Potrebbero e dovrebbero trarsi lezioni dalle pandemie se venissero valutate con saggezza?

SARS-CoV-2 è un nuovo virus, ma la storia della sua comparsa non è nuova
Tempo di lettura: 20 minuti

Tratto da BIO – MEDICINA COSTRUZIONE SOCIALE NELLA POST-MODERNITÀ – ANNO X – NUMERO 38 – GIUGNO 2021

 Le pandemie contestualizzate nella storia evolutiva

Se si accettasse il postulato che i virus[1] sono agenti attivi, esistenti all’interno di brulicanti mondi di vita, si dovrebbe convenire nel ritenere che un futuro “sicuro”, cioè con modalità sistemiche di approcciare la risposta immunitaria all’incontro di virus infettanti sconosciuti vivendo nel mondo animale, dipenda dalla comprensione della storia evolutiva delle pandemie. 

Da un ospedale a La Louvière, in Belgio, questa immagine mostra una tac dell’area del torace e dei polmoni di un paziente di 69 anni con covid-19.Foto di Cédric Gerbehaye pubblicata il 13 ottobre 2020 su National Geographic nel numero speciale dedicato al Covid19 sotto il titolo A WORLD GONE VIRAL.

Certamente, una pandemia, vagliata soltanto da un pensiero unico, in termini dei modelli della virologia di laboratorio ed estrinsecata dalla sua storia evolutiva tramite una narrativa di geopolitica, sembrerebbe un fenomeno che non ammette ponderazioni complesse né assiologiche. In una tale semplificazione di prospettiva, un invito a contestualizzare una pandemia, come quella generata dalla circolazione incontrollata del Sars-Cov-2, risulta quasi uno scandalo antiscientifico. Questo, tuttavia, è il suggerimento avanzato l’anno scorso dall’epidemiologo David Waltner-Toews nel suo libro On Pandemics. Deadly diseases from bubonic plague to Coronavirus.

Per esplorare la dimensione di una tale proposta, prendiamo la definizione stessa di saggezza utilizzata da Waltner-Toews che considera la saggezza come “la capacità di discernere le qualità interiori e le relazioni sottili e di tradurle in ciò che gli altri riconoscono come buon giudizio”. Ma, come sembra mostraci l’esperienza, se tale discernimento arriva a noi, lo consideriamo il prodotto di riflessione, tempo ed esperienza. Tutto sommato possiamo stimare che una persona potrebbe raggiungere la saggezza dopo decenni. Per estrapolazione si potrebbe congetturare che una comunità la raggiunga dopo secoli e una cultura dopo millenni. In questa linea di ragionamento possiamo anche spingerci a chiederci quando noi umani, in quanto specie, potremo raggiungere la saggezza. Qualcuno, come l’epidemiologo Waltner-Toews sostiene che ci stiamo arrivando e che le pandemie possono aiutare in questo percorso. Stando a lui, se persistessimo nella nostra curiosità e riflettessimo su ciò che troviamo e qualora sopravvivessimo alle ondate di malattie a venire, la saggezza nella comprensione delle pandemie verrà da noi. Forse tra qualche secolo a partire da adesso. Senz’altro, un futuro che qualsiasi disingannato riguardo il futuro della specie stenta a immaginare.

Contestualizzate nel respiro delle loro storie evolutive, le pandemie possono essere considerate sia profondamente immediate che empiricamente durature. Potrebbero essere perfino simboleggiate, facendo riferimento agli dèi greci del tempo, tra cui lo sconfinato Aeon (o eternità) contrapposto al temporale Chronos, che, in termini mitologici, avrebbero governato il passato, il presente e il futuro. In ogni modo, sebbene stiamo affinando le nostre capacità di comprendere qualsivoglia aspetto separatamente, la sfida, secondo Waltner-Toews, sarebbe riunirli. Si consideri, ad esempio, la lunga storia e l’arco della pandemia dichiarata nel 2020 causata dal coronavirus SARS-CoV-2.

La storia obliata dai talk show

Nel 1887, come parte della sua invasione di quella che oggi è l’Eritrea nel Corno d’Africa, l’Italia spedì bestiame dall’India per nutrire le sue truppe. Alcuni di quei bovini erano portatori del virus che causava la malattia infettiva dei ruminanti storicamente nota tra gli europei come peste bovina. Il virus attaccava indistintamente ungulati pari[2] ed era quasi sempre fatale. Informati dalla mitologia che inquadra i rapporti umani con la malattia in termini di guerra, esattamente come i termini che vengono usati dai think tank[3] dell’establishment economico e politico oggi, gli inglesi cercarono di fermare la diffusione della peste bovina con recinzioni e pistole. Un decennio dopo, il virus aveva travolto le popolazioni immunologicamente naïve dell’Africa sub-sahariana, uccidendo quasi il 90 per cento di tutto il bestiame, oltre a buoi, pecore, bufali, gnu e giraffe. La peste bovina è stata eradicata con successo, in tutto il mondo, nel 2011, utilizzando principalmente quello strumento pacifico chiamato vaccinazione. Tuttavia, i suoi impatti sono continuati.

