Dot. Enio Marelli- Tempo di lettura 3 min.

La responsabilità nella creazione dei presupposti alla diffusione delle pandemie è umana

In che modo gli animali giocano un ruolo chiave

Gli ecosistemi rivestono una funzione importantissima nella regolazione della diffusione delle malattie infettive. Questo accade in quanto impediscono il propagarsi dei patogeni, dagli animali che rappresentano i naturali vettori, all’uomo la specie più numerosa del pianeta.

 

Ricorre una domanda nel mio ambulatorio da parte dell’utenza che in primis mi ha procurato una certa stizza, ma che nell’arco di qualche nano secondo si è trasformata in una grande preoccupazione: Dottore mi scusi, ma gli animali sono responsabili delle pandemie? Devo stare attenta al mio cane o al mio gatto?
Ecco, figuriamoci cosa accadrebbe se la paura verso il proprio pelosetto diventasse virale. L’editoriale che vi propongo vuole fare un minimo di chiarezza. Sia per le malattie emergenti che per la totalità di quelle recenti, il 70% origina dalla stretta convivenza che oggigiorno si osserva tra umani e animali selvatici. Se contiamo batteri, virus, funghi, parassiti e protozoi che possono attaccare l’uomo, circa 1400 patogeni, quasi 900 sono di natura zoonosica, vale a dire che il 60% è di origine animale.
Questo però non significa che il cane o il pappagallo che vivono accanto a noi rappresentano un pericolo. Voglio precisarlo anche tutti i giorni se può essere d’aiuto ad evitare qualche abbandono, come temo possa accadere tra poco come onda riflessa del panico generale che si è creato tra le persone.

Il pericolo di inciampare in una zoonosi è tanto più alto quanto maggiore è l’impatto derivato dall’alterazione antropogenica dell’ambiente naturale. Che tradotto in altre parole significa deforestazione, allevamento intensivo, espansione dei terreni agricoli, ma anche una certa moda come quella di detenere animali selvatici come tigri e leoni. Moda che per esempio ha investito l’isola di Malta dove non è infrequente imbattersi in ville e tenute che ospitano animali selvatici di questo genere.
Ma non va bene neppure la caccia e tutto ciò che si porta dietro a corollario, soprattutto quando è esercitata fraudolentemente. A Milano può capitare ad esempio di fare una visita ad un felino africano che dovrebbe vivere nella Savana, il Caracal. Non è successo a me ma a dei cari colleghi. Ha senso questo? La frammentazione degli habitat porta al declino dell’abbondanza e della diversità di specie animali che fungono da naturale serbatoio dei patogeni.
Distruggendo questi serbatoi si ha lo spillover, ormai celebre titolo del libro di David Quammen del 2012, che letteralmente significa “riversamento” e che sta a indicare il salto di specie da un animale a un altro di cui il virus ha maggiore disponibilità: l’uomo. Proprio l’autore di Spillover nel suo libro sostiene che finita una pandemia, occorrerebbe immediatamente pensare alla successiva, per prevenirne gli effetti catastrofici. La malattia di Nipah, un’encefalite con occasionali sintomi respiratori, ad esempio è comparsa nel 1998 in Malesia, dove gli allevamenti di suini si erano spinti al limitare delle foreste tropicali dove vive il pipistrello della frutta. Anche la Sars (Cina, 2003) e l’Ebola (Africa occidentale, a più ondate) hanno avuto origine da pipistrelli che venivano cacciati o che abitavano regioni sottoposte a intenso sviluppo antropico. Se il maltrattamento dell’ambiente è un fattore che favorisce l’insorgere di malattie infettive a rischio epidemico, conflitti, carestie e altre forme di instabilità sociale contribuiscono alla loro diffusione. Ci toccherà cambiare approccio a tutta la nostra esistenza.

I cambiamenti climatici devono essere vissuti dai potenti come un reale campanello d’allarme e messi in relazione al rischio pandemie. Bisogna essere tutti d’accordo sul fatto che la tutela dell’ambiente non è una prerogativa politica di qualche parte, ma una esigenza di tutti. Questo modello di sviluppo che ha visto il mondo occidentale consumare le intere risorse di un pianeta in pochi anni, va abbandonato al più presto, urge stare al mondo in un altro modo.

Da Il Medico Omeopata XXIII n° 67

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