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26 Settembre, 2026

Una nuova storia dell’umanità è in costruzione 

Storia di una specie che ha continuato ad espandere il suo mondo di significati

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BIO – Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità – Educational Papers • Anno IV • Numero 15 • Dicembre 2015

Scritto in collaborazione con Eugenia D’Alterio – biologa

 

Tra forti gruppi di interesse è molto consolidata l’idea che la scienza non offra orizzonti di senso esistenziali nel modo in cui le istituzioni religiose hanno indicato nel passato e continuano a farlo. Tuttavia, alcuni gruppi accademici hanno iniziato a sostenere che l’idea che la modernità e, successivamente, la post-modernità ci abbiamo traslocato in un mondo senza significati può essere accolta, oggi, come sbagliata. Infatti, noi potremmo aver già traslocato in un cantiere intellettuale dove una nuova storia dell’umanità è in costruzione. Storia che potrebbe rivelarsi più coinvolgente delle storie religiose finora offerte poiché, per la prima volta, si tratta di una storia globale non ancorata né ad un particolare ambiente né ad una particolare società, una storia dell’umanità dalle origini, a carattere globale, storia che racchiude una vastità di informazione maggiore di qualsiasi altra precedente, storia che potrebbe rivelarsi come una visione molto coinvolgente e piena di significati. L’umanità è, oggi, ad un punto tale, riguardo la conoscenza di sé e dell’universo in cui essa capita di esistere, che può permettersi di avviare una tale storia1.

Al dunque, si tratta di intendere una storia (riferita certamente all’uomo come “soggetto” che comprende e conosce) da una prospettiva che include “l’inizio dei tempi” (rappresentato dalla teoria del Big Bang) fino all’odierno. Prospettiva nella quale si interpretano le interazioni del cosiddetto mondo naturale (cioè primordiale e antecedente alle manifestazioni racchiuse nel nostro concetto di vita2) con gli avvenimenti più recenti nella flora e nella fauna, includendo in quest’ultima noi umani. 

David Christian3 la denomina la Grande Storia, essa include, tra le altre discipline, cosmologia, geologia, archeologia e studi delle popolazioni e degli ambienti socio-culturali. Una storia che inizia con l’origine dell’universo, delle galassie, del nostro sistema solare e che ci conduce attraverso l’evoluzione della vita sul pianeta Terra fino alla comparsa dei primi ominidi e, successivamente, che esamina lo sviluppo della società umana attraverso la transizione da raccoglitori-cacciatori all’agricoltura, l’emergere di insediamenti, poi trasformatisi in agglomerati urbani fino ad arrivare alla nascita del periodo moderno-industriale, al presente e ad immaginabili futuri. 

La storia, tradizionalmente raccontata, è una storia di popoli in competizione nella quale le guerre sono ripetute con gli stessi errori ed orrori. Uno dei primi storici a richiamare, nel 1919, la nostra attenzione sulla mancanza di una storia dell’umanità è stato Herbert George Wells4. Da allora, tra gli storici si è fatta strada l’idea di un modello della storia dell’umanità che prendesse seriamente in considerazione il Paleolitico. Infatti, la maggior parte del tempo della storia umana è trascorsa nell’Età della Pietra. Se questa premessa è valida, il racconto della storia dell’umanità è costretto a considerare l’evoluzione, andando al di là delle frontiere della disciplina storica e considerare come gli umani si sono evoluti. E questo porta, necessariamente, alla biologia5. Dunque, per parlare di storia delle origini si deve prendere in considerazione la questione di come da organismi primordiali si arriva agli organismi multicellulari e a noi. Ossia, una storia dell’umanità deve rendere conto della storia della vita sulla terra, allo scopo è necessario trattare la questione dell’origine della vita6, il che significa trattare la questione di come il pianeta si formò. Per fare tutto questo, sensatamente, è necessario guardare a varie discipline che comprendono non solo la cosmologia e la geologia attuale ma, anche, di affrontare, definitivamente, la questione del Big Bang. 

