BIO – Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità – Educational Papers • Anno VI • Numero 22 • Giugno 2017
Scritto in collaborazione con Eugenia D’Alterio – biologa
Perché interpellare ad un archeologo sullo sviluppo della mente umana?
Nel nostro contesto storico, caratterizzato da un capitalismo finanziario, che detta l’agenda della bio-politica attraverso i media della post-verità1 social-digitale, media che fanno apparire l’agenda della bio-politica del capitale come se fosse il volere di una democrazia diretta, la conoscenza dei meccanismi della manipolazione del comportamento delle popolazioni, quale il linguaggio, la musica, l’arte, la religione e la scienza, è imprescindibile per l’esercizio del potere, come puntualizza Tamsin Shaw nel suo saggio del 2017 Invisible Manipulators of Your Mind2. In questo senso, continuare a decodificare i processi cognitivi umani è, come in passato, un imperativo per le intellighenzie al servizio del potere che hanno il compito, oggi, di controllare la tribù planetaria via Internet, come ci segnala Michael Lewis nel suo saggio, anch’esso del 2017, The Undoing Project: A Friendship That Changed Our Minds3.
Ma conoscere i processi cognitivi umani dovrebbe essere un imperativo anche per i cittadini che abbiano o vogliano un progetto di società e una nozione del benessere umano diversi dai modelli imposti attraverso la cultura consumistica del capitalismo finanziario. Conoscere questi processi cognitivi impone di interessarci a ciò che chiamiamo, in modo ambiguo, mente4. Ci sono diversi campi di studi che possono contribuire alla discussione della nostra nozione sociale relativa alla mente umana. Questo stesso trimestrale si è interessato, a più ripresa, all’argomento5. In questo numero, seguendo il paradigma che propone che “ci vuole conoscere il passato per conoscere il presente e il futuro”, interpelliamo l’archeologo Steven Mithen6 circa l’evoluzione della mente umana.
Gli studiosi che contribuiscono all’interpretazione e/o alla conoscenza del modello della mente umana comprendono psicologi, filosofi, neurologi, primatologi, antropologi, biologi e informatici. Ma, l’archeologo, come si colloca in questa discussione? In che cosa può contribuire? La risposta dell’archeologia è, proprio, che noi possiamo capire il presente conoscendo il passato. Dunque, l’archeologia non è solo in grado di contribuire ma può essere una delle chiavi per la comprensione della mente moderna. Studiando la testimonianza archeologica relativa ai nostri antenati e allargando la nostra comprensione delle pressioni selettive che i nostri antenati hanno affrontato, Mithen, in The prehistory of the mind: a search for the origins of art, religion, and science, ricostruisce un’evoluzione della mente umana7.
Poiché l’archeologia studia le culture umane del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante mediante la raccolta e interpretazione delle tracce materiali che hanno lasciato (architetture, manufatti, resti biologici e umani) e ha come obiettivo l’acquisizione di conoscenza delle culture umane attraverso lo studio delle loro manifestazioni materiali, ovviamente, da sola, l’archeologia non può risolvere la questione. Perciò Mithen prende dal lavoro di un assortimento di esperti provenienti da molti campi, ma utilizza l’archeologia per articolare questi diversi punti di vista.

Metafore e/o modelli popolari circa la struttura della mente
Per spiegare la struttura e lo sviluppo della nostra mente gli studiosi hanno proposto diversi modelli. Cercando di spiegare la struttura della mente umana moderna, Mithen esplora alcuni di questi modelli popolari8. Da queste interpretazioni egli sviluppa un suo modello per spiegare l’evoluzione della mente moderna, quella dell’Homo sapiens. Una volta che ha il suo modello con cui lavorare, Mithen l’utilizza per decostruire i componenti della mente e per capire come questa struttura si sia sviluppata nel corso del tempo. Questo è analogo al modo in cui un archeologo sviluppa un modello per un edificio che si sta scavando. Nel fare questo, l’archeologo dovrebbe essere in grado di individuare la sequenza di eventi che hanno portato all’attuale struttura. Mithen utilizza quest’analogia attraverso la sua opera interpretativa The prehistory of the mind9 circa come l’architettura processuale della mente umana si sia evoluta nel corso del tempo.
La mente spugna & la mente computer
Le metafore comunemente usate per descrivere la mente comprendono quella di un computer o, anche, quella di una spugna. In queste metafore popolari, funzionerebbe il modello percettivo del più grande meglio è. Ad esempio, più grande è la spugna, più acqua può assorbire. Di conseguenza, più grande la struttura della mente più potrà imparare. Se il modello dell’assorbimento d’acqua da parte della spugna risulta analogo al modello dell’apprendimento, dunque, estendendo la metafora, si può enunciare che scuotere forte la spugna sia analogo al richiamo della memoria. Usare questa metafora per descrivere l’evoluzione della mente umana è, semplicisticamente, allettante: nella misura in cui la dimensioni del cervello aumenta, più informazione viene appresa e ricordata. La metafora del computer risulta ancora più utile. In questo esempio, la mente esegue un programma per uso generale che possiamo chiamare di apprendimento. Per questo un computer più veloce, con più memoria, può imparare, per l’analogia del modello, maggiori quantità di dati in periodi di tempo più brevi.
Certamente, Mithen sostiene che, mentre queste analogie sono, popolarmente, attraenti, sono, anche, troppo semplicistiche. Egli spiega che la mente, nel suo funzionamento processuale, non solo accumula informazioni che poi rigurgita ma non è nemmeno indiscriminata nella conoscenza che assorbe. I bambini assorbono migliaia di parole senza sforzo, ma il loro assorbimento sembra perdere il suo potere quando si tratta di imparare le tabelle della moltiplicazione10. Inoltre, sostiene che la mente non è così semplice come un computer elaborando le informazioni che incontra. La mente, ci ricorda Mithen, crea e immagina. Queste sono cose che un computer, nonostante il proselitismo circa la sua intelligenza, non può fare11.

Le idee di Thomas Wynn e Jean Piaget
Nel 1979 l’archeologo Thomas Wynn in The Evolution of Spatial Competence12 ha proposto che la mente moderna si sia pienamente sviluppata 200.000 anni fa circa. Come spiega Mithen, questo ebbe luogo prima dell’uomo anatomicamente moderno, così come molto prima del Neanderthal e degli ominidi antecedenti i primi umani. Wynn sostiene la sua tesi utilizzando la controversa teoria di Ernst Heinrich Haeckel [1834-1919], nota come teoria della ricapitolazione, riassunta nel postulato: l’ontogenesi ricapitola la filogenesi13. Questa teoria sostiene che le fasi dello sviluppo cognitivo nei bambini rispecchi le fasi dell’evoluzione cognitiva nelle specie. Per valersi di quest’argomentazione, Wynn aveva bisogno di conoscere lo sviluppo dei bambini umani, così ha guardato al lavoro di Piaget, il principale psicologo infantile del suo tempo.
Piaget ha postulato che la mente sia come un computer che esegue diversi programmi di uso generale. Questi programmi di uso generale avrebbero sviluppato e ristrutturato la mente [cioè, i processi cognitivi umani] attraverso una serie di fasi fino a raggiungere una fase che egli ha definito stadio operativo formale all’età di 12 anni circa14. Lo stadio operativo formale nel processo di sviluppo cognitivo, secondo quest’interpretazione, è caratterizzato dalla capacità di pensare ad oggetti ipotetici, cioè la capacità del pensiero astratto. Ciò, stando a Piaget, ha permesso la formazione di immagini mentali richieste per creare, ad esempio, i bifacciali15. La comparsa di un’immagine finita del bifacciale è necessario prima che il processo di creazione inizi16. Pertanto, avvalendosi da quest’euristica Wynn concluse che un’intelligenza operativa formale era stata raggiunta con l’Homo sapiens.
Come mostrano i reperti archeologici, l’anatomia e il comportamento dei nostri antenati continuò ad evolvere dai primi Ominidi17. verso l’uomo anatomicamente moderno (l’Homo sapiens). Mithen conclude che, mentre la logica di Wynn può essere ragionevole, le teorie prese in prestito da Piaget, al contrario, sbagliate. Egli fa notare che nel corso degli anni ‘80 molti psicologi credevano che la mente non eseguiva programmi di uso generale, come era suggerito da Piaget. La mente, allora, era ritenuta essere costituita da un insieme di moduli specializzati. La analogia usata per descrivere la mente fu, allora, quella di un coltellino svizzero.
L’architettura a due livelli di Fodor
Nel 1983, lo psicolinguista Jerry Fodor nella sua opera The Modularity of Mind propose, come modello interpretativo della mente umana, un’architettura a due livelli18. Il modello modularista propone un’architettura cognitiva disposta, relativamente ai sistemi di analisi dell’input, in strutture verticali, come le lame di un coltellino svizzero, che svolgono il compito di trasformare gli input in rappresentazioni (del mondo) che vengono, poi, offerte ai sistemi centrali per le elaborazioni complesse. Tali strutture verticali prendono, appunto, il nome di moduli. Il processo di trasformazione degli input in rappresentazioni sottintende una teoria computazionale della mente e, quindi, una realizzazione dei processi cognitivi basata su una elaborazione di tipo sequenziale.
