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8 Novembre, 2026

L’omeopata come artista

In Ricordo di Pietro Federico

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La recente scomparsa di Pietro Federico ha ulteriormente evidenziato il valore dei capiscuola e posto l’accento sul ricambio generazionale dei medici omeopati. Erede degli insegnamenti di Procéso Sánchez Ortega, Pietro Federico, fondatore dell’IRSMO, ha portato avanti la tradizione della scuola messicana basata soprattutto sulla valorizzazione della condizione psichica e sulla valutazione  miasmatica. Egli ha cercato di fornire un linguaggio comprensibile agli studenti che si avvicinano all’Omeopatia e a tradurre il linguaggio mentale nella scelta della cura. Riteniamo di omaggiare il suo operato con delle considerazioni metodologiche care alla scuola messicana e argentina.

Al di là dei confini imposti

La formazione dell’omeopata non è ortodossa né universalistica  così come non lo sono i programmi, però i contenuti  provengono da fonti di conoscenza che portano a una preparazione umanistica e scientifica congiunte e articolate. In aggiunta, materie come la paleontologia, la psicologia, la sociologia, la biologia, la botanica, la storia, la letteratura, la filosofia, l’antropologia, l’arte, ecc., sono le fonti del sapere e i possibili teatri di approfondimento e di integrazione delle conoscenze omeopatiche. Occorre dire che la quasi totalità degli operatori e dei fruitori della medicina omeopatica è parzialmente estranea e poco avvezza a considerare questo panorama culturale. L’individualità e la particolarità di ogni caso trovano riscontro nel terapista che si cimenta a sua volta con le sue qualità, e le sue conoscenze sono personalizzate così come lo sono quelle del paziente.

La scientificità clinica dell’Omeopatia è delimitata da due estremi: uno di questi è l’eventualità di arrivare alla medesima cura di un paziente visto da omeopati diversi. L’altro estremo è che nel corso della terapia è tutto talmente imprevedibile e complesso che non è possibile codificare niente. Nel mezzo c’è una gamma innumerevole di processi e di tragitti che ci portano a una infinita costellazione di possibili cure. In ogni modo nessun medico può stabilire con sicurezza il percorso verso la guarigione, qualsiasi significato si attribuisca ad essa e questo conferma ancora una volta la non scientificità della medicina.

Termini e lemmi

Se per secoli la medicina si è accontentata del ‘Principio di Autorità’  e di tradizione (con i testi sacri di Galeno, Avicenna, Ippocrate, ecc.), l’assoluta necessità di una verifica “scientifica” ha portato alla nascita e alla formalizzazione del metodo scientifico.

In realtà il metodo scientifico non può essere completamente applicato alla medicina per il semplice fatto che la medicina non è una scienza ma “un’arte”. Coloro che utilizzano il termine “pseudoscienza” dovrebbero applicarlo anche alla medicina in senso lato. Ma questi hanno ben altri intendimenti e vogliono solo demolire e osteggiare le terapeutiche che ostacolano i loro interessi commerciali evitando ogni genere di confronto.

La dicotomia scientifico – pseudoscientifico tanto perseguita dalla comunità scientifica (anche questo è un termine di dubbio significato), scaturisce proprio da una questione economica che orienta il peso non tanto sulla discussione e sul dialogo culturale, ma sui rapporti di forza materiali. La dicotomia prende forma e viene esasperata ad arte laddove si vuole contrapporre la sfera scientifica a quella umanistica.

Gli omeopati lo sanno bene mentre la medicina bio-accademica un po’ meno. Perché?

Scienza: termine abusato e riduttivo

Per evitare che la medicina si trasformasse in una fredda applicazione di statistiche, il sapiente David Sackett, il padre della EBM (Evidence Based Medicine), ha chiarito che la vera medicina basata sull’efficacia non è una dittatura delle linee guida, ma l’intersezione di tre elementi fondamentali1:

  1. Le migliori evidenze scientifiche(i dati aggiornati della ricerca).
  2. L’esperienza clinica del medico(la capacità di giudizio acquisita sul campo).
  3. Le preferenze e i valori del paziente(le sue necessità reali e le sue scelte consapevoli).

Se i protocolli clinici della medicina ufficiale sono orientati ad applicare alla lettera il primo punto, gli altri due, come ben sappiamo, sono scarsamente osservati, e, quando si cerca di farlo, l’etichetta di pseudoscientifico torna a galla inesorabilmente. Quindi l’elaborazione della EBM, contrariamente ai significati proposti da Sackett, ha prodotto una evidente manipolazione e strumentalizzazione del significato in se’. La biomedicina millanta e contrabbanda il termine proponendolo distorta a suo uso e consumo.

Il terzo punto evidenzia molto bene che le esigenze reali dei pazienti vanno conosciute anche se le persone ne sono inconsapevoli e pensano di venire colpite dalle malattie solo attraverso processi casuali e ignoti.

La sfiducia che i rapporti di forza tra medicina accademica e medicina umanistica possano essere mai risolti è uno  dei motivi che hanno spinto la scuola messicana e il Dr. Pietro Federico in particolare, a considerare le forme di istituzionalizzazione come delle trappole.

Il paziente vuole guarire e presto anche

Il terapeuta omeopatico si assume una certa responsabilità nell’atto di seguire un paziente. La responsabilità comprende anche un campo di azione che non riguarda strettamente le richieste del paziente o la patologia in se’, spesso confusa con lo squilibrio che la genera.

