BIO – Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità – Educational Papers • Anno V • Numero 17 • Marzo 2016
Scritto in collaborazione con Eugenia D’Alterio – biologa
Disambiguazione del termine CULTURA
Nella nostra collettività sussiste la concezione, abbastanza diffusa in diversi segmenti socio-culturali, che intende la cultura come il livello di istruzione di una persona col suo corredo di buone maniere. Questa concezione popolare si discosta, decisamente, dalla quella accademica di cultura che la considera come l’insieme di comportamenti adattivi, assimilati per imitazione e tramandati di generazione in generazione, comportamenti atti a soddisfare esigenze materiali e/o simboliche di una popolazione. Ci sono, infatti, diverse tradizioni e prospettive per interpretare ciò che il termine cultura significa in diversi contesti o ambienti. Tra queste interpretazioni ve ne è una che non limita la concezione di cultura all’animale umano1. Si tratta, in merito, di quella esposta dalla teoria evoluzionista.
Ma, anche questa visione della cultura, in termini evoluzionistici, include svariate modalità interpretative come quella dei cognitivisti della scuola di Daniel C. Dennet che identificano nel “meme” l’unità di base dell’evoluzione culturale e che esplora affascinanti questioni come, ad esempio, la spiegazione dell’arte dei suoni, un’attività che richiede tanto investimento di tempo ed energia e che nemmeno sembra direttamente vincolata ad aumentare le nostre probabilità di procurarci più prole e/o aumentare la nostra fitness. Prima di accostare, eventualmente, tali approcci, è pertinente accostarsi alla prospettiva del biocentrismo della scuola di Edward O. Wilson. Da questa visuale, infatti, si dischiude un’interpretazione della cultura strettamente legata alla biologia dove l’animale uomo non è l’unica specie ad utilizzare la cultura come “protesi adattiva” per la sopravvivenza.
Cultura di sopravvivenza
Nella foresta del triangolo di Goualougo, in Congo, è consuetudine che uno scimpanzé spezzi un ramoscello da un arbusto, ne strappi via le foglie e lo infili in un termitaio. Nel termitaio le termiti operaie evitano il ramoscello mentre le termiti guerriere per proteggere il loro nido si sacrificano afferrando lo stelo con le loro mandibole, aggrappandosi così in una stretta mortale. Lo scimpanzé lo sa e aspetta che una massa di difensori si sia accumulata, poi ritira il ramoscello, ne stacca le termiti e le mangia. Questa prassi adattiva non si ritrova ovunque. Essa fa parte della cultura “locale” degli scimpanzé, quindi la modalità è propria di alcune popolazioni di scimmie ma non in altre2. Tale prassi è, evidentemente, appresa da altri individui che hanno osservato attentamente tale pratica3.
Durante l’estate, nel territorio degli Yanomamö fra il Rio Negro e il Rio Branco, in una regione compresa tra Brasile e Venezuela, è pratica abituale che un piccolo gruppo di donne lasci la casa del villaggio, si incammi verso un torrente e versi una sostanza nelle sue acque. Si tratta del veleno timbó prodotto dal konaha e utilizzato per l’avvelenamento dei pesci nelle pratiche di pesca. Il gruppo aspetta e raccoglie il pesce che galleggia in superficie. Al loro ritorno al villaggio il pescato viene diviso con la collettività. Questa pratica avviene nella stagione secca, mentre nelle altre le donne raggiunto il corso d’acqua catturano i pesci a mani nude e li sopprimono addentandoli4. Questa è la cultura della pesca degli Yanomamö nel Sudamerica. Al largo della costa dell’Alaska, altra cultura della pesca, completamente differente, è quella dei pescatori professionisti d’altura che calano delle lunghe lenze con file di ami sul fondale dell’Oceano Pacifico, a profondità di centinaia di metri, e riportano in superficie l’Anoplopoma fimbria, noto, anche, come merluzzo carbonaro o pesce burro. Il pesce viene pulito, congelato, trasportato verso i mercati sulla costa e distribuito su scala mondiale ai ristoranti di lusso e ai privati. Anch’essa è una prassi culturale appresa da individui che hanno osservato altri praticarla.
