si potrebbe avere verso qualcuno mentre l’empatia richiede un investimento emotivamente più alto. 

L’empatia si amplia o si riduce in funzione delle risorse

L’empatia potrebbe risultare, psicologicamente, costosa. Infatti, emotivamente costa entrare in empatia con qualcuno e ci sono molti casi in cui si vorrebbe desiderare di non farlo. La scarsità di risorse, ad esempio, è una condizione contestuale che riduce la nostra empatia, come lo stress ne è un’altra. Se siamo in ansia per la sopravvivenza e il benessere di noi stessi e dei più vicini consanguinei – ad esempio, la famiglia – è molto più difficile ampliare la propria empatia a gruppi sociali più larghi. Steven Pinker ne parla in The Better Angels of Our Nature28. Anche Peter Singer parla della relazione tra risorse ed empatia in The Expanding Circle29, considerando come la nostra solidarietà si sia ampliata con lo sviluppo del benessere materiale del dopoguerra. 

I costi dell’empatia includono non solo la possibilità che essa generi processi emozionali dolorosi ma anche la responsabilità che impone sulle persone. Ad esempio, se si prova empatia per qualcuno, è difficile rivaleggiare con esso, così come quando si sente empatia totale per animali risulta difficile nutrirsene. Comunque, c’è una responsabilità morale che accompagna l’esperienza dell’empatia30, soprattutto se si vuole essere una persona emotivamente autentica.

Pinker & Singer31 sostengono che l’empatia si sia evoluta come sistema comportamentale volto alla protezione degli umani e della loro prole ma che le norme sociali riguardo ad essa siano mutevoli. Questo è importante poiché se si considera l’empatia non come una nostra qualità stabile né come un’emozione che semplicemente ci accade automaticamente ma come un coinvolgimento emotivo che si sceglie, pertanto si può concludere che il panorama culturale conforma i nostri panorami emozionali individuali. Forse dovuta a questa qualità di mutevolezza delle norme sociali riguardo l’empatia oggi viviamo in un tempo di maggior empatia positiva che nel passato. Le persone apprezzano i valori basilari come la partecipazione, il rispetto e le attenzioni verso gli altri, tratti che distinguono una brava persona, ora più che mai. Valori che, se estesi, potrebbero indurre in questo clima culturale grandi cambiamenti nel modo in cui le persone sperimentano l’empatia. Purtroppo viviamo in un mondo dove questi valori non sono sempre riconosciuti. 

Erik Nook & Jamil Saki, insieme con altri colleghi, hanno condotto un recente studio[efn]Nook, E. C. & Zaki, J. Social norms shift behavioral and neural responses to foods. In “Journal of Cognitive Neuroscience”, Vol. 27, Num. 7, pp. 1412-1426, 2015.[/efn_note] dove si cerca di rispondere alla domanda: la conformità può generare empatia nella gente se si pensa che le persone attribuendo un valore all’empatia siano più propensi a considerarla? Lo studio suggerisce che effettivamente succede così. Se alcune persone vengono persuase che i loro consimili sperimentano molta empatia, queste riportano di sperimentare più empatia e di agire più gentilmente verso gli altri, anche se questi ultimi appartengono a gruppi stigmatizzati. Perciò si può postulare che un cambiamento nel nostro clima culturale può modificare il modo in cui noi scegliamo di impegnarci con l’empatia. 

Sebbene durante il benessere allargato agli operai e ai dipendenti del capitale attraverso la concertazione sociale a seguito della Seconda Guerra Mondiale, i decenni tra gli anni ’50 e ’80 conobbero una forte diffusione dell’empatia come valore sociale, oggi si può parlare piuttosto di un deficit di empatia32. Questo porta gruppi identificati con l’ideologia dell’uguaglianza a ribadire che un modo per migliorare la nostra società e il suo tessuto umano sarebbe incrementare la nostra scelta di provare empatia. Tuttavia, data la precarietà in cui versa il mercato del lavoro e considerato lo smantellamento della concertazione sociale e, di conseguenza, del welfare, i gruppi sociali che ancora sostengono il valore sociale dell’empatia sono in decrescita. Questo deficit di empatia non è solo un rispecchiamento delle ideologie neofasciste e neoliberiste prevalenti ma e, anche, dovuto all’aumento della pressione socio-demografica sulle limitate risorse di riproduzione dell’esistenza. L’attuale problematica circa i migranti, poi, ha fatto emergere un continuo servizio giornalistico mediatico che documenta il sentire di ampie fasce di popolazione che ritengono che l’empatia sia negativa quando si parla del disegno delle politiche governative per affrontare la questione. In quanto, se l’empatia è un’emozione è suscettibile di accogliere in sé le tendenze più irrazionali e, inoltre, si argomenta che la giustizia deve essere cieca, il che equivale a dire emotivamente neutra33. 

