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11 Luglio, 2026

L’errore umano in ambito medico

Il futuro delle professioni: l’errore umano in ambito medico e Informatica Sanitaria

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BIO – Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità – Educational Papers • Anno XV • Numero 58 • Giugno 2026

Dando voce a coloro che sostengono l’attendibilità dei modelli di simulazione linguistica in ambito medico per arginare l’errore umano

Nel loro libro The Future of the Professions: How Technology Will Transform the Work of Human Experts1, gli studiosi Richard Susskind e Daniel Susskind, edito ad Oxford nel 2015, prevedono il declino di molte professioni odierne e descrivono i sistemi di telepresenza e di Intelligenza Artificiale che le sostituiranno. In una società digitale, sostengono, tali sistemi apporteranno cambiamenti fondamentali al modo in cui la produzione e la distribuzione della competenza pratica degli specialisti viene resa disponibile alla società. Il lavoro dei Susskind potrebbe essere ritenuto uno dei primi tentativi di valutare e mettere in discussione la rilevanza delle professioni nel XXI secolo. 

Il libro esplora il profondo impatto dell’intelligenza artificiale sull’umanità, affrontandone sia le promesse che i rischi. Partendo dalla loro storia personale e esperienza nel campo dell’IA come nei governi britannici da decenni, i Susskind (padre e figlio) riconoscono i celeri progressi compiuti in questo settore, esemplificati da sistemi come ChatGPT, e le sfide che questi sviluppi pongono al dibattito pubblico. La loro disamina sottolinea l’importanza di bilanciare ottimismo e cautela, esortando ad un dibattito sull’IA non solo tra i tecnologi, ma in tutti i settori della società. La loro analisi individua nell’IA la sfida determinante della nostra epoca, suggerendo che essa rimodellerà industrie, professioni e persino l’identità umana stessa. È in questo contesto di dibattito in cui invito ad inquadrare quest’argomentazione circa i cambiamenti in arrivo relativi all’erogazione delle competenze pratiche in ambito sanitario. 

Per quanto mi riguarda, quale curatore di quest’argomentazione nonché direttore di questa testata, mi sento esente da dover documentare con un’estesa bibliografia la constatazione quotidiana, verificata dalla nostra soggettività, che ci consente di asserire che i medici, effettivamente, dispongano di risorse insufficienti e affrontino livelli di stress senza precedenti, sia a causa del crescente numero di pazienti, sia a causa della continua modificazione delle cosiddette conoscenze mediche. Allo stesso tempo, però, va ammesso che i medici sono pur sempre esseri umani e, di conseguenza, soggetti a errori cognitivi e di valutazione, nonché a pregiudizi razziali, di classe e sociali che, in qualche modo, influenzano l’assistenza che i pazienti ricevono. 

In una civiltà dell’efficienza, come quella in cui oggi una parte significativa della specie si replica, la domanda pragmatica dell’establishment riguardo al quadro della situazione del carico di lavoro dei medici e della loro umana condizione (situazione e condizione che li allontana dell’efficienza dei modelli di simulazione computazionali), è quella di chiedersi, con insistenza crescente, se sia possibile utilizzare i modelli di simulazione linguistica, vale a dire la cosiddetta Intelligenza Artificiale, per migliorare l’esperienza del paziente e, al contempo, alleggerire il carico di lavoro dei medici. 

Sotto quest’aspetto, molti si pronunciano convinti sostenitori di un cambiamento di paradigma nell’esercizio della professione medica che deleghi, sempre di più, le decisioni cliniche ai modelli di simulazione linguistica (o di intelligenza artificiale, se preferite). Ad esempio, in uno studio pubblicato a settembre dello scorso 20252, la professoressa di Informatica Sanitaria3 e filosofia della scienza Charlotte Blease4, riferisce come, secondo le sue convinzioni, l’intelligenza artificiale, se gestita con attenzione, possa supportare, e perfino sostituire, il lavoro del medico più affidabile della storia. Basandosi su interviste con esperti della cosiddetta, popolarmente, intelligenza artificiale, questa ricercatrice dimostrerebbe come la tecnologia, nonostante una certa resistenza, stia già facendo la differenza. Stando a lei, dalla diagnosi e dai secondi pareri al trattamento e all’assistenza post-operatoria, l’intelligenza artificiale avrebbe il potenziale per trasformare radicalmente il sistema sanitario. 

Certamente nel ruolo di direttore di BIO non ospiterei mai un’argomentazione che metta a confronto, in modo acritico, la cosiddetta intelligenza artificiale, una costruzione sociale modellata secondo il pensiero dei suoi proprietari, con un medico in termini di capacità clinica o di salvare vite umane. La storia di 15 anni di questa testata conferma che ritengo che la complessità della fenomenologia della vita umana, con il suo intricato bagaglio culturale, sfugga alla schematizzazione degli algoritmi. In ogni modo, la questione ci riguarda e va affrontata, addirittura dando voce a coloro che considerano più attendibile la big data, anche se organizzata in procedure algoritmiche socialmente costruite, dalle proprie competenze professionali e, comunque, umane. In qualsiasi modo, è necessario ricordare, prima di proseguire con quest’argomentazione che, in quanto progetto editoriale, consideriamo che ogni nostro ragionamento come, ugualmente, il pensiero altrui, sia una costruzione sociale che riflette i valori della visione del mondo di cui siamo portatori. 

In effetti, lungi della nostra identità editoriale il considerarci patrocinatori di verità. In effetti, siamo, invece, sostenitori di una definizione della realtà descritta come intra-attiva5, vale a dire, composta non da entità isolate, ma da processi relazionali (come riferiti nella teoria del realismo agenziale6 che prendono forma nel loro stesso intrecciarsi. Ed è nel quadro di quest’impegno editoriale che non posso sottrarmi di ospitare le delicate argomentazioni etiche relative al post-capitalismo e al suo transumanesimo. Detto questo, possiamo permetterci di dare alloggio ad una studiosa come Charlotte Blease che sostiene che gli errori medici ucciderebbero centinaia di migliaia di persone ogni anno7.

Gli errori medici ucciderebbero centinaia di migliaia di persone ogni anno

Se gli aerei precipitassero dal cielo con la stessa frequenza dei decessi dovuti a errori medici, congettura Charlotte Blease8, ci sarebbero indignazione, indagini e riforme radicali. Quando i medici commettono errori, tuttavia, la narrazione, stando a lei, diventa più indulgente e la tonalità è quella di puntualizzare che i medici sono anche loro esseri umani. In una certa misura, questa potrebbe essere considerata una risposta del tutto giustificata. D’altra parte, questo costituisce proprio il problema. In effetti, ciò che al riguardo colpisce, nell’opinione di Blease, non è solo la portata che lei denuncia di questa tragedia, ma anche quella che lei segnala come la nostra indifferenza nei confronti di tale tragedia. 