La tecnica o cultura della pesca si è evoluta nel corso di milioni di anni, all’inizio lentamente, poi, sempre più speditamente e, infine, ad un ritmo ancora più accelerato. Il tragitto fino ai prelibati piatti a base di pesce rappresenta quelle migliaia di categorie culturali scaturite dalla mente dell’uomo che, a partire degli albori del Neolitico, si sono ramificate, collegate e, infine, amalgamate, e che costituiscono il fulcro della civiltà globale postmoderna. Tuttavia, sebbene noi pensiamo la cultura come qualcosa di esclusivamente umano, non siamo stati noi ad inventarla, ma sono stati i comuni progenitori degli scimpanzé e dei pre-umani5. Noi, sicuramente, abbiamo arricchito quello che i nostri antenati hanno sviluppato per diventare quello che siamo oggi6.

Ruolo dell’imitazione nella diffusione dei tratti culturali
Il ruolo dell’imitazione di un membro di un gruppo da parte di un altro nella diffusione dei tratti culturali è stato dimostrato da alcuni esperimenti con due colonie di scimpanzé7. Nel protocollo i ricercatori scelsero una femmina di alto rango in ognuno dei due gruppi e mostrarono loro, a ciascuna separatamente e di nascosto dai rispettivi gruppi, come ottenere il cibo da un recipiente costruito ad hoc. Con il cibo come premio, le scimpanzé impararono presto a come procurarselo. Una femmina imparò una tecnica a “colpetti” e l’altra una tecnica a “sollevamento”. Una volta restituite ai loro gruppi, ognuna continuò a praticare la tecnica imparata. La stragrande maggioranza dei membri del gruppo iniziò subito a utilizzare lo stesso metodo per aprire il recipiente. La diffusione del tratto culturale può essere stata un’imitazione diretta “del praticato” [del modello], ma è anche possibile che gli altri membri del gruppo abbiano imparato la modalità di approcciarsi al cibo osservando il funzionamento del distributore automatico dello stesso. In quest’ultimo caso ulteriori studi potrebbero rivelare che negli scimpanzé l’apprendimento sociale è completamente differente rispetto agli umani8.
La comparsa di una cultura è stata anche documentata in modo convincente nei delfini9. Un esempio notevole di innovazione e trasmissione culturale in questi ultimi animali è la pesca delle spugne da parte dei delfini dal naso a bottiglia della Shark Bay in Australia. Una ristretta minoranza di femmine attaccano al naso un pezzo di spugna, con il quale poi spingono per snidare i pesci dai nascondigli sul fondo dei canali della baia. La cultura dei delfini non dovrebbe essere una sorpresa per nessuno. Essi sono fra gli animali più intelligenti, appena dopo le scimmie antropomorfe. Dato che i delfini sono anche fortemente imitativi nelle loro interazioni sociali, sembra molto probabile che gli innovatori della Shark Bay siano impegnati in un’autentica trasmissione culturale. Allora, perché altri delfini e altri cetacei intelligenti, la cui evoluzione risale a milioni di anni or sono, non hanno fatto ulteriori passi avanti lungo il corso dell’evoluzione sociale? Tre ragioni balzano all’occhio: a differenza dei primati non hanno nidi o bivacchi, hanno le pinne come arti anteriori e nel loro ambiente liquido il fuoco è impensabile10.
Ruolo della memoria a lungo termine nell’elaborazione di una cultura
L’elaborazione di una cultura dipende dalla memoria a lungo termine, al riguardo gli umani superano di gran lunga tutti gli altri animali. La grande quantità di memoria immagazzinata nei nostri prosencefali, immensamente dilatati, fa di noi degli affabulatori consumati. Ad esempio, chiamiamo a raccolta i sogni e i ricordi di una vita e li utilizziamo per creare scenari passati e futuri. Viviamo nella nostra mente cosciente con le conseguenze delle nostre azioni, reali o immaginarie che siano. Disposte in versioni alternative, le nostre storie segrete ci permettono di trascurare i desideri immediati a favore di un piacere futuro. Grazie a una pianificazione a lungo termine, almeno per un po’, allentiamo la pressione delle nostre emozioni. Questa vita interiore, assolutamente soggettiva, è il motivo per cui ogni persona è unica. Quando un individuo muore, scompare un’intera raccolta di esperienze e fantasie11.