Col montare del disvalore sociale dell’empatia alcuni psicologi come Paul Bloom hanno cominciato a sostenere che l’empatia sia sopravvalutata come bussola morale34. Il loro punto di vista è che l’empatia genera comportamenti gentili e morali ma in modi fondamentalmente distorti in quanto, ad esempio, questi comportamenti sono attuati, generalmente, nei confronti dei membri del proprio gruppo e non in modalità che massimizzino il benessere includendo anche gli altri. In questa prospettiva, l’empatia è un motore che agisce sulle emozioni per guidare il comportamento morale altrui o prevaricarlo35. 

Questa controversa prospettiva può essere considerata come il risultato di una visione incompleta di ciò che è l’empatia. Se siamo una di quelle persone che crede che l’empatia sia automatica e sia qualcosa che accade o meno senza la nostra partecipazione cosciente, allora, i pregiudizi che caratterizzano l’empatia così intesa sono inevitabili e governeranno sempre i processi decisionali empatici. Ma se invece si ritiene l’empatia come qualcosa che possiamo controllare e assumercene la responsabilità, si può scegliere di allineare maggiormente la nostra empatia con i nostri valori.

All’interno della psicologia, lo studio dell’empatia ha una storia lunga. Una delle le ricerche più potenti sull’empatia, nel XX secolo, viene da Daniel C. Batson che, per decenni, ha documentato la potenza della connessione emotiva che spinge le persone ad aiutarsi tra di loro. Si tratta di un’idea che considera l’empatia come motore generante il promuovere la cooperazione e l’altruismo36.

Le conoscenze della psicologia sperimentale in materia di empatia ha, anche, degli utilizzi assai controversi, soprattutto, se si pensa quanto controverso e problematico è l’utilizzo di tale conoscenza nelle tecniche degli interrogatori. Ma tutti i campi di conoscenza hanno questi risvolti. È stato segnalato che gli individui affetti da psicopatie posso capire quello che le altre persone sentono, tuttavia questa loro comprensione è utilizzata non tanto per migliorarne lo stato ma, talvolta, per peggiorarlo. Prendiamo ad esempio i torturatori che hanno bisogno di cimentarsi con alcune forme di empatia al fine di portare a termine il loro lavoro in modo efficace, facendo leva sulle paure e debolezze del condannato per generare in esso il maggior disagio e dolore possibile e indurlo a collaborare. Se si comprende qualcuno, se si ha un’intelligenza emotiva, ciò potrebbe fare di ognuno di noi, se si è inclini, un esperto manipolatore (il lato oscuro dell’empatia).

Comprendere l’empatia come scelta ci aiuterebbe a comprendere la natura di base dell’empatia, il perché e quando le persone empatizzano e il perché e quando non lo fanno. Ma questa prospettiva ha ancora altri risvolti: potrebbe anche aiutare a risolvere quello che Mina Cikara e Jamil Zaki hanno chiamato i fallimenti empatici37, cioè quei casi in cui le persone non empatizzano e ciò può generare problemi. Il fallimento dell’empatia può verificarsi nei conflitti all’interno di un gruppo (famigliare, lavorativo, ecc) ma capitare, anche, in molte altre situazioni. Pensiamo, ad esempio, agli adolescenti quando tiranneggiano tra di loro o a quando i medici non riescono a immedesimarsi nelle sofferenze dei loro pazienti. 