In realtà, la tassonomia utile ad introdurre il concetto di modularità era già assai ben avviata dalle intuizioni di Franz Joseph Gall all’inizio dell’80019. Secondo Fodor, i sistemi modulari seguono l’esempio delle facoltà verticali e sono, quindi, specificati per via innata, hanno domini specifici, sono hardwired (cioè associati a dei meccanismi neurali specifici), sono non-assemblati e sono computazionalmente autonomi. Per fare funzionare un tale sistema, Fodor introdusse il concetto di incapsulamento informazionale. In ogni modo, come segnala Mithen, nel modello di Fodor manca ancora individuare quali siano, di fatto, i sistemi cognitivi modulari. Tali sistemi, non potendo, a suo avviso, rientrare nei processi cognitivi centrali, riguardano, soprattutto, i sistemi periferici, e, segnatamente, quei meccanismi percettivi che svolgono la funzione di rappresentare il mondo in modo tale da renderlo accessibile al pensiero20. Quindi, si tratta di sistemi sussidiari che svolgono il compito di fornire ai sistemi cognitivi centrali informazioni sul mondo, espresse con simboli mentali, nel formato richiesto dai processi cognitivi.
Fodor propone per tali sistemi la denominazione di sistemi di input (o analizzatori di input) intendendo con essi quei sistemi che mediano tra l’output dei trasduttori (gli organi della percezione) e i meccanismi cognitivi centrali. Tra i sistemi di input figurano anche i sistemi linguistici i quali, come quelli percettivi, servono ad ottenere informazioni sul mondo in un formato idoneo per l’accesso a quei processi centrali che mediano la fissazione delle credenze21.
Qualche parola in più merita la nozione di incapsulamento informazionale dei sistemi di input. È questa, infatti, una proprietà fondamentale per qualsiasi sistema che possa definirsi modulare, in quanto essa garantisce quella che Pylyshyn, collaboratore tra l’altro di Fodor, definisce impenetrabilità percettiva di questi sistemi. Essi possono essere ritenuti informazionalmente incapsulati in quanto non scambiano informazioni né con i processi centrali né con gli altri sistemi di input. Questo è un altro dei motivi per cui i sistemi di input operano velocemente: essi infatti, oltre ad avere un percorso obbligato, non devono impiegare tempo a considerare tutte le opzioni disponibili. Sono dei sistemi stupidi, tutto sommato, con delle vedute ristrette come dice Fodor, nel senso che hanno accesso a fatti limitati; ma questa caratteristica, lungi dall’essere un limite, è, in alcuni casi, addirittura vitale.
Se, infatti, si concorda con la tesi secondo la quale la velocità di accesso è inversamente proporzionale alla quantità di informazioni da vagliare, si rende subito conto che, in molte occasioni, la capacità di identificare velocemente qualcosa (la pantera dell’esempio di Fodor o una semplice frase nel mezzo di una conversazione) sia una prerogativa fondamentale della mente umana, una di quelle peculiarità che ha consentito alla nostra specie di conservarsi e svilupparsi. Stando a Fodor è peraltro evidente che, in generale, ignorare i fatti non è di grande aiuto nella soluzione dei problemi (…) i sistemi di input non funzionano in generale (…) Sono i processi centrali stessi che operano in generale e che sono sensibili, almeno in via di principio, a tutto quel che l’organismo conosce22.
Queste affermazioni delineano la posizione di Fodor in merito all’ipotesi di una modularità integrale dell’architettura cognitiva. E, di fatto, l’ipotesi che i sistemi cognitivi centrali siano tipicamente non modulari discende direttamente dalla modularità dei sistemi periferici: le rappresentazioni che i sistemi di input realizzano devono necessariamente interfacciarsi da qualche parte e per far sì che ciò accada, i meccanismi che realizzano l’interfacciamento devono poter disporre di informazioni provenienti da più di un dominio cognitivo. Inoltre, queste rappresentazioni devono essere corrette alla luce delle conoscenze generali poiché, ragionando sulla proprietà di incapsulamento informazionale dei sistemi di input, si è stabilito che essi operano su una quantità di informazioni minore di quella che l’organismo ha effettivamente a disposizione. Ci sono, insomma, dei meccanismi di fissazione delle credenze percettive che valutano l’insieme delle informazioni e giungono all’ipotesi migliore su come sia fatto il mondo23.
Teoria delle intelligenze multiple di Gardner
Allo stesso tempo che le idee di Fodor emersero, Howard Gardner propose la sua teoria delle intelligenze multiple nella sua opera Frames of Mind: The Theory of Multiple Intelligences24. Gardner non distingue tra sistema di input e sistema cognitivo d’ingresso, come fa Fodor. Invece, Gardner propone che la mente sia composta da diverse intelligenze specializzate. Questo è, essenzialmente, l’analogia del coltellino svizzero riferita sopra. Queste intelligenze specializzate, o lame, includerebbero l’intelligenza linguistica, musicale, logico-matematica, spaziale, corporeo-cinestetica e due forme di intelligenza personale: una intra-personale, per riflettere su di sé, e una interpersonale, per riflettere sull’intelligenza degli altri. In questo modello, le singole intelligenze funzionerebbero in modo autonomo ma strettamente accoppiate. Stando a Mithen, Gardner affermava che in un normale rapporto umano incontriamo, tipicamente, complessi di intelligenze che funzionano insieme senza problemi, anche senza interruzione, per eseguire intricate attività umane25.
La teoria delle intelligenze multiple di Howard Gardner ha sfidato il tradizionale punto di vista dell’intelligenza considerata come una capacità unitaria che può essere misurata attraverso i test. Al contrario, tale teoria definisce l’intelligenza come un’abilità occorrente per risolvere problemi o per creare prodotti che sono valutati in almeno una cultura. Nella teoria di Gardner la parola intelligenza è usata in due sensi. 1) L’intelligenza può denotare una caratteristica specie-specifica; l’uomo sapiens fa parte delle specie che utilizzerebbero le otto intelligenze del suo modello. 2) L’intelligenza può denotare anche una differenza individuale. Mentre tutti gli umani posseggono le otto intelligenze del modello, ogni persona avrebbe, però, la propria particolare miscela o amalgama delle intelligenze. Queste forme di intelligenza, spesso, verrebbero utilizzate contemporaneamente e si completano a vicenda per riuscire a raggiungere maggiore successo e per risolvere, efficacemente, i problemi. In sostanza, secondo Gardner compito di ogni uomo è quello di capire come utilizzare al meglio queste intelligenze per raggiungere un maggiore benessere sia individuale che in situazioni di gruppo.

Gli psicologi evoluzionisti
Mithen attinge ampiamente dal lavoro di due psicologi evoluzionisti, Leda Cosmides e John Tooby26. Anche Cosmides e Tooby interpretano la mente attraverso la metafora del coltellino svizzero. In questa loro interpretazione, Cosmides e Tooby presentano tre argomenti principali. In primo luogo, asseriscono che cervello e mente si sono evoluti per risolvere una moltitudine di problemi unici. Nel loro ragionamento, risolvere questi problemi unici utilizzando un unico dispositivo generico sarebbe stato inefficace e soggetto ad errori. Pertanto, hanno postulato che una mente con moduli specializzati per risolvere diversi tipi di problemi ha avuto un vantaggio selettivo rispetto a qualsiasi strumento di uso generale. Il loro secondo argomento è stato preso in prestito dal linguista Noam Chomsky ed è conosciuto come la povertà dello stimolo. Questo mostra come i bambini imparano così tanto su così tanti argomenti che sarebbe incredibile che questo potesse essere realizzato senza diversi moduli preprogrammati specializzati. Il terzo argomento di Cosmides e Tooby è noto come l’argomento dell’inquadratura. Secondo questa tesi, i dispositivi di apprendimento generico sono troppo lenti per permettere il rapido processo decisionale che è stato necessario per la sopravvivenza in natura. In altre parole, i lenti nella presa di decisioni sarebbero diventati vittime della predazione e con meno probabilità di trasmettere i loro geni.
In altre parole, Cosmides e Tooby contestano l’ortodossia dominante, secondo la quale buona parte dei contenuti specifici della mente umana provengono da fuori, dall’ambiente e dal mondo sociale, ortodossia che propone inoltre che l’architettura evoluta della mente consista solo – o prevalentemente – di un piccolo numero di meccanismi di uso generale, indipendenti dai contenuti, denominati apprendimento, induzione, intelligenza, imitazione, razionalità o, semplicemente, cultura.
Gli ultimi decenni hanno visto una lunga serie di ricerche convergenti in psicologia cognitiva, biologia evolutiva e neuroscienze che stanno cambiando la visione scientifica della mente umana. Secondo la visione evoluzionistica tutte le normali menti umane sviluppano una raccolta standard di circuiti di ragionamento e normativi funzionalmente specializzati, spesso, specifici. Questi circuiti di ragionamento e normativi organizzano il nostro modo di interpretare le esperienze, utilizzando alcune motivazioni ricorrenti nella nostra vita mentale e fornendo strutture universali di significato che ci permettono di capire le nostre azioni e le intenzioni degli altri. Anche questa modularità evoluzionistica della mente viene oggi contestata da diversi neuro-scienziati sulla base delle evidenze della risonanza magnetica funzionale (fMRI) che mostrano come sia impossibile determinare le aree cerebrali coinvolte da una specifica emozione perché l’fMRI mostra che ogni emozione attiva molte aree cerebrali contemporaneamente, come sintetizzava nel 2008 lo stato della ricerca in materia Michael Shermer nel suo paper Metaphors, modules and brain-scan pseudoscience27.