Sulla scia della devastazione iniziale in Africa, pochi animali furono lasciati al branco, ad arare i campi o a cacciare; un terzo degli abitanti dell’Etiopia e due terzi dei Masai morirono di fame. Con la scomparsa degli animali al pascolo, il paesaggio fu invaso e colonizzato da cespugli spinosi. Ciò ha fornito una scarsa alimentazione per il bestiame, ma un habitat eccellente per le mosche tse-tse, che trasmettono i tripanosomi, i parassiti unicellulari che causano la malattia del sonno animale e umana. La mortalità per malattia del sonno aumentò notevolmente.

Nei suoi studi che segnarono un’epoca, lo zoologo sovietico Yevgeny Pavlovsky ha descritto i modi in cui i microrganismi patogeni, in particolare quelli di origine animale, sarebbero radicati nelle reti ecologiche di particolari paesaggi. Descrivendo la sua teoresi nel 1966 ha chiamato questo radicamento “la nidalità naturale della malattia trasmissibile”. Nell’Africa subsahariana, ad esempio, i tripanosomi non erano gli unici minuscoli organismi la cui nidalità includeva la ciclicità tra artropodi locali e mammiferi. Anche il virus della peste suina africana (ASFV)[4] è circolato per secoli attraverso i morsi dalle zecche molli [Argasidae] ai cinghiali, senza però causare molto disagio in nessuno dei due.

In ogni caso, dopo aver perso il bestiame a causa della peste bovina, i coloni britannici importarono un gran numero di maiali domestici dalle Seychelles e dall’Inghilterra. I maiali sono stati allevati liberamente. Questa soluzione a un problema alimentare attraverso l’importazione è stata seguita, non molto tempo dopo, da focolai di peste suina africana (ASFV) nei suini domestici, in cui la malattia è quasi sempre fatale. Nel secolo successivo furono segnalati focolai sporadici non solo in Africa, ma in vari paesi europei e caraibici. In ogni caso, la malattia è stata controllata uccidendo tutti i suini negli allevamenti in cui è stata diagnosticata la malattia. Ad oggi non ci sono ancora cure né vaccini. 

Nel 2018, il virus della peste suina africana [ASFV] è apparsa nel sud-est asiatico e nell’Asia orientale, compresa la Cina. Gli investigatori cinesi hanno suggerito che il virus provenga dalla Russia. La Russia ha affermato che il virus probabilmente è arrivato in Cina attraverso i prodotti a base di carne di maiale dell’Unione Europea, o forse da qualche parte dell’Africa. Qualunque sia la sua fonte, l’ASFV, che persiste nei prodotti a base di carne di maiale, nei mangimi e nell’ambiente, si è diffusa rapidamente in tutto il paese. Nei due anni successivi, metà dei suini in Cina – più di 200 milioni – sono morti o uccisi per eliminare l’ASF.

Fine del 2019 e le provviste per la festa del capodanno cinese

Prima del capodanno cinese, alla fine del 2019, decine di milioni di cinesi stavano acquistando carne per celebrare la fine dell’Anno Lunare del Maiale e il lancio dell’Anno del Topo. Con la scarsità di maiali, i venditori al mercato ittico Huanan a Wuhan, vista anche la pressione per insufficienza di pesce, sarebbero stati pronti con carne di altre specie, tra cui pavoni, conigli selvatici, serpenti, cervi, coccodrilli, tacchini, cigni, canguri, scoiattoli, lumache, volpi, fagiani, zibetti, struzzi, cammelli, cicale, rane, galli, colombe, millepiedi thailandesi giganti, ricci e capre. Dunque, si suppone che sia stato da questo caotico mix di invasioni coloniali e ingenuo commercio globale semi regolato che, alla fine del 2019, sono emersi SARS-CoV-2 (il virus) e COVID-19 (la malattia).

Pochi mesi dopo, nel bel mezzo della pandemia COVID-19, l’impatto dell’invasione coloniale del XIX° secolo in Africa è tornato al punto di partenza. Il virus del morbillo[5] che  era emerso come una mutazione del virus della peste bovina da qualche parte tra il 500 a.C. e il 1000 d.C. (la data esatta sarebbe ancora in discussione) si era ripresentato come epidemia nella Repubblica Democratica del Congo (RDC). Come la peste bovina, il morbillo pur se prevenibile attraverso la vaccinazione è altrettanto vulnerabile all’eradicazione. Nel 2020, anche se i politici e i funzionari della sanità pubblica nella RDC hanno lottato per rispondere alla nuova pandemia COVID-19, hanno dovuto affrontare, in contemporanea, quello che si potrebbe chiamare “Il figlio della peste bovina”. Nel 2019 e nel 2020, quasi 7.000 persone nella RDC sono morte di morbillo.