Ci sono esperti che lavorano cercando di mitigare gli effetti dei fallimenti empatici. Questo tipo di interventi tende ad esprimersi in due modalità: insegnare le abilità empatiche, come il modo di riconoscere le emozioni altrui, o dare la possibilità diretta di entrare in empatia, prendendo gruppi che sono in conflitto e facendo loro trascorrere del tempo assieme. In ogni modo, va segnalato che nell’attuare l’empatia si può incorrere in un’overdose. Infatti, c’è un fenomeno, noto come fatica per compassione, frequente tra infermieri e medici che lavorano in ospizi e ospedali. Questi professionisti si sovraccaricano delle sofferenze altrui al punto che non possono più prendersi cura di se stessi. Proporre che l’empatia è una scelta non è solo una proposta intenta a dichiarare che si può salire con il livello di empatia, è altrettanto importante sapere quando rifiutare o dosare l’empatia, soprattutto quando si ha bisogno di impegnarsi nella cura di sé. 

Ci sono casi in cui persone possono utilizzare l’empatia di altre per usarle e manipolarle: politici, opinionisti e pubblicitari. Ci sono anche persone che cercano di creare una narrativa delle loro idee e le trasformano in storie di sofferenza altrui, in modo da farci sentire più in contatto con questi. Qualsiasi annuncio di Save The Children inizia con l’immagine di un bambino in seria difficoltà e l’unico modo di superarle è l’aiuto che possiamo dargli. Questo è, esplicitamente, un richiamo ad aprire il cuore della gente in un modo molto emotivo. Tutto ciò porta a considerare che l’empatia non è necessariamente sempre moralmente positiva o negativa o neutrale, ma consiste e si sviluppa nelle modalità accennate al momento in cui la si prova[efrn_note]Devlin, H. C., Zaki., J., Ong, D. C., & Gruber, J. Not as Good as You Think? Trait Positive Emotion is Associated with Increased Self-Reported Empathy but Decreased Empathic Performance, In “PLOS ONE”, 9 (10), 2014-[/efn_note].

Considerare l’empatia come un comportamento motivato incoraggia non solo un approccio interessato a promuovere abilità empatiche ma anche un approccio che, in primis, stimola le persone a voler empatizzare, cioè un approccio che non è solo quello della formazione personale ma quello della costruzione di motivazioni. Ed è in questo che una parte della psicologia sperimentale si è impegnata, negli ultimi anni, generando e testando la teoria dei “NUDGES”38, portata avanti da gruppi psicologici con l’intento di incoraggiare le persone a voler entrare in empatia. Questa tendenza della psicologia sperimentale ritiene che il suo contributo è in grado di ridurre il bullismo negli adolescenti e di aiutare i medici ad essere più empatici nel trattamento dei loro pazienti. 

Ci sono enormi differenze nel modo in cui le persone sentono l’empatia o su cosa ritengono che sia, differenze dovute, essenzialmente, a dove queste persone si trovano riguardo i paesaggi politici, sociali e ambientali. Ad esempio, persone di schieramenti politici diversi possono essere, tra loro, estremamente empatiche o abbastanza poco empatiche. Le persone sull’estremità destra dello schieramento politico, solitamente, tendono ad essere più empatiche con i membri di gruppi orientati verso la tradizione e con la creazione di collegamenti con persone che fanno parte di quelle stesse tradizioni. Le consuetudini culturali progressiste tendono, invece, ad essere più indiscriminate, nel senso che più facilmente entrano in empatia anche con persone di gruppi di pensiero differente. 

Ci sono norme culturali mutevoli che regolano la nostra empatia. Ad esempio, nel passato gli uomini erano tenuti a comportamenti non empatici, le donne si. Donne più empatiche degli uomini o schieramenti politici più empatici degli altri sono costruzioni sociali, provenienti da momenti storici già superati, piuttosto che tratti atavici. Infatti, l’empatia cambia nel tempo. Ad esempio, un controverso studio diretto da Sara Konrath39 ha proposto che gli studenti universitari sono molto meno empatici oggi rispetto a trent’anni fa. Nell’ultimo trentennio, infatti, c’è stato un calo costante nei comportamenti empatici, calo molto più pronunciato negli ultimi 10 anni. Alcuni studiosi propongono che questo ha a che fare con le sempre più specializzate forme elettroniche di comunicazione, con le quali si perde il contato fisico. 

Tuttavia, questa può essere anche considerata una conclusione troppo facile. Infatti, alcuni studiosi pensano che le persone, oggi, non siano necessariamente meno empatiche ma che semplicemente sentano che l’empatia sia qualcosa di diverso, arrivando a considerarla non un costrutto. Questi studiosi segnalano che forse l’empatia non sia un valore tanto desiderabile come lo era trent’anni fa. In ogni modo, cambiamenti nell’esperienza dell’empatia si verificano attraverso le linee culturali e le esperienze, attraverso il tempo, attraverso i gender, o attraverso episodi cruenti che scuotono e mettono in discussione il nostro vivere quotidiano. Tutto ciò porta ad una riflessione non solo sul chi siamo ma su ciò che vorremmo essere e, dunque, ci rinvia ai valori socialmente desiderabili. 

