Redazione

Né Vaccinisti né no vax. I rischi della corsa al vaccino

Risultati tutt'altro che garantiti e rischi di agire con troppa fretta, sarebbe meglio diversificare i nostri approcci
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Quando si parla di vaccini si cammina su un terreno molto scivoloso. Da quando il mondo dei social network ha trasformato ogni argomento in uno scontro tra tifoserie, pare che non esistano sfumature intermedie tra l’essere nella squadra dei pro o in quella dei contro. Vaccinisti o NO VAX. Peccato che le cose nella vita non siano mai così facili, soprattutto se ci si muove in ambito scientifico. I risultati degli studi non danno quasi mai risposte univoche, ma vanno sempre analizzati nel dettaglio per cogliere situazioni, contesti, approcci. Quindi, dichiararsi “pro-vaccini” o “anti-vaccini” è di per sé un’affermazione senza capo né coda. Alcuni vaccini, nel recente passato, hanno debellato malattie che rappresentavano veri e propri flagelli dell’essere umano. Lo stesso Hahnemann, fondatore dell’Omeopatia, nel suo Organon parla in termini positivi delle ricerche sui vaccini che Jenner portava avanti in quegli anni, e che partivano da presupposti non dissimili da quelli dell’Omeopatia stessa. Di altri, invece, avremmo potuto tranquillamente fare a meno, dati gli scarsi (se non inesistenti) risultati riscontrati e il gran numero di effetti collaterali, purtroppo riscontrabilissimi. Tale “dubbio metodologico”, fra l’altro, ha un motivo preciso. Se la verifica dell’efficacia di un farmaco su un malato, infatti, non comporta particolari difficoltà (si somministra il farmaco a un numero consistente di malati, e si verifica su basi statistiche su quanti di loro abbia avuto effetto), la verifica dell’efficacia su una persona sana è lontana dall’essere così “piana”. Se non fosse stato vaccinato, il soggetto si sarebbe ammalato? Chi può dirlo?

Questa lunga premessa, necessaria a non essere tacciati di sostenere tesi preconcette, ci porta alla domanda scottante di questo periodo:  il vaccino per il nuovo coronavirus è davvero l’arma definitiva nella nostra guerra contro il SARS-CoV-2? Ecco, permetteteci di avere qualche dubbio. Innanzitutto perché allo stato dei fatti non è affatto detto che un vaccino sia in effetti realizzabile. Non è ancora dimostrato, infatti, che aver contratto la malattia garantisca una qualche forma di immunità, anche solo temporanea. In secondo luogo, questo coronavirus circola tra gli uomini da pochissimo tempo, e sappiamo, per averlo constatato sui tanti suoi simili, che i coronavirus tendono a mutare molto rapidamente. Perché, dunque concentrare tutti i nostri sforzi e le nostre risorse, anche finanziarie, in un’unica strategia, che potrebbe immediatamente perdere d’efficacia? Il Vaccino anti-influenzale, a quanto pare, non ci ha insegnato nulla. C’è poi la questione più spinosa di tutte: se l’approvazione dei farmaci ha tempi molto lunghi, è per un motivo più che valido. È, cioè, per dare il tempo ai ricercatori di valutarne gli effetti sul lungo periodo. Non tutte le controindicazioni si manifestano in pochi mesi. Se testi un farmaco solo per un anno, difficilmente potrai sapere cosa accade a chi lo assume dopo due. Questa corsa disperata, insomma, rischia di essere una roulette russa più che una ponderata strategia di contrasto. Infine, passiamo a un dato reale e non a una supposizione: il più promettente dei vaccini, quello studiato dalla prestigiosa Universitò di Oxford e già finanziato con 90 milioni di sterline, si è rivelato un buco nell’acqua. Un buco nell’acqua per noi, si intende, ma non altrettanto per AstraZeneca, la multinazionale che sta lavorando alla sua realizzazione.

L’aspetto economico della questione, infatti, non può passare in secondo piano. Le strategie messe in campo contro la pandemia stanno assorbendo fiumi di risorse, cifre mai sentite neppure nel già ricco mondo delle case farmaceutiche. Una torta molto ghiotta di cui esiste il ragionevole sospetto che alcune di loro vorrebbero approfittare. Quindi, permetteteci di storcere il naso quando leggiamo notizie (fra l’altro proveniente dalla stessa équipe di studiosi di Oxford di cui sopra) secondo le quali c’è preoccupazione nel mondo accademico per il rallentamento dell’epidemia. Quasi che non serva un vaccino per far star bene le persone, ma servano piuttosto le persone per far star bene il vaccino. E chi lo produce.

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