Le parole della cura

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Una delle difficoltà maggiori che incontro è far accettare ai pazienti che non effettuo visite o consulenze tramite WhatsApp o social. Quindi, è inutile mandiate messaggi, non rispondo.

Alcuni mi dicono che lo fanno per non dar fastidio perché posso leggere quando voglio. Sarà, ma se dico che non rispondo tramite messaggio un motivo c’è. 

La relazione medico-paziente (come qualunque relazione) non può prescindere dalle parole che ci si scambia. Del tono con le quali si pronunciano, della velocità dell’eloquio, del colore e del timbro della voce. Della differenza tra le parole pronunciate ed il tono con le quali vengono emesse.

Il primo elemento di diagnosi, almeno per me, è proprio sentire parlare il paziente. Per me è molto più importante del vederlo. 

Sentire come risponde a domande diverse, le pause che prende prima di rispondere o la velocità estrema con cui pronuncia un sì o un no.

Le parole che sceglie, spesso in modo totalmente inconsapevole.

Ed è importante anche come io rispondo e parlo al paziente. Perché il modo di parlare, le risposte che si danno sono funzionali, non devono mai essere buttate a caso.

Perché la prima forma di cura è proprio la parola. La parola è medicina e non è un modo di dire ma un dato di fatto.

Le parole sono in grado di modificare la nostra risposta emotiva e, di conseguenza, il nostro modo di vedere il mondo e di reagire.  Una parola ben utilizzata può sbloccare un ricordo che avevamo rimosso e far uscire fuori un mondo che avevamo sotterrato, nascosto a noi stessi e che aveva determinato l’inizio della nostra malattia.

Non solo.

Le parole sono energia, sono suoni conduttori di energia che è in grado di modificare la nostra struttura corporea. Sono in grado di determinare modificazioni rilevabili nella nostra impronta elettromagnetica e, di conseguenza, nel nostro modo di funzionare: sono in grado di modificare i nostri processi biologici, nel bene e nel male.

Parole negative ripetute possono determinare delle modificazioni a livello delle onde cerebrali rilevabili con l’EEG. E sappiamo che, se modifichiamo il funzionamento di quel grande regolatore che è il nostro cervello,  modifichiamo il funzionamento di tutti gli organi ed apparati. Più ripetiamo parole negative, più diamo forza e rendiamo automatici dei circuiti cerebrali legati ad uno stato di stress cronico, più ci ammaliamo. 

E viceversa.

E se questo è vero (ed è dimostrato da numerosi studi) la prima cura che il medico fornisce al paziente è data dalle parole che rivolge al paziente, dal modo in cui le rivolge, dell’attenzione che pone nello sceglierle.

Perché le parole curative non sono quelle che rivolgiamo alla parte logica e cosciente del paziente ma quelle che offriamo alla sua parte subconscio, che è poi la vera guida ignota di ognuno di noi. Quella che, senza che ce ne rendiamo conto, ci porta a fare delle scelte invece che altre.  Quella che ci fa assumere comportamenti che, esaminati dal punto di vista razionale, sarebbero illogici e dannosi ma che attuiamo lo stesso.

Questa è la cura primaria perché si rivolge al paziente e non alle sole difese che ha messo in atto. Che va al di là del sintomo fisico, così ben descritto dai numerosi esami effettuati ma così inutile, se preso da solo, a curare il paziente ed a metterlo in condizioni di guarire.

Io sono abituata a curare i pazienti, non i sintomi.

E oggi più che mai sono convinta che la prima forma di cura sia imparare a comunicare bene con gli altri ma soprattutto con se stessi. Scegliendo con cura le parole non solo per una corretta grammatica ma facendo attenzione soprattutto all’energia che trasmettono.

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