Articolando la sua visione della questione, Blease puntualizza che i pazienti siano, senz’altro, le vittime visibili dei mali nascosti della medicina, ma che, nel contempo, i medici ne sarebbero le seconde vittime. Stando agli studi condotti da Blease, pubblicati sotto il titolo Dr. Bot: Why Doctors Can Fail Us – and How AI could Save Lives9, dietro i camici bianchi, molti medici sarebbero esausti, depressi e in preda al burnout. A questo proposito, cita che circa la metà dei medici negli Stati Uniti dichiara di soffrire di burnout10. Analogamente, riferisce che nel Regno Unito, un 40% di loro afferma di avere difficoltà a fornire cure adeguate, almeno una volta alla settimana, e un terzo si sente incapace di far fronte al carico di lavoro11. 

Nel frattempo, segnala Blease, la domanda di assistenza sanitaria è in forte aumento. La popolazione cresce, invecchia e vive più a lungo con malattie come cancro, diabete e demenza. Stando a lei12, entro il 2030, cioè tra 4 anni, si stima che il mondo dovrà affrontare una carenza di circa 10 milioni di operatori sanitari. In alcune zone d’Europa, precisa,88 milioni di persone non hanno già un medico di base. Con queste stime, avverte Blease, è plausibile asserire che dalla carenza di personale derivi un maggiore stress, creandosi, in questo modo, le condizioni necessarie per gli errori. Dalla sua documentazione13 si evidenzia che burnout e stanchezza siano collegati a errori di diagnosi, trattamento e prescrizione. 

I medici però sono umani

Tuttavia, Blease fa notare che anche nei sistemi sanitari più dotati e con il personale medico più qualificato, questi problemi non scompaiono del tutto. Indubbiamente, ammette, che l’esaurimento e il superlavoro aumentano il rischio di errori gravi, ma la verità più profonda da cogliere, precisa, è che gli esseri umani sono creature limitate. 

Al riguardo, elenca qualche cosiddetta insufficienza umana, come il fatto che noi, umani, dimentichiamo, giudichiamo male e diventiamo troppo sicuri di noi stessi. Ci ricorda che i nostri stati d’animo, i nostri pregiudizi e i nostri punti ciechi influenzano ciò che vediamo e ciò che giudichiamo essere vero. Secondo la ricerca da lei riferita14, il burnout peggiora questi aspetti della nostra condizione umana, ma non li crea. Questi aspetti sono radicati in un nostro funzionamento evolutivo che un tempo ci serviva bene nei piccoli gruppi ancestrali, ma che vacilla nell’ambiente ad alto rischio, saturo di informazioni e multitasking che è la medicina moderna. In altre parole, anche nelle più garantite delle circostanze, i medici sono umani, e questo significa che gli errori in ambito medico siano inevitabili. 

Riguardo alla condizione umana, soggetta all’errore, nell’ambito medico, Blease15 riferisce che gli errori medici si manifestano con frequenza nell’ambito della supposta diagnosi, affrontando anche situazioni in cui non sanno cosa poter offrire al paziente nonché i casi in cui i pazienti avrebbero avvertito troppo tardi che c’era una malattia in corso. E questi, segnala, non sono accenni astratti di fallimento del sistema ma storie vissute da tanti. E sono, ugualmente, parte di una realtà più ampia e sconvolgente: l’errore medico si annovera tra le principali cause di morte nel mondo. Ad esempio, Newman-Toker, Nassery, Schaffer et, hanno documentato in Burden of serious harms from diagnostic error che negli Stati Uniti nel 2024 si stimava16 che circa 800.000 persone morissero o diventassero permanentemente disabili ogni anno a causa di soli errori diagnostici.

 

Allora la tecnologia!

In una civiltà dell’efficienza e delle prestazioni, per di più, una civiltà che sembra prescindere da una valutazione della vita che non sia, essenzialmente, quantitativa, molti sostengono che la soluzione all’evenienza inevitabile dell’errore umano, perfino nell’ambito medico, risieda nella tecnologia. Facendo una parafrasi del modo in cui Blease analizza la questione, si potrebbe ragionare adducendo, in particolare, che se gli errori sono inevitabili nelle mani umane, forse le macchine potrebbero ridurli o, addirittura, eliminarli del tutto. Ecco che in una tale visione entra in gioco il Dottor Bot del saggio Why Doctors Can Fail Us – and How AI could Save Lives di Charlotte Blease17. In questo dibattito, a seconda di chi si interpella, il modello di simulazione linguistica o AI (artificial intelligence) viene visto come un salvatore o un sabotatore. Più comunemente, però, segnala Blease, l’immagine dominante che si ha, al riguardo, è quella di un uomo e un computer che lavorano fianco a fianco, vale a dire l’immagine dell’algoritmo che sussurra all’orecchio del medico e con la mano umana che guida il trattamento. In breve, e come nella migliore utopia in materia, l’establishment sogna un duetto medico, non una contesa. 

Per una sostenitrice dell’utilizzo dei modelli di simulazione linguistica, ossia di intelligenza artificiale, come Blease, in questa discussione bisogna tener in considerazione che i medici sono invischiati nello stesso sistema sotto esame. E, stando a lei, i medici vogliono, naturalmente, credere di essere insostituibili. Al riguardo, Blease considera che se lo scopo della medicina sia la cura del paziente, allora la vera domanda non è chi tiene lo stetoscopio in mano, ma chi o cosa può garantire al meglio risultati sicuri, affidabili ed equi. Ovviamente, Blease non pone nessun interrogativo circa cosa intenda per risultati sicuri, affidabili ed equi, guidata, come di default, dalla nozione di salute ufficiale dell’establishment che viene intesa come naturale ed esente da qualsiasi valutazione assiologica. 

L’idea che siano i medici stessi gli unici chiamati a dover decidere se la tecnologia possa sostituirli

In questo saggio, tuttavia, non troverete un elenco delle ultime conquiste dell’IA né un conteggio dei suoi successi e insuccessi diagnostici. Alla professoressa di Informatica Sanitaria, Charlotte Blease, interessa, invece, mettere in discussione un presupposto, quasi assiomatico, nel dibattito, vale a dire, l’idea che siano i medici stessi gli unici chiamati a dover decidere se la tecnologia possa sostituirli o, addirittura, l’idea che i medici stessi debbano essere, in ogni modo, al centro del dibattito. Sotto quest’aspetto, Blease aggiunge che nello spirito della sua indagine, che lei considera filosofica, di fronte a una questione così importante come chi o cosa dovrebbe occuparsi dell’assistenza al paziente, si dovrebbe procedere con parità ed equità18. Sviluppando questa sua precisazione, lei sostiene opportuno diffidare dalle motivazioni e dai metodi delle grandi aziende tecnologiche, segnalando, però, che la medicina non sia meno controversa. Questa sua presa di posizione la porta a considerare che presumere che i medici debbano decidere della propria indispensabilità significherebbe lasciare che la parte più interessata si erga a giudice e giuria. 