Così, SARS-CoV-2 sarà un nuovo virus ma la storia della sua comparsa non sarebbe nuova. Narrazioni simili, come propone l’antropologa Wendy Orent possono essere raccontate riguardo la peste bubbonica, il colera, la febbre gialla, Ebola e molti altri. Da questi racconti, propongono alcuni studiosi come Orent e Waltner-Toews, si può effettivamente imparare come rispondere in modo più efficace alla prossima pandemia: allontanamento fisico, uso di maschere, test e diagnosi, rintracciabilità, vaccinazione se possibile, isolamento in caso contrario. Questo è, empiricamente e pragmaticamente, necessario. Ma al di là delle lezioni tattiche e tecniche, o della geremiade sulla storia coloniale, ci sarebbe una qualche saggezza da guadagnare in modo di poter considerare le pandemie con la profondità e complessità necessarie alla loro “comprensione”?

L’approccio cartesiano alle pandemie

Seguendo il ragionamento di Waltner-Toews, la risposta sarebbe sì ma se apriamo le nostre menti. E per aprirci ad una tale possibilità si rende necessario sospendere il pregiudizio secondo il quale non si dovrebbe associare l’idea intellettualmente “morbida” di saggezza con le idee “dure” della scienza naturale. Questa rigida demarcazione tra scienza e comprensione è una vecchia questione. Nel 1637, nel mezzo di devastanti guerre di religione, René Descartes (Renato Cartesio) scrisse il “Discorso sul Metodo”, una serie di linee guida progettate per

Stetoscopio, visiera, tuta protettiva: questi elementi essenziali per la pandemia sono stati scartati fuori da un ospedale a La Louvière, in Belgio,
da un medico che li ha spogliati tra l’ambulanza e il pronto soccorso, uno sforzo per evitare nuove contaminazioni. Foto di Cédric Gerbehaye
pubblicata il 13 ottobre 2020 su National Geographic Magazine nel numero A WORLD GONE VIRAL dedicato al Covid19.

consentire alle persone di esplorare e comprendere il mondo fisico in un modo più profondo stando alla sua visione del mondo dove la sua idea della precisione matematica risultava razionalmente conciliabile con il creazionismo. Cartesio sosteneva che esistesse una sola verità per ogni cosa e che chiunque la trovasse sapeva quanto si potesse sapere su quella cosa. Inoltre sosteneva che nell’affrontare problemi complessi, fosse utile dividere ciascuna delle difficoltà sotto esame in quante più parti possibili e necessarie per risolverle meglio. Il suo consiglio costituì la base per gran parte di ciò che conosciamo e che ancora si celebra di ciò che Thomas Kuhn nel 1962 chiamava “scienza normale“.

In questa tradizione della scienza normale, quando si cerca di comprendere le pandemie, la maggior parte degli studiosi e professionisti della ricerca si concentra sui dettagli immediatamente osservabili. Nel mezzo di una catastrofica epidemia di malattia, quando si cercano indizi per consentire una prevenzione e un controllo efficaci, questo obiettivo è comprensibile, necessario ma limitato.

L’approccio cartesiano ci ha portato alla fase in cui i preposti dello establishment possono studiare, in modo rapido ed efficiente, tutte le entità misurabili con le tecnologie del sapere strumentale istituzionale che comporrebbero, ufficialmente, una pandemia: organismi, specie, genomi, strutture virali, caratteristiche biologiche di quelle persone e animali che vengono infettati e muoiono e di coloro che vengono infettati e vivono. Questo, certamente, è importante per la progettazione di test e protocolli di salute pubblica quali vaccini e trattamenti farmaceutici. Per la lotta a lungo termine, tesa ad acquisire saggezza previdente circa il futuro, però, una scienza convinta e focalizzata sulle cose misurabili nel paradigma del laboratorio dell’industria farmaceutica offre poco aiuto.

Di fronte alle complesse interazioni sociali ed ecologiche da cui emergono le pandemie, molti “scienziati normali” si trovano impossibilitati di giungere ad una saggezza previdente. Si potrebbe dire che si trovano in una situazione simile a quella degli Auditor nel romanzo del 2001 di Terry Pratchett Thief of Time [Ladro del tempo], che si trovavano ostacolati nel loro progetto di costruire un orologio perfetto che fermasse il tempo e che, quindi, eliminasse l’imprevedibilità umana, proprio perché misconoscevano le complessità della dimensione umana. Infatti, gli Auditor, avendo scomposto i grandi dipinti dell’umanità nelle loro molecole costituenti, non sono in grado di capire perché le persone rispondano all’arte con sentimenti così profondi. Di fronte alle pandemie, noi, come i Revisori di Pratchett, possiamo solo dichiarare, un po’ fiaccamente, che le pandemie sono causate da nuovi virus, cioè che abbiamo riscoperto una cosa ripetuta sotto il sole.

La peste bubbonica è ormai emigrata e diffusa in tutto il mondo. Questo vale anche per SARS-CoV-2

In un’intervista nel maggio 2020, al medico Ali Khan, ex direttore dell’Office of Public Health Preparedness and Response presso i US Centers for Disease Control and Prevention [Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie], è stato chiesto cosa fosse andato “così disastrosamente” sbagliato nella risposta globale alla pandemia di COVID- 19. “È stata una mancanza di informazioni scientifiche o una mancanza di denaro?”, ha chiesto l’intervistatore David Quammen. “Si tratta di mancanza di immaginazione”, ha risposto Khan.

