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18 Agosto, 2026

Non è solo quello che mangiamo. Anche la confezione conta

RedazioneRedazione
Ftalati, bisfenoli e PFAS non compaiono su nessuna etichetta, ma dalla confezione finiscono nel piatto e parlano la lingua degli ormoni.

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Prendiamo un prodotto dallo scaffale e giriamo la scatola. Leggiamo gli ingredienti, magari le calorie, a volte gli additivi. Poi mettiamo tutto nel carrello e non ci pensiamo più. C’è però una parte di quello che finisce nel piatto che sull’etichetta non è scritta, perché non arriva dal cibo. Arriva da ciò che lo contiene.

Quando si parla di alimenti ultra-processati, cioè quelli più lavorati e più lontani dalla loro forma originaria, il discorso di solito si ferma a zuccheri, grassi e conservanti. Ma c’è dell’altro. Durante la lavorazione questi prodotti possono contenere o generare composti indesiderati, e favoriscono l’assunzione di contaminanti che migrano dagli imballaggi: ftalati, bisfenoli e PFAS, noti per la loro azione di interferenza endocrina. Detto in modo semplice: una parte del contenitore passa nel contenuto. E quella parte va a parlare con i nostri ormoni.

Vale la pena ricordare di cosa stiamo parlando. Il sistema endocrino è la rete che, attraverso gli ormoni, regola la riproduzione, il metabolismo, le difese immunitarie, la crescita, perfino l’umore. Funziona con quantità piccolissime e con equilibri delicati. Un interferente endocrino è una sostanza che riesce a intromettersi in questa conversazione. E non è roba da laboratorio: il bisfenolo A si trova nel rivestimento interno della maggior parte delle lattine per alimenti e bevande, nelle plastiche in policarbonato e anche nella carta termica degli scontrini. Quello che ci mettono in mano alla cassa, per intenderci.

Le istituzioni la questione l’hanno riconosciuta. Gli organi europei hanno classificato il bisfenolo A e quattro ftalati come interferenti endocrini, sostanze che si possono ritrovare in prodotti di largo consumo proprio perché migrano dai materiali a contatto con gli alimenti. Sui possibili effetti conviene andare cauti, perché la ricerca parla di associazioni e non di sentenze. Gli ambiti più studiati riguardano alterazioni della funzione riproduttiva, una maggiore incidenza di tumore al seno e problemi dello sviluppo infantile.

C’è poi un secondo aspetto, meno rumoroso ma altrettanto importante. Ogni volta che il piatto si riempie di cibi molto lavorati, resta meno spazio per frutta, verdura e legumi. Cala così l’apporto di fitocomposti benefici, per esempio i flavonoidi, e con esso una parte degli effetti protettivi che quegli alimenti portano con sè. Da un lato aggiungiamo qualcosa che non ci serve, dall’altro togliamo qualcosa che ci difende.

E allora che si fa, senza trasformare la spesa in un esame di chimica? La strada più sensata non è inseguire il contaminante del mese, ma ridurre l’esposizione complessiva. Più cibo fresco e poco trasformato. Il vetro al posto della plastica quando si può, soprattutto per i liquidi e per quello che va scaldato. Un occhio di riguardo per bambini e gravidanza, che sono le fasi in cui gli equilibri ormonali contano di più. Sul piano generale la partita è ancora aperta: per molte sostanze sospettate mancano criteri condivisi a livello internazionale che permettano di individuarle in modo univoco, il che complica sia le regole sia i controlli.

Alla fine il punto è uno solo. La nostra salute non si gioca soltanto in quello che mastichiamo, ma anche nell’aria che respiriamo, nell’acqua che beviamo, nei materiali che tocchiamo tutti i giorni senza farci caso. Il corpo non vive dentro l’ambiente come in una stanza separata: ne fa parte, ci scambia sostanze in continuazione. Scegliere con più attenzione quello che lo circonda è già un modo di prendersene cura.

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