Redazione

Andiamoci piano con i farmaci per la pressione agli anziani

Le ultime ricerche, riprese dalla Società Italiana di Cardiologia Geriatrica, suggeriscono che sia meglio un valore un po' più alto che un bombardamento di medicine

La pressione, nemesi di ogni anziano. Superata una certa età l’iper-tensione diviene una preoccupazione costante, alla quale i medici tendono a reagire prescrivendo corpose dosi di farmaci, nel tentativo di riportare i valori entro quelli considerati “normali”: con una certa approssimazione, 140 di valore massimo e 90 di minimo. Ma è davvero questa la strada maestra da seguire, per ridurre al minimo le possibilità di malattie cardio-vascolari in persone che abbiano superato i 65 anni di età? Secondo le ultime ricerche sembrerebbe di no

Secondo gli esperti della Società Italiana di Cardiologia Geriatrica (SICGe), che hanno largamente ripreso Il Berlin Initiative Study on Hypertension (apparso su European Heart Journal, rivista scientifica della Società Europea di Cardiologia), il ricorso eccessivo a farmaci anti-ipertensivi comporta più danni che benefici. Negli anziani, infatti, gli effetti collaterali delle medicine tendono a presentarsi più frequentemente e con maggiore forza. Il rischio è, quindi, che possano sopraggiungere complicazioni senza che sia stato effettivamente raggiunto alcun risultato terapeutico. Per la realizzazione del Berlin Initiative Study sono stati inclusi 1628 pazienti ipertesi con età uguale o superiore a 70 anni, seguiti per 5 anni.  Per i pazienti oltre gli 80 anni, il rischio di morte era significativamente superiore nei casi in cui attraverso terapia farmacologica si era provato a portare i valori entro il range considerato normale, rispetto a quelli che mantenevano valori di pressione arteriosa superiori ma fisiologici. La differenza risultava ancora più marcata nei soggetti ultraottantenni con precedente manifestazione di malattia cardiovascolare.

A detta dei cardiologi il calcolo dei valori ottimali dovrebbe tenere in maggiore considerazione l’età del paziente, intesa non solo come età anagrafica, ma anche come età biologica (ossia l’età “dimostrata” dalla persona, che può cambiare anche in maniera drastica da soggetto a soggetto). Se i valori precedentemente indicati sono di certo quelli di riferimento in chi abbia meno di 65 anni, per gli ultra-ottantenni la soglia dalla quale prendere in considerazione una terapia farmacologica dovrebbe essere intorno ai 150 di massima, così da evitare di sovraccaricare di medicine persone che molto spesso assumono già un gran numero di pillole quotidiane, e che potrebbero riceverne più danni che benefici.

In ogni caso, è sempre il caso di ribadirlo, queste indagini effettuate su campioni statistici non possono in alcun caso sostituire una visita specialistica: Solo il medico che ha in cura il paziente, e che ne conosce specificità ed eventuali fragilità, può predisporre il piano terapeutico più efficace. Non dimentichiamo che la Medicina per l’elaborazione di ogni strategia riguardante la Salute, procede a grandi falcate verso la direzione di considerare la persona nella sua interezza.  E la pressione, è chiaro, non può esulare da questo modus operandi.

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