Dott.ssa Antonella Ronchi - tempo di lettura 4 min.

Omeopatia e Scienza. Una Road Map

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Come medico esperto in Omeopatia il tema della scientificità tocca una corda particolarmente sensibile, perché da molti anni la critica che viene ripetutamente rivolta alla medicina omeopatica è proprio di essere fuori dal campo della scienza. Per questo motivo ho letto con grande interesse il libro di Naomi Oreskes “Perché fidarsi della scienza?”, edito da Bollati Boringhieri e ho trovato molti spunti di riflessione.

Secondo l’autrice la fiducia nei processi dell’indagine scientifica nasce dal carattere sociale della ricerca e dalla valutazione critica collettiva delle affermazioni della scienza. Per lei la scienza ha un carattere assolutamente democratico, perché tutti i ricercatori possono parteciparvi in maniera equa e, mediante interazioni reciproche, affinare e modificare il quadro d’insieme. Ma la stessa autrice afferma che questo risulta compromesso se la comunità non si dimostra aperta o appare dominata da una piccola cerchia o anche da pochi individui aggressivi – o se vi sono prove e non solo accuse che vengano soppresse alcune voci al suo interno.

Il modo migliore per sviluppare una conoscenza oggettiva è quello di aumentare la diversità nelle comunità dedite alla ricerca scientifica. Bisogna accettare il fatto che i singoli scienziati, per forza di cose, immettono nel loro lavoro una serie di pregiudizi, valori e presupposti di partenza: la scienza nel suo complesso può essere oggettiva anche se i singoli scienziati non lo sono perché se la comunità è aperta e diversificata, non difensiva, porterà alla luce eventuali preconcetti e presupposti di partenza individuali.

In un periodo in cui abbiamo sentito dichiarare categoricamente che la scienza non è democratica, queste affermazioni mi sembrano riportare il discorso a una realtà positiva, che permetta un vero progresso. Purtroppo vicende come l’espulsione dalla Cochrane di Peter Gøetzsche, avvenuta a causa della sua critica a una revisione sulle vaccinazioni contro il papilloma virus mi fanno temere che l’ideale rappresentato dall’autrice di questo testo sia purtroppo ancora lontano dalla realtà. E le vicende della medicina omeopatica stanno a confermare questo orientamento. Ancora recentemente leggiamo dal comitato etico della Fondazione Umberto Veronesi che “secondo le migliori evidenze disponibili e il consenso della comunità scientifica i preparati omeopatici non sono altro che costosi placebo”. Bisogna riconoscere che in Omeopatia è difficile raccogliere ampi dati in linea con i più alti standard della ricerca proprio per le caratteristiche dell’Omeopatia stessa, che è una medicina altamente individualizzata. Ma attenzione a non fare confusione fra l’assenza di evidenza e l’evidenza di assenza. Se fonti non statistiche o di evidenza inferiore, come i dati che vengono da testimonianze di pazienti o da studi osservazionali, suggeriscono un effetto e se contemporaneamente ci sono buoni motivi teorici per pensare che l’effetto sia probabile, dobbiamo aprirci a un atteggiamento almeno probabilistico e non categoricamente negativo. E che si siano fatti in questi ultimi anni grandi progressi riguardo ai meccanismi di base che possono sostenere la plausibilità dell’azione del medicinale omeopatico è innegabile e il non volerne tener conto è quanto di più antiscientifico possa esistere. Chi vuole approfondire l’argomento può documentarsi ad esempio sul sito dell’HRI.

Ho citato Peter Gøetzsche come esempio di incorruttibilità, ma devo precisare che la sua posizione riguardo all’Omeopatia è categoricamente negativa: nel parlarne utilizza termini quali stupidità, immoralità, frode. Ma la sua posizione, viziata da un pregiudizio di implausibilità, nasce sostanzialmente da due fattori: innanzi tutto dall’essere venuto a contatto con rappresentanti dell’Omeopatia assolutamente dogmatici e come abbiamo detto il dogmatismo è la negazione della scienza; poi dall’accettare solo evidenze del massimo valore statistico. Riguardo all’implausibilità, se non facciamo riferimento alle ricerche più recenti e continuiamo con la vecchia storia della diluizione estrema, è come se parlassimo due lingue diverse. Invece sul discorso del dogmatismo, credo che una simile critica ci debba essere di stimolo a crescere da questo punto di vista. Sappiamo bene che la medicina non è una scienza, ma un’arte che si avvale della scienza, ma non possiamo accontentarci di realizzare solo la parte umanistica affidandoci a conoscenze immobili nel tempo: al nucleo forte dell’Omeopatia, basato su meccanismi naturali e quindi come tali immutabili, si affianca tutta la parte legata al crescere delle conoscenze che fa di questa disciplina un campo di studio amplissimo e affascinante.

 

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