In ogni modo, questo è un punto di inizio. Concepire ed insegnare una storia umana che comincia con le origini dell’universo sarebbe una via per dare un senso all’umanità come la sola specie che affronta problemi comuni in un mondo postmoderno. Certamente, un ostacolo fondamentale allo sviluppo di un tale paradigma è la cultura della specializzazione e lo scisma ancora in vigore tra cultura scientifica e umanistica. Riguardo questa questione, la nostra cultura ha un’epistemologia molto semplicistica con due posizioni di default: o la scienza ha ragione oppure sono tutte “storie”. La nostra cultura deve ancora ufficializzare una visione più articolata in cui la scienza è oggi centrale ma non assoluta, anche perché le storie circa le origini non erano completamente sbagliate ma erano, probabilmente, la modalità migliore date le conoscenze disponibili ai tempi. Ma, indubbiamente, i racconti dominanti in epoche passate non lo sono più oggi. 

Inoltre, all’ostacolo rappresentato dalla cultura della specializzazione e dallo scisma tra cultura scientifica e umanistica, gli stessi sistemi educativi, quali apparati di riproduzione delle visioni del mondo strumentali alla bio-politica, rispondono inibendo nuove domande circa il cosmo di cui siamo parte e arrestando l’elaborazione di nuovi significati esistenziali che diano nuove risposte a cosa significa essere “umani”. Le stesse università stimolano, soprattutto, l’elaborazione di tecnicismi strumentali per i loro finanziatori pubblici e privati. Tutta l’istruzione e la ricerca è “incorporata” nella cultura della specializzazione. L’identità stessa degli studenti e dei professionisti di ogni settore è legata a questa cultura che li definisce come specialisti avanzati in qualcosa di strumentale che, nel contempo, fornisce una visione arretrata circa la nostra posizione nel cosmo e circa ciò che potrebbe essere distintivo dell’”umano”, malgrado la conoscenza scientifica, oggi, richieda di sradicare le nostre vecchie risposte. 

Finiamo per assistere che, mentre si celebra il progresso scientifico e si pretende in determinati ambiti di utilizzare la scienza come il razionale delle decisioni politiche, non esiste una formazione che socializzi le giovani popolazioni umane in una cultura umanistica scientifica. Dunque, ci troviamo in una situazione definibile come “schizofrenica”, in quanto ciò che pensiamo in termini delle scienze naturali risulta incoerente con i significati esistenziali forniti dalla cultura umanistica e religiosa di un passato recente. In certo qual modo, gli uomini di scienza stanno ancora mappando il cosiddetto livello ontologico della realtà utilizzando i vecchi preconcetti riguardo ai significati esistenziali. 

In ogni modo, una storia “coerente” circa le origini è postulabile ed, pur se essa sia di una complessità crescente, è rilevante per noi esseri umani. L’universo nei sui primi tempi era molto semplice. C’erano nubi di idrogeno ed elio, non si hanno altri elementi che briciole di litio e berillio. Elementi molto omogenei, più o meno con la stessa densità, più o meno con la stessa temperatura. A poco a poco, nell’arco di tempo di 13.8 miliardi di anni, circa, “cose” più complesse appaiono e si mostrano solo dove le Condizioni di Goldilocks7 sono idonee. Questa è la storia che il progetto della Grande Storia intende riferire. 

Questa teoria vuole che la complessità crescente abbia attraversato varie soglie. La prima sarebbe l’avviamento dell’universo. La seconda sarebbe la creazione di galassie (un grande ammasso di stelle e sistemi, gas e polveri legati dalla reciproca forza di gravità). Una volta che abbiamo galassie, si può asserire che l’universo abbia molta più diversità. Le galassie hanno strutture, ricchi gradienti di energia, di densità, di gravità, quindi, flussi di energia che possono costruire “cose” più complesse.

Le stelle morenti ci danno la soglia successiva (la terza), che è quella di creare un universo comprendente tutti gli elementi della tavola periodica conosciuta, quindi, chimicamente più ricco. L’universo può sviluppare nuovi “materiali”. Materiali per la formazione dei pianeti, dei satelliti e degli asteroidi. Su alcuni pianeti, particolarmente sui pianeti rocciosi, si ha una diversità chimica sorprendente. Il motivo sarebbe che la maggior parte dell’idrogeno e dell’elio proveniente dal sistema solare interno era trainata via dal vento solare. Taluni pianeti sarebbero stati dotati di un ambiente straordinariamente ricco chimicamente che ha consentito di organizzare la vita come la conosciamo sul nostro pianeta, ciò non esclude la probabilità che l’universo brulichi di vita. In tal senso, recenti studi confermerebbero questa ipotesi. 