Il dilemma in torno alla metafora della mente come un coltellino svizzero
Quando si considera la mente come un coltellino svizzero si pone un dilemma. I moduli specializzati che si sono evoluti, sono, senza dubbio, un prodotto delle pressioni selettive che esistevano nell’ambiente del Pleistocene dei nostri antenati preistorici. Se questo è il caso, e certamente potrebbe esserlo, come può spiegare la capacità dell’uomo moderno di svolgere compiti in ambiti che non esistevano quando i, cosiddetti, moduli specializzati della mente si erano evoluti? Ovviamente i nostri antenati preistorici non avevano, ad esempio, un modulo di lettura di un libro.
Dinanzi a questo dilemma, Mithen sostiene che ci deve essere qualche intelligenza generale al lavoro e conclude che questa deve coesistere con i moduli specialistici. A sostegno di questa idea, Mithen considera la scarsa velocità con cui i bambini imparano la matematica. Come egli spiega, i bambini hanno un tempo molto più difficile per imparare la matematica di quanto non facciano, per esempio, per l’apprendimento della lingua. Questo, lui suggerisce, potrebbe essere spiegato se il linguaggio venisse appreso utilizzando alcun apprendimento specializzato, mentre la matematica venisse appresa utilizzando alcun apprendimento generalizzato. Ma Mithen si domanda se o meno l’intelligenza generale possa spiegare gli esempi prodigiosi che esistono in campi come la matematica, la fisica e la medicina. C’è, allora, qualcos’altro al lavoro?
Per esplorare questo paradosso, Mithen guarda alla vita dei moderni cacciatori-raccoglitori. I loro stili di vita sono abbastanza simili a quelli dei nostri antenati preistorici. Dopo aver esaminato il lavoro di diversi antropologi sociali, Mithen conclude che le prove dimostrano che le capacità cognitive usate in tutti i domini della vita dei moderni cacciatori-raccoglitori sono strettamente accoppiate e integrate. In altre parole, il loro mondo naturale degli animali si intreccia con il loro mondo sociale stabilito con altri umani, il loro uso di indumenti per soddisfare le necessità fisiche veicola anche importanti messaggi sociali, e così via. Nel tentativo di risolvere questo paradosso, Mithen guarda oltre, questa volta al lavoro degli psicologi dello sviluppo.

Psicologi dello sviluppo
- Sviluppo dei neonati
Gli studi di psicologi dello sviluppo, come quelli di Patricia Greenfield, apparsi nella sua opera The structure of communication in early language development28, suggeriscono che fino all’età di circa due anni, la strutturazione della mente dei bambini non è come un coltellino svizzero ma, invece, è più come uno strumento di apprendimento generale. Lei sostiene che le capacità di acquisizione del linguaggio e della manipolazione degli oggetti, ad esempio, si basano sugli stessi processi cognitivi. Mentre c’è l’apprendimento generale che si svolge durante questa fase iniziale dello sviluppo cognitivo, esso sembra essere superato da moduli specializzati, ricchi di contenuti, nella misura in cui il bambino cresce.
- Quattro domini di conoscenza intuitiva
Come mostra Mithen, gli studi degli psicologi dello sviluppo, compendiati nel volume Culture Evolves, editato da Andrew Whiten, Robert Hinde, Christopher Stringer e Kevin Laland29, suggeriscono che i bambini usano l’apprendimento generale. Tuttavia, cosa accade dopo l’infanzia? Mithen continua a guardare agli psicologi dello sviluppo. Egli cita studi che suggeriscono che all’età di due o tre anni, i bambini sembrano utilizzare moduli specializzati, ricchi di contenuti. Questa documentazione suggerisce, inoltre, che ci sono almeno quattro domini di conoscenza che sembrano essere intuitivi. Come affermato in precedenza nel riferimento di Mithen a Noam Chomsky, i bambini sembrano avere una capacità intuitiva per l’acquisizione del linguaggio. Mithen cita poi il lavoro di Andrew Whiten et al30. che suggerisce che i bambini di tre anni di età hanno ciò che egli chiama una psicologia intuitiva. In questa età, i bambini hanno sviluppato la capacità di attribuire stati mentali ad altre persone e capire che gli altri hanno credenze e desideri, come documenterebbero anche i lavori di Haidle, Bolus, Collard, Conard, Garofoli, Lombard, Nowell e Tennie, compendiati nel volume The nature of culture: an eight-grade model for the evolution and expansion of cultural capacities in hominins and other animals31.
Un altro dominio che sembra essere intuitivo è la biologia. Come Mithen dice, in riferimento alla teoria della povertà dello stimolo di Chomsky: così come l’esperienza dei bambini appare inadeguata per spiegare come essi acquisiscono il linguaggio, così anche la loro esperienza del mondo sembra inadeguata a spiegare la loro comprensione degli esseri viventi32. I bambini di tre anni possono capire che gli esseri viventi e gli oggetti inanimati sono fondamentalmente diversi. Il dominio successivo di conoscenza intuitiva che si trova nei bambini è una comprensione intuitiva della fisica. Anche in questo caso, basandosi nella documentazione fornita dagli psicologi dello sviluppo, Mithen spiega che dalla più tenera età i bambini capiscono che gli oggetti fisici sono soggetti ad un diverso insieme di regole da quelle che disciplinano i concetti mentali e gli esseri viventi33. Inoltre, aggiunge, che concetti di solidità, gravità e inerzia sembrano essere innati nella mente del bambino34.
Dal dominio generalizzato al dominio specifico e alla fluidità cognitiva
A questo punto della sua riflessione, Mithen interroga, ancora, la psicologia dello sviluppo [o psicologia dell’età evolutiva] di Annette Karmiloff-Smith, nello specifico le idee di questa studiosa relative a Beyond Modularity: A Developmental Perspective on Cognitive Science35, nel tentativo di legare alcune di queste idee in una teoria coerente che spieghi come una mente che si è evoluta per risolvere i problemi che i nostri antenati preistorici affrontarono possa soddisfare le esigenze degli umani odierni.
Karmiloff-Smith accetta la nozione dei domini di conoscenza intuitiva. Tuttavia, Karmiloff-Smith ritiene che questi domini fornirscano semplicemente una spinta. Il suo modello interpretativo propone che vi sia una plasticità della mente durante lo sviluppo e che la cultura svolga un ruolo importante nel determinare i tipi di domini che si sviluppano. Così, secondo Karmiloff-Smith, i nostri antenati preistorici non hanno sviluppato un dominio specifico per la matematica perché la loro cultura non lo richiedeva ma agli umani moderni la cultura ha richiesto un dominio matematico. Inoltre, nella sua interpretazione questo dominio matematico può ricevere una spinta da un dominio intuitivo come quello della fisica. Nelle parole di Mithen, la Karmiloff-Smith considera ancora che la mente sia come un coltellino svizzero ma che i tipi di lame presenti possono variare da persona a persona. Detto in modo molto popolare: un uomo che usa un coltellino svizzero per andare a pesca ha bisogno di un diverso assortimento di lame da chi va in campeggio.
Secondo Karmiloff-Smith, la modularità è solo l’inizio della storia, cioè, dopo che la modularità si è sviluppata, i moduli iniziano a lavorare insieme. Lei chiama questo processo Ri-descrizione Rappresentazionale (RR)36. Lei descrive ulteriormente questo modo umano di costruire e sviluppare la conoscenza come rappresentazioni multiple di conoscenza simile. Mithen lega quest’idea alla teoria della mappatura tra domini di Susan Carey ed Elizabeth Spelke, apparsa nel 1996 nel loro paper Science and core knowledge37, e comincia a rivelare un filo comune che collega altre teorie precedentemente delineate. Ricordiamo che Fodor descriveva allora il sistema cognitivo come un sistema senza incapsulamento informazionale e Gardner descriva come, noi troviamo, in genere, complessi di intelligenza che funzionano insieme senza problemi, anche senza soluzione di continuità, al fine di eseguire le attività umane complesse. Fodor sostiene inoltre che le persone più sagge sono quelli che sono più in grado di connettere diversi domini di conoscenza. Inoltre, Mithen spiega come Margaret Boden in Conceptual Spaces. Chapter Milieus of Creativity38 offre la trasformazione degli spazi concettuali e l’improvviso incastro di due abilità o matrici di pensiero in precedenza non correlati per spiegare la creatività umana. Tutte queste idee sembrano di descrive un insieme di moduli mentali che sono interconnessi per creare quello che Mithen, chiama fluidità cognitiva.

La mente come cattedrale
Mithen utilizza anche la metafora di una cattedrale per descrivere l’architettura e l’evoluzione della mente. Questo è analogo alle cattedrali reali che lui, come archeologo, ha scavato. Questi edifici hanno subito molteplici fasi di sviluppo, magari iniziando con una zona principale e poi aggiungendo cappelle alla struttura esistente. In questa metafora, Mithen paragona l’intelligenza generale ad una navata centrale di una cattedrale e le intelligenze specializzate alle cappelle che sono costruite intorno alla navata.
