Dott. Italo Grassi

Traumi d’amore

Tempo di lettura: 2 minuti

Giaccio, paralizzato dal dolore, sul sedile posteriore di questa vecchia cinquecento. “Non morire, Ulisse!” Grida Isabella, senza voltarsi, mentre guida come una pazza in mezzo al caotico traffico di mezzogiorno. Ma io non temo la morte. La vita solitaria e randagia mi ha indurito l’animo. Se soffro, è colpa di quella tipetta nera e riccia incontrata nel vialetto del parco, ieri pomeriggio. Credevo non mi piacessero le femmine di quella razza. Invece, dopo un rapido sguardo, uno “Sdeng!” d’ammirazione risuonò nella mia testa. Aveva stupendi occhi neri, ricoperti dal malizioso battito di ciglia lunghe e sottili, mentre dalla bocca socchiusa e sensuale spuntava una lingua rossa come il fuoco. “Sdeng!”, “Sdeng!”,  “Sdeng!” Mi avvicinai. Le sfiorai il collo con il mio naso. La sua pelle emanava un odore che sembrava dirmi: “Sono tua!” Ci stava. Si sdraiò su un morbido tappeto d’erba, pronta e disponibile a dare inizio alla mia felicità. In un attimo le fui sopra.  “Sdeng!” “Sdeng!” e ancora “Sdeng!”

A risuonare, purtroppo, non furono i colpi della mia felicità, ma quelli di un bastone, grosso e nodoso, sulla mia schiena. Il padrone della mia amichetta, un uomo grasso e barbuto, era sbucato da dietro un cespuglio e, urlando come un pazzo, aveva iniziato a bastonarmi. 

“Sdeng, sul collo!” “Sdeng sulla testa!” “Sdeng su tutto il corpo!” Che botte! 

Un vagabondo come me alle legnate è abituato. Devo ammettere, tuttavia, che quel maledetto ciccione sapeva dove picchiare per farmi più male. Quando pensò di avermene date abbastanza, l’omaccione puntò il bastone contro la mia moretta. Forse voleva solo minacciarla. Sono sicuro che non le avrebbe fatto nulla. Ma lei si spaventò e scappò via. Lui cercò di rincorrerla. Lei scavalcò il muretto di recinzione del parco e attraversò la strada, senza accorgersi dell’autobus che stava sopraggiungendo dalla parte opposta. Udii il sinistro stridio dei pneumatici sull’asfalto e un “croch!” d’ossa schiacciate. 

Io cercai di alzarmi. Percorsi qualche metro, poi  sentii il mio corpo irrigidirsi. Avevo sete e giacevo su un terreno troppo duro per le mie ossa contuse. A poco a poco persi conoscenza. Restai immobile per tutta la notte e sarei morto se Isabella non fosse passata di là.   

La cinquecento si ferma. Il dottor Guadi apre la portiera e comincia a visitarmi. Le sue dita toccano i punti del mio corpo colpiti dalle bastonate. Io cerco di ritrarmi. Lui mi blocca ed esclama: “Niente di rotto, vecchio Ulisse. Hai solo dei grossi ematomi.” Mi trascina giù dall’automobile (ahi, che male!) ed mi versa sotto la lingua i granuli di un tubetto. “Con l’Arnica tornerai come prima!” Poi gira davanti al mio naso un biscotto e lo getta sul marciapiede. Sono dolorante per le botte ricevute, triste per l’amore finito, ma ad un biscotto non so resistere. Mi muovo, avanzo, mi trascino. Forse questo fetentone di veterinario ha proprio ragione: non ho ossa rotte. Raggiungo il biscotto. Lo metto in bocca. Lo gusto e lo mangio. E’ proprio buono. Sto già meglio. Mi stiracchio e scodinzolo felicemente. Anche se la mia barboncina è morta, questa vita da cani non è poi così brutta!     

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