C’è una parola che riassume la fotografia della sanità italiana scattata dal nuovo Rapporto Gimbe: “agonia”. Negli ultimi tre anni, il Servizio Sanitario Nazionale ha perso 13,1 miliardi di euro, mentre oltre 41 miliardi sono finiti direttamente a carico delle famiglie. Un italiano su due dichiara di aver rinunciato a una visita o a un trattamento per motivi economici. È l’immagine di un sistema in crisi, dove il diritto alla salute rischia di trasformarsi in un privilegio per chi può permetterselo.
Il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, parla di “lento ma inesorabile smantellamento del Ssn”, denunciando la mancanza di una strategia politica capace di considerare la salute un investimento, e non una spesa da tagliare. Il risultato è un Paese in cui crescono le disuguaglianze, il personale sanitario è sempre più demotivato e le famiglie si trovano schiacciate da spese che, spesso, non possono sostenere.
Un’Italia divisa in due
Il Rapporto Gimbe certifica una frattura profonda tra Nord e Sud. Solo 13 Regioni rispettano i Livelli Essenziali di Assistenza (Lea), cioè l’insieme dei servizi sanitari minimi che lo Stato deve garantire a tutti i cittadini. Al Sud si salvano soltanto Puglia, Campania e Sardegna, mentre le altre Regioni meridionali restano indietro sia per qualità delle cure sia per accessibilità dei servizi.
I dati sulla mobilità sanitaria sono emblematici: Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto concentrano oltre il 94% del saldo attivo, mentre le Regioni del Sud – insieme al Lazio – registrano deficit superiori ai 100 milioni di euro. Questo significa che centinaia di migliaia di cittadini sono costretti a spostarsi per curarsi, con costi economici e psicologici significativi. Anche l’aspettativa di vita risente di questa disuguaglianza: in Trentino si vive mediamente tre anni in più che in Campania.
Carenza di personale e ritardi nelle riforme
L’Italia è al secondo posto in Europa per numero di medici, ma soffre una grave mancanza di infermieri: solo 6,5 ogni 1.000 abitanti contro una media Ocse di 9,5. Mancano inoltre più di 5.500 medici di medicina generale, lasciando scoperti territori e comunità.
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che avrebbe dovuto potenziare l’assistenza territoriale, avanza a rilento: appena il 2,7% delle Case della Comunità è pienamente operativo e solo un quarto degli Ospedali di Comunità è attivo. A pesare non è solo la mancanza di strutture, ma anche quella di personale: pochi infermieri e medici disorientati sulle nuove modalità di lavoro.
Il risultato di questo declino è che sempre più italiani rinunciano a curarsi. Tempi di attesa interminabili, ticket elevati e la sensazione di un sistema pubblico inefficiente spingono molti cittadini verso il privato, oppure verso percorsi alternativi di salute. Non si tratta solo di una scelta economica, ma anche culturale: cresce il desiderio di un approccio più umano, più personalizzato, che metta la persona e non la malattia al centro.
L’Omeopatia può fare la sua parte
Sempre più persone si rivolgono a medici omeopati per disturbi cronici, malattie stagionali o come supporto alle terapie tradizionali, trovando un approccio rispettoso dell’organismo e della sua capacità di autoguarigione.
L’obiettivo non è sostituire la medicina convenzionale, ma integrarla: un modello di salute che punti alla prevenzione, alla personalizzazione dei trattamenti e alla riduzione del carico farmacologico. In un momento storico in cui la sanità pubblica arranca, l’Omeopatia offre un esempio concreto di medicina sostenibile, accessibile e orientata alla persona.


Redazione