Le tre fasi di sviluppo secondo Mithen sono39:
- La mente è dominata da un’intelligenza generale.
- I moduli di domino specifici integrano l’intelligenza generale, ognuno dei quali lavora in modo indipendente e isolato.
- I moduli di domino specifici lavorano insieme con un flusso continuo di informazioni tra i domini.
Secondo la teoria di Mithen, le intelligenze di dominio specifiche esistenti durante le fasi 2 e 3 sono:
- Intelligenza tecnica utilizzata nella fabbricazione di utensili.
- Intelligenza sociale usata per l’interazione con gli altri e per la gestione delle relazioni sociali.
- Intelligenza della storia naturale utilizzata per comprendere le piante e gli animali esistenti nel loro ambiente.
- Una quarta possibile intelligenza di dominio specifico è quella che sostiene le capacità linguistiche. Tuttavia, Mithen non è chiaro nel definire se questo sia in realtà un modulo separato. Come egli fa notare, la gente non parla di grammatica per sé stessa. Se tale modulo di intelligenza a sostegno delle capacità linguistiche esistesse, la sua relazione con gli altri moduli non è chiara. Esso potrebbe essere stato probabilmente collegato ad altri domini, tra cui l’intelligenza generale40.
Fasi principali dell’evoluzione umana
Proseguendo questa nostra argomentazione sull’evoluzione di quell’insieme di funzioni cognitive e rappresentazionali incorporate nella nozione di mente, interrogando provocatoriamente un archeologo, una volta Mithen ha delineato la sua teoria dei moduli interconnessi in una fluidità cognitiva circa l’architettura della mente, egli progredisce attraverso un resoconto dettagliato del record archeologico. In questo modo, Mithen crea un quadro di come i nostri antenati si sono comportati. Lungo la strada egli fa corrispondere l’evoluzione comportamentale con l’evoluzione architettonica della mente descritta sopra. Ad ogni passo della sua [The] prehistory of the mind: a search for the origins of art, religion, and science, lui descrive le pressioni selettive che sono esistite nelle varie fasi del Pleistocene e come avrebbero lavorato per modellare l’evoluzione della mente41.
L’antenato comune
Mithen inizia l’esplorazione dello sviluppo della mente umana guardando 6 milioni di anni indietro a ciò che si crede sia l’antenato comune42 tra scimmia e uomo. Purtroppo non ci sono prove archeologiche di questo antenato comune. Guardando lo sviluppo delle scimmie, tuttavia, Mithen spiega che non vi è stato alcun aumento significativo delle dimensioni dei loro crani. Pertanto, egli suggerisce che guardare alle scimmie moderne potrebbe dire molto sulle capacità cognitive dell’antenato comune che visse 6 milioni di anni fa.
Delineando le capacità tecniche, sociali e di storia naturale delle scimmie, Mithen fa queste osservazioni:
- Gli scimpanzé hanno una capacità molto limitata per l’uso di utensili e utilizzano una notevole quantità di tempo imparare a farli e ad utilizzarli. Da questa osservazione, Mithen conclude che gli scimpanzé probabilmente non abbiano un’intelligenza tecnica dedicata; il loro comportamento può molto probabilmente essere spiegato con l’intelligenza generale, come suggeriscono i lavori degli studiosi compendiati nel volume Experimental evidence for the co-evolution of hominin tool-making teaching and language43.
- Gli scimpanzé mostrano una notevole efficiente capacità di focalizzarsi sull’individuazione del foraggio, tuttavia questa capacità è molto flessibile. Inoltre, essi mostrano la capacità di creare elaborate mappe mentali del loro ambiente. Mithen conclude che essi debbano aver parzialmente sviluppato una qualche intelligenza di storia naturale44.
- Gli scimpanzé mostrano una notevole capacità di interazione sociale. Il loro comportamento machiavellico, come dimostra la loro capacità di ingannare l’altro, suggerisce che essi abbiano un certo livello di coscienza. Questo comportamento suggerisce inoltre che loro usino modelli delle proprie menti e convinzioni che poi proiettano sull’altro. Ciò consente loro di formarsi convinzioni sulle convinzioni dell’altro. Da questo, Mithen conclude che gli scimpanzé godano di una notevole intelligenza sociale.45
- La determinazione delle abilità linguistiche degli scimpanzé è stato oggetto di accesi dibattiti per molti anni. A scimpanzé e gorilla sono stati insegnati vocabolari modesti utilizzando il linguaggio dei segni, ma le frasi che costruiscono con questo vocabolario mostrano una struttura molto semplice. Inoltre, Mithen rileva che tale capacità non si estende oltre le pareti di laboratorio; gli scimpanzé non usano spontaneamente il linguaggio allo stato selvatico. Mithen vede questa capacità come simile alla loro capacità per l’uso di utensili e, di conseguenza, l’attribuisce ad una certa sviluppata intelligenza generalizzata come propongono i lavori compendiati nel volume Experimental evidence for the co-evolution of hominin tool-making teaching and language46.
Ricapitolando, Mithen ritiene che i nostri antenati comuni da 6 milioni di anni fa, come gli scimpanzé moderni, abbiano sviluppato una certa intelligenza sociale specializzata. Questo risulta chiaro dalla loro capacità di gestire le relazioni sociali, secondo i metodi di ragionamento degli archeologi. Dai ragionamenti sviluppati dagli studiosi circa le abitudini di foraggiamento di allora, pur se inflessibili, si desume, secondo Mithen, che questi antenati hanno avuto un po’ intelligenza di storia naturale, seppur limitata. Essi hanno avuto altresì una notevole intelligenza generale caratterizzata da tecniche di apprendimento quali l’apprendimento associativo e l’apprendimento per prove ed errori. Questo ha dato loro la possibilità di utilizzare strumenti in modo limitato, ma dal momento che l’intelligenza generale è lenta, l’utilizzo di strumenti è venuto solo dopo anni di apprendimento. Allo stesso modo, Mithen attribuisce le limitate abilità linguistiche ad una potente intelligenza generale, non a qualsiasi intelligenza linguistica latente.
Homo habilis
Mithen spiega che probabilmente ci sono state diverse specie dell’Ominide47, ma per ragioni di brevità, egli fa riferimento a tutte loro come Homo Habilis48. Insieme con i più antichi resti scheletrici di H. habilis, la documentazione archeologica mostra l’avvento dell’uso di utensili in pietra. Ciò sarebbe avvenuto circa 2 milioni di anni fa. Ora, come sottolineato in precedenza, l’antenato comune probabilmente già faceva uso limitato di strumenti 6 milioni di anni fa. Cosa è significativo di questi nuovi strumenti? Mithen sottolinea due distinzioni. In primo luogo, alcuni degli strumenti trovati a Olduvai Gorge49, un sito in cui sono stati scoperti una grande varietà di questi strumenti in pietra, sono stati fatti, probabilmente, per facilitare la produzione di altri strumenti (vale a dire, una pietra affilata usata per affilare un bastone). In secondo luogo, quando uno scimpanzé elabora un bastone per prendere delle termiti, è chiaro, dalla natura del materiale originale (cioè un ramo) ciò che deve essere rimosso (cioè, le foglie). Questo non è vero nel caso della produzione di strumenti di Olduvai. Come Mithen afferma, per staccare il tipo di schegge che si trovano nei siti di Olduvai Gorge, si ha la necessità di riconoscere angoli acuti sui sassi, per selezionare le, cosiddette, piattaforme e la necessità di un buon coordinamento tra mano e occhio per colpire il sasso nel punto giusto, nella giusta direzione e con la giusta quantità di forza. I membri dell’H. habilis elaboravano schegge in maniera radicalmente differente da come gli scimpanzé elaborano le materie prime. Questo, secondo Mithen, richiede più che i metodi per prove ed errori supportati dall’intelligenza generale. L’Homo habilis sembra aver sviluppato gli inizi dell’intelligenza tecnica.
Molti hanno sostenuto che con l’aumento della dimensione del cervello dell’H. habilis, si rendeva necessaria una dieta di qualità migliore: il cervello è un organo costoso. Mithen suggerisce che la testimonianza archeologica al riguardo non è così chiara. Mentre appare chiaro che l’Homo habilis mangiasse carne, quanta e quanto spesso è molto dibattuto. Mithen cita l’archeologo Paleolitico Lewis Binford50 che ha suggerito che l’Homo habilis non era semplicemente un animale che mangiava carcasse ma un animale che mangiava carcasse in modo marginale51. Tuttavia, essendo predatore in concorrenza con predatori mortali, ciò ha alcune implicazioni importanti. In primo luogo, ciò significa che l’Homo habilis aveva una maggiore capacità di leggere segnali visivi dal suo ambiente, come impronte o avvoltoi volteggianti. Ciò contribuiva a individuare possibili siti di carcasse. Inoltre, ciò significa che l’Homo habilis aveva una maggiore conoscenza del comportamento dei carnivori, in modo da poter sfruttare la loro presenza evitando di essere predati. Come Mithen descrive, ci sono prove che l’Homo habilis sia stato in grado di predire la posizione della carcassa aiutandosi con strumenti parzialmente lavorati. Tali risorse erano, a quanto pare, stoccate in luoghi non lontano da potenziali sedi di carcasse. Non solo trasportavano risorse fatte da rudimentali utensili verso una potenziale localizzazione di carcassa, ma anche carcasse in luoghi dove c’erano gli utensili e avevano, anche, trasportato sia carcasse che utensili a una terza localizzazione. D’altra parte, questi luoghi sembravano essere legati a certe localizzazioni delle risorse naturali, come le sponde su acqua. Il fatto che questi [strumenti e alimenti] siano stati ripetutamente trasportati allo stesso tipo di contesto ambientale suggerisce l’assenza di flessibilità comportamentale di una intelligenza circa la storia naturale, come spiega Mithen. Così, mentre sembra che vi sia un notevole sviluppo dell’intelligenza della storia naturale dell’Homo habilis, essa non sarebbe ancora pienamente sviluppata.
