Redazione

Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i pensieri

Sempre più studi sembrano dimostrare che il microbiota del nostro intestino abbia un'incidenza fondamentale sulle funzioni legate al pensiero, e di conseguenza sulle patologie ad esso legate quali depressione e autismo
9 Dicembre, 2019
Tempo di lettura: 2 minuti

Nel linguaggio comune il ragionamento di pancia è sempre stato considerato in antitesi al ragionamento di cervello. Un modo di dire vecchio come il mondo, ma l’uomo che nell’antichità usò per la prima volta questa espressione difficilmente si era reso conto di quanto in realtà fosse tutt’altro che figurata.

Già, perché tutti gli studi più recenti sembrano confermare una teoria che fino a 10 anni fa sembrava roba da sciroccati: l’equilibrio dell’intestino è legato a doppio filo al pensiero e al ragionamento. Ma come, la parte del corpo che a noi pare più abietta, più sporca, sarebbe intimamente legata a quella più nobile, del pensiero? Sembrerebbe proprio di sì. Per essere più precisi, il complesso micro-ambiente di germi presenti nel nostro intestino, miliardi di batteri di specie differenti indispensabili alla nostra sopravvivenza, influisce in maniera sostanziale sul nostro umore, sulla nostra capacità di ragionamento, arrivando perfino a poter causare malattie gravi quali depressione e autismo.

Lo studio di questa inimmaginabile correlazione sta muovendo ora i primi passi, sebbene arrivino di giorno in giorno sempre più conferme. Pioniere di questa branca di ricerca è stato Rob Knight, un microbiologo dell’Università della California, a San Diego.Il professor Knight aveva notato che alcune cavie che manifestavano una predisposizione a mangiare troppo e diventare sovrappeso avevano in comune tra loro una particolare composizione batterica nelle feci. Per verificare il nesso di causa effetto, nel 2011 trapiantò queste feci (sì, sappiamo che un trapianto di feci sembra una cosa davvero disgustosa, ma è la scienza, bellezza!. E comunque non vorremmo dirvelo, ma il trapianto di feci esiste anche tra umani) in cavie precedentemente sottoposte a terapia antibiotica per azzerarne la flora intestinale. Risultato: i topi che avevano ricevuto il trapianto diventavano a loro volta obesi. Fu la prima avvisaglia di quella che potrebbe essere una rivoluzione copernicana nel modo di intendere le malattie mentali, e più in generale l’equilibrio su cui si basa il funzionamento dell’organismo umano.

La scoperta dovette inizialmente scontrarsi con lo scetticismo della comunità scientifica. Il cervello è infatti avvolto in una membrana detta membrana emato-encefalica, che ha la specifica funzione di impedire il passaggio di sostanze chimiche da e verso il cervello. Sembrava quindi davvero improbabile a chiunque che un’alterazione del tratto intestinale potesse influire sull’area cerebrale. Eppure dal 2011 a oggi sono stati molti gli studi specifici che hanno approfondito questa correlazione, trovando sempre maggiori evidenze e allargando notevolmente il range delle possibili patologie interessate. l’Alzheimer, la depressione, da ultimo finanche l’autismo. Un numero sempre crescente di disturbi dello spettro cognitivo sembrano rivelarsi connessi alla microbiota intestinale, aprendo così la strada a un gran numero di nuove terapie, anche per malattie un tempo ritenute incurabili.

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