Comitato Cure domiciliari: intervista all’ Avv. Erich Grimaldi

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Torniamo ad intervistare l’avvocato Erich Grimaldi, promotore del Comitato per le Cure Domiciliari Precoci Covid- 19, in tutte le regioni italiane. Molto è accaduto dall’intervista dello scorso maggio in cui abbiamo ripercorso le fasi iniziali del movimento, cerchiamo oggi di fare un punto della situazione e comprendere come il movimento si è evoluto, quali obiettivi ha già ha raggiunto e quali quelli nuovi prefissi a tutela del diritto alla salute ed alle cure dei cittadini.

D: Come dicevamo nella premessa, da maggio a oggi sono accadute molte cose, soprattutto grazie al movimento da lei creato, che non è certo stato con le mani in mano. L’abbiamo seguita in un tour estenuante lungo tutta l’Italia con la Conferenza Nazionale delle Terapie Covid-19, nome scelto con cura, conferenza significa portare insieme e al contempo, confrontare. Quindi Avv. Grimaldi vorrebbe fare insieme a noi il punto della situazione sulla vostra attività pubblica da maggio a oggi?

R:   È stata una battaglia e resta tale, solamente per trovare una strada per supportare i malati Covid. Lo è perché ancora oggi, nonostante documentazioni, ottimi risultati ottenuti dai medici del Comitato, non è stato possibile coordinare il nostro lavoro a livello istituzionale. Le ricerche, qualcuna sta arrivando a definizione, importanti per documentare nero su bianco quali protocolli siano utili e quali no, sul trattamento domiciliare precoce non sono stata effettuate partendo da una decisione governativa, e questo resta inspiegabile.   

D: Il vostro lavoro è stato ampiamente apprezzato e condiviso dalla popolazione, che tramite il vecchio, ma sempre valido, canale del passa-parola, ha favorito la diffusione a macchia d’olio della vostra proposta terapeutica di assistenza domiciliare. Come purtroppo spesso succede, per le motivazioni più diverse, si sono levate molte critiche, sia a livello mediatico, ma anche da colleghi dei medici impegnati nel progetto. Alcuni sono arrivati anche a fare esposti agli ordini e addirittura alla FNOMCeO, cercando di mettere in cattiva luce coloro che svolgono in scienza e coscienza la loro missione di medici, cioè curare gli ammalati. Lei che ne pensa?

R: La scienza non è perfetta e ci sono varie posizioni, ciò che resta incomprensibile è il perché di tali attacchi, costanti illazioni sulla professionalità di medici che da un anno e mezzo non fanno altro che aiutare e supportare, oltre che sulla buona fede di questo Comitato, formato da volontari che hanno dato l’anima per creare una rete che ha dimostrato di colmare un vuoto lasciato dalle istituzioni e da un sistema sanitario territoriale che ha fallito. Noi abbiamo la coscienza cristallina. 

D: Premesso che troviamo molto lodevole che lei abbia fondato anche l’Unione per le Cure i Diritti e le Libertà, stiamo vivendo dal punto di normativo nell’ambito della gestione della pandemia, una stagione molto tormentata, con fughe in avanti mai verificatesi prima in termini di obblighi e di divieti. Da giurista, qual è il suo pensiero in merito?

R: Un’emergenza sanitaria come questa, se parliamo della prima ondata, ha colto di sorpresa tutti e portato a scelte difficili ma necessarie. In un secondo momento però, se si fosse lavorato davvero sulle cure, parallelamente ai vaccini, avremmo avuto quasi sicuramente una situazione molto diversa a cui fare fronte, che avrebbe potuto evitarci tante restrizioni. Inoltre, decidere di applicare misure di controllo subordinate al vaccino, quando la comunicazione in merito è stata davvero inefficace, con cambi di rotta improvvisi, senza coinvolgere i medici di base che avrebbero potuto suggerire il vaccino giusto al singolo paziente, ha prodotto solamente maggiore diffidenza e allontanato gli indecisi dalla campagna vaccinale. E’ ovvio che in una situazione straordinaria servano misure straordinarie, ma devono avere alla base una direzione chiara, coerente e di supporto alla popolazione da ogni punto di vista. 

D: Per terminare e dare ai nostri lettori anche un punto di osservazione più intimo e personale, cosa ha fatto scattare in lei la decisione di intraprendere questa battaglia civile così importante che ha coinvolto così tanti medici e un numero impressionante di pazienti?

Sono sempre stato molto attento alle differenze nell’approccio alla salute pubblica delle diverse regioni e, quando nel nord del paese è scattata l’emergenza, mi sono preoccupato pensavo a cosa sarebbe accaduto nella mia, quali protocolli sarebbero stati utilizzati. Quando mi sono reso conto che in alcune regioni si interveniva in maniera differente, ho capito fosse mio dovere comprenderne il motivo. Poi ho deciso di ascoltare pareri di diversi medici, ho rintracciato gruppi di professionisti che fin da subito hanno cercato una strada per non lasciare i propri pazienti malati in attesa di finire in ospedale, e da lì è partita la battaglia per l’ottenimento di un protocollo nazionale. Intimamente, ho pensato alla mia famiglia, ai miei genitori e a mia moglie e alle mie figlie, se mi fosse accaduto qualcosa. 

 

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