L’Homo habilis, stando alle interpretazioni di questi studiosi, esibiva un marcato sviluppo dell’intelligenza sociale. Questa, stando a loro, si sviluppò in scimpanzé e nell’antenato comune e avrebbe continuato a crescere, superando le altre intelligenze specializzate. Mithen cita Primate Social Systems di Robin Dunbar52, quando egli sottolinea che H. habilis avrebbe vissuto in gruppi di dimensioni più grandi. Nel ragionamento di Dunbar, gruppi di dimensioni più grandi nella savana aperta rappresentavano due vantaggi selettivi. In primo luogo, la sicurezza derivata dai numeri: un gruppo grande rappresentava una maggior probabilità di essere in grado di combattere un predatore. In secondo luogo, vivere in gruppi più grandi, si può ipotizzare, consentiva una maggiore condivisione di cibo in quanto coinvolgeva un numero più grande di cacciatori e raccoglitori. Tuttavia, Mithen sostiene che l’uso del termine condivisione di cibo per descrivere l’H. habilis può essere fuorviante e che il termine furto tollerato risulta più appropriato.
Dagli utensili lasciati [reperiti dagli archeologi] dall’Homo habilis non si desume alcuna evidenza che H. habilis abbia avuto alcuna capacità linguistica. Per esplorare questo problema, Mithen guarda ai neuro scienziati. Come lui spiega in The origins of music, language, mind and body. The singing Neanderthals53 il linguaggio negli umani moderni è localizzato in due aree del cervello, le cosiddette aree di Broca e di Wernicke54. Guardando i resti fossili dell’H. habilis dalla prospettiva di Paul Broca & Carl Wernicke si può ipotizzare che queste due aree del cervello si siano sviluppate per la prima volta nell’H. habilis. Guardando nuovamente al lavoro di Dunbar del 1988 Primate Social Systems55, Mithen continua la sua ricerca sullo sviluppo del linguaggio negli Ominidi. Dunbar ha sostenuto che il linguaggio si sia evoluto nella misura che la dimensione del gruppo aumentava. Lo sforzo di mantenere grandi gruppi sociali attraverso il grooming56, come fanno gli scimpanzé, sarebbe stato troppo costoso. Un mezzo alternativo e più efficiente di comunicazione si rendeva comunque necessario affinché le dimensioni dei gruppi continuassero a crescere. La soglia stimata da Dunbar57 dove il grooming non sarebbe stato più in grado di sostenere un gruppo era quella paragonata alle stime delle dimensioni dei gruppi di Homo habilis. Trovandosi H. habilis giusto su questa soglia, Mithen sostiene che questa pressione per la gestione relazionale del gruppo in crescita offrì le giuste condizioni per l’evoluzione del linguaggio. Per cui, nell’interpretazione di Mithen, coloro che potevano discernere le informazioni sociali dalle vocalizzazioni degli altri o che potevano codificare il significato sociale nelle loro vocalizzazioni ebbero un vantaggio selettivo. Questi erano in grado di trascorrere meno tempo nell’attività del grooming e più tempo a sostenere sé stessi.
Così, si può assumere che nei primi gruppi di Ominidi ci sia un leggero incremento nella conoscenza della storia naturale. Questo permise loro di frugare alla ricerca di cibo più efficacemente. Al riguardo, sembra che si possa stabilire una co-evoluzione dell’intelligenza tecnica. Da questa prospettiva si può immaginare che con una migliore capacità di produrre utensili, potessero meglio sfruttare le carcasse che trovano. Per cui si può pensare che durante l’era dell’Homo habilis ci fosse stato un significativo sviluppo dell’intelligenza sociale e che questo sviluppo li abbia portati all’orlo del linguaggio, che a sua volta avrebbe ridotto il tempo necessario per la gestione sociale.
Homo sapiens e homo neanderthalensis
Non ci sono molti reperti risalenti all’H. sapiens58, l’antenato dell’uomo moderno. Tuttavia, il sapiens sembra aver coesistito con l’habilis neanderthalensis e i loro stili di vita sarebbero stati sufficientemente simili da essere usati come modello per il comportamento dei primi umani.
Mithen considera che l’era che va da 1,8 milioni a 100,000 anni fa circa sia la più sconcertante. Spiega che, in molti modi, i primi sapiens e gli uomini moderni sembra avessero abilità cognitive equivalenti ma, in altri modi, si sono differenziati notevolmente. Durante questo periodo ci fu una migrazione verso nord, verso Europa. In queste latitudini, più elevate, il clima era più severo e stagionale paragonato a quello della savana africana. Inoltre, si pensa che le condizioni fossero cambiate drasticamente nella misura in cui il clima globale oscillava tra raffreddamento e riscaldamento. Mentre si può assumere che il cervello dei primi sapiens fosse specializzato per la vita nella savana, la mente dei primi umani moderni mostrava maggiore flessibilità e adattabilità. Mithen assume che per affrontare con successo il loro ambiente duro, i primi umani dovessero aver avuto una sofisticata comprensione del loro ambiente e degli animali circostanti. In altre parole, avevano sviluppato l’intelligenza della storia naturale59.
Se l’intelligenza della storia naturale sembra fosse avanzata considerevolmente, l’intelligenza tecnica per la realizzazione di utensili sembra fosse ugualmente avanzata. Gli esempi più suggestivi per una tale congettura si vedono nei bifacciali e nella tecnica di scheggiatura Levallois60 di questo periodo. La realizzazione di entrambi richiedeva una considerevole pianificazione e capacità tecniche. Sembra che non ci fossero passaggi che potessero essere seguiti – ogni nodulo avrebbe avuto proprietà uniche che avrebbero richiesto un’impostazione unica. Inoltre, la documentazione suggerisce che venissero utilizzati diversi tipi di rocce. Mithen suggerisce che sembra che i primi sapiens possedessero abilità cognitive equivalenti per fare utensili a quelle possedute dagli esseri umani moderni61.

Mentre, in superficie, questo sembra plausibile, Mithen continua a sottolineare diversi schemi di comportamento sconcertanti che contrasterebbero, nettamente, con quelli dell’uomo moderno. Spiega che, a differenza degli umani moderni, sembra che i primi uomini sapiens non fecero utensili da ossa o da corna. Stando a Mithen, non progettarono utensili a scopi specializzati – ad esempio, utensili diversi per uccidere diversi tipi di animali. Inoltre, non crearono utensili multi-componente.
Le risposte a queste domande, suggerisce Mithen, si possono intuire nell’architettura della cattedrale. Mentre, secondo l’euristica disponibile in materia, i primi umani avevano avanzato l’intelligenza tecnica e l’intelligenza della storia naturale, non esisteva alcuna connessione tra le due. Pertanto, non sarebbe stato possibile per i primi umani pensare di utilizzare parti degli animali per creare utensili. Allo stesso modo, fare utensili specifici per specifici tipi di animali, avrebbe richiesto l’integrazione di questi due domini cognitivi62.
Lo stesso vale per gli utensili multi-componente. Studiando l’utilizzo di utensili multi-componente nei cacciatori raccoglitori moderni, Mithen suggerisce che ogni componente aveva un ruolo specializzato nella localizzazione, uccisione e recupero dell’animale. Se i primi umani non avevano potuto integrare questi due domini, spiega Mithen, è improbabile che potessero mettere in atto o concepire utensili multi-componente63.
Esaminando l’intelligenza sociale dei primi umani, Mithen si rivolge ancora all’opera di Robin Dunbar, che documenta una forte correlazione tra dimensione del cervello e dimensione del gruppo. Mithen suggerisce che questo approccio di Dunbar64 sia semplicistico, spiegando che nella misura che la dimensione cerebrale aumentava nel sapiens, non tutti i nuovi poteri di elaborazione sarebbero andati verso le attività sociali come invece ha suggerito Dunbar. Alcune delle nuove competenze cognitive acquisite dal sapiens, secondo l’interpretazione di Mithen, immaginando le circostanze, devono, inevitabilmente, essere state avanzate per progredire le abilità tecniche relative alla ricerca del cibo. Indipendentemente da queste critiche, Mithen trova merito nelle conclusioni di Dunbar. A volte si crede che i primi umani vivessero in grandi gruppi per le stesse ragioni che sono state attribuite ai primi ominidi: la sicurezza dai predatori e il maggiore accesso al cibo.