In materia di empatia, i lavori della psicologia sperimentale possono, certamente, insegnarci a come agire ognuno con la propria, mentre la finalità dell’argomentazione in essere è di dare un contributo a decostruire lo stereotipo che sostiene che l’empatia sia qualcosa che ci accade e che siamo impotenti nel prendercene responsabilità, sostenendo, piuttosto, che quando ci relazioniamo, più o meno, con qualcun altro/a si sta ad attuare un processo intenzionale e motivato. 

 

  1. Stanford Social Neuroscience Lab. http://ssnl.stanford.edu/publications.
  2. Hughes, B.L., & Zaki, J. The neuroscience of motivated cognition. In “Trends in Cognitive Sciences, Vol. 19, Num. 2, pp. 62-64, 2015.
  3. Zaki, J. & Ochsner, K. The neuroscience of empathy: Progress, pitfalls, and promise. In “Nature Neuroscience”, Vol. 15, Num. 5, pp. 675-680, 2012.
  4. Nook, E. C., Lindquist, K. A., & Zaki, J. A New Look at Emotion Perception: Concepts Speed and Shape Facial Emotion Recognition. In “Emotion”, Vol. 15, Num. 5, pp. 569–578, 2015.
  5. Zaki, J., & Ochsner, K. The cognitive neuroscience of sharing and understanding others’ emotions. In J. Decety (Ed.), Empathy: From Bench to Bedside.MIT Press. Cambridge, MA, 2011.
  6. Harvey, P. O., Zaki, J., Lee, J., Ochsner, K., & Green, M. F. Neural substrates of empathic accuracy in people with schizophrenia. In “Schizophrenia Bulletin”, March 26, 2012.
  7. Ripoll, L. H., Zaki, J., Perez-Rodriguez, M. M., Snyder, R., Strike, K., Boussi, A., Bartz, J. A., Ochsner, K. N., Siever, L. J., New, A. S. Empathic accuracy and cognition in schizotypal personality disorder. In “Psychiatry Research”, Vol. 210, Num. 1, pp. 232-241. (2013).
  8. Zaki, J. & Ochsner, K. op. cit. 2012.
  9. Zaki, J., Weber, J., Bolger, N., & Ochsner, K. The neural bases of empathic accuracy. In “Proceedings of the National Academy of Sciences”, Vol. 106, Num. 27, pp. 11382- 11387, 2009.
  10. Zaki, J. & Williams, W. C. Interpersonal Emotion Regulation. In “Emotion”, Vol. 13, Num. 5, pp. 803-810, 2013.
  11. Zaki, J., Weber, J., Bolger, N., & Ochsner, K. op. cit. 2009.
  12. Moran, J. M., & Zaki, J. Functional neuroimaging and psychology: What have you done for me lately? In “Journal of Cognitive Neuroscience”, Vol. 25, Num. 6, pp. 834-842, 2013.
  13. Zaki, J. Cue integration: A common framework for physical perception and social cognition. In “Perspectives on Psychological Science”, Vol. 8, Num. 3, pp. 296-312, 2013.
  14. Sulla dimensione sociale del nostro cervello sociale e della nostra coscienza e consapevolezza sociali si veda: Vargas R. & D’Alterio E. Coscienza e consapevolezza reinterpretate alla luce delle neuroscienze sociali nella post-modernità. BIO. Educational Papers. Anno III. Num. 12. Dicembre 2014.
  15. Zaki, J., & Ochsner, K. Reintegrating accuracy into the study of social cognition (Target Article). In “Psychological Inquiry”, Vol. 22, Num. 3, pp. 159-182, 2011.
  16. Zaki, J., Bolger, N., & Ochsner, K. It takes two: The interpersonal nature of empathic accuracy. In “Psychological Science”, Vol. 19, Num. 4, pp. 399-404, 2008.
  17. Zaki, J. & Mitchell, J. Intuitive prosociality. Current Directions. iI “Psychological Science”, Vol. 22, Num. 6, pp. 466-470, 2013.
  18. Nook, E. C., Lindquist, K. A., & Zaki, J. A New Look at Emotion Perception: Concepts Speed and Shape Facial Emotion Recognition. In “Emotion”, Vol. 15, Num. 5, pp. 569–578. 2015.