I pianeti sono, dunque, una quarta soglia e la vita (come la intendiamo oggi) è una quinta soglia. Una delle cose meravigliose di questa storia è che, mentre si amplia la lente, si è sempre più convinti che tutte queste grande domande che ci poniamo (e che sembrano senza risposta quando sono viste dal di dentro dei “silos disciplinari”) cominciano a sembrare gestibili dalla prospettiva della grande storia. Si consideri, ad esempio, la vita stessa.

Dalla prospettiva di una storia postmoderna dell’umanità è possibile offrire una definizione8 abbastanza semplice ma potente di ciò che rende la vita un livello diverso di complessità che si è evoluta da semplici molecole chimiche ad organismi veri e propri. Con la comparsa della vita si conformano, così, entità più o meno complesse che appaiono in ambienti estremamente instabili. Se si hanno sistemi complessi in ambienti molto instabili, questi sistemi hanno bisogno di essere in grado di gestire flussi di energia per mantenere la loro complessità. Se gli ambienti sono in costante evoluzione, i sistemi hanno bisogno di un meccanismo per rilevare i cambiamenti. Questo è il punto in cui l’informazione entra nella storia.

L’informazione e la scelta entrano nella storia

Ciò che erano state solo variazioni nell’universo diventano improvvisamente informazione, perché qualcosa sta rispondendo in modo complesso a tali variazioni. Qualcosa di simile a ciò che noi umani intendiamo come “scelta” entra nella storia, perché i complessi organismi o sistemi viventi non fanno più scelte in automatismo e iniziano a fare scelte in un modo più complesso e non si può sempre garantire che faranno la stessa scelta. Ecco dove la selezione naturale inizia a manifestarsi. Si hanno milioni di organismi che fanno scelte diverse e la selezione naturale permette scelte funzionali per preservare ogni lignaggio. Quindi, fare scelte funzionali conta nell’evoluzione. 

Ciò significherebbe, in un certo senso, che il fine è entrato nella storia in questa fase. Si potrebbe, teoreticamente, definire la vita, all’interno della storia, come entità complessa che appare in ambienti estremamente instabili. Questa è la complessità complessa! Per sopravvivere in tali ambienti è necessario essere in grado di rilevare informazione. Sono necessari meccanismi per fare quello che possiamo chiamare “scelte”. È per questo che gli organismi viventi sono così complessi e organizzati perché hanno un fine. 

Se ci riferiamo a noi esseri umani (la quinta soglia di complessità crescente nel racconto della grande storia) è possibile porsi la domanda: Cosa rende l’uomo così diverso dalle altre specie? Questa è una domanda con la quale le scienze umane hanno lottato per secoli. Si ha la sensazione che questa nuova storia possa dare una risposta abbastanza chiara a questo. Se tutti gli organismi viventi utilizzassero informazioni sui loro ambienti per controllare e gestire i flussi di energia di cui hanno bisogno per sopravvivere (ciò che i biologi chiamano metabolismo) e per regolare la loro omeostasi, allora, si obbietterebbe che la maggior parte degli organismi viventi hanno, invece, un repertorio limitato. Infatti, quando una nuova specie appare, i numeri dei suoi membri aumenteranno fino a quando non abbiano utilizzato tutta l’energia che il loro particolare repertorio metabolico ed omeostatico permette di saturare. 

Tuttavia, se si guardano i grafici di crescita della popolazione umana qualcosa di completamente diverso è accaduto. I primi umanoidi, datati, compaiono soprattutto nelle savane dell’Africa orientale per poi diffondersi, lentamente, in nuove nicchie9 come quelle costiere in Sud Africa (Blombos Cave è un luogo meraviglioso che illustra questo), a seguire migrazioni in terre desertiche, in terreni boschivi o di grande gelo. Così già 10.000 anni fa la nostra specie si era diffusa in tutto il nostro mondo conosciuto. 