Ma anche gli animali hanno memorie a lungo termine che li aiutano a sopravvivere. I piccioni, ad esempio, riescono a memorizzare fino a milleduecento disegni. La nucifraga colombiana (o nocciolaia di Clark), uccello che in natura immagazzina ghiande come gli scoiattoli, studiata in cattività, ricordava fino a venticinque nascondigli in una stanza che ne conteneva sessantanove, e ne conservava il ricordo fino a duecentottantacinque giorni dopo12. Questa specie di uccelli, in termini di memoria, è superata dai babbuini. I test hanno rivelato che questi primati, ovviamente intelligenti, riescono a memorizzare almeno cinquemila notizie e le ricordano per almeno tre anni13. Ma, a confronto, la memoria umana a lungo termine è, decisamente, molto più grande di quella di ogni altro animale noto14.
Il grande valore del cervello umano è l’attitudine – e insieme l’irresistibile pulsione innata – a costruire scenari. Per ogni singola storia, la mente cosciente chiama a raccolta soltanto un piccolo frammento della memoria a lungo termine accumulata dal cervello15. Come questo avvenga rimane controverso. Un gruppo di neuro scienziati sostiene che frammenti di memoria a lungo termine vengono immagazzinati e poi condensati in una memoria operativa per costruire scenari16. In base agli stessi dati, una seconda scuola di pensiero è convinta che il processo avvenga semplicemente attivando la memoria a lungo termine senza che sia necessario un transfer da un settore del cervello ad un altro17.
La codificazione genetica dello sviluppo del cervello umano
Comunque sia, è chiaro che nel corso di tre milioni di anni di evoluzione, cioè abbastanza in fretta, il genere Homo sapiens ha prodotto qualcosa mai prima posseduto da nessun’altra specie animale: una banca mnestica custodita in un’enorme corteccia cerebrale e costituita da oltre dieci miliardi di neuroni, dove ogni neurone possiede, in media, diecimila ramificazioni che si connettono ad altre cellule simili. Le sinapsi, unità fondamentali del tessuto cerebrale, formano intricati labirinti di circuiti e relè integrati. Le reti di labirinti e relè, a volte chiamate moduli, organizzano tutti i caratteri, compresa la memoria, di un cervello umano18.
All’inizio l’immensa complessità dell’architettura cerebrale creò un problema di difficile soluzione per i modelli teorici della genetica applicata alla teoria evoluzionista. Il genoma umano contiene appena ventimila geni codificatori di proteine ma soltanto una frazione di essi prescrive i nostri sistemi sensoriale e nervoso. Il problema che si poneva era il seguente: come poteva essere programmata un’architettura cellulare così complessa con così pochi geni?19
Il dilemma di questa “scarsità genica” è stato risolto grazie a un concetto attinto dalla genetica dello sviluppo. I ricercatori20 hanno scoperto che moduli multipli possono essere costruiti grazie alle istruzioni che inizialmente li riproducono da un unico programma, seguiti da programmi distinti (e geni distinti) che istruiscono ogni tessuto modulare a specializzarsi secondo la sua localizzazione nel cervello. Un’ulteriore specializzazione può essere ottenuta grazie all’input ricevuto dall’ambiente extracerebrale. Come semplice confronto, a una scolopendra non serve un insieme di centinaia di geni per programmare la crescita delle sue centinaia di coppie di zampe, ma ne bastano soltanto alcuni. In ogni caso, resta ancora molto da imparare sul controllo genetico dello sviluppo del cervello, ma è stata almeno dimostrata la capacità teorica dei geni umani di realizzarlo.
L’origine del linguaggio: la co-evoluzione geni-cultura
Una volta che la codificazione genetica dello sviluppo del cervello umano non è più un enigma insolubile, si può passare all’origine della mente e del linguaggio. Da tempo gli scienziati hanno accantonato l’idea che il cervello sia una tabula rasa su cui tutta la cultura è incisa, in modo indelebile, dall’apprendimento. Secondo questa visione arcaica, tutto quello che l’evoluzione ha raggiunto è una straordinaria abilità di apprendimento, basata su un’enorme capacità di memoria a lungo termine. Ora prevale un punto di vista diverso: il cervello ha un’architettura complessa ereditaria. In forza del modo in cui il cervello si è sviluppato, la mente cosciente, uno dei prodotti di quest’architettura, è nata dalla co-evoluzione geni-cultura, un’intricata interazione fra l’evoluzione genetica e l’evoluzione culturale21.