Con l’avvento del sapiens, il vantaggio selettivo per le abilità cognitive che sostenessero il coordinamento sociale sarebbe rimasto intatto. Tuttavia, come descrive Mithen, ci sono momenti in cui gruppi piccoli possono risultare vantaggiosi. Nelle oscillazioni climatiche dovute al riscaldamento e al raffreddamento, l’ambiente stesso cambiòo, oscillando tra tundra aperta e foresta boscosa. Nella tundra aperta, si può congetturare che un gruppo grande sia un vantaggio. Ugualmente si può ipotizzare che trovare da mangiare in modo abbondante da poter alimentare il gruppo sia più probabile qualora il numero dei raccoglitori cacciatori sia più grande. Tuttavia, essere in un grande gruppo ha anche il suo prezzo. In effetti, risulta più difficile mantenere la pace quando i conflitti e le dispute territoriali sorgono. Mithen ritiene che durante i periodi più caldi, quando prevalsero ambienti fortemente boscosi, i primi umani probabilmente vivevano in gruppi relativamente piccoli. Il vantaggio di sicurezza offerto dai gruppi grandi veniva cancellato nella misura in cui evadere i predatori nella foresta fitta diventava più semplice per i gruppi piccoli. Inoltre, con un’abbondanza di vegetazione, i primi umani sentivano meno dipendenza dalle riserve di carne. Al riguardo, Mithen sostiene che la capacità di una tale flessibilità sociale sia al centro dell’intelligenza sociale65. Inoltre, sembra che i primi umani o sapiens avessero lasciato tracce di prendersi cura dei malati e di membri anziani dei loro gruppi sociali.
Stando a Mithen, le documentazioni di una sofisticata intelligenza sociale sono travolgenti, mentre ci sono alcune questioni che lui considera sconcertanti. Mithen indica che i reperti di alcuni insediamenti riferibili a primi umani fa pensare a gruppi sociali insolitamente piccoli. La distribuzione degli artefatti suggerisce un’interazione sociale limitata. I primi umani, a differenza degli umani moderni, non usavano manufatti come decorazioni personali. Inoltre, non ci sono prove di sepoltura ritualizzata, anche se si congettura che curavano i loro malati e anziani. Come prima, Mithen risponde a questo puzzle attribuendolo ad una mancanza di integrazione tra l’intelligenza sociale e le altre intelligenze.
Mithen ha risposto al primo puzzle suggerendo che le prove archeologiche sembrano contraddittorie perché vengono interpretate in modo errato. Gli archeologi hanno assunto che i “moduli cognitivi” sociali, tecnici e di storia naturale siano moduli integrati. Gli archeologi fanno inferenze o conclusioni statistiche sulla struttura sociale e la dimensione del gruppo sulla base della distribuzione degli artefatti. Mithen sottolinea che, poiché l’intelligenza tecnica e sociale non erano integrate, non c’è ragione di supporre che le attività sociali e tecniche abbiano luogo negli stessi spazi. Ciò, dichiara, contribuisce alla errata interpretazione dei dati. Un argomento ancora più convincente per la mancanza di integrazione tra intelligenza sociale e tecnica è la mancanza di manufatti per la decorazione personale. Negli esseri umani moderni, questi sono usati per trasmettere messaggi sociali. Poiché non esiste una fluidità cognitiva, negli ominidi e nei primi umani non si verifica la trasmissione di messaggi sociali attraverso manufatti tecnici.
Un altro probabile sviluppo nei primi umani fu la capacità per il linguaggio. Questa abilità, Mithen sostiene, crebbe in un rapporto co-evolutivo con l’intelligenza sociale. Mithen fa due argomenti intuitivi per la prova del linguaggio nei primi umani. Innanzitutto, come sottolinea, è improbabile che gli ominidi vicini ai primi umani e questi stessi primi umani avrevano una dimensione del cervello equivalente agli umani moderni senza avere la capacità cognitiva per il linguaggio. In secondo luogo, nel ricostruire l’anatomia dei Neanderthals, si è ipotizzato che avevano capacità vocali simili agli umani moderni. Al riguardo, Mithen, considera che è un po’ strano se i Neanderthal avevano le strutture vocali, ma non la capacità cognitiva per il discorso66.
Quello che Mithen descrive, riguardo all’uomo moderno, è un cervello con intelligenza tecnica e di storia naturale altamente sviluppato oltre ad una intelligenza sociale altamente sviluppata con una capacità linguistica sovrapposta o integrata. Tuttavia, questi “moduli” sono ancora indipendenti l’uno dall’altro e come suggerisce Mithen, questa è la differenza più significativa tra gli ominidi e i primi umani e gli umani moderni. Usando la sua analogia della cattedrale, si direbbe che le cappelle sono diventate più grandi, ma non ci sono ancora porte o finestre che li collegano.
Sapiens sapiens – anatomicamente umani moderni – mettere tutto insieme!
Alla fine, Mithen ritiene che le origini della cultura umana moderna – l’inizio dell’arte, della religione e della scienza – sono un prodotto di una crescente integrazione tra i moduli specializzati che consentono una fluidità cognitiva. Nella sua valutazione, ci sono alcuni importanti progressi nel periodo che va da circa 60.000 a 30.000 anni fa. Questi includono la fabbricazione di manufatti ossei, l’inserimento di parti animali in sepolture umane e l’emergere e abbondanza di pitture parietali nelle grotte. Quello che si osserva in queste manifestazioni della cultura, è, afferma Mithen, l’integrazione dei domini cognitivi e ciò apre un mondo di nuova attività67.
Per la prima volta, con il sapiens sapiens, si cominciano a vedere artefatti progettati per la decorazione personale. In altre parole, l’uomo inizia ad utilizzare le proprie conoscenze tecniche per trasmettere informazioni sociali. Ciò avrebbe, ulteriormente, ridotto il “sovraccarico” richiesto per la comunicazione e contribuito a mantenere l’ordine sociale.
Alcune delle nuove “opere d’arte” erano in forma di totem (in particolare, corpo umano e testa animale). Ciò dimostra l’integrazione dell’intelligenza tecnica e quella relativa alla storia naturale. Ciò indica, anche, un’abilità per il pensiero antropomorfico. Apparentemente, questo non sembra un passo significativo ma, come sottolinea Mithen, comporta un enorme impatto sull’evoluzione dell’uomo. In breve, nella sua interpretazione, Il nostro antenato comune aveva la capacità di esaminare la propria mente e di formarsi convinzioni sui pensieri degli altri. Questa capacità sarebbe aumentata, costantemente, durante l’evoluzione perché, si può assumere, che migliorare le capacità di “leggere le menti degli altri” rappresenti un vantaggio selettivo. Fino ad ora, a causa della non connessione tra intelligenza sociale e intelligenza relativa alla storia naturale, questa capacità di prevedere il comportamento degli altri non si estendeva al mondo degli animali. Con l’integrazione di questi due domini, tuttavia, gli umani potevano cominciare a “leggere” le menti della loro preda (o dei predatori). Naturalmente, questo diventò un vantaggio selettivo ancora maggiore.
Inoltre, propone Mithen, sembra che ci fosse un collegamento dei domini tecnici e di storia naturale. Alcuni degli artefatti registravano informazioni, utilizzando simboli, per rappresentare animali e altre cose nel loro ambiente naturale. Il vantaggio di questo sta nell’aver creato la capacità di tenere traccia delle informazioni per lunghi periodi di tempo.
Inoltre, tra le considerazioni di Mithen c’è la sua idea che sostiene che lo sviluppo di una fluidità cognitiva potrebbe, anche, spiegare lo sviluppo della religione. A giudicare dai riti di sepoltura e dall’arte che si stava creando, gli umani moderni avevano sviluppato una credenza nel soprannaturale. Un modo di vedere questa religione primordiale, come spiega Mithen, consiste in un “mixaggio” della storia sociale e naturale. Queste informazioni, stando a lui, sarebbero state precedentemente isolate.
Secondo Mithen, quest’integrazione crebbe grazie allo sviluppo dell’intelligenza sociale e linguistica. Il linguaggio si sviluppò al suo inizio come uno strumento sociale ma, nel tempo, diventò sempre più uno strumento multiuso. All’interno di questo paradigma interpretativo dell’evoluzione della cognizione umana, il linguaggio fornì un importante vantaggio selettivo e, quindi, evolse relativamente rapidamente. Questa sarebbe effettivamente la chiave della fluidità cognitiva. Come sottolineato dagli psicologi cognitivi e della psicologia dello sviluppo, la chiave della fluidità cognitiva consiste nella la capacità di utilizzare le informazioni da un dominio in un contesto nuovo e diverso. Attraverso la mutazione casuale, qualcuno iniziò a parlare di cose non sociali. Ciò creò anche un vantaggio selettivo e avviò il percorso della fluidità cognitiva. Come spiega Mithen, una delle proprietà dell’intelligenza sociale è la coscienza riflessiva, o la capacità di predire il comportamento degli altri. Poiché informazioni non sociali furono comunicate attraverso lo strumento sociale del linguaggio, si aggirò un gap. Ora l’informazione non sociale si trovò disponibile per la coscienza riflessiva e la coscienza assunse un nuovo ruolo di integrazione.