Proprio per questa posizione di Blease, la sua argomentazione non si concentra sull’Intelligenza Artificiale in sé ma sul presupposto che siano i medici a dover decidere se il Dor Bot, vale a dire l’algoritmo, possa o debba prendere il loro posto. Lei ritiene che questo presupposto sia così diffuso che tenda a insinuarsi, quasi per caso, nelle discussioni tra specialisti in materia sul futuro della clinica. 

Nella sua disamina della questione, il suo punto centrale è rendere esplicito che nel dibattito ci sia un conflitto di interesse dal momento che, come appena segnalato, i medici sono invischiati nello stesso sistema sotto esame. Il loro status, i loro stipendi e la loro autostima sono legati a questo dibattito. Naturalmente, sostiene19, i medici vogliono credere di essere insostituibili nella clinica. Il suo modo di mettere in discussione questa sua visione relativa alla posizione dei medici riguardo all’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale nella clinica è quello di far riferimento alla convinzione che suggerisce che la storia dimostra che coloro che sono più interessati alla propria sopravvivenza raramente sono i migliori giudici della propria insostituibilità. Facendo leva su questa visione, Blease considera che se si vuole riflettere con lucidità sulla possibilità che il Dor Bot possa sostituire, o anche solo affiancare, i medici, si dovrebbe uscire dalla sala visite e affrontare la questione nei suoi termini e con il minor numero possibile di legami di appartenenza20. 

In altre parole, ciò che Blease intende segnalare è che il punto di vista di un osservatore esterno sia essenziale. In effetti, è un assioma assumere che gli osservatori indipendenti possano notare ciò che gli addetti ai lavori non colgono o si rifiutano tacitamente di riconoscere. Richiedere l’utilizzo dell’osservatore esterno significa, in questo caso, attingere a una varietà di prospettive: filosofia, sociologia, psicologia e i pazienti stessi, tutti soggetti che possono essere più in grado di chiedersi a cosa serva la medicina, quanto sia efficace e chi o cosa possa assolvere al meglio al suo scopo. Per poter avvalersi di quest’ottica, Blease considera necessario avviare una conversazione sul passato e sul futuro della medicina.

Conversazione sul passato e sul futuro della medicina 

Al riguardo, suggerisce di prendere, in particolare, la prognosi21 e il trattamento, ambiti in cui, stando a lei, un’analisi psicologica delle prestazioni dei medici può essere rivelatrice. In effetti, nell’ambito della prognosi e del trattamento i medici devono agire con convinzione. In tale contesto l’esitazione può costare vite umane22. Qui, a differenza dei filosofi che possono usare espressioni come “da una parte” e “dall’altra”, i medici sono costretti a prendere decisioni rapide e ad alto rischio. La sicurezza, persino l’eccessiva sicurezza, è ritenuta intrinseca al ruolo. Il problema, però, osserva Blease, è che sicurezza non è garanzia di accuratezza. Uno studio condotto nel 1999 all’Ospedale Generale di Celje (Slovenia) da Podbregar, Voga, Krivec et al.23 su pazienti in terapia intensiva avrebbe rilevato che i medici che erano “completamente certi” della loro diagnosi sbagliavano fino al 40% delle volte. La situazione, secondo questi ricercatori, peggiorerebbe ancora con l’aumentare dell’esperienza e della familiarità con i giudizi clinici In tali circostanze, stando a loro, i medici tendono a consultare meno i colleghi e a chiedere meno secondi pareri24. Al riguardo, Blease afferma che l’autorità può trasformarsi in eccessiva sicurezza e può apparire come arroganza. 

I pazienti, paradossalmente, sostiene Blease25, sarebbero complici di questo. Stando alle sue referenze, i pazienti preferiscono i medici che proiettano sicurezza, perfino se mal riposta. Il camice bianco, riferisce26, è ancora considerato un simbolo di autorità. Da un punto di vista antropologico e psicologico, noi, umani, ci sentiamo rassicurati dalla risolutezza, anche quando fosse errata. Ma la convinzione, come dimostrano decenni di studi27, è un indicatore inaffidabile di accuratezza. Come ha, icasticamente, affermato un patologo28, i medici “camminano in una nebbia di ottimismo fuori luogo”. 

Per secoli, segnala Blease29, abbiamo vissuto sotto il mito del medico insostituibile. Per lei, da un punto di vista sociologico e antropologico, i medici non sono solo guaritori, ma anche icone culturali, sacerdoti laici del corpo, custodi della mortalità e interpreti della sofferenza30. Nella sua descrizione aggiunge che nelle nostre società secolarizzate ancora ci rivolgiamo a loro non solo per le cure, ma anche per rassicurazioni, rituali, persino per un tocco di trascendenza. Eppure, lei ritiene che questa mitologia offuschi il giudizio. Dal suo punto di vista, quando si insiste sul fatto che “solo un essere umano” può offrire cure, spesso si intende dire che non riusciamo a immaginare una situazione diversa. Ma la storia, per Blease31, è piena di professioni e ruoli un tempo considerati intoccabili, come ecclesiastici, navigatori, persino impiegati di banca, che sono stati infine spodestati in altri ambiti e sotto diverse forme. Infine, Blease32 mette sul tavolo una segnalazione storica ricordando che un tempo i chirurghi si opponevano all’anestesia perché temevano che avrebbe compromesso la loro abilità, conquistata a fatica, di operare rapidamente33. 

Poi, segnala Blease34, c’è la negazione dei sintomi, non tra i pazienti, ma nella professione stessa. Il filosofo dell’Illuminismo Voltaire derideva il suo personaggio, il dottor Pangloss, precettore del giovane Candido, il quale insisteva sul fatto che “tutto va per il meglio” nel “migliore dei modi possibili”, a prescindere da quanto terribile apparisse la realtà35. Nell’opinione di Blease36, la medicina avrebbe spesso adottato un atteggiamento simile a quello di Pangloss, minimizzando o eludendo il riconoscimento dei propri fallimenti. L’errore diagnostico, ad esempio, è stato ampiamente ignorato per gran parte della storia della medicina. Quando nel 1999 l’Institute of Medicine of US pubblicò il suo fondamentale rapporto To Err Is Human: Building a Safer Health System37, l’indice del documento di 270 pagine includeva solo due riferimenti all’errore diagnostico. Quando, negli anni 2000, ricercatori sulla sicurezza dei pazienti come David Newman-Toker e Peter Pronovost38 iniziarono a evidenziare la diagnosi errata come una crisi, incontrarono indifferenza istituzionale e resistenza professionale39.