  19. Zaki, J. & Williams, W. C. Interpersonal Emotion Regulation. In ”Emotion”, Vol. 13, Num. 5, pp. 803-810, 2013.
  20. Zaki, J. Empathy: A motivated account. In “Psychological Bulletin”, Vol. 140, Num. 6, pp. 1608-1647. 2014.
  21. Batson, C. Daniel. Experimental Tests for the Existence of Altruism. In “ Proceeding of the Biennial Meeting of Philosophy of Science”, pp. 69-78, 1992.
  22. Bandura, Albert. Moral Disengagement. How People Do Harm and Live with Themselves. Worth Publishers, London, 2015.
  23. Daniel C. Moldel & Joan K. Maner. How and When Exclusion Motivates Social Reconnection. The Oxford Handbook of Social Exclusion. Edited by C. Nathan DeWall. Oxford Library of Psychology. Oxford, 2013.
  24. Nicholas Epley, Adam Waytz, and John T. Cacioppo. On Seeing Human: A Three-Factor Theory of Anthropomorphism. In “Psychological Review”, Vol. 114, No. 4, pp. 864 – 886, 2007.
  25. Ibidem
  26. Thomas Geoff and Gregory R. Maio. Man, I Feel Like a Woman: When and How Gender-Role Motivation Helps Mind-Reading. In “Journal of Personality and Social Psychology”, Vol. 95, No. 5, pp. 1165–1179, 2008.
  27. Zaki, J. Empathy: A motivated account. In “Psychological Bulletin”, Vol. 140, Num. 6, pp. 1608-1647, 2014.
  28. Pinker, Steven. The Better Angels of Our Nature: Why Violence Has Declined. Viking, New York, 2011.
  29. Singer, Peter. The Expanding Circle. Ethics, Evolution, and Moral Progress. Princeton University Press. Princeton, 2011.
  30. Ibidem
  31. Pinker & Singer, opere citate, 2011.
  32. Schumann, K., Zaki, J., & Dweck, C. Addressing the Empathy Deficit: Beliefs about the Malleability of Empathy Predict Effortful Responses when Empathy is Challenging. In “Journal of Personality and Social Psychology”, Vol. 107, Num. 3, pp. 475-493, 2014.
  33. Ibidem
  34. Bloom, Paul. Religion, Morality, Evolution. In “The Annual Review of Psychology”, Vol. 63, pp. 179-99, 2012.
  35. Bloom, Paul. Just Babies: The Origins of Good and Evil. The Crown Publishing Group, New York, 2013.
  36. Batson, C. Daniel. Altruism in Humans. Oxford University Press, Oxford, 2001.
  37. Batson, C. Daniel. Altruism in Humans. Oxford University Press, Oxford, 2001.
  38. La teoria dei NUDGE [Nudge Theory] è un concetto che, nel campo dell’economia comportamentale e della filosofia politica, sostiene che rinforzi positivi e suggerimenti o aiuti indiretti possono influenzare i motivi e gli incentivi che fanno parte del processo di decisione di gruppi e individui, almeno con la stessa efficacia di istruzioni dirette, legislazione o adempimento forzato. Il fulcro della teoria dei NUDGE è il concetto stesso di NUDGE, o PUNGOLO in italiano (letteralmente il termine significa leggera spinta). Richard Thaler e Cass Sustein nel loro libro Nudge: La spinta gentile lo definiscono come ogni aspetto nell’architettura delle scelte altera il comportamento delle persone in modo prevedibile senza proibire la scelta di altre opzioni e senza cambiare in maniera significativa i loro incentivi economici. Per contare come un mero pungolo, l’intervento dovrebbe essere facile e poco costoso da evitare. I pungoli non sono ordini. Ad esempio, mettere frutta in vista conta come un nudge. Proibire il cibo spazzatura no.
  39. Sara H. Konrath, Edward H. O’Brien and Courtney Hsing. Changes in Dispositional Empathy in American College Students Over Time: A Meta-Analysis. In “Personality and Social Psychology Review”, Vol. 15, Issue 2, pp. 180-198, 2011.

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