Mithen usa le parole del filosofo John Searle per riassumere il significato di questo passo, segnalando che stando a Searle, uno dei vantaggi evoluzionistici della coscienza è la grande flessibilità, sensibilità e creatività che si deriva dall’essere coscienti”. Come congettura Mithen, gli ominidi affini al sapiens non mancavano di coscienza – le loro abilità sociali erano molto flessibili. Ora, tuttavia, l’umano moderno aveva questa maggiore flessibilità in tutti i domini. E questa dovrebbe essere la chiave per l’intelligenza umana moderna.
Nell’epilogo del suo libro Mithen esamina l’avvento dell’agricoltura 10.000 anni fa. Questo è, stando alla sua valutazione, uno degli eventi più significativi della storia umana68. Tuttavia, in termini di abilità cognitive, Mithen si chiede se siano state necessarie o meno delle modifiche. La sua conclusione è che la risposta a questa domanda sia negativa. Lo sviluppo dell’agricoltura fu semplicemente un prodotto naturale di un ambiente mutevole. Tuttavia, questa modifica ebbe un impatto significativo sulle menti dei bambini che crescevano in questo nuovo ambiente. Come ha sottolineato la psicologa dello sviluppo Annette Karmiloff-Smith, i nostri moduli mentali intuitivi forniscono semplicemente una spinta per lo sviluppo delle nostre abilità cognitive. Il contesto in cui le menti si sviluppano modella la direzione di questa spinta. Quindi, con l’avvento dell’agricoltura, il contesto di sviluppo cambia notevolmente: il mondo della caccia e della raccolta non costituiva più la forza predominante nel modellare gli sviluppi delle nostre menti. E con questa modifica potrebbero essere emersi nuovi domini cognitivi che oggi potrebbero essere in evoluzione nell’ambiente tecnologico.
- Il neologismo post-verità, derivante dall’inglese post-truth, indica quella condizione secondo cui, in una discussione relativa a un fatto o una notizia, la verità viene considerata una questione di secondaria importanza. Nella post verità la notizia viene percepita e accettata come vera dal pubblico sulla base di emozioni e sensazioni, senza alcuna analisi effettiva sulla veridicità o meno dei fatti reali. In una discussione caratterizzata da “post-verità”, i fatti oggettivi, chiaramente accertati, sono meno influenti nel formare l’opinione pubblica rispetto ad appelli a emozioni e convinzioni personali.
- Tamsin Shaw. Invisible Manipulators of Your Mind. The New York Review of Books. April 20, 2017 Issue.
- Michael Lewis. The Undoing Project: A Friendship That Changed Our Minds. Norton, New York, 2017.
- Per i ricercatori cognitivi, il cervello e la mente sono termini che si riferiscono allo stesso sistema, che può essere descritto in due modi complementari, cioè sia nei termini delle sue proprietà fisiche (il cervello), sia in quelli del funzionamento processuale (la mente). L’organizzazione fisica del cervello si è evoluta per favorire quei processi che offrivano vantaggi adattivi. I nostri circuiti non si sono evoluti per risolvere qualsiasi tipo di problema. Essi si sono evoluti per risolvere problemi di adattamento.
- Vargas, R. O. & D’Alterio E. La dimensione della realtà. Come conosciamo ciò che esiste. BIO Educational Papers Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità Retroscena, n. 4, dicembre 2012, pp. 5-9.
— Il cielo sopra o sotto di noi? Cambiare il linguaggio per comprendere la realtà. BIO Educational Papers Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità Retroscena, n. 6, giugno 2013, pp.23-27
— La razionalità della specie umana. Una prospettiva evoluzionista. BIO Educational Papers Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità Retroscena, n. 9, marzo 2014, pp. 3-13
— Sviluppo cognitivo – culturale. Decostruzione dei retaggi metafisici. BIO Educational Papers Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità Retroscena, n. 10, giugno 2014, pp. 9-17
— Conoscenza e consapevolezza reinterpretate alla luce delle neuroscienze sociali nella post-modernità. BIO Educational Papers Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità Retroscena, n. 12, dicembre 2014, pp. 12-29
— L’osservatore globale. Ossimoro di falsità oggettive. BIO Educational Papers Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità Retroscena, n. 17, marzo 2016, pp. 24-37 - Steven Mithen: professore di archeologia all’Università di Reading, ha scritto vari libri tra i quali The Prehistory of the Mind: The Cognitive Origins of Art, Religion and Science e The Singing Neanderthals and The Prehistory of the Mind: The Cognitive Origins of Art, Religion and Science. Ha sviluppato il concetto di fluidità cognitive per descrivere come il cervello modulare dei primati si sia evoluto nella mente degli umani moderni combinando differenti modi di processare conoscenza e utilizzando strumenti tecnici per organizzare una civilizzazione. Mithen utilizza un approccio interdisciplinare, combinando osservazioni dalle scienze cognitive, dall’archeologia ed altri campi, in un tentativo di offrire una descrizione plausibile dell’evoluzione cognitiva nella preistoria.
- Mithen, S. J. The prehistory of the mind: a search for the origins of art, religion, and science. Thames and Hudson, London, 1996, p.4.
- Ibidem, p.14.
- Ibidem, p.31.
- Mithen, S. J. op. cit. p.35.
- Ibidem
- Thomas Wynn. The Evolution of Spatial Competence (1989), The Rise of Homo sapiens: The evolution of modern thinking (with F. Coolidge 2009), and How to think like a Neandertal (with F. Coolidge 2012).
- Tale postulato sostiene che lo sviluppo di un singolo organismo (ontogenesi) ripercorra brevemente la storia evolutiva della propria specie (filogenesi). Sebbene la versione originale di Haeckel sia stata scientificamente superata e i suoi disegni screditati, la biologia moderna riconosce connessioni evolutive, studiando queste somiglianze attraverso la biologia molecolare per comprendere l’evoluzione, sostituendo le vecchie comparazioni morfologiche. In tale teoria un embrione umano passa attraverso fasi che ricordano forme ancestrali (come quella di pesce o rettile), prima di svilupparsi nella sua forma definitiva.
- The Grasp of Consciousness: Action and concept in the young child. By Jean Piaget. Published by Routledge and Kegan Paul, London, 1977.
- Bifacciale In paleontologia, utensile di selce del Paleolitico ricavato da ciottoli o grandi schegge che presenta su ambedue le facce lavorazione a distacchi, www.treccani.it/enciclopedia/bifacciale/
- Al riguardo Wynn ha segnalato i bifacciali simmetrici fatti dai primi Homo esistente 300.000 anni fa.
- Homo è un genere di primati della famiglia degli ominidi, comprendente numerose specie estinte e un’unica esistente senza sottospecie: l’Homo sapiens, cioè l’uomo moderno.
- Fodor, Jerry A. The Modularity of Mind. MIT Press, Cambridge, 1983.
- Gall (1758-1828) può essere infatti considerato il primo medico che studiò le aree della corteccia cerebrale e le facoltà ad esse associate.
- Fodor J. op. cit. p.73.
- Ibidem, p. 80.
- Ibidem, p.113.
- Ibidem, p.160.
- Gardner H. Frames of Mind: The Theory of Multiple Intelligences. Basic Books, New York, 1983.
- Mithen, S. J. op. cit. p.41.
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- Mithen, S. J. op. cit.
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- Mithen, S. J. op. cit. p.52.
- Mithen, S. J. op. cit. p.54.
- Ibidem
- Annette Karmiloff-Smith. Beyond Modularity: A Developmental Perspective on Cognitive Science. MIT Press, Massachusetts, 1996.
- Ridescrizione Rappresentazionale di Karmiloff-Smith. Il modello della Ridescrizione Rappresentazionale di Karmiloff-Smith (modello r.r.), il modo umano di costruire e sviluppare la conoscenza è caratterizzato dal fatto che la mente può ridescrivere in formati sempre nuovi le rappresentazioni che già possiede, innate o acquisite; può, cioè, rappresentare in modi sempre nuovi le informazioni e le conoscenze che le rappresentazioni esistenti già codificano. Le rappresentazioni vengono trasformate da formati impliciti a formati sempre più espliciti, astratti flessibili e manipolabili, ovvero accessibili a tutto il sistema cognitivo. Lo sviluppo porta anche ad una crescente automatizzazione, specializzazione ed efficienza, grazie al processo di modularizzazione. Nelle fasi iniziali del percorso di apprendimento, c’è una fase durante la quale una persona che deve imparare a suonare il pianoforte si eserciterà continuando sempre a suonare brevi sequenze di notte isolate, che diventeranno sempre più lunghe fino a quando l’apprendista saprà suonare un brano intero automaticamente, mostrando di aver acquisito la padronanza del comportamento. L’automatismo appreso dall’allievo rimane vincolato dal fatto che egli non può né iniziare a suonare il brano da metà né eseguire variazioni sul tema. Le rappresentazioni che sottostanno al comportamento appreso sono ancora implicite, di natura procedurale e possono essere eseguite solo nella loro interezza. Solo in seguito, quando le rappresentazioni divengono esplicite, l’allievo saprà agire su di essi, manipolandole a suo piacimento. Ora avrà acquisito quel bilanciamento tra controllo di flessibilità nell’esecuzione del comportamento che caratterizza la creatività tipica di pensiero del comportamento umano. Pur essendo un processo dominio generale che avviene nello stesso modo in tutti domini, il processo di ridescrizione rappresentazione può operare in ciascun dominio in momenti diversi, poiché è vincolato dal livello di esplicitazione raggiunto dalla rappresentazione all’interno di ogni specifico dominio o microdominio. Il modello r.r. è, quindi, un modello a fasi, secondo il quale il cambiamento avviene ripetutamente in modo ciclico all’interno di ciascun dominio durante tutto lo sviluppo. Prevede che ciascun livello non sia legato a uno specifico stadio dello sviluppo o a un particolare tipo di struttura cognitiva, ma sia caratteristico di fasi ricorrenti che interessano ciascun dominio. Il modello di Karmiloff-Smith è un buon esempio di come la conoscenza in ogni dominio possa emergere e svilupparsi con modalità e tempi specifici. Alessio Bellato.