Stando al giudizio di Blease40, l’istinto dei medici di minimizzare i propri errori è comprensibile ma rivelatore. Gli studi documentano che, di fronte ai dati sugli errori, i medici sono più propensi dei pazienti a liquidare le cifre come esagerate o a suggerire che gli errori capitano ad “altri medici”41. I chirurghi, in particolare, sottovaluterebbero sistematicamente il proprio tasso di complicanze42. Ma quella che sembra negazione è, in realtà, secondo l’interpretazione di Blease, uno scudo protettivo per l’identità professionale e forse per la capacità di continuare a esercitare. Da quanto riferito da Blease, i medici le hanno confessato spesso durante le sue ricerche che i loro errori li perseguitavano. La dura verità, è, a giudizio di Blease, che molti errori passano inosservati e non vengono riconosciuti. 

Il conservatorismo in medicina

Per l’euristica di riferimento di Charlotte Blease, la storia documenta che questa tendenza alla difensività in ambito medico si estende perfino all’innovazione. La medicina ha, ripetutamente, resistito a intuizioni che mettevano in discussione teorie e pratiche consolidate43. Anestesia, antisettici, vaccini: persino il lavaggio delle mani fu inizialmente accolto con disprezzo. In effetti, come documenta lo storico David Wootton nel suo libro Bad Medicine: Doctors Doing Harm Since Hippocrates44 (2007), la riluttanza della medicina ad adottare nuove tecnologie rallentò spesso il progresso45. Più recentemente, i medici opposero resistenza a strumenti digitali basilari come i portali online che consentono ai pazienti di accedere alle proprie cartelle cliniche46. Ancora nel 2021, aggiunge Blease, la maggior parte degli operatori sanitari statunitensi utilizzava i fax per condividere le informazioni cliniche. Nel Regno Unito, il Servizio Sanitario Nazionale (NHS) spende ancora milioni di sterline ogni anno in francobolli e carta47. 

Riguardo al conservatorismo in medicina, stando a David Barash48, esso non è sempre da interpretare come un vizio, accennando, a questo proposito, al filosofo Thomas Kuhn che nel suo libro “La struttura delle rivoluzioni scientifiche”49 (1962)50 sosteneva che le comunità scientifiche dovevano difendere i propri paradigmi finché le prove a favore del cambiamento non fossero schiaccianti. Altrimenti, osserva Barash, ogni moda destabilizzerebbe il settore. Ma la cautela in medicina, nella visione di Blease, spesso andrebbe oltre la prudenza. Il cambiamento, lei sostiene51, viene osteggiato non solo per il carico di lavoro, sfida che è ingiusto non riconoscere appieno, ma anche perché contrastarlo è più facile e talvolta tutela gli interessi professionali. 

Per illustrare con quanta tenacia la medicina difende il proprio monopolio, Blease, ci invita a considerare che negli Stati Uniti d’America, gli infermieri specializzati e gli assistenti medici sono legalmente autorizzati a svolgere fino al 90%52 delle mansioni attualmente svolte dai medici di base, come documenta la ricerca di Everett, Schumacher, Wright & Smith. Anche gli studi di Swan, Ferguson, Chang, Larson & Smaldone53 dimostrano che i pazienti assistiti dagli infermieri specializzati spesso dichiarano un livello di soddisfazione pari o superiore. Eppure le associazioni di medici fanno costantemente pressioni per limitare la loro autonomia54. In tal senso, l’American Medical Association spende decine di milioni di dollari ogni anno per preservare il predominio dei medici, superando in spesa molti colossi della Silicon Valley55. Ugualmente, nel Regno Unito, la British Medical Association continua a battersi contro l’espansione del ruolo degli assistenti medici, avvertendo che questi ultimi minacciano il ruolo unico del medico. 

Nell’interpretazione di Charlotte Blease, questa mentalità corporativa si riflette anche nell’atteggiamento verso la trasparenza. Al riguardo accenna che sebbene i pazienti ora hanno il diritto legale di accedere alle proprie cartelle cliniche, quando le autorità negli Stati Uniti d’America e nel Regno Unito hanno cercato di rendere l’accesso online una prassi consolidata, gli ordini professionali hanno opposto resistenza56. Secondo Blease, i medici hanno paventato ansia, confusione o appuntamenti sprecati per i pazienti, obiezioni che in gran parte non si sono concretizzate. Ciò che la questione dell’accesso online alle cartelle cliniche dei pazienti ha rivelato, tuttavia, è qualcosa di più scomodo: un paziente su cinque ha segnalato errori nelle proprie cartelle cliniche, alcuni dei quali gravi. Non c’è da stupirsi, conclude Blease, che l’accesso sia stato osteggiato con tanta veemenza. 

In ogni modo, specifica Blease, nessuno di questi accenni riguardo la mentalità corporativa dei medici significa che i medici siano naturalmente dei malvagi. Stando a lei, anche la resistenza all’accesso online alle cartelle cliniche è comprensibile da parte dei medici preoccupati di essere sommersi da richieste e da un carico di lavoro eccessivo57. Inoltre, si tiene a sottolineare che la stragrande maggioranza dei medici è dedita al proprio lavoro, brillante e profondamente umana. Ma, come professione, puntualizza, dovrebbe essere deontologico contrastare le pratiche dettate dall’interesse personale. 

Sotto questo aspetto, parte dell’influenza della medicina si fonda su quello che gli studiosi Richard e Daniel Susskind hanno definito il “grande patto” delle professioni. Nel loro libro, segnalato all’inizio di quest’argomentazione, The Future of the Professions: How Technology Will Transform the Work of Human Experts (2022)58, sostengono che la società finora ha concesso ai lavoratori del settore terziario prestigio, status e generosi compensi in cambio della promessa di competenza e condotta etica. In questo contesto i medici hanno goduto di un monopolio sulla diagnosi e sulla cura, controllando l’accesso alla professione attraverso licenze e regolamentazioni. In cambio, il pubblico si è fidato di loro nella credenza che avrebbero agito nel migliore interesse dei pazienti. In effetti, i medici sono tra i professionisti più stimati al mondo, ben al di sopra di giornalisti, politici e religiosi. Ma il patto, stando a Blease, non viene sempre rispettato. I privilegi sono stati evidenti: stipendi elevati, prestigio culturale e influenza politica. Gli obblighi, secondo questi studiosi, lo sono stati meno. Per Blease, quando gli ordini professionali si oppongono all’accesso dei pazienti alle cartelle cliniche, bloccano l’autonomia degli infermieri specializzati o favoriscono la portata degli errori diagnostici, proteggendo in tal modo la categoria piuttosto che il pubblico. 

Per coloro come Blease interessati a sottolineare l’errore umano nell’ambito medico questo elenco di comportamenti questionabili da un punto di vista etico e deontologico non significa negare che la medicina sia anche un lavoro gratificante e di vocazione. Ma né la soddisfazione professionale né il prestigio sono, in ogni modo, argomenti validi per preservare una professione. In questo senso, sostiene Blease, le argomentazioni a favore di una presunta gratificazione personale, sono argomenti che devono essere indagati in modo indipendente, in quanto la questione centrale deve essere se l’attuale sistema fornisca cure affidabili e accessibili e, in caso contrario, se nuovi modelli, incluso l’utilizzo di modelli di simulazione linguistica, cioè di intelligenza artificiale, possano fare di meglio. 