La risposta di Khan risulta abbastanza saggia ma anche insufficiente. Che cos’è, a parte le distopie fantascientifiche, che potremmo immaginare? Storicamente, la saggezza emerge all’interno di culture particolari ed è spesso associata ad anziani e saggi che hanno una lunga esperienza su come sopravvivere e prosperare in luoghi e circostanze particolarmente avverse. È precisamente in una tale dimensione storica che le osservazioni di Pavlovky sulla “nidalità naturale” delle malattie rientrano in prospettiva. Nel XXI° secolo, la visione dello establishment riguardo le pandemie misconosce questa visione tradizionale della nidalità naturale, nonostante che la peste bubbonica, un tempo circolante silenziosamente tra le marmotte e le pulci nella steppa mongola ora sia emigrata e affermata in tutto il mondo. E questo vale anche, ora, per l’ASFV e per il SARS-CoV-2 e perciò noi dovremo trovare il modo di adattarci.

Quando oggi tentiamo di portare le nozioni tradizionali di saggezza oltre i confini culturali e temporali, cioè da individui saggi nelle comunità e anziani saggi nelle culture locali, e portiamo, ad esempio, la saggezza dell’”Oriente” o degli “antichi” (forse i Greci), nell’Europa o nel Nord America del XXI secolo, spesso ci ritroviamo con una manciata di aforismi banali ed usurati, variazioni dei temi “tutto è connesso a tutto il resto” o “pensa globalmente, agisci localmente”.

Se i nidi naturali delle pandemie sono ora sparsi in tutto il mondo, forse non sarebbe retorico chiederci se ci sia la possibilità di generare una saggezza all’altezza del compito? Come suggerisce Khan, la scienza normale risulta insufficiente per offrirci una guida su come passare dalla conoscenza locale convenzionale ad affrontare problemi così complessi e malvagi a livello globale come una pandemia di Sars-CoV-2. Oppure, potrebbero le circostanze delle pandemie stesse costituire una fonte di riflessione che porti ad una certa saggezza, offrendo intuizioni su come potremmo accogliere la scienza normale focalizzata sulle cose e, tuttavia, vedere oltre le cose le loro qualità interiori e relazionali?

A tal proposito, alcuni studiosi hanno utilizzato grandi narrazioni, intrecciando scienze umane e naturali, per offrire approfondimenti sulle origini e sugli impatti delle malattie pandemiche. Rats, Lice and History del batteriologo Hans Zinsser (1935) e Plagues and Peoples (1976) dello storico William McNeill hanno esplorato le cause sociali e biologiche delle pandemie e hanno speculato sulla loro influenza sull’evoluzione e la storia umana. Guns, Germs and Steel (1997) del biologo, fisiologo, ornitologo, antropologo e geografo Jared Diamond è andato un passo oltre questo, dando alle malattie epidemiche un ruolo centrale nella sua revisione delle migrazioni umane e dell’addomesticamento degli animali dalla preistoria ai giorni nostri. In questa tradizione, Walter Scheidel in The Great Leveler (2017) ha sostenuto che le epidemie catastrofiche sono state uno dei pochi eventi nella storia dell’umanità, insieme alla guerra di mobilitazione di massa, alle rivoluzioni violente e al collasso dello stato, sufficientemente potenti da appiattire le disparità di reddito e ricchezza dinnanzi alle probabilità di morte.

Stando a Waltner-Toews ciò che sarebbe stato marginalizzato in queste narrazioni, così come nelle scienze naturali e mediche in generale, sarebbe una comprensione dei modelli di relazioni e, in mancanza di una parola migliore, di “conversazioni”, che tengono insieme il mondo e da cui emergono le pandemie. Queste “conversazioni” annidate, che collegano il mondo, sono espresse materialmente attraverso sostanze chimiche, forze magnetiche, ampi spettri di radiazioni, gravità, forze nucleari piccole e deboli, miceli, reti ecologiche visibili e invisibili che pervadono il mercato dell’economia mondiale e i suoi valori sociali.

Seguendo il ragionamento di Waltner-Toews, le solite narrazioni che hanno cercato di rendere una panoramica articolata delle pandemie sarebbero partite dal presupposto che avessimo in comune modi affidabili per tradurre la comprensione esperta e complessa dei fenomeni attraverso tutti i background culturali e tra le molte prospettive e conversazioni intorno a noi. Ma questo è sbagliato. Prendiamo, ad esempio, il mondo della fisica. Scavando in profondità nel tempo illimitato, i fisici hanno suggerito che la matematica sia considerata una protolingua o un Pesce di Babele che tradurrebbe e permetterebbe di comprendere istantaneamente quanto viene detto in qualsiasi lingua dell’universo. Potremmo effettivamente imparare molto sulle pandemie attraverso i modelli matematici, ma anche il fisico Stephen Hawking, se fosse vivo, ammetterebbe che non siamo riusciti. Scrivendo in A Brief History of Time (1988), si chiedeva:

Cos’è che infiamma le equazioni e crea un universo da descrivere? … Perché l’universo si preoccupa di esistere? … se scopriamo una teoria completa al riguardo, col tempo dovrebbe essere comprensibile, in linea di principio, a tutti, non solo a pochi scienziati. Allora tutti noi, filosofi, scienziati o semplici persone comuni, saremo in grado di prendere parte alla discussione sulla questione del perché noi e l’universo esistiamo.