Quando comunichiamo al paziente che la terapia va seguita in un certo modo, raramente veniamo capiti a fondo, è solo nel corso della cura e in tempi variabili, che il paziente può arrivare a pensare e ad accettarla con fiducia e a comprenderne l’utilità. Quando la persona si apre, quando capisce che collegando i suoi sintomi fisici alla sua vita può riuscire a far fronte alla sua sofferenza, solo allora può aprire la porta alla guarigione, momento in cui le cose si ordinano.

Una persona soffre a vuole star meglio e questo anche nelle malattie acute. Ci sono tanti strumenti per far fronte alla propria sofferenza. Ma la vita è troppo dura così come ci è imposta rispetto alle nostre risorse, ci produce sofferenze e ci mette di fronte a problematiche impossibili da risolvere come quelle spirituali. Ci sono troppe forze al nostro interno da coordinare e non siamo sempre preparati, di conseguenza facciamo scelte poco logiche.

Reti esistenziali e connessioni

Quello che J.T. Kent intende come Will e che è stato ripreso dalle scuole di Ortega e di Paschero, non rappresenta solo una istanza emotiva o affettiva, non riguarda solo il superamento di una compressione che si distende, supera e ammorbidisce le resistenze più rigide, ma è qualcosa che riguarda la connessione dei sentimenti con le proprie aspirazioni (che spesso sono inconsapevoli e si rivelano durante il trattamento).

La personalità dell’omeopata, quando si invade il campo psichico, è molto più importante per la cura, di quanto comunemente si ritenga. Il processo è simile alla maieutica di Socrate dove indagando si portano alla luce elementi nuovi che stavano sottogiacenti e inespressi.

Il fatto che un farmaco omeopatico funzioni, ci porta frequentemente ad assistere alla comparsa (a volte alquanto transitoria) di un nuovo quadro con nuovi colori emotivi attraverso i quali il soggetto percepisce l’espressione di una sua nuova volontà interiore; questo fatto rappresenta uno dei momenti chiave nella percezione della vita del soggetto.

Può succedere anche senza cura omeopatica, ma in ogni modo questa percezione non può essere tranquillamente raccontata ed esaminata e a volte anche la persona stessa ne è inconsapevole. Questo cambiamento si può ricavare dalla storia e dai comportamenti della persona, nonché dagli eventi patologici e dalla tinta miasmatica, strumento inedito che gli omeopati hanno a disposizione.

La dottrina omeopatica stabilisce che attraverso l’analisi biopatografica viene individuato lo “sblocco” o al contrario “un blocco psichico dovuto a “soppressioni” e alle cause più evidenti che cronologicamente vengono messe in relazione con i sintomi. Questo rappresenta un punto essenziale nella dinamica dello studio del caso, dove l’omeopata si comporta da artista o molti dicono da artigiano. Il fatto che lo stesso fenomeno possa essere prodotto dal farmaco o da altri moventi caratterizzati da variabili esistenziali più o meno sinergiche conferma la complessità e la profondità della cura omeopatica applicata alla persona e non al sintomo.

Dalla teoria alla pratica

Molti omeopati hanno notato dalla pandemia in poi un aumento delle patologie croniche, delle problematiche mentali e un peggioramento complessivo dell’energie vitale (miasma collettivo). Non avendo un monitoraggio dei casi trattati dobbiamo accontentarci delle osservazioni, che però, in un approccio omeopatico classico, sono dettagliate anche a proposito della sintomatologia psichica. Una indagine epidemiologica sarebbe tuttavia molto utile anche per classificare questi sintomi.

A proposito le indagini dell’ISS sono generiche e poco dettagliate e non soddisfano i criteri omeopatici. Parlare genericamente di ansia e depressione non ci dice granché anche perché ci sono elementi sociologici ed economici che entrano vistosamente in gioco e non vengono considerati nelle analisi dell’ISS2.

A conferma di questo tema è stata realizzata una ricerca seria sul Long Covid dove sono state analizzate le cartelle cliniche elettroniche di 457.950 pazienti risultati positivi al Covid-19 in 58 ospedali negli USA. L’analisi ha mostrato che circa un paziente su sei, pari al 16,3%, ha sviluppato uno stato denominato Long Covid. Uno degli elementi più rilevanti dello studio riguarda proprio lo scarto tra la realtà clinica e ciò che viene registrato formalmente nei sistemi sanitari. L’attuale sistema di codifica diagnostica riuscirebbe infatti a identificare meno del 7% dei casi reali3. Questo gap è ancora più rilevante quando confrontiamo la vigilanza attiva da quella passiva in seguito a vari effetti indesiderati.

L’omeopata ha di fronte un panorama sfalsato e quindi ha tutte le ragioni per essere in difficoltà quando lo si mette di fronte a una realtà epidemiologica che, solo in apparenza, è scientifica per il fatto che risponde a criteri molto ristretti e non considera variabili tutt’altro che trascurabili. Prendere in esame gli indicatori reali di una fenomenologia come tentano di fare gli omeopati, non è certo un atteggiamento “pseudoscientifico”, ma in mancanza di dati certi, un modo per sopperire a una evidente carenza metodologica.

Ricordiamo che il 21-22-23 novembre p.v. si terrà a Roma un congresso di medicina omeopatica classica presso l’IRMSO a cui Pietro Federico ha dedicato le migliori energie per edificare un progetto di continuità culturale dell’omeopatia hahnemaniana. Le sue qualità di maestro, di comunicatore e di reclutatore di allievi ci mancheranno.

  1. https://aemmedi.it/contenuti/evidence-based-medicine-che-cose-e-perche-e-importante-per-il-paziente/
  2. https://www.iss.it/long-covid-cover
  3. https://www.sanitainformazione.it/long-covid-il-peso-reale-della-malattia-potrebbe-essere-il-doppio/

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