Questo diffondersi lentamente in nuove nicchie è un comportamento del tutto nuovo caratteristico della nostra specie e di poche altre che si sono evolute acquisendo sempre più informazione e utilizzandola. QUESTA È LA CHIAVE DI CIÒ CHE RENDE NOI UMANI DIVERSI DA ALTRE SPECIE. Allora, possiamo chiederci: che cosa è ciò che ci permette di non essere bloccati all’interno di un limitato repertorio metabolico ma di continuare ad espanderlo? Probabilmente, ci deve essere qualcosa paragonabile a quella chiave che apre un’unica porta. La possibilità per noi è che sia stato il linguaggio. 

Il linguaggio come chiave che consente l’espansione del repertorio metabolico

Sappiamo che gli scimpanzé hanno un loro linguaggio e che possono comunicare idee. Inoltre, le madri scimpanzé possono insegnare ai loro piccoli a usare bastoni per estrarre termiti da tumuli di terra. Ma, sappiamo anche che l’informazione non sembra accumularsi di generazione in generazione in altre specie meno evolute. Se così non fosse, dovremmo averne la prova, ossia che le specie in assoluto allarghino le loro nicchie evolutive. Gli esseri umani hanno varcato la soglia linguistica originando un linguaggio più efficiente, rispetto alle altre specie, che ha attraversato la soglia oltre la quale l’informazione si accumula più velocemente di quanto venga dispersa. Tutto ciò ha un significato profondo nel definire che siamo la prima specie che si è evoluta sulla Terra in cui l’informazione si accumula attraverso le generazioni mediante il meccanismo culturale, non solo tramite i meccanismi genetici. Il meccanismo culturale, naturalmente, costituisce ordini di grandezza temporali più veloci rispetto al meccanismo evolutivo genetico.

L’umanità appartiene ad una specie nella quale le informazioni possono accumularsi attraverso le generazioni e questo è il fondamento per spiegare tutto ciò che ci rende diversi. Se si aggiunge che le informazioni per un organismo vivente permettono ad esso più controllo sulle risorse e flussi di energia, allora, quello che si osserva nella nostra specie è che il controllo sulla energia che fluisce attraverso la biosfera aumenta, e aumenta a un ritmo esponenziale. Nella misura in cui le informazioni si accumulano, alcune di queste ne accelerano il processo di accumulo. La carta stampata ne è un esempio evidente, oppure Internet.

In presenza, presumibilmente, su altri pianeti, di una tale specie (come quella’umana) su altri pianeti è possibile garantire che anche questa dominerà flussi di energia sul suo pianeta. Qualcosa di simile ad un Antropocene, l’era geologica attuale del nostro pianeta, in cui l’uomo e le sue attività sono le principali cause delle modifiche ambientali10. Noi, adesso, stiamo gestendo questi flussi colossali di energia, beneficiandone e superando, così, la grezza necessità. Questo è qualcosa di assolutamente nuovo. L’utilizzo di questi flussi è stato intensificato in modo tale che ciò sta modificando i cicli precedenti della biosfera e provocando l’estinzione di alcune specie, riducendo, così, la biodiversità11. La sfida per il futuro pone una domanda: possiamo mantenere questi benefici che ci rendono una buona vita a causa del nostro crescente controllo dell’energia, senza pregiudicare le condizioni di Goldilocks che consentono a noi, esseri umani, di costruire questa civiltà straordinariamente complessa? 

Questa non è l’argomentazione di uno storico né di uno scienziato, ciò che si intende comunicare è di allargare la percezione concettuale con cui costruiamo la nostra realtà individuale e sociale. Si potrebbe anche dire che ciò che si dischiude, mentre si parla che il mondo non abbia un senso e che ci si aspetta che arrivino nuovi sensi o significati, è come un’interpretazione di “Aspettando Godot”. Come in Godot, in un mondo (freddo e tetro) di disconnessione, di disperazione, di nessun significato, senza uno scopo, rimane soltanto una cosa: una solidarietà disperata tra persone che sono molto diverse. Questo è a quanto ci spingerebbe all’utilizzo di questa scala interpretativa della storia dell’umanità. Quest’immagine post-moderna si è conformata attraverso la modernità e le sue specializzazioni e con lo tsunami di informazione che, di conseguenza, iniziò ad abbattersi su di noi già dalla fine dell’ottocento. 

