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Il vaiolo delle scimmie è preoccupante?

La trasmissione della malattia non sembra essere veloce - nulla a che vedere con il Sars-Cov-2 - ma ci mancano le informazioni
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È arrivato in sordina, nelle sezioni dimenticate dei telegiornali, poi abbiamo cominciato a parlarne sempre di più, e infine eccolo qui, su tutte le principali testate. Ma questo vaiolo delle scimmie, è davvero preoccupante? Non è facile dare una risposta univoca a questa domanda. La nostra mente va immediatamente alla pandemia di Covid-19 ancora in corso: torneranno le limitazioni personali? Avremo di nuovo gli ospedali in stato di massima allerta e le processioni di bare? Non possiamo avere certezze, ma pensiamo di poter escludere quest’ultimo, drammatico quadro.

Il vaiolo delle scimmie è preoccupante?

La principale differenza – un’ottima notizia – fra vaiolo delle scimmie e Sars-cov-2 è data dalla facilità di trasmissione. Il nuovo coronavirus si trasmette per via aerea con estrema facilità: le sue ultime varianti BA.4 e BA.5 sembrano essere addirittura i virus a più alta trasmissibilità mai studiati. Il vaiolo delle scimmie, invece, richiede contatti umani molto stretti tra le persone: Il contagio può avvenire tramite il contatto con fluidi corporei e goccioline respiratorie di persone infette con cute lesa, occhi naso o bocca. Ad oggi la maggior parte dei casi (ma non tutti) è stata riscontrata tra gli uomini che fanno sesso con altri uomini, sebbene il motivo di questa concentrazione non ci sia del tutto chiaro.

Quanto è grave la malattia?

Nella maggior parte dei casi, poi, la malattia è autolimitante. La maggior parte delle persone infette guarisce cioè in un lasso di tempo abbastanza breve, senza aver bisogno di cure particolari. Perché, allora, questa malattia sta suscitando tanto allarme, al punto che il 23 luglio Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS, durante una conferenza stampa ha dichiarato che si tratti di un’emergenza sanitaria pubblica internazionale?

Siamo stati colti di sorpresa

Il motivo principale è che ci ha colto – di nuovo – di sorpresa. Il vaiolo delle scimmie non è un virus nuovo. Siamo al corrente della sue esistenza da quando, Il 30 giugno del 1958, un macaco che faceva da cavia in un laboratorio danese mostra i primi sintomi di contagio. 12 anni dopo, nel 1970, registriamo il primo infetto umano, un bambino di 9 mesi che viveva Basankusu, una remotissima regione del Congo. Da allora la malattia si è diffusa in maniera endemica tra la popolazione dell’Africa sub-Sahariana, colpendo prevalentemente bambini e soggetti immunodepressi.

I casi di contagio uomo-uomo

I casi di contagio da essere umano ad essere umano, però, erano stati fin qui molto pochi. Le persone che contraevano il virus erano per lo più coloro che mangiavano animali selvatici, e che quindi venivano in contatto col virus direttamente dalla carne animale. Oggi, evidentemente, il virus ha imparato a “saltare” da una persona all’altra. Ciò dimostra che è mutato, per quanto noi lo avessimo catalogato tra gli agenti patogeni con bassi tassi di mutazione.

Abbiamo bisogno di più informazioni

Un secondo motivo di preoccupazione è che, fino a poco tempo fa, non ci eravamo accorti di quanto si stesse trasmettendo. Quello che ci troviamo ad affrontare oggi non è un focolaio isolato, ma casi distribuiti quasi in tutto il mondo, sebbene con una concentrazione maggiore in Europa. Ciò vuol dire che era già diffuso da chissà quanto tempo, e che i casi che riusciamo a tracciare sono probabilmente solo la punta dell’iceberg di un’epidemia molto più ampia.

In conclusione, ciò che manca al momento sono le informazioni, la comprensione delle dinamiche di questa nuova epidemia. Non è il caso di fare allarmismo, ma piuttosto di conoscere le profilassi necessarie e, nel caso si faccia parte dei gruppi a rischio, fare un po’ di attenzione in più.

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