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Mangiare carne sta distruggendo il Pianeta: che fare?

Quanti animali sono morti nell’ultimo mese per nutrirci? E quanti sono morti per nutrire altri animali che avrebbero nutrito noi? È una stima quasi impossibile da fare, anche perché è un mercato in larga parte non controllato. Alcune stime parlano di mezzo miliardo di animali al giorno. 19 milioni all’ora. Del consumo di carne, e delle barbarie che porta con sé, abbiamo già parlato in passato. Così come abbiamo già affrontato in parte il discorso sulla carne coltivata in laboratorio. Oggi, però, vorremmo approfondire entrambi questi aspetti dal punto di vista dell’ambiente.

Mangiare carne sta distruggendo il Pianeta: che fare?

Partiamo col prendere una posizione chiara: l’unica posizione davvero ragionevole è non consumare carne (e pesce, come sa bene chiunque abbia visto Seaspiracy). Dobbiamo però essere anche realisti, e sapere che non esiste alcuna campagna vegana che potrà convincere tutti gli abitanti del mondo ad abbandonare un’abitudine così radicata. C’è poi da dire che la scienza ufficiale, prima di convincersi dell’opportunità di tagliare drasticamente il consumo di carne, è stata per lo meno balbuziente sull’argomento. Ciò ha comportato grossi ritardi nella strada che porta alla fine di questa atrocità devastante per il pianeta.

La scienza segnala il problema con colpevole ritardo

Oggi, finalmente, gli scienziati più autorevoli convergono su questa esigenza. E, con colpevole ritardo, indicano la strada per salvare il salvabile. Secondo quanto pubblicato di recente su Nature, i Paesi del “primo mondo” dovranno tagliare il consumo di carne bovina del 90%, e quello di maiale almeno dell’80%, se vogliamo sperare di mantenere il surriscaldamento globale al di sotto dei 2° fissati come target dagli accordi sul clima di Parigi.

Carne coltivata – pro e contro

Oggi si parla molto della carne coltivata in laboratorio, e delle grandi prospettive che sembrerebbe aprire. Le promesse al riguardo, se rispettate, potrebbero cambiare del tutto le carte sul tavolo. Da una sola cellula di carne bovina, dicono i sostenitori, si potrebbero creare un numero pressoché infinito di fibre muscolari. E quindi hamburger, bistecche (bistecche per modo di dire, come vedremo più avanti) e così via. Niente più stragi di animali. Niente più emissioni di gas serra dagli allevamenti. Quando le promesse sono così mirabolanti, però, è sempre meglio non fidarsi e approfondire il discorso.

E, in effetti, ad approfondire viene a galla che la questione è molto più complicata di quanto non sembri. Innanzitutto perché la carne coltivata non è proprio come la immaginiamo noi quando pensiamo a una fiorentina. È, invece, costituita da sole fibre muscolari. Niente ossa, niente carne, niente cartilagine. È, in altre parole, totalmente insapore – e incolore. Per renderla appetibile, le industrie alimentari la riempiono di additivi e aromatizzanti: succo di barbabietola, per darle un bel colorito sanguineo. Zefferano e uova, per stimolare le nostre papille gustative. E, infine, una bella frullata per non permetterci di distinguere il risultato finale.

I problemi di gusto, di salute…e di emissioni

Fin qui il problema sarebbe solo di gusto. I problemi, però, non si fermano al palato, e coinvolgono purtroppo anche la nostra salute. La carne in provetta, infatti, per poter crescere senza essere infestata da batteri di vario tipo ha bisogno di brodi di coltura carichi di antibiotici. Inutile dire che questa pratica rende il prodotto finale rischioso per la nostra salute a breve termine, ma ancora più rischioso per i danni di lungo periodo che potrebbe provocare. L’utilizzo aggressivo di antibiotici, è cosa certa da anni, spinge sempre più avanti il problema dell’antibiotico-resistenza. Un fenomeno che potrebbe essere (molti studiosi lo danno ormai per certo) il prossimo, gigantesco problema dell’intera razza umana.

L’Italia, fra l’altro, è purtroppo uno dei paesi al mondo in cui la resistenza agli antibiotici è più sviluppata, con gravissime ripercussioni nella vita dei cittadini già oggi. Come si legge sul sito dell’Aifa, “Nel nostro Paese ogni anno, dal 7 al 10 per cento dei pazienti va incontro a un’infezione batterica multiresistente con migliaia di decessi”. Ciò dovrebbe essere sufficiente a fugare ogni dubbio riguardo alla gravità del problema, che fra l’altro nel futuro prossimo venturo potrà solo peggiorare.

Non esiste alcuna panacea, ma solo cambi di paradigma

Venendo all’argomento che al momento ci riguarda più da vicino, ossia l’impatto ambientale, va detto che al momento è molto difficile avere una posizione chiara. Il settore della carne in provetta è, infatti, ai suoi primi passi. L’impatto che avrà nei prossimi anni può essere solo stimato, con previsioni che tengano conto delle fonti di energia con la quale i laboratori sono alimentati oggi e saranno alimentati in futuro. Gli stessi studi scientifici divergono anche in maniera sostanziale, a seconda dei parametri adottati.

Se nel 2011 una ricerca aveva valutato come estremamente positivo l’impatto sui gas serra della nuova carne da laboratorio, con un taglio stimato delle emissioni tra il 78 e il 96%, Studi successivi sono diventati via via meno entusiasti. Questo perché nel calcolo dei gas serra si utilizza un “gold standard” di equivalenza con l’anidride carbonica chiamato Global Warming Potential. Ad approfondire, però, non tutti i gas impattano allo stesso modo: alcuni lasciano un’impronta molto più pesante nell’immediato, mentre altri rimangono attivi molto più a lungo.

Il GWP tende a sovrastimare i danni dei primi e minimizzare quelli dei secondi. O, almeno  è quanto sostengono gli studi pubblicati su Frontiers nel 2019. La conclusione è che il beneficio per l’ambiente può effettivamente verificarsi solo qualora si affianchi a una drastica decarbonizzazione delle fonti energetiche. “La carne coltivata non è di per sé climaticamente superiore all’allevamento dei bovini da carne; il suo impatto relativo dipende invece dalla disponibilità di energia decarbonizzata e dagli specifici sistemi di produzione che vengono realizzati” dicono Lynch e Pirerrehumbert, autori dello studio.

Il loro punto di vista avvalora quello che dovremmo sapere bene: che non ci sarà nessun miracolo o tecnologia a salvarci, se non cambieremo l’approccio col quale ci relazioniamo al nostro pianeta.

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