Ma cosa succederebbe se il problema fosse proprio l’idea di una simile teoria? Sarebbe possibile guardare oltre le mutevoli visioni dell’ecologia del paesaggio e dei modelli matematici per comprendere il funzionamento interno della biosfera stessa? Nel loro articolo We Need to Talk (More Wisely) About Wisdom: A Set of Conversations About Wisdom, Science, and Futures (2019), Rafael Ramirez, direttore dell’Oxford Scenarios Program, e i suoi altri tre coautori, sostengono che la saggezza “includa pratiche che abbracciano l’incertezza, l’ignoranza e la complessità”. Inoltre, sostengono che la saggezza sia dimostrabile in azione e “valutabile in modo significativo solo dal futuro” e suggeriscono che una via da inseguirla includerebbe “la scienza post-normale, la pianificazione e simulazioni di scenari e, alla base, conversazioni coraggiose”.

A prima vista, questi tre suggerimenti sembrano essere una sorta di meditazione yogica per i cosiddetti scienziati. Sebbene nessuno di loro sia stato accompagnato esplicitamente da un linguaggio per raggiungere la saggezza, la “scienza post-normale” propone qualcosa di nuovo: per comprendere correttamente il mondo complesso e incerto in cui viviamo e per prendere decisioni sagge, dovremmo riconoscere e accogliere più prospettive legittime. Per le pandemie, il concetto implica che la saggezza arriverà solo quando avremo aggiornato la nostra risposta di come e perché l’universo e noi esistiamo e quando espanderemo la nostra comunità di pari per includere altre specie.

Si potrebbe iniziare una tale incorporazione di altre specie, ad esempio, con organismi macroscopicamente visibili ed economicamente importanti come gli artropodi[6]. Sebbene la scienza cartesiana ci abbia permesso di classificare gli artropodi, raramente abbiamo esaminato la grammatica chimica del loro linguaggio corporeo oltre a ciò di cui abbiamo bisogno per spiare il loro mondo, frequentemente per ucciderli. Solo occasionalmente ci confrontiamo con il modo in cui gli scarabei stercorari[7] si orientano in un paesaggio usando le stelle oppure con il modo in cui le farfalle in migrazione rispondono al magnetismo. Se, come propose il biologo Jakob von Uexküll, a metà del XX secolo nel suo lavoro pionieristico sull’ Umwelt degli animali non umani, potessimo iniziare a capire come altri animali percepiscono le loro interazioni con noi e il nostro mondo condiviso, potremmo aprire possibilità che vanno oltre teorie e modelli costruiti da una scienza delle cose fino alla stessa saggezza pandemica[8].

I virus visti come uno dei driver più dominanti del cambiamento evolutivo

Le pandemie ci appaiono sotto forma di batteri o virus canaglia, ma cosa sappiamo del mondo invisibile che ci circonda da cui provengono? Alla ricerca di risposta a questa seria domanda Waltner-Toews suggerisce che per allargare la visione ufficiale delle pandemie occorre concentrarci non solo sull’identificazione e la classificazione di funghi, batteri, piante, animali, nucleotidi, amminoacidi e virus ma interrogarci sui ruoli importanti che queste “cose” hanno svolto come “personaggi attivi” nelle più ampie narrazioni dell’evoluzione e della vita. Ad esempio, nel loro provocatorio libro Microcosmos (1986), Lynn Margulis e Dorion Sagan hanno riformulato l’evoluzione di organismi multicellulari, come gli esseri umani, come simbiosi batterica: i batteri si sono letteralmente combinati, hanno ipotizzato, per formare le cellule che ci compongono oggi.

La COVID-19 insegue le vittime a Nairobi, dai ricchi complessi agli angusti insediamenti informali dove centinaia di migliaia sono particolarmente vulnerabili. Crepuscolo, pioggia e ansia mentre il governo del Kenya inizia ad annunciare ordini di pandemia radicali a marzo 2020 – chiusura delle scuole, divieto di volo internazionale, coprifuoco notturno – i residenti si affrettano a trovare riparo dalla pioggia nell’affollato distretto di Kibera. Foto di Nicholose Sobecki apparsa il 13 ottobre 2020 su National Geographic Magazine nel numero A WORLD GONE VIRAL dedicato alla pandemia.

