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Il contagio della disuguaglianza

Mentre 400mila persone hanno perso il posto, i pochi ricchi hanno migliorato la loro posizione economica

Vivere una pandemia è dura per tutti (o quasi), ma per alcuni è più dura che per altri. Molto più dura. Perché, se da una parte è vero che le misure di lockdown hanno creato problemi e sofferenze a chiunque, è altrettanto vero che la condizione economica di partenza ha tracciato un solco profondo tra ricchi e poveri. Una divisione che ha coinvolto ogni aspetto della vita delle persone, dalla casa al lavoro, passando per le relazioni sociali. Vivere per mesi chiusi in casa è davvero noioso, se si vive in una bella casa con vista sul mare, ma può essere davvero insostenibile se si vive in tanti in pochi metri quadri.

Il contagio della disuguaglianza

Il rapporto del Censis di quest’anno, il 54esimo, fotografa una situazione di cui avevamo già avuto sentore. La terribile crisi in corso, che durerà ancora chissà quanto, è ricaduta quasi interamente sulle spalle di chi già viveva situazioni di fragilità. Una circostanza che è ben chiara agli occhi degli italiani. Il 90,2 per cento di coloro che sono stati intervistati per il rapporto ha affermato di aver percepito l’aumento delle disuguaglianze sociali. 400mila persone hanno perso il posto, o lo perderanno non appena salterà il blocco dei licenziamenti che fin qui ha nascosto la polvere sotto al tappeto. A loro si sommano tantissimi altri per i quali il lavoro semplicemente non è stato rinnovato. E poi, ancora più giù, coloro che lavoravano in nero, privi di qualsiasi tutela e qualsiasi ristoro. Invisibili a tutti gli effetti.

La fotografia del rapporto Censis

Di contro, c’è una piccola fetta di popolazione per la quale le cose non sono affatto andate così male, anzi. Il 3 per cento degli italiani, coloro che hanno un reddito superiore al milione di euro, ha fatto ottimi affari in questo 2020. Fra questi c’è un minuscolo gruppetto, 40 persone