Stando a Blease59, prima ancora di esaminare le prove che dimostrino se il cosiddetto Dottor Bot (un simulatore sostenuto da intelligenza artificiale) o i medici umani siano più efficienti oppure se una soluzione ibrida possa funzionare meglio, molti medici si irriterebbero con la sola idea di una tale contrapposizione. Al riguardo, Blease, segnala che in qualità di informatico sanitario (cioè, un ricercatore empirico specializzato nei dati sanitari), ha intervistato medici su questo argomento per anni, in diversi paesi, e, stando a lei, per questa sua esperienza, può testimoniare che la loro difesa sia quasi sempre la stessa: all’intelligenza artificiale manca quello che loro chiamano giudizio. Un simulatore manca di intuizione, non ha presentimenti né istinto, tanto meno empatia per il paziente. Questa prospettiva, a parer suo, è stata ben riassunta dall’anestesista Ronald Dworkin, che ha scritto60:

Poiché l’IA è priva di intuizione, sospetto, istinto, presentimento e sentimento, è priva di giudizio nel senso umano del termine. Può lavorare solo con astrazioni, cioè con le parole. Non può mai andare oltre le parole. Non può mai penetrare a fondo nelle questioni. 


Sotto questo aspetto Richard Susskind61 ha sempre sostenuto con fermezza che tendiamo a dare valore intrinseco al giudizio umano, anziché porci una domanda più fondamentale, vale a dire, quali sarebbero i problemi per i quali il giudizio umano rappresenterebbe la soluzione. Se, ad esempio, il problema fosse la diagnosi accurata, non risulterebbe chiaro se il giudizio umano, in particolare quello dei medici, debba essere l’unica soluzione. In questo caso, sostiene Susskind62, dovremmo distinguere attentamente tra processi e risultati. A suo giudizio, in medicina, la professione spesso preserverebbe i suoi processi, cioè i rituali della consultazione, dell’autorevolezza del rapporto con il paziente e dell’arte medica, piuttosto che concentrarsi sui risultati. 

Questo, nella sua interpretazione, è un classico esempio di pensiero processuale. L’argomentazione, in questo caso, preserva l’arcano che avvolge il processo decisionale anziché porsi l’unica domanda che conta, vale a dire, quali risultati producono tali decisioni per i pazienti. In questo senso, Susskind, fa riferimento all’esempio di una persona che arriva al pronto soccorso con un dolore toracico lancinante. In una tale situazione la persona non si preoccupa se la diagnosi deriva dall’intuizione umana o da un algoritmo ma le interessa solo che fosse corretta, formulata rapidamente e seguita dal trattamento adeguato. Al riguardo, Susskind afferma nel suo recente libro How to Think About AI: A Guide for the Perplexed (2025): 

Le persone che cercano l’aiuto di un esperto generalmente non si rivolgono ai loro consulenti professionali dicendo: “Buongiorno, vorrei un parere, per favore”.63 

Il parere, sostiene Susskind, non è fine a sé stesso, sottolineando che le persone desiderano tranquillità, non necessariamente terapisti, desiderano salute e accesso a informazioni accurate, non necessariamente appuntamenti medici. 

Certamente, la situazione è un po’ più complessa. Stando all’interpretazione di Blease sulla questione, molti di noi sono affezionati a processi familiari: il rituale della sala d’attesa, l’autorevolezza del camice bianco, il ritmo rassicurante di una visita medica. Ma, in parte, sostiene lei, si tratta di semplice abitudine, non di preferenza e nemmeno di convinzioni. A parer suo, noi, in quanto pazienti, si può asserire che accettiamo questi rituali perché rappresentano ciò che abbiamo sempre conosciuto. Come pazienti, sottolinea, possiamo apprezzare la familiarità, ma alla fine, quando si tratta di diagnosi ritardate o mancate, ciò che conta meno è se la saggezza venga dispensata da un medico gentile o da un’interfaccia informatica, perché in questi casi ciò che conta di più è ricevere una diagnosi accurata, un trattamento efficace e cure umane. 

Non dovrebbero essere solo i medici a dover giudicare la propria sostituibilità

Gli interrogativi emersi lungo questa breve argomentazione, osserva Blease, non riguardano solo principi astratti o ingegnosi esperimenti mentali ma incidono sulla trama delle vite reali e mettono a nudo le crepe della medicina stessa. La sua posizione sostiene che i medici siano fallibili non solo perché sono stanchi, oberati di lavoro o con scarse risorse, ma perché sono umani, vale a dire, vincolati dalla psicologia, plasmati dalle abitudini e protetti da istituzioni che difendono i propri interessi. Questa sua convinzione la porta a chiarire che la tecnologia non ci salverà se si limiterà a riprodurre in forma digitale i vecchi difetti della medicina. Sviluppando le sue considerazioni sull’utilizzo dei modelli di simulazione in ambito medico, precisa che ogni innovazione porta con sé le proprie difficoltà, anche se ne risolve altre. Questo, però, puntualizza, non è un motivo per bloccare il progresso o per manipolare in anticipo i termini del dibattito. L’intelligenza artificiale, aggiunge, comporta seri rischi etici e politici: dall’aggravarsi delle disuguaglianze a nuove forme di danno, dalla perdita di posti di lavoro ai costi ambientali. Queste preoccupazioni, ammette, meritano un’attenta analisi. Ma, precisa, ciò che non serve a nulla è travisare la tecnologia o delegare indefinitamente il giudizio proprio alla professione la cui sopravvivenza è in gioco. Infine, la posizione sostenuta da Blease è che non dovrebbero essere solo i medici a dover giudicare la propria sostituibilità. 

Nel puntualizzare la sua argomentazione Blease ritiene che dinanzi alla possibilità stessa dell’avvento di un Dr Bot in ambito medico ciò che conta non è la questione dell’empatia umana o dell’intuito clinico ma se l’assistenza sanitaria possa essere resa più accurata, più tempestiva e più umana. Stando a lei, dietro la resistenza medica ad accettare un Dr Bot come surrogato o sostituto del medico si cela la paura di affrontare anni persi a causa di diagnosi errate, trattamenti ritardati, patologie trascurate fino a quando non era troppo tardi. È naturale che i medici difendano il loro intuito64, sostiene Dworkin, conquistato a caro prezzo attraverso un addestramento estenuante. Ma, nella sua visione come in quella di Blease, questa difesa si basa su una posizione privilegiata, ben al di sopra della realtà vissuta dai pazienti che la medicina non riesce a curare. Le omissioni, i pregiudizi e gli errori in ambito medico, puntualizza Blease, non sono astrazioni, come i medici possono voler far credere. Questi sono danni reali, troppo spesso invisibili. 