Che la perdita di significato accompagni la specializzazione è un luogo comune, ma nella scienza post-moderna c’è una storia o un racconto, per utilizzare un termine più consono con la post-modernità, una storia molto più complessa di quella offerta dalle religioni istituzionalizzate. Ma questa storia non è deista. Essa parte da un’osservazione dell’universo senza teologia, senza un creatore. Come postula Dennet12, si tratta di un universo che ciecamente crea sistemi interessanti e complessi. Questa è una nuova storia … 

È possibile trovare idee simili se si guarda nei primi scritti della filosofia greca, l’idea di un universo che non è né modellato né creato dagli “dei”, ma nel quale le cose appaiono. Un universo che non ha bisogno né di un driver né di un creatore. Snodare questa storia, questa ricca storia, è una delle cose che si cerca di fare con l’idea di una Grande Storia.

Gli esperti, che se ne occupano, sono sempre più convinti che problemi che una volta sembravano intrattabili cominceranno a sembrare più gestibili se li si percorre in più discipline (ossia con un approccio multidisciplinare) e che (ci piacerebbe pensare) comprendano tutte le sfide che dovremo affrontare nei prossimi cinquanta o cento anni. Le sfide del cambiamento climatico, l’impoverimento della biodiversità con l’estinzione di massa di alcune specie vincolata al fatto che noi esseri umani stiamo occupando molte delle risorse della biosfera un tempo a loro adatte.

Queste sfide sarebbero aperte e gestibili se fossimo in grado di aiutare più studenti e ricercatori a comprendere che “le specializzazioni” non sono una soluzione a tutto. Se l’educazione e la ricerca sono centrate sul conoscere particolari ambiti, come quello della genetica, in particolare, o della tecnologia scientifica, in sento lato, o della letteratura, è necessario fare un passo indietro e guardare, metaforicamente, il tutto da un’alta cima e accorgersi come tutti questi ambiti siano strettamente collegati. 

Uno dei motivi per cui questa visione della grande storia, questo tentativo di mettere tutto assieme, che E. O. Wilson chiama “CONSILIENCE”13, è così importante anche perché la prassi delle specializzazioni costituisce una delle ragioni per cui così tante persone stentano a comprendere sul serio la scienza. Una delle finalità della Grande Storia è aiutarci a capire che la scienza post-moderna racchiude una storia coerente. Quando si utilizza il termine di “scienza post-moderna”, in questa argomentazione, si intende nel suo più ampio senso. Infatti, non bisogna provare imbarazzo quando si parla di scienza in questa modalità. Della scienza bisogna tener conto. Una volta che comprendiamo l’Universo, la Terra e la biologia stessa con una visione post-moderna, ci accorgiamo di una storia coerente, piena di significato e che ci riporta alla scienza. 

L’idea che gli scienziati descrivano e mappino l’universo e che le loro attività non creino significati è, come asserito all’inizio di quest’argomentazione, piuttosto sbagliata. Certamente, non si dovrebbe lasciare che i nostri pregiudizi, opinioni e credenze si mescolino con l’osservazione metodologica dell’universo o degli eventi. Metodologicamente, questo è il principio e se si interpreta la scienza secondo questo principio si impone un’immagine di una presunta scienza pura per offrire intuizioni che suggeriscano nuovi significati esistenziali. 

Certamente, parlare di “storia” o di una“storia sulle origini”, di una storia che sia un resoconto che elabora significati sul nostro luogo nell’universo e della natura dell’universo, sembrerebbe decisamente bizzarro a molti “scienziati” schierati nella corrente che si potrebbe denominare dello scientismo. Ma la scienza è anche intesa in termini ragionevoli al punto che si accetta anche che la scienza stessa racconta una storia circa il nostro luogo nell’universo e la natura di questo universo. In questo senso la scienza viene intesa come tutte le tradizioni filosofiche. Con essa si attua un processo di mappatura e si fornisce alle popolazioni umane un resoconto circa dove esse si trovano, facendo riferimento a nozioni di tempo e spazio. Questo processo di descrizione o mappatura, che viene fornito in tutte le storie sulle origini dei gruppi umani, costituisce un orizzonte di senso per tali popolazioni in quanto fornisce loro un racconto di identità. Fornendo quest’identità e questo orizzonte di senso si dischiudono le possibilità aperte per noi umani. In questo senso, la scienza si trova sempre dinnanzi una forte sfida: quella di fornire spiegazioni che diano un orizzonte di senso all’esistenza umana. E visto che la scienza incorpora molta più informazione delle tradizioni filosofiche, le aspettative circa gli orizzonti di senso che la scienza debba fornire sono ancora maggiori: sono globali. Ed è per questa ragione che si asserisce che una grande storia dell’umanità non è solo conoscenza ma anche elaborazione di senso in quanto conoscenza che ci fornisce una spiegazione circa cosa siamo o, se si preferisce, circa chi siamo. 