Gli archeologi hanno affiancato i genetisti e i neuro-scienziati nel tentativo di spiegare l’origine evoluzionista del linguaggio e della mente. Per ricostruire i passi e la tempistica di questi avvenimenti, hanno inaugurato un nuovo settore di studi chiamato “archeologia cognitiva”. A prima vista, una disciplina così ibrida potrebbe sembrare avere poche chance di successo. In fondo, a parte alcune ossa dissotterrate, le poche testimonianze lasciate dai nostri progenitori sono rappresentate dalla cenere dei bivacchi, frammenti di utensili, avanzi di cibo e graffiti murali. Eppure, grazie a nuove tecniche di analisi e sperimentazione, i ricercatori sono arrivati alla conclusione che il pensiero astratto e un linguaggio articolato sono apparsi almeno settantamila anni or sono22. La chiave di questa conclusione sta non solo nell’esistenza di manufatti ma nell’avere elaborato i processi mentali necessari a creare gli utensili stessi. Di particolare rilevanza è stata l’intuizione di fissare puntali di selce alle lance. Questa pratica fu inaugurata circa duecentomila anni or sono dai neandertaliani in Europa e dai primi Homo sapiens in Africa. Già da sola questa pratica costituiva un’importante innovazione tecnologica, ma ci dice ancora poco sul raziocinio e sulla comunicazione. Tuttavia, circa settantamila anni or sono, un nuovo importante progresso è stato raggiunto da Homo sapiens riguardo la tecnica, progresso che getta luce sull’evoluzione cognitiva. Secondo lo studio di un gruppo di ricercatori23 la tecnica della costruzione delle lance era diventata molto più ingegnosa: per costruire le lance furono utilizzati tutta una serie di passaggi, dal bruciacchiare e modellare il puntale scheggiato all’uso di gomma arabica, cera d’api e altri accorgimenti per tenere fermo il puntale. Quello che tutto questo ci insegna sulla conoscenza è, brillantemente, riassunto da Thomas Winn:
“Gli artigiani dovevano capire le proprietà dei loro ingredienti (per esempio, la loro consistenza), riuscire a giudicare gli effetti della temperatura e a spostare l’attenzione avanti e indietro fra diverse variabili che cambiavano rapidamente e, infine, essere abbastanza duttili per adattarsi alla variabilità insita in alcuni ingredienti presenti in natura”24.
E il linguaggio? Una mente cosciente capace di generare astrazioni e riunirle in uno scenario complesso doveva essere in grado di creare anche una sintassi e, consequenzialmente, soggetto, verbo e oggetto25.

Neandertaliani e homo sapiens
Nella ricerca delle origini arcaiche di ogni specie, si è soliti ricorrere alla biologia comparativa per capire come altre specie, strettamente imparentate, vivevano e avrebbero potuto evolvere. La ricerca della genesi della mente umana ha spinto gli scienziati a studiare meglio i comportamenti dei neandertaliani, progenitori a proposito dei quali oramai ne sappiamo abbastanza26. La specie affine al genere umano moderno occupò l’Europa per tutto il periodo in cui l’Homo sapiens stava affinando le sue potenzialità cognitive in Africa, e vi rimase per oltre duecentomila anni. L’ultimo neandertaliano di cui abbiamo tracce risale a circa trentamila anni or sono nel sud della Spagna. La specie era stata, quasi certamente, avviata verso l’estinzione quando la forma più adattabile, quella dell’Homo sapiens, si diffuse gradualmente a nord e a ovest in tutto il continente europeo27.
All’inizio fu scontro alla pari. Gli utensili in pietra dei neandertaliani in Europa erano ingegnosi come quelli dell’Homo sapiens in Africa. I manufatti avevano lame affilate che servivano probabilmente per tagliare, altri avevano bordi seghettati per recidere. Pezzi di legno, appuntiti e affilati, venivano lavorati e diventavano aste e punte delle lance. Il corredo di manufatti dei neandertaliani sembra fatto apposta per la caccia grossa. Evidentemente i neandertaliani erano dediti al nomadismo, come è logico attendersi da abili carnivori. Cuocevano e affumicavano la carne, si coprivano e si scaldavano durante il freddo dell’inverno nei loro poveri tuguri con l’ausilio del fuoco28. Grazie al recente sequenziamento del loro codice genetico, di per sé uno straordinario risultato scientifico, sappiamo che possedevano il gene FOX2 associato alla facoltà di linguaggio e in una particolare sequenza genica condivisa soltanto con l’Homo sapiens, per cui essi dovevano aver sviluppato un loro idioma. I cervelli dei neandertaliani adulti erano, mediamente, un po’ più grandi di quelli dell’Homo sapiens, e i cervelli della loro progenie crescevano più in fretta di quelli dei sapiens29.