- Carey, Susan E. and Elizabeth Spelke. Science and core knowledge. Vol. 63, No. 4, pp. 515-533 Published by: The University of Chicago Press on behalf of the Philosophy of Science Association, Dec., 1996.
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- Mithen, S. J. The prehistory of the mind: a search for the origins of art, religion, and science. Thames and Hudson, London, 1996.
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- Ibidem
- In genetica, il più recente antenato comune, di qualsiasi insieme di organismi, rappresenta il progenitore da cui tutti gli organismi del gruppo sono discendenti diretti. Il termine viene spesso applicato alla genealogia umana. Il più famoso ultimo antenato comune è il cosiddetto “collegamento mancante”, forma transizionale dell’antenato comune più recente del genere Pan e Homo, ovvero gli scimpanzé e gli umani. Lungo la linea degli ominidi si sono avute molte ramificazioni, che hanno condotto, per esempio, all’Australopithecus africanus, Homo erectus e Homo neanderthalensis. Sebbene ogni specie abbia un suo ultimo antenato comune, il dibattito scientifico è attualmente maggiormente indirizzato verso la ramificazione dell’uomo moderno dall’Homo sapiens arcaico (adesso estinto). I fautori dell’ipotesi multiregionale posizionano l’ultimo antenato comune dell’umanità ad un tempo risalente a due milioni di anni fa, pensando ad una forma precoce dell’Homo erectus. Al giorno d’oggi, tuttavia, si considera che l’ultimo antenato comune dell’umanità sia nato più recentemente, probabilmente in Africa, tra i 100.000 ed i 40.000 anni fa. La sua discendenza poi si è diffusa sulla Terra da lì, prendendo il posto di tutti gli altri tipi di ominidi.
- Morgan, T. J. H., Uomini, N. T., Rendell, L. E., Chouinard-Thuly, L., Street, S. E., Lewis, H. M., Cross, C. P., Evans, C., Kearney, R., de la Torre, I., Whiten, A. & Laland, K. N. Experimental evidence for the co-evolution of hominin tool-making teaching and language 13 Jan 2015 In “Nature Communications”. 6, 8 p. 6029.
- van de Waal, E., Borgeaud, C. & Whiten, A. Potent Social Learning and Conformity Shape a Wild Primate’s Foraging Decisions 26 Apr 2013 In “Science” 340, 6131, p. 483-485.
- Whiten, A., McGuigan, N., Marshall-Pescini, S. & Hopper, L. M. Emulation, imitation, over-imitation and the scope of culture for child and chimpanzee. In “Philosophical Transactions of the Royal Society. B, Biological Sciences”, 364, 1528, p. 2417-2428, 27 Aug 2009.
- Morgan, T. J. H., Uomini, N. T., Rendell, L. E., Chouinard-Thuly, L., Street, S. E., Lewis, H. M., Cross, C. P., Evans, C., Kearney, R., de la Torre, I., Whiten, A. & Laland, K. N. Experimental evidence for the co-evolution of hominin tool-making teaching and language 13 Jan 2015 In “Nature Communications”. 6, 8 p. 6029.
- Gli ominidi, noti anche come grandi scimmie, sono una famiglia di primati risalente al Miocene inferiore. Di questa famiglia fanno parte oranghi, gorilla, scimpanzé, bonobi, l’uomo e alcuni gruppi fossili, tra i quali gli australopitechi. Assieme agli Ilobatidi (gibboni e siamanghi) gli ominidi costituiscono la superfamiglia degli Ominoidi.
- Homo habilis era una specie di ominide del genere Homo, apparsa nel Pleistocene, piano Gelasiano, e vissuta da circa 2,5 a 1,5 milioni di anni fa.
- La Gola di Olduvai è uno dei più importanti siti archeologici africani; i ritrovamenti effettuati in questa zona hanno svolto un ruolo importante nella nostra comprensione dello sviluppo e delle origini della specie umana.
- Lewis Binford. Working at Archaeology. Studies in Archaeology, 1983 / In Pursuit of the Past: Decoding the Archaeological Record, 1983.
- Lewis R. Binford. Bones: Ancient Men and Modern Myths. Academy Press, San Diego, 1981.
- Robin Ian MacDonald Dunbar. Primate Social Systems. Croom Helm, Sydney, 1988.
- Mithen Steven. The origins of music, language, mind and body. The singing Neanderthals. Harvard University Press, 2006.
- Le aree di Broca (produzione del linguaggio) e Wernicke (comprensione del linguaggio) sono due regioni cerebrali cruciali per la comunicazione, situate rispettivamente nel lobo frontale e temporale dell’emisfero dominante (solitamente sinistro), e connesse dal fascicolo arcuato; danneggiate, causano diverse forme di afasia (motorie e sensoriali) che compromettono rispettivamente il parlare fluido e il comprendere le parole. Nel 1861, grazie a un’autopsia eseguita sul corpo di un suo paziente che da vivo aveva mostrato segni di inabilità a parlare, Broca scoprì la presenza di una lesione nell’emisfero cerebrale sinistro, originata dalla sifilide, e proprio a questo danno addebitò la difficoltà a esprimersi del paziente. L’ area di Wernicke è stata scoperta nel 1874 da un neurologo, Carl Wernicke, da cui ha ereditato il nome. L’ area di Wernicke è riconosciuta, insieme all’area di Broca, come una delle due aree nella corteccia cerebrale responsabile del linguaggio.
- R. Dunbar, op. cit.
- Il grooming negli scimpanzé è un comportamento sociale e igienico fondamentale, in cui gli individui si puliscono reciprocamente il pelo per rimuovere parassiti, sporco e pelle secca, mantenendo la stabilità del gruppo. Questa pratica rafforza i legami, riduce lo stress e costruisce fiducia tra i membri del gruppo.
- Ibidem
- Homo sapiens è la definizione tassonomica dell’essere umano moderno. Appartiene al genere Homo, di cui è l’unica specie vivente, alla famiglia degli ominidi e all’ordine dei primati. Il periodo che va dal paleolitico medio, circa 200 000 anni fa, all’epoca odierna, vede la comparsa in Africa orientale e la diversificazione della specie Homo sapiens. Secondo le teorie prevalenti, dal continente africano, circa 65-75 000 anni fa (o secondo altre evidenze alcune decine di migliaia di anni prima), in stretta coincidenza con un evento di fortissima riduzione della popolazione globale, tuttora in fase di definizione, parte della specie iniziò un percorso migratorio che attraverso un corridoio medio orientale la portò a colonizzare l’intero pianeta. La precisa datazione dei primi esemplari definibili sapiens, tradizionalmente posta a circa 130 000 anni fa, è stata spostata dalle scienze paleontologiche più indietro nel tempo, grazie a ritrovamenti nei tufi vulcanici della valle del fiume Omo in Etiopia. Per mezzo di tecniche basate sui rapporti isotopici dell’argon, i più antichi resti anatomicamente simili all’uomo moderno si possono datare a 195 000 anni fa, con una incertezza di ± 5 000 anni. Il termine generale “uomo” viene a volte usato in alcuni contesti anche in riferimento ad altri rappresentanti estinti della medesima area evolutiva.
- Mithen, S. J. The prehistory of the mind: a search for the origins of art, religion, and science. Thames and Hudson, London, 1996, p. 166.
- La tecnica Levallois è un metodo di scheggiatura della pietra utilizzato nella industria litica preistorica, soprattutto durante il Paleolitico medio.
Tale tecnica rappresenta un deciso progresso rispetto alla precedente scheggiatura semplice di un blocco di pietra silicea, in quanto implica una preparazione specifica del nucleo litico che andrà poi colpito con un apposito percussore. I primi ritrovamenti associati a tale tecnica datano al Paleolitico inferiore, ma l’utilizzo si diffuse soprattutto con le industrie musteriane del Paleolitico medio e rimase in uso in Africa e nel Levante fin oltre il Paleolitico superiore. - Mithen, S. J. The prehistory of the mind: a search for the origins of art, religion, and science. Thames and Hudson, London, 1996, p. 105.
- Ibidem
- Ibidem
- Robin Ian MacDonald Dunbar. Primate Social Systems. Croom Helm, Sydney, 1988.
- Mithen, S. J. op. cit. p.134.
- Mithen, S. J. op. cit. p.141.
- Mithen, S. J. The Prehistory of the Mind, a search for the origins of Art, Religion and Science. Thames and Hudson, London, 1996.
- Mithen, S. J. The Prehistory of the Mind, a search for the origins of Art, Religion and Science. Thames and Hudson, London, 1996, p. 248.