Da allora i ricercatori avrebbero raccolto prove a favore dell’ipotesi che premette che gli agenti patogeni esercitano “la più forte pressione selettiva per guidare l’evoluzione degli esseri umani moderni”. Tra i drivers o fattori trainanti, stando a studiosi come Margulis, Sagan e Waltner-Toews, le pandemie preistoriche avrebbero svolto un ruolo nella selezione di tratti e comportamenti ancestrali che oggi riconosciamo come umani. Gli studiosi che seguono un altro filo in questa narrativa evolutiva descrivono gli acidi nucleici virali che si insinuano nei nostri codici genetici. Il biologo David Enard della Stanford University in California e colleghi hanno ancora documentato che “i virus siano uno dei driver più dominanti del cambiamento evolutivo nei proteomi umani e dei mammiferi”. 

Le popolazioni microbiche lavorano insieme per realizzare l’impresa. Infatti, i biologi Bonnie Bassler e Steven Rutherford della Princeton University nel New Jersey descrivono il quorum sensing[9], in cui le popolazioni batteriche coordinano il comportamento di gruppo. La ricerca di Bassler con Kai Papenforth rivela come i batteri condividono le informazioni e dialogano tra loro e con il mondo in cui vivono, inclusi noi stessi.  Basandosi su questo, Nicole Redvers, Michael Yellow Bird, Diana Quinn, Tyson Yunkaporta & Kerry Arabena hanno sostenuto che “il microcosmo microbico è una narrativa avvincente che situa il nostro bioma umano nel bioma del pianeta e, così facendo, fornisce un linguaggio comune per collegare gli sforzi attraverso e tra i movimenti, gli esseri umani e il nostri ambienti naturali”. Questo globalizza il concetto di nidalità naturale di Pavlovsky e, così facendo, cambia la nostra comprensione di noi stessi come esseri biologici in questo mondo. 

Radicato nelle tradizioni europee delle scienze naturali e della medicina, Lewis Thomas, formato come medico alla Princeton University e alla Harvard Medical School e che occupò l’incarico di preside della Yale Medical School e della New York University School of Medicine e per di più di presidente di un’altra eccellenza dello establishment medico, il Memorial Sloan-Kettering Istitute, già nel 1987 rifletteva che per tutta la nostra eleganza ed eloquenza come specie, per tutti i nostri massicci lobi frontali, per tutta la nostra musica, non siamo andati così lontano dai nostri antenati microbici. Sono ancora con noi, parte di noi, in altre parole, siamo parte di loro.

A complemento ed estensione di tutto ciò, la studiosa della salute sociale e originaria dallo Stretto di Torres (Australia) Kerry Arabena ha attinto alla sua eredità indigena per riflettere su cosa potrebbe significare considerarci “indigeni dell’universo”. Lei lo definisce “una pratica vivente, uno stile di vita” che riconosce le relazioni reciproche tra tutte le specie e i paesaggi in cui viviamo.

Nell’insediamento di Irbid Camp, sede di alcuni degli oltre due milioni di palestinesi che vivono in Giordania, gli operatori del ministero della salute
nazionale trovano un partecipante compiacente durante una giornata di test casuali per il COVID-19. Alla fine dell’estate, con l’allentamento dei
gravi blocchi, questo paese di oltre 10 milioni di persone aveva registrato solo 15 decessi a causa del coronavirus. Foto di Moises Saman pubblicata
il 13 ottobre 2020 su National Geographic nel numero speciale dedicato al Covid19 sotto il titolo AWORLD GONE VIRAL.

Man mano che diventeremo più abili nell’esplorare le relazioni annidate e dinamicamente complesse tra virus, batteri, funghi e noi stessi, ci avvicineremo a cogliere come le pandemie emergono da una rottura e riorganizzazione di queste relazioni. Da questo profondo collegamento di Aeon con Chronos, possiamo già vedere i contorni della saggezza a cui le pandemie ci richiamano. Quello che stiamo iniziando a capire vagamente è questo: se desideriamo sopravvivere come specie, dobbiamo raccogliere tutta la nostra conoscenza da molteplici prospettive, per quanto frammentate e parziali, e impegnarci attivamente nelle conversazioni con il mondo in cui viviamo e che ci offre vita. Solo allora daremo un segno di aver fatto un passo evolutivo per capire noi stessi e di essere all’altezza del nome che ci attribuiamo: Homo sapiens sapiens.