I neandertaliani suscitano molto interesse, sotto tutti gli aspetti, come altra specie umana concomitante all’Homo sapiens – in un processo evoluzionistico certamente paragonabile al nostro. Tuttavia, l’aspetto forse più interessante non è quello che erano ma quello che non sono riusciti a diventare. In pratica, la loro tecnologia e la loro cultura non sono progredite durante i duecentomila anni della loro esistenza, infatti, delle loro attività manuali rimangono, purtroppo, poche tracce nei reperti archeologici finora a nostra disposizione30.
Intanto, l’Homo sapiens continuava incrollabile per la sua strada e, quando i neandertaliani abbandonarono la scena, i successi cognitivi dell’Homo sapiens sbocciarono in fretta. La prima popolazione migrante si infiltrò faticosamente a nord lungo il Danubio, nel cuore dell’Europa, circa quarantamila anni fa. Diecimila anni dopo, iniziarono quelle innovazioni che segnarono il Tardo Paleolitico: un’elegante arte rupestre figurativa, la scultura (compresa una testa leonina su un corpo umano), flauti di osso, falò controllati con recinti per indirizzare e catturare la selvaggina e sciamani mascherati31.
Successi cognitivi dell’homo sapiens selezione di gruppo e cultura complessa
Cosa proiettò l’Homo sapiens a questi livelli? Gli esperti in materia convengono che l’accresciuta memoria a lungo termine, specialmente quella immagazzinata nella memoria operativa e con essa la capacità di costruire scenari e pianificare strategie in tempi brevi, ebbe un ruolo chiave sia prima della fuoriuscita dall’Africa sia dopo32. Quale fu la forza trainante che portò alla soglia di una cultura complessa? Sembra essere stata la selezione di gruppo. Un gruppo con dei soggetti capaci di capire le intenzioni altrui, cooperare fra di loro e predire le azioni dei gruppi rivali, avrebbe avuto un vantaggio enorme sugli altri gruppi meno dotati33. Certo, c’era una concorrenza spietata fra i membri dello stesso gruppo e questa favoriva la selezione naturale di tratti che avvantaggiavano un individuo rispetto ad altri. Ma più importanti peculiarità, per una specie che colonizzava nuovi ambienti e gareggiava con rivali potenti, erano l’unità e la cooperazione all’interno del gruppo stesso. In seguito, moralità, conformismo, fervore religioso e combattività si combinarono con l’immaginazione e la memoria per produrre il vincitore34, il più adatto.

Lo scomodo confronto con la cultura del nostro presente
Le conclusioni “accademiche”, scientificamente circostanziate circa la cultura nel nostro passato, schiudono uno scomodo confronto circa il nostro presente, caratterizzato da forti pressioni socio-adattive e da uno scontro tra culture guidato da gruppi di potere per i quali la coesione sociale è ancora basata su regole morali su un’interpretazione religiosa della vita.
Le risonanze di quest’argomentazione accademica sulla cultura, intesa da una prospettiva evoluzionista, non si fermano a questo provocante confronto. Essa ci ha anche documentato che la cultura è associata alla vita e alla sua riproduzione. Questo vuole dire che la cultura comprende, anche, le modalità di vivere le nostre vite e quelle altrui, le modalità istituite di curarci e di morire. In breve, l’argomentazione ci consente di affermare che la cultura si esprime nelle ritualità convenzionali nella nostra vita quotidiana, lavorativa, politica e familiare che sia. Le convenzioni, però, possono evolversi per effetto delle pressioni adattive mutevoli. In questi processi adattivi, che ci coinvolgono in carne ossa e nella nostra riflessività etica, si può fallire o si può riuscire. Quest’ultima precisazione, riguardo il nostro capitare nell’evoluzione, ci conduce all’aspetto pragmatico di quest’argomentazione: fornire spunti circa come è avvenuta l’evoluzione vitale della cultura, allo scopo di stimolare, ulteriormente, la nostra memoria a lungo termine a costruire scenari e a pianificare strategie più consone ai nuovi tempi. Forse, superare il moralismo sociale e l’interpretazione religiosa della vita e dare un ruolo all’altruismo evolutivo sarebbero modalità che contribuirebbero ad aprire ad una nuova gestione secolare della vita.
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- Ibidem
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- Ibidem
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- Ibidem
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- Ibidem
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- Ibidem
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- Edward O. Wilson. op. cit. pp. 221-223.
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- Edward O. Wilson, op. cit. 224








