Lea Ypi, nata nel 1979, è una scrittrice e filosofa albanese, che ha studiato in Italia ed insegna a Londra. Uno dei suoi temi principali è l’irrinunciabile legame della democrazia con una libertà radicale. Quella per cui nessuno è libero se non lo sono tutti.
Il liberalismo ha mosso i suoi primi passi per liberarci, ed innanzitutto per liberarci dalla paura. Poi storicamente ha forse mal riposto questo intento nel capitalismo, che non ha però per sua natura la possibilità di realizzarlo.
Libera
Una libertà senza reciprocità, congeniale ad un capitalismo selvaggio, era stata quella sperimentata da Lea Ypi in Albania all’indomani del crollo del comunismo. Ma soprattutto aveva fatto esperienza del miraggio di libertà nell’austera severità del regime comunista in Albania. Le sue memorie sono segnate dall’elegia di un sistema di potere antifascista e presuntamente libero, che si rivelava però via via al suo sguardo per la sua natura autoritaria e lesiva dei diritti individuali. Nei suoi ricordi d’infanzia Enver Hoxa, che ha governato in Albania per tutta la seconda metà del secolo scorso come Primo Segretario del Partito del Lavoro, viene nominato come zio Enver, una sorta di bonario tutore del suo popolo; nella realtà storica fu un feroce dittatore dagli irriducibili ideali. E solo più tardi Lea scoprirà che in realtà il suo bisnonno era stato primo ministro nell’Albania pre-comunista, e pertanto la sua famiglia si sforzava di mostrarsi ossequiosa al regime di zio Enver e di rimuovere questo loro ingombrante passato.
Lea Ypi esce contemporaneamente dall’infanzia e dal comunismo. Come recita il titolo originale del suo libro: Free: Coming of Age at the End of the History. Lea diventava grande nel momento in cui il comunismo crollava: ciò che era il segno, secondo alcune azzardate interpretazioni, della fine della Storia, e cioè del definitivo trionfo del liberalismo e del capitalismo.
“Noi eravamo consapevoli di non avere tutto, però avevamo il necessario, le stesse cose per tutti, tra cui la più importante in assoluto: la vera libertà.” Così scrive Lea di quando credeva alla favola del comunismo. “Nel capitalismo la gente sosteneva di essere libera e uguale, ma erano solo chiacchiere, perché di fatto i diritti e i vantaggi della libertà erano riservati ai ricchi. Le loro ricchezze erano state accumulate rubando le terre, sfruttando le risorse del resto del mondo e vendendo i neri come schiavi.” “Nel nostro paese non esistevano né avidità né invidia. Le esigenze di tutti venivano soddisfatte, e il Partito ci aiutava a coltivare i nostri talenti.”
La libertà di ciascuno deve garantire la libertà di tutti. Così titolava il primo giornale libero dell’opposizione in Albania nel 1990, dopo il crollo del comunismo sovietico. Ma intanto Lea viveva a modo suo una sorta di fine della Storia. “Il socialismo, la società in cui avevamo vissuto, non esisteva più. Il comunismo, la società che aspiravamo a creare, il mondo libero dalla lotta di classe e in cui ciascuno si sarebbe pienamente realizzato, si era volatilizzato.”
“Restava un’unica parola: libertà.”
Libertà di uscire dal paese, ma non la libertà di essere accolti in un altro paese. “In passato venivi arrestato anche solo per aver pensato di andartene. Adesso che in patria nessuno cercava di fermarci, dall’altra parte non ci volevano più.”
La disillusione Lea la impara dal padre. “La lotta di classe non era finita. Questo era già chiaro. E mio padre non voleva vivere in un mondo privo di ogni solidarietà, in cui sopravvivevano solo i più forti, in cui il prezzo del successo di alcuni fosse l’annientamento delle speranze di molti.”
Cosmopolitismo come architettonica della Ragione
Dunque la sua biografia è centrale per Lea Ypi: ha vissuto il cosmopolitismo come un puro ideale, la ragion di Stato come arbitrio del potere; si è confrontata con il volto oscuro del socialismo, ed ha cercato di ritrovarlo nei suoi studi di Filosofia.
Il filosofo con cui si è voluta confrontare sul piano austero della teoria è finalmente Kant. Il cui Illuminismo già lo guidò da un iniziale eurocentrismo non alieno dal razzismo e dal colonialismo allo sforzo di superare i limiti del suo tempo: alla radicale apertura di un pensiero sovrastatale, di un diritto internazionale radicato in una teleologia non della natura ma della libertà.
L’evoluzione del pensiero di Kant è già contenuta nell’Architettonica dove, dall’interno della Critica della ragion pura, si profila una prospettiva cosmopolitica in cui la Filosofia, ritrovando unità e finalità, si focalizza sulla destinazione morale dell’essere umano.
Come un architetto segue un progetto, ha un’idea finale che possa dare forma, solidità e funzione alla struttura finale, così la Filosofia non deve essere solo un mosaico di osservazioni e teorie, ma avere anche una finalità che le conferisca intrinseca solidità e coerenza. E la sua idea centrale unificante riguarda non la mera Teoria, ma la Morale. Il Filosofo non è solo un tecnico del sapere, ma si interroga sui fini supremi della ragione umana. I fini supremi sono di natura morale e riguardano l’uso pratico della ragione. Una Filosofia che non ci renda migliori, non è all’altezza del suo compito. È la nostra destinazione morale a dare un senso alla finalità della ragione stessa. Il Filosofo legislatore, che si interroga sui fini supremi della ragione umana, sarà cosmopolita.
Indignity
Lea Ypi ha finalmente continuato a ripercorere le memorie della sua famiglia, mettendo (Indignity; A Life Reimagined, 2025) decisamente al centro della narrazione la sua nonna paterna. Nel libro si alternano le indegnità, gli orrori ed i disastri del secolo scorso, con le inedite e strenue isole di resistenza morale, di coerente perseguimento della propria dignità personale.
Centro morale della narrazione, Leman Ypi si definisce rispetto agli eventi tragici della sua vita per la sua resilienza ed ostinata ricerca della sua identità, per la sua curiosità e la sua compassione, per la sua ricerca personale di dignità (la recente traduzione italiana del libro ha scelto come titolo Dignità).
In epigrafe al libro troviamo questa frase di Kant: Nel regno dei fini, ogni cosa ha un prezzo o una dignità.