Note al testo

  1. Il virus (dal latino vīrus, “veleno”) è un’entità biologica con caratteristiche di parassita obbligato, in quanto si replica esclusivamente all’interno delle cellule degli organismi. I virus possono infettare tutte le forme di vita, dagli animali, alle piante, ai microrganismi (compresi altri agenti infettanti come i batteri) e anche altri virus. Quando non si trovano nella fase dell’infezione o all’interno di una cellula infetta, i virus esistono in forma di particelle indipendenti e inattive. Queste particelle virali, note anche come virioni, sono costituite da due o tre parti: (I) il materiale genetico costituito da DNA o RNA, lunghe molecole che trasportano le informazioni genetiche; (II) un rivestimento proteico, chiamato capside, che circonda e protegge il materiale genetico; e in alcuni casi (III) una sacca di lipidi che circonda il rivestimento proteico quando sono fuori dalla cellula. La maggior parte dei virus possiede virioni che sono troppo piccoli per essere visti con un microscopio ottico. Le origini dei virus non sono chiare: possono essersi evoluti dai plasmidi, o dai trasposoni e retrotrasposoni, o come prodotti di degradazione del DNA cellulare, o ancora durante la fase del mondo a RNA, cioè prima dell’origine della vita. L’evoluzione per i virus è un importante mezzo di trasferimento genico orizzontale, il che aumenta la loro diversità genetica. I virus sono considerati da alcuni biologi come una forma di vita, poiché sono possessori di materiale genetico, si riproducono e si evolvono attraverso la selezione naturale. Tuttavia, sono privi di alcune importanti caratteristiche, come la struttura delle cellule e un metabolismo. Poiché possiedono alcune, ma non tutte le caratteristiche, i virus sono stati spesso descritti come “organismi ai margini della vita”. I virus si sviluppano in molti modi: quelli delle piante vengono spesso trasmessi da pianta a pianta per mezzo degli insetti che si nutrono della loro linfa, come ad esempio gli afidi; negli animali possono essere trasportati da insetti succhiatori di sangue. Questi organismi sono noti come vettori. I virus influenzali si diffondono attraverso la tosse e gli starnuti. I norovirus e i rotavirus, comuni cause di gastroenterite virale, sono trasmessi per via oro-fecale e sono passati da persona a persona attraverso il contatto, entrando nel corpo con il cibo e le bevande. L’HIV è uno dei numerosi virus trasmessi attraverso il contatto sessuale e dall’esposizione a sangue infetto. La gamma di cellule ospiti che un virus può infettare si chiama il suo “ospite”. Alcuni virus sono in grado di infettare solo pochi ospiti, altri invece sono in grado di infettarne molti
  2. Gli ungulati costituiscono un gruppo di mammiferi dal rango attualmente non ben definito, ma comprendente in generale quegli animali che appoggiano il proprio peso corporeo sulla punta delle dita e che hanno perciò sviluppato le unghie a guisa di zoccoli per proteggerle dall’usura.

  3. Un think tank (in inglese letteralmente: serbatoio di pensiero, ma traducibile in lingua italiana con le locuzioni: centro studi, centro di ricerca, laboratorio d‘idee, istituto d‘investigazione, gabinetto strategico o gruppo di riflessione) è un organismo, un istituto, una società o un gruppo, in apparenza indipendente dalle forze politiche, che si occupa di analisi delle politiche pubbliche e quindi nei settori che vanno dalla politica sociale (social policy) alla strategia politica, dall’economia alla scienza e la tecnologia, dalle politiche, sanitarie, industriali o commerciali alle consulenze militari, sino all’arte ed alla cultura.

  4. Il virus della peste suina africana (ASFV, dall’inglese African Swine Fever Virus) è una specie di virus a dsDNA, unica rappresentante dell’ordine Asfuvirales, appartenente al phylum Nucleocytoviricota. Esso è l’agente causale della peste suina africana (ASF, dall’inglese African Swine Fever). Il virus causa una febbre emorragica con alti tassi di mortalità nei suini, mentre infetta in modo persistente i suoi ospiti naturali, i facoceri, i potamoceri e le zecche molli del genere Ornithodoros, senza segni di malattia. Si pensa che questo virus sia derivato da un virus delle zecche molli (genere Ornithodoros) che ha infettato i suini selvatici, inclusi l’ilocero (Hylochoerus meinertzhageni), il facocero (Phacochoerus africanus) e il potamocero (Potamochoerus porcus). In questi ospiti selvatici l’infezione è generalmente asintomatica. Pare che questo virus si sia sviluppato circa nel 1700. Questa data è corroborata da documenti storici. I suini furono inizialmente addomesticati in Nord Africa ed Eurasia. Furono introdotti in sud Africa dall’Europa e dall’Estremo Oriente dai Portoghesi (300 anni fa) e dai Cinesi (600 anni fa), rispettivamente. Alla fine del 19º secolo l’allevamento estensivo del suino nella regione nativa di ASFV (Kenya) iniziò dopo una massiva perdita di bovini dovuta allo scoppio della peste bovina. I suini furono importati a livello massivo per l’allevamento dai colonizzatori delle Seychelles nel 1904 e inglesi nel 1905. Al tempo l’allevamento di suini era free-range. Il primo scoppio di ASF fu segnalato nel 1907.

  5. Un lavoro del 2010 che ha esaminato il tasso di mutazione del virus conferma che il virus del morbillo sia nato da quello della peste bovina come una zoonosi tra il 1100 e il 1200 d.C., un periodo che potrebbe essere stato preceduto da focolai limitati che coinvolgevano un virus non ancora completamente adattato agli esseri umani. Yuki Furuse, Akira Suzuki e Hitoshi Oshitani, Origin of measles virus: divergence from rinderpest virus between the 11th and 12th centuries, in Virology Journal, vol. 7, pp. 52, 4 marzo 2010

  6. Tipo di Invertebrati con il corpo rivestito da una cuticola chitinosa, suddiviso in segmenti metamerici, ognuno dei quali è provvisto di un paio di zampe primitivamente bifide e formate da più articoli mobili, e con il capo munito di uno o due paia di antenne con funzione tattile, mentre le appendici pari (o zampe), sono modificate in pezzi boccali; ne fanno parte i Crostacei, i Miriapodi, i Chilopodi e gli Insetti, i Merostomi, gli Aracnidi e i Pantopodi.