Se il Dr Bot avrà un ruolo, propone Blease, non è quello di un finto prete in camice bianco, ma quello di parte di una più ampia riflessione su cosa sia la medicina e a chi debba servire. Al riguardo, Blease sottolinea che l’obiettivo non è quello di preservare una professione ma di reinventare una pratica. 

In quest’ottica, per Blease, la vera questione urgente non è se l’IA possa sostituire i medici perché le prove a favore o contro quest’ipotesi emergeranno solo nel futuro prossimo. La prima cosa che conta per Blease in questo contesto è se medici e società siano disposti a liberarsi dai miti che tengono la medicina ancorata ai propri limiti. Solo allora, puntualizza Blease, si potrebbe iniziare ad immaginare e a chiedersi, in modo appropriato, se nuovi sistemi e processi potrebbero servire meglio i pazienti rispetto a quelli attuali. 

Blease, in ogni modo, perde, in tutta la sua argomentazione, un aspetto essenziale. La questione non è soltanto minimizzare il margine di errore nell’applicazione dei protocolli diagnostici, come suggerisce lei, ma ripensare l’epistemologia stessa con cui l’establishment medico e le sue istituzioni pensano la medicina stessa. In questa svolta onto-epistemologica, la medicina, come la realtà non è data in anticipo, ma emerge continuamente da processi di intra-azione tra gruppi sociali, tecnologie, pratiche e infrastrutture. 

Lascio a Voi, lettrici e lettori, trarre delle conclusioni opportune, oppure attingere a delle intuizioni utili, circa quest’argomentazione. In ogni modo, di fronte alle crisi sistemiche che irrompono continuamente nel nostro presente, quali l’avanzata del tecnofascismo65, la guerra ibrida66 come regime globale permanente, le infrastrutture tecnologiche che, riconfigurando i rapporti sociali, plasmano la vita e la morte in un collasso che dissolve il quadro storico stesso entro cui le crisi e le società erano finora pensabili, dovremmo affrontare argomentazioni sensibili come il futuro della professione medica stessa, consapevoli del fatto che la condizione umana fallibile del medico sarà il tallone di Achille nel dibattito. 

 

 

 

