Il Protocollo per la Malattia, Il Medico per Il Malato

Tempo di lettura: 3 minuti

Mi sta succedendo sempre più spesso di incontrare persone – soprattutto colleghi od operatori sanitari in genere – che mi chiedono quale sia il protocollo che utilizzo per trattare una determinata patologia. E si meravigliano quando rispondo loro: “dipende dalla persona, dalla situazione, dalla sintomatologia”. Una persona, pensando probabilmente che non volessi dargli informazioni e che usassi questa come scusa, all’ennesima richiesta è sbottato, ancor prima che potessi rispondere, in un “e certo, dipende”.

Non è una scusa, anche se potrebbe sembrare: banalmente, qualunque cosa faccia, io non uso nessun protocollo. Così come, fatto ancora più assurdo, non mi interessa la diagnosi di malattia per poter curare – non guarire, curare – una persona.

Non mi reputo una professionista della medicina ma un’artigiana. Andare a studio, per me, è come andare al laboratorio di ceramica: ogni volta so che il pezzo che farò non sarà mai uguale al precedente, anche se sto facendo un servizio di piatti. Basta che cambi l’umidità, l’idratazione della ceramica, il calore delle mani, la diluizione del colore, la velocità con la quale il pezzo si asciuga, la luce che mi fa vedere i colori in modo diverso, come si lega la cristallina perché il pezzo si modifichi. Non è un pezzo fatto con lo stampo, non è industriale. È artigianale. Ed è questa la bellezza dell’artigianato (e non solo della ceramica): puoi fare anche sempre gli stessi gesti, non avrai lo stesso risultato.

Lo stesso avviene in uno studio medico (e non solo): possono venire 10 persone con la lombosciatalgia, è difficile che si ritrovino due persone con la stessa identica modalità di presentazione della patologia. Tutto è legato alla storia della persona, alla sua situazione attuale, a dove vive, al suo stato d’animo, alla relazione che intraprende con il medico.

La malattia che si presenta in un essere umano, non è indipendente e separata da lui. Non esiste la lombosciatalgia, non esiste il tumore della vescica, non esiste la prostatite isolata dalla persona. Esiste, invece, la persona “x” con la lombosciatalgia, la persona “y” col tumore della vescica, la persona “z” con la prostatite. E la sintomatologia varierà da persona a persona.

Perché i sintomi non sono, a differenza di quanto si creda comunemente, espressione della malattia: sono espressione di come quel determinato soggetto, in quel determinato momento, risponde a quella noxa patogena. In quel momento, in quel soggetto, in quella situazione. Questo significa che la stessa persona, in un altro momento o in un’altra situazione, potrebbe avere sintomatologia diversa. E quindi necessitare di una cura diversa.

Ciò significa che, anche se si tratta di un paziente che seguo da 20 anni, la cura che gli do oggi potrebbe (per non dire sarà) essere diversa dalla cura che gli ho dato 2 anni fa per la stessa patologia. Stessa noxa patogena può determinare diversa risposta del soggetto e, quindi, diversa sintomatologia. E diversa cura.

Capirete bene che, in questa visione, io non posso dare a nessuno un protocollo. E non posso insegnare a nessuno cosa fare. Perché non posso immaginare tutte le possibili combinazioni di sintomi per fare un numero n di possibili protocolli. Me ne scapperebbe sempre qualcuno.

Ma, soprattutto, nel mettere la mia attenzione sulla malattia e sul protocollo la toglierei al paziente, al malato, alla persona che vuole essere curata. E toglierei a me stessa la possibilità di incontrare e conoscere una persona, di arricchirmi da quella conoscenza e di scoprire un modo per dare una mano, un aiuto a quella persona che ho davanti e non ad una entità astratta. Ben sapendo che la guarigione, se ci sarà, non sarà merito mio ma del paziente.

NEWSLETTER

Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere tutti gli aggiornamenti.