  7. L’espressione scarabeo stercorario si riferisce a diverse specie di scarabei che si nutrono di sterco e che raccolgono il loro nutrimento facendone caratteristiche pallottole e facendole rotolare sul suolo. Questo genere di comportamento viene esibito da diverse specie delle famiglie Scarabaeidae e Geotrupidae.

  8. Jakob von Uexküll introdusse in biologia la nozione di ambiente (Umwelt). Ogni animale vive chiuso nel suo mondo-ambiente, un mondo chiuso rispetto agli altri mondi-ambienti anche se connesso a questi. Ad esempio, la zecca reagisce a tre soli stimoli: quando la femmina gravida si posiziona su un ramo e attende il passaggio di un animale, un primo stimolo olfattivo (l’acido butirrico emesso dai follicoli sebacei dei mammiferi) le suggerisce di lasciarsi cadere; grazie a un organo sensibile alla temperatura capisce se è caduta su un animale; se ha avuto fortuna, attraverso il tatto si posiziona su uno spazio di pelle nuda conficcandosi fino alla testa in modo da poter succhiare il sangue caldo. Una volta sazia, si lascia cadere, depone le uova e muore. Sebbene limitato in confronto al nostro, questo è un mondo a parte. Dove la scienza classica vedeva un unico mondo, comprensivo di tutte le specie viventi disposte gerarchicamente, von Uexküll pone un’infinita varietà di mondi percettivi, collegati fra loro anche se reciprocamente esclusivi. [Kull, Kalevi. Jakob von Uexküll: An introduction. In “Semiotica” 134: 1–59, 2001] L’influenza del suo pensiero ha trasceso i confini della biologia per giungere alla filosofia, in particolare la fenomenologia e l’ermeneutica, e alla semiotica. È stato Max Scheler fra il 1909 e il 1916 a scoprire e valorizzare per primo l’importanza filosofica di Uexküll. Su queste basi Scheler pone la famosa distinzione fra l’animale umano, aperto al mondo (la Weltoffenheit), e l’animale non umano, che vive nella chiusura ambientale (la Umweltgeschlossenheit), entrambi sono però enattivamente “formatori di mondo”, anche se a livello diverso. Sarà proprio attraverso una pratica dell’apertura al mondo, cioè d’un esercizio di superamento della chiusura ambientale, che Scheler ripenserà anche la riduzione fenomenologica di Husserl. Il concetto di Umwelt viene posto così alla base dell’antropologia filosofica: l’umano è l’animale che può prendere forma trascendendo la chiusura ambientale, esponendosi così alla sfida e ai rischi dell’apertura. [G. Cusinato. La Totalità incompiuta. Franco Angeli, Milano 2008]. Successivamente Heidegger riprende il concetto di Umwelt, ovvero di una totalità chiusa che egli definisce anche come “il cerchio disinibente”, all’interno del quale l’animale espleta le sue funzioni vitali. Per Heidegger, sulla scorta delle ricerche di von Uexküll, è possibile concludere che l’animale è povero di mondo (ovvero ha un mondo-ambiente proprio, ma questo è piuttosto un ambito ontologicamente limitato a cui l’animale è vincolato, e nel quale non è in grado di esperire la relazione con l’ente in quanto tale, nella sua relazione con l’essere), mentre solo l’uomo è quell’ente particolare che è in grado di esperire in modo consapevole la relazione con l’essere che lo determina e con gli altri enti che compongono il suo mondo-ambiente. [G. Agamben. L’aperto. Bollati, Torino 2002]

  9. l quorum sensing è un sistema di regolazione trascrizionale dipendente dalla densità cellulare, ovvero un meccanismo che molte cellule batteriche della stessa specie utilizzano per comunicare tra di loro. Meccanismi di quorum sensing sono stati individuati nella quasi totalità dei batteri sia gram-negativi che gram-positivi. Il sistema è composto da due elementi: la molecola segnale (solitamente un omoserina lattone acilato per i batteri gram-negativi, un oligopeptide per i gram-positivi) e l’attivatore trascrizionale. La molecola segnale è un induttore che diffonde all’esterno della cellula originaria, e può così entrare nel citoplasma di altre cellule adiacenti. Se la concentrazione di molecola segnale all’interno di cellule della popolazione batterica è alta, questa molecola si legherà all’attivatore trascrizionale, che a sua volta attiverà o reprimerà una serie di geni, determinando l’attivazione o lo spegnimento di vie metaboliche o processi cellulari specifici.

 

Tratto da BIO – MEDICINA COSTRUZIONE SOCIALE NELLA POST-MODERNITÀ – ANNO X – NUMERO 38 – GIUGNO 2021

 

 

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