A questo livello di elaborazione di senso si può asserire che l’apprendimento è la capacità degli esseri umani di condividere informazioni, con tale precisione e in volume tale che l’informazione, a livello culturale, aumenta di generazione in generazione. Questa prerogativa ci rende diversi dalle altre specie. Questa è una soglia fondamentale: è quello che ci definisce come specie. Certamente, ogni comunità accumula informazione in modi svariati. Ciò spiega perché quando le comunità accumunano sinergie sono così potenti. Questo accumulo di informazione è la fonte della tecnologia, ed è, anche, la fonte della scienza, della civiltà. L’informazione condivisa, poi, costituisce tutto ciò che è umano14. 

Se ciò è vero, per spiegare ciò che ci rende diversi, dobbiamo distinguere tra due problemi. Uno è come i nostri antenati hanno attraversato quella soglia linguistica. Spiegare ciò è un problema tecnico molto complesso che coinvolge una vasta gamma di prove, alcune delle quali neurologiche, alcune altre archeologiche, altre ancora antropologiche. Il secondo problema è molto più gestibile: definire la soglia di cosa è cambiato. Secondo l’idea Chomsky si tratta di un cambiamento neurologico, che ci ha dato la grammatica, potrebbe essere la strada giusta15. 

Se mettiamo da parte il problema di come abbiamo ottenuto il linguaggio umano, in confronto con quello degli scimpanzé, quello che ci rimane è definire la natura della soglia. La questione non è difficile ma sottile. Se si pensa ai linguaggi come comunicazione con un certo livello di efficienza, allora la teoria dell’informazione si richiama a questo. C’è ricco materiale nella teoria dell’informazione e non si intende capirla in dettaglio. Il punto è che si può misurare l’efficienza dei sistemi informativi. Così, tanta informazione viene trasmessa con un certo grado di precisione o meno. 

Si può immaginare una scala in cui, ai livelli più bassi, l’informazione scorre. Se dico a qualcuno: “uno, sei, minuscolo g, maiuscolo T”, quest’informazione morirà abbastanza presto. Se invece gli dico: “sono a New York”, questa informazione verrà mantenuta più a lungo. Tornando agli scimpanzé, è come se vivessero in un mondo in cui l’informazione è in grado di sopravvivere soltanto ad uno o due scambi ma non può essere mantenuta più a lungo. Noi umani, invece, abbiamo attraversato quella soglia che, da un punto di vista neurologico, potrebbe essere ritenuta piuttosto piccola, ma oltre la quale abbiamo ciò che Terrence Deacon ha chiamato il “linguaggio simbolico”, un linguaggio in cui le parole sono incredibilmente “compresse”, piccoli pacchi contenenti una grande quantità di informazione16. 

Possiamo, ad esempio, dire quattro sillabe: “gatto rosa” e, improvvisamente, un’immagine apparirà nel cervello di qualcuno, un’immagine di qualcosa che non è mai esistito: un gatto rosa. Effettivamente, il linguaggio simbolico ci consente di parlare di cose che possono non essere presenti agli occhi degli interlocutori. Per cui il linguaggio aumenta notevolmente la gamma di ciò che possiamo comunicare. Una volta che si attraversa la soglia del linguaggio simbolico umano si è in un territorio nuovo. E in questo nuovo territorio si possono bloccare altre specie che sarebbero vicine ad attraversare quella stessa soglia. Questa potrebbe essere la sorte subita da alcune altre specie di ominidi estinti negli ultimi 500 mila anni. 