  1. Susskind, Richard, and Daniel Susskind, The Future of the Professions: How Technology Will Transform the Work of Human Experts. OUP Oxford, 2015 Trad. it. Il futuro delle professioni. Come la tecnologia trasformerà il lavoro dei professionisti. Rubbettino editore, 2023.
  2. Charlotte Blease. Dr. Bot: Why Doctors Can Fail Us – and How AI could Save Lives. Yale University Press, 2025. Charlotte Blease utilizza un approccio interdisciplinare per analizzare i limiti della medicina guidata dall’uomo e il ruolo dell’intelligenza artificiale. Lo studio integra interviste a esperti, ricerche empiriche sulle sfide del settore sanitario, storie di pazienti e un’analisi strutturata dell’incontro clinico per valutare il potenziale dell’IA in ambito sanitario.
  3. Per informatica sanitaria si intende la disciplina che integra tecnologie dell’informazione (ICT), dati e pratiche gestionali con la convinzione di poter migliorare l’assistenza sanitaria. Supporta la prevenzione, diagnosi, terapia e gestione amministrativa, garantendo, all’interno del suo paradigma interpretativo, sicurezza e affidabilità dei dati.
  4. Charlotte Blease è una filosofa della medicina, con base all’Università di Uppsala, Svezia, la cui ricerca si concentra sulle dimensioni etiche, psicologiche e sociali dell’innovazione sanitaria, in particolare sull’uso delle tecnologie digitali e di intelligenza artificiale in ambito clinico.
  5. Il termine viene dalla fisica e filosofa Karen Barad come coniato nel suo saggio Incontrare l’universo a metà strada. La fisica quantistica e l’entanglement tra materia e significato, pubblicato appena in italiano da Mimesis il 24 aprile 2026 In questa svolta onto-epistemologica la realtà non è data in anticipo, ma emerge continuamente da processi di intra-azione tra corpi, tecnologie, pratiche e infrastrutture. In tale visione del mondo, la conoscenza non rispecchia un mondo preesistente ma vi partecipa e lo trasforma dall’interno.
  6. Ibidem
  7. Charlotte Blease, op. cit. 2025.
  8. Ibidem
  9. Ibidem
  10. Ibidem
  11. Ibidem
  12. Ibidem
  13. Ibidem
  14. Ibidem
  15. Ibidem
  16. Newman-Toker DE, Nassery N, Schaffer AC, et al Burden of serious harms from diagnostic error. In USABMJ Quality & Safety 2024; 33:109-120. Questo studio è stato condotto negli Stati Uniti da un team multidisciplinare di ricercatori. Le principali istituzioni coinvolte nella ricerca sono state il Johns Hopkins Armstrong Institute Center for Diagnostic Excellence (Baltimora, Maryland) e la Risk Management Foundation of the Harvard Medical Institutions (CRICO) (Boston, Massachusetts). Lo studio ha utilizzato database statunitensi, analizzando in particolare i dati relativi ai tassi di incidenza delle malattie a livello nazionale e alle richieste di risarcimento per negligenza medica (come il database nazionale sulla negligenza medica), per stimare l’onere nazionale annuo di disabilità permanente e decessi derivanti da errori diagnostici nei contesti sanitari americani.
  17. Charlotte Blease, op. cit. 2025.
  18. Ibidem
  19. Ibidem
  20. Ibidem
  21. La principale differenza tra diagnosi e prognosi risiede nel tempo e nello scopo: la diagnosi identifica la malattia attuale (cosa si ha), mentre la prognosi prevede l’evoluzione futura e l’esito della stessa (come andrà). La diagnosi è il riconoscimento della patologia basato su esami, la prognosi è il giudizio clinico sulle probabilità di guarigione o peggioramento.
  22. Charlotte Blease, op. cit. 2025.
  23. Podbregar, M., Voga, G., Krivec, B. et al. Should we confirm our clinical diagnostic certainty by autopsies? Intensive Care Medicine. 27, 1750– 1755 (2001). Lo studio è stato condotto presso l’Unità di Terapia Intensiva Medica (UTI) dell’Ospedale Generale di Celje, in Slovenia. Questo studio ha valutato 127 pazienti deceduti nell’UTI di 11 posti letto tra gennaio 1998 e dicembre 1999 per valutare l’utilità delle autopsie nella convalida delle diagnosi cliniche.
  24. Ibidem
  25. Charlotte Blease, op. cit. 2025.
  26. Ibidem
  27. Ibidem
  28. Lowry F. Failure to perform autopsies means some MDs “walking in a fog of misplaced optimism”. Canadian Medical Association Journal. 1995 Sep 15;153(6):811-4.
  29. Charlotte Blease, op. cit. 2025.
  30. Ibidem
  31. Ibidem
  32. Ibidem
  33. L’introduzione dell’anestesia in medicina, in particolare con l’uso dell’etere nella prima metà dell’Ottocento, è considerata una svolta fondamentale, ma la sua accettazione non fu immediata e  incontrò diverse resistenze da parte della comunità medica dell’epoca. Prima dell’anestesia, la chirurgia si basava sulla rapidità estrema per ridurre al minimo il dolore del paziente, con interventi che duravano pochissimi minuti. I chirurghi esperti erano valutati per la loro velocità, e l’introduzione di una pausa per somministrare l’anestetico era vista come una perdita di tempo. Inoltre, in alcuni contesti culturali e religiosi, il dolore era considerato una parte inevitabile, se non necessaria, dell’esperienza umana e della guarigione. Infine, l’uso di nuove sostanze come l’etere o il cloroformio era visto con diffidenza a causa dei rischi sconosciuti di tossicità o morte.
  34. Charlotte Blease, op. cit. 2025.
  35. Il dottor Pangloss è un personaggio satirico del romanzo Candido, o l’ottimismo (1759) di Voltaire. Precettore del protagonista, insegna una metafisica ottimistica derivata da Leibniz, sostenendo ciecamente che viviamo nel “migliore dei mondi possibili”, nonostante le evidenti sventure. Il termine panglossiano indica, dunque, un ottimismo cieco e irrazionale. Pangloss crede che ogni male o sofferenza sia indispensabile e giustificato in vista di un fine superiore, rendendo il mondo attuale il migliore realizzabile. Voltaire usa la definizione ironica di metafisico-teologo-cosmologo-scempiologia per descrivere la dottrina di Pangloss, una parodia della teodicea leibniziana. Nel romanzo, Pangloss continua a proclamare la sua teoria anche di fronte alle peggiori catastrofi (malattie, terremoti, guerre), ridicolizzando l’ottimismo ingenuo.
  36. Charlotte Blease, op. cit. 2025.
  37. Institute of Medicine (US) Committee on Quality of Health Care in America. To Err is Human: Building a Safer Health System. Kohn LT, Corrigan JM, Donaldson MS, editors. Washington (DC): National Academies Press (US); 2000. PMID: 25077248. Lo studio To Err Is Human: Building a Safer Health System è stato condotto per affrontare l’allarmante incidenza degli errori medici negli Stati Uniti e per promuovere un cambiamento sistemico nella sicurezza dei pazienti. Pubblicato nel 1999 dall’Institute of Medicine (IOM), il rapporto aveva l’obiettivo principale di: Rompere il silenzio: Portare l’attenzione pubblica e professionale sul problema degli errori medici, fino ad allora ampiamente ignorato o nascosto. Quantificare il problema: Rivelare che tra le 44.000 e le 98.000 persone morivano ogni anno negli ospedali statunitensi a causa di errori medici prevenibili, un numero superiore ai decessi per incidenti stradali, cancro al seno o AIDS. Spostare la colpa dagli individui ai sistemi: Sostenere che il problema non risiede in “persone cattive”, ma in “persone brave che lavorano in sistemi difettosi”. L’obiettivo era progettare processi che rendano difficile sbagliare e facile agire correttamente.
  38. Newman-Toker DE, Pronovost PJ. Diagnostic errors–the next frontier for patient safety. JAMA. 2009 Mar 11;301(10):1060-2.
  39. Charlotte Blease, op. cit. 2025.
  40. Ibidem
  41. Newman-Toker & Pronovost, op. cit. 2009.
  42. Ibidem
  43. Charlotte Blease, op. cit. 2025.
  44. David Wootton. Bad Medicine: Doctors Doing Harm Since Hippocrates. Oxford University Press, 2007 Si tratta di un’analisi storica critica che sostiene come, per oltre 2000 anni, la medicina abbia spesso causato più danni che benefici a causa di tradizioni istituzionalizzate e inefficaci. Utilizzando un approccio strutturale, lo studio si concentra sui lunghi intervalli di tempo intercorsi tra le scoperte terapeutiche e la loro applicazione clinica, culminando nell’adozione rivoluzionaria della teoria dei germi dopo il 1865. Ulteriori dettagli sul lavoro di Wootton sono disponibili sulla sua pagina web presso l’Università di York.
