Willard Van Orman Quine (1908-2000) è stato un eminente logico statunitense, che si è occupato, tra l’altro, di logica matematica e Teoria degli insiemi, di una ridefinizione dell’Empirismo, di Logica linguistica.
I due dogmi dell’empirismo
Quine ha saputo restituire alla Filosofia analitica una dimensione sistematica in cui logica, ontologia e semantica sono strettamente interrelate. Misurandosi con Carnap e con il neopositivismo logico, restituisce l’idea basilare dell’empirismo che mette in continuità la Filosofia con le Scienze naturali.
La logica stessa non è una convenzione privilegiata, ma è parte della nostra teoria globale della natura.
Nel saggio del 1951, Two Dogmas of Empiricism, Quine individua nell’analiticità e nel riduzionismo due dogmi da decostruire. Non c’è in ultima analisi distinzione tra verità analitiche e sintetiche, ed ogni tentativo di distinzione ricade nella circolarità logica di dare per presupposto ciò che in realtà andrebbe fondato. La sinonimia (es. gli scapoli sono persone non sposate), la sostituibilità e le relative regole semantiche presuppongono già l’analiticità che dovrebbero dimostrare. La decostruzione quiniana svela come il venir meno di questa distinzione tra analitico e sintetico provochi il collasso delle pretese fondazionaliste della filosofia analitica tradizionale. L’impossibilità di fornire una definizione non circolare dell’analiticità ha costretto l’epistemologia a una radicale transizione: dal significato inteso come proprietà di enunciati isolati (atomismo semantico) a una concezione olistica, in cui il senso è funzione dell’intero sistema del sapere.
L’idea anche del riduzionismo, cioè che ogni singolo enunciato possa essere verificato (o smentito) isolatamente, contraddice con la reale esperienza scientifica, che non affronta i singoli enunciati, ma l’intero corpo del sapere. La scienza è per sua natura olistica. Non esiste un punto di vista esterno da cui esaminare la nostra teoria del mondo; siamo sempre interni al nostro schema concettuale. È imprescindibile il contesto, quello che Quine chiama il web of belief, la rete costituita da ciò in cui crediamo.
Quine condivide con un esponente dell’ala sinistra del Circolo di Vienna, Otto Neurath, la metafora del marinaio: lo scienziato deve riconoscere che la ricerca della verità è uno sforzo instancabile di revisione costante, privo di punti di appoggio esterni, sorretto unicamente dalla coerenza della rete e dall’efficacia predittiva dell’impresa scientifica globale. E nessun enunciato è immune da revisione. Non esiste un “bacino di carenaggio” (un dock) dove poter smontare la nave pezzo per pezzo e ricostruirla con materiali nuovi e perfetti. C’è un cambiamento continuo.
Quine ci ha insegnato che la filosofia non è un’attività di fondazione, ma di chiarificazione e integrazione, un esercizio di manutenzione costante della nostra nave mentre navighiamo nell’oceano dell’esperienza. La verità è un concetto che ha senso solo dall’ interno della nostra barca, della nostra teoria attuale. Questa non è una debolezza, ma la condizione stessa della scoperta: è proprio perché siamo disposti a riparare la nave mentre navighiamo che possiamo esplorare orizzonti sempre nuovi.
Se non esiste una linea netta di separazione tra linguaggio e fatti, allora tutta la nostra conoscenza è un amalgama: ogni enunciato è parzialmente linguistico e parzialmente empirico.
Parola e Oggetto
Nel 1960 Quine pubblica Word and Object, riaffrontando il nodo cruciale della semantica logica. La sua tesi che ogni traduzione sia indeterminata sottolinea come il contesto semantico sia operativo e non assoluto. Il vero significato è imperscrutabile: non possiamo parlare di oggetti in modo assoluto, ma solo relativamente a una teoria di sfondo (background theory).
L’idea di un “linguaggio protocollare” isolato dalla teoria è una mera fantasia. Il linguaggio è un’ arte sociale. Non esiste un “punto zero”, un fatto privo di interpretazioni. Il linguaggio è un unico tessuto connettivo, che include tutte le scienze e tutto ciò che diciamo sul mondo.
L’Ontologia è sempre una relatività ontologica. “Essere è essere il valore di una variabile”. È possibile spostare la discussione dalle cose alle parole, in un’ascesa semantica che può cercare di risolvere le dispute ontologiche tramite la chiarificazione del linguaggio. Ed anzi conviene adottare lo schema concettuale più snello per ordinare l’esperienza. Questo processo d’altronde si arresta infine alla lingua madre, intesa come il sistema di coordinate che prendiamo per garantito non perché oggettivamente vero, ma perché è il nostro orizzonte pratico. È impossibile una teoria mentalistica del significato.
Giocando con l’idea platonica che la conoscenza salvi le apparenze fenomeniche, Quine paragona la conoscenza ad una vernice, una sottile pellicola stesa sulla superficie dei nostri sensi. Ma finché quella pellicola regge e ci permette anche di curare e prevedere la nostra esperienza, abbiamo salvato il nostro mondo.
In una concezione che è anche etica della scienza, convivono la responsabilità della coerenza totale e l’accettazione del cambiamento parziale. L’epistemologia naturalizzata di Quine postula una continuità senza fratture anche tra il senso comune e la scienza più raffinata. La chiarezza, la semplicità e la coerenza costituiscono il massimo imperativo etico della ragione. Riconoscere che i nostri sistemi concettuali sono strumenti rivedibili, scelti per rendere il mondo abitabile, non sminuisce la scienza, ma la eleva a suprema forma di responsabilità umana.