In sintesi, possiamo definire il carattere generale della soglia che rende l’uomo moderno diverso. Possiamo dire che cosa è che ci rende diversi: è un linguaggio così efficiente che le informazioni si accumulano attraverso le generazioni mediante il meccanismo culturale, non solo tramite il meccanismo genetico. Ancora non sappiamo esattamente come sia successo. Ma può essere che si possa fare molto, lasciando la questione come una scatola nera che speriamo che i linguisti o i neuro-scienziati possano decifrare nei prossimi decenni, e passare al prossimo progetto che è alla ricerca di prove che la nostra specie ha attraversato quella soglia.

La prova dovrà risalire tra 250 e 50.000 anni fa. Dovremmo cercare le prove di una specie la cui nicchia è in espansione. Circa 50.000 anni fa tale prova si documenterebbe piuttosto solidamente in Africa. Ma si devono cercare anche le prove di attività simbolica. Ogni volta che si trovano ominidi si trovano vicine rocce color ocra che sembrano essere state raschiate o marcate, c’è un suggerimento lì che indica che si può essere in presenza di vestigia di una specie che sta pensando simbolicamente, e che probabilmente si auto-rappresenta con segni sulle rocce. Tutto questo problema sulle origini del linguaggio, abbiamo bisogno di semplificarlo, distinguendo tra il problema di come siamo arrivati ad un linguaggio così efficiente e lo studio delle conseguenze.

Certamente, questi aspetti accademici e di ricerca non vengono riferiti come un esercizio di erudizione ma con lo scopo di contribuire ad un nuovo paradigma circa la condizione dell’uomo nell’universo e di conseguenza un paradigma che ci aiuti ad uscire dalla visione della storia tradizionale raccontata come una storia di tribù in competizione. Dal momento che questa nuova visione della storia ci rende consapevoli che la maggior parte del tempo della storia umana è trascorsa nell’Età della Pietra e che il racconto della storia dell’umanità è costretto a considerare l’evoluzione, andando al di là delle frontiere della disciplina storica, questo potrebbe spingere la questione di come noi umani si siamo evoluti. E questo porta, obbligatoriamente, alla biologia. 

Dunque, per parlare di storia umana e, dunque di noi oggi, ci dobbiamo rendere conto della storia della vita sulla terra e per fare questo è necessario trattare la questione dell’origine della vita, da varie discipline e prospettive, in primis dalla geologia, dall’astronomia, dalla fisica e dalla chimica-organica. Guardandoci in queste complesse connessioni ci renderemmo più inclini a riconsiderare le nostre convinzioni semplicistiche con cui stiamo affrontando, forse inadeguatamente, i drammi umani della contemporaneità, convinzioni con le quali ci consegniamo, passivamente e senza concertazione, alla bio-politica, principalmente attraverso il repertorio tematico propostoci dai mass-media. Ma finché non esisterà l’intenzionalità di una formazione che socializzi le giovani popolazioni umane in una cultura umanistica – scientifica la concertazione non avrà inizio. 