  45. Wootton spiega che Ippocrate (che forse non fu mai esistito) introdusse “un approccio completamente nuovo alla medicina” che ancora oggi permea il pensiero attuale. Da lui deriva quindi l’idea che la malattia abbia un’origine naturale (in contrapposizione a quella soprannaturale) e che il suo impatto debba essere attentamente osservato. I due rami fondamentali della medicina ippocratica, uno basato sulla manipolazione manuale e l’altro incentrato sul funzionamento interno del corpo, diedero origine a una divergenza tra la chirurgia artigianale e la medicina controllata dalle università. Questa divergenza si  consolidò nell’Europa settentrionale a partire dal XIII secolo e persiste ancora oggi con la distinzione tra dottore e medico. Per Wootton è incoraggiante notare che la maggior parte delle innovazioni mediche provenisse da artigiani imparziali e lontani dai centri di eccellenza (e di tradizione). Tuttavia, nonostante le sue importanti innovazioni, la medicina ippocratica e (la sua succeditrice) galenica esercitarono forte influenza sull’innovazione medica, soffocando il progresso per oltre 2000 anni. Le loro “terapie” distintive, come salassi, purghe ed emetici, erano “quasi totalmente inefficaci, anzi addirittura dannose”, se non nella misura in cui attivavano l’effetto placebo. Eppure, ancora nel 1875, lo storico della medicina W. Mitchell Clarke osservava che i colleghi non vedevano l’ora di poter “utilizzare” di nuovo le lancette. Nella seconda parte del suo libro, Wootton sottolinea il genio di alcuni pionieri (Vesalio l’anatomista, Leeuwenhoek il microscopista e Schwann il microbiologo) che subirono la frustrante indifferenza di un mondo medico stagnante e agiato. La scienza medica dominante si concentrò invece sulla fisiologia comparata, spesso sviluppata attraverso vivisezioni sempre più crudeli e inutili. In particolare, sostiene Wootton, i possibili benefici della semplice microscopia furono vergognosamente ignorati, causando un inutile ritardo di 150 anni nello sviluppo della teoria dei germi. Solo nel 1865, a Glasgow, quando Joseph Lister (l’eroe preminente di Wootton in questo racconto) scoprì quella che chiamò “la teoria dei germi della putrefazione” e gli straordinari benefici della chirurgia antisettica, che “iniziò la scienza medica moderna”. L’analisi di Wootton di quest’epoca rivede brillantemente le precedenti versioni della storia della medicina, basate su una concezione di passaggio di testimone del progresso medico, che collocava sistematicamente Pasteur prima di Lister. Wootton la vede in modo opposto e sostiene che fu solo grazie agli interessi multidisciplinari di Lister che egli fu in grado di collegare scoperte disparate (in particolare il cruciale esperimento di Schwann del 1837 che dimostrò che il calore poteva prevenire la putrefazione). Wootton affronta anche altri temi chiave: il brillante lavoro epidemiologico di John Snow a Broad Street, lo sviluppo alquanto lento della penicillina e la scoperta di Doll e Bradford Hill della correlazione tra fumo e cancro ai polmoni. Quest’ultima impresa riceve il pieno plauso di Wootton. Per una volta, ha una parola positiva da spendere, non solo per medici eccezionali, ma per la professione nel suo complesso, e conclude così il suo affascinante percorso con un messaggio di speranza: l’istituzione della medicina, sebbene antica, può ancora favorire il progresso.
  46. Charlotte Blease, op. cit. 2025.
  47. Ibidem
  48. David P Barash. Paradigms lost. AEON, 27 October 2015.
  49. Opera fondamentale che ha ridefinito il modo in cui intendiamo il progresso scientifico, sostenendo che la scienza non avanza in modo lineare e cumulativo, ma attraverso salti radicali chiamati rivoluzioni scientifiche. Kuhn introduce il concetto di paradigma, inteso come l’insieme di teorie, metodi e valori condivisi da una comunità scientifica, che guida la ricerca in un determinato periodo.
  50. David P Barash. Paradigms lost. AEON, 27 October 2015.
  51. Charlotte Blease, op. cit. 2025.
  52. Everett CM, Schumacher JR, Wright A, Smith MA. Physician assistants and nurse practitioners as a usual source of care. J Rural Health. 2009 Fall;25(4):407-14. Lo studio del 2009 di Everett et al. ha utilizzato un’analisi trasversale dei dati del Wisconsin Longitudinal Study per esaminare i pazienti che si affidano ad assistenti medici (PA) e infermieri specializzati (NP) come fonte primaria di assistenza sanitaria. Utilizzando la regressione multivariata, i ricercatori hanno analizzato fattori quali dati demografici, residenza in area rurale e complessità clinica per determinare le caratteristiche di questa popolazione di pazienti. Per maggiori dettagli, consultare la Wiley Online Library.
  53. Melanie Swan, Sacha Ferguson, Alice Chang, Elaine Larson, Arlene Smaldone. Quality of primary care by advanced practice nurses: a systematic review. International Journal for Quality in Health Care, Volume 27, Issue 5, October 2015, Pages 396–404 La revisione sistematica pubblicata sull’International Journal for Quality in Health Care è stata condotta da ricercatori della Columbia University School of Nursing di New York. Poiché si tratta di una revisione sistematica di studi clinici controllati randomizzati (RCT), la ricerca non si è svolta in un unico luogo fisico, ma ha analizzato dati provenienti da diverse aree geografiche: Europa: Cinque degli studi inclusi sono stati condotti in paesi europei. Stati Uniti: Uno studio principale e il relativo follow-up di due anni sono stati eseguiti negli USA. In totale, la revisione ha sintetizzato i risultati di 10 articoli che hanno coinvolto oltre 10.000 soggetti per confrontare la qualità delle cure fornite da infermieri di pratica avanzata (APN) rispetto ai medici.
  54. Ibidem
  55. Ibidem
  56. Charlotte Blease, op. cit. 2025.
  57. Ibidem
  58. Susskind, Richard, and Daniel Susskind, op. cit. 2020.
  59. Charlotte Blease, op. cit. 2025.
  60. Ronald W Dworkin. Dr AI will see you now. Human doctors may be fallible, but they have a tool that AI medicine will never have: judgement. The new statesman. 10 September 2025. Dworkin è un medico e dottore di ricerca che ha esercitato la professione di anestesista in un grande centro medico per 30 anni. Nel suo profilo dichiara di essere membro dell’Institute for Advanced Studies in Culture dell’Università della Virginia, negli Stati Uniti. I suoi altri scritti sono disponibili sul sito RonaldWDworkin.com.
  61. Susskind, Richard, and Daniel Susskind, op. cit. 2020.
  62. Ibidem
  63. Susskind, Richard, How To Think About AI: A Guide For The Perplexed (Oxford, 2025; online edn, Oxford Academic, 20 Mar. 2025 Il libro esplora il profondo impatto dell’intelligenza artificiale sull’umanità, affrontandone sia le promesse che i rischi. Partendo dalla sua storia personale e da decenni di esperienza nel campo dell’IA, Richard Susskind riconosce i rapidi progressi compiuti in questo settore, esemplificati da sistemi come ChatGPT, e le sfide che questi pongono al dibattito pubblico. Il libro è strutturato in cinque parti, che approfondiscono la comprensione dell’IA, incoraggiano diverse modalità di pensiero, esplorano le applicazioni pratiche, affrontano i rischi e contemplano le possibilità future, inclusa la prospettiva di macchine coscienti. Sottolinea l’importanza di bilanciare ottimismo e cautela, esortando a un dibattito sull’IA non solo tra i tecnologi, ma in tutti i settori della società. Infine, individua nell’IA la sfida determinante della nostra epoca, suggerendo che essa rimodellerà industrie, professioni e persino l’identità umana stessa.
  64. Ronald W Dworkin. When I lost my intuition. AEON, 3 March 2025.
  65. Il tecnofascismo è un termine critico utilizzato per descrivere una nuova forma di autoritarismo ibrido che emerge dalla convergenza tra l’alto sviluppo tecnologico (intelligenza artificiale, social media, sorveglianza digitale) e dinamiche neofasciste, come ultranazionalismo, etnocrazia e populismo. Questo concetto suggerisce che le moderne tecnologie non stanno semplicemente sostenendo la democrazia, ma vengono utilizzate da un’élite globale per creare reti di potere che aggirano i processi democratici tradizionali, portando a una “sospensione tecnica” dell’idea di libertà in cui esse si erano legittimate.
  66. Nella guerra ibrida la guerra smette di apparire come un evento eccezionale, delimitato nel tempo e nello spazio, e diventa una condizione diffusa, intermittente, spesso invisibile, che attraversa infrastrutture, economie, opinioni pubbliche, piattaforme digitali, apparati informativi e processi decisionali. In essa, gli attori statali e para-statali non cercano necessariamente lo scontro frontale, preferiscono invece muoversi nello spazio intermedio dove l’azione ostile è abbastanza intensa da produrre effetti strategici ma non abbastanza esplicita da giustificare una risposta militare immediata. Come definita da Francesco Frasca in Guerra Ibrida e Dominio Cognitivo. Sovranità resiliente e competizione strategica nello spazio euro-atlantico (2014–2027), la guerra ibrida è il terreno dell’ambiguità, della negabilità plausibile, dell’attribuzione incerta, della pressione cumulativa. Un sabotaggio può sembrare incidente. Una campagna informativa può apparire come dissenso spontaneo. Una crisi migratoria può presentarsi come emergenza umanitaria e, nello stesso tempo, funzionare come leva geopolitica. Una dipendenza energetica o tecnologica può trasformarsi, da un giorno all’altro, in strumento di ricatto. In breve, il mondo d’oggi.

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