  1. David Christian. Maps of Time: An Introduction to Big History. University of California Press, Berkeley, 2004.
  2. Vargas, R. O. & D’Alterio E. Alla ricerca di una definizione operazionale di vita – La molecola a tempo indeterminato. In “BIO Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità Retroscena”. Anno I, N. I, Marzo, 2012, p. 4-8.
  3. D. Christian. op. cit.
  4. H.G. Wells. The Outline of History: Being a Plain History of Life and Mankind. Book Club/Complete in One Volume edition, Garden City Publishing Co., New York, 1925.
  5. Nel suo libro “Consilience: The Unity of Knowledge”. Vintage, New York, 1999, Edward O. Wilson ha argomentato a favore di quest’idea di una storia globale.
  6. Vargas & D’Alterio. op. cit.
  7. In astronomia e astrobiologia, zona abitabile, e più precisamente, zona abitabile circumstellare o CHZ, è il termine scientifico per indicare la regione intorno ad una stella ove è teoricamente possibile per un pianeta mantenere acqua liquida sulla sua superficie. Il concetto è basato sulle condizioni favorevoli per la vita per come noi la conosciamo sulla Terra, dove l’acqua liquida è essenziale per tutte le forme di vita conosciute; quindi i pianeti in grado di avere acqua liquida in superficie sono considerati tra i più favorevoli per ospitare vita extraterrestre. “Zona abitabile” è talvolta usato più generalmente per indicare diverse regioni che sono considerate favorevoli alla vita, come ad esempio la zona galattica abitabile, termine coniato da Guillermo Gonzalez nel 1995, e che rappresenta la distanza di un pianeta dal centro galattico. La posizione dei pianeti e dei satelliti naturali all’interno della zona abitabile della propria stella madre (e un’orbita quasi circolare) non è che uno dei tanti criteri da prendere in considerazione circa l’abitabilità planetaria ed è teoricamente possibile che esistano pianeti abitabili al di fuori della suddetta zona. Il termine inglese “Goldilocks planet” è usato per ogni pianeta che si trova all’interno della zona abitabile circumstellare (CHZ), mentre il termine abitabilità planetaria implica che i pianeti abbiano certe similitudini con la Terra e che siano pianeti rocciosi. Sono state scoperte decine di pianeti nella zona abitabile, anche se la maggior parte di essi sembrano significativamente più grandi della Terra; probabilmente ciò è dovuto al fatto che date le grandi distanze coinvolte, è più facile rilevare pianeti di maggiori dimensioni. Le stime attuali indicano che esistono almeno 500 milioni di pianeti all’interno della zona abitabile in tutta la Via Lattea. Alcuni scienziati hanno suggerito che la teoria della zona abitabile sia troppo semplicistica in quanto viene presa in considerazione solo la vita presente sulla Terra, mentre potrebbero esistere zone abitabili in cui altri composti diversi dall’acqua, come l’ammoniaca e il metano, possono esistere in forme liquide stabili. Alcuni astrobiologi ipotizzano che questi ambienti potrebbero permettere di raggiungere biochimiche alternative. Inoltre potrebbe esistere una grande varietà di habitat potenziali al di fuori della zona abitabile, come in oceani d’acqua sotto la superficie di qualche esopianeta, così come abitabili potrebbero essere oceani costituiti da ammoniaca o metano.
  8. Vargas & D’Alterio. op. cit.
  9. Costruzione nicchia è il processo in cui un organismo altera il proprio ambiente (a volte l’ambienti di altri), spesso, ma non sempre, in modo che aumenta le sue possibilità di sopravvivenza. I cambiamenti che gli organismi determinano nei loro mondi che non sono di alcuna conseguenza evolutiva o ecologica non sono esempi di costruzione di nicchia. Molti biologi hanno sostenuto che la costruzione di nicchia è tanto importante per l’evoluzione quanto la selezione naturale, vale a dire non solo l’ambiente causa cambiamenti attraverso la selezione, ma anche le specie causanao cambiamenti nei loro ambienti attraverso la costruzione di nicchia. Questo avanti e indietro crea un rapporto di feedback tra la selezione naturale e la costruzione di nicchia: quando gli organismi influenzano il loro ambiente, questo cambiamento può causare uno spostamento in quali tratti sono stati naturalmente selezionati. L’effetto di costruzione nicchia è particolarmente pronunciato nelle situazioni in cui le alterazioni ambientali persistono per più generazioni, introducendo il ruolo evolutivo di eredità ecologica.. Questa teoria, in collaborazione con la selezione naturale, dimostra che gli organismi ereditano due lasciti dai loro antenati: geni e un ambiente modificato. Insieme, questi due meccanismi evolutivi determinano la fitness di una popolazione e quali adattamenti quegli organismi sviluppano in continuazione per la loro sopravvivenza.
  10. https://www.treccani.it/enciclopedia/antropocene_(Lessico-del-XXI-Secolo)/
  11. David Christian. op. cit.
  12. Dan Dennet, Darwin’s Dangerous Idea, Touchstone Edition, NY, 1996.
  13. Wilson, Edward Osborne. Consilience: The Unity of Knowledge. First Vintage Books Edition, New York, 1999
  14. David Christian, op. cit.
  15. Noam Chomsky. Language and Mind. Harcourt, Brace & World, New York, 1968.
    Noam Chomsky. Reflections on Language. Pantheon Books, New York, 1975.
    Noam Chomsky. Syntactic Structures. Mouton, London, 1957.
  16. Terrence Deacon. The Symbolic Species: The Co-evolution of Language and the Brain. W. W. Norton & Company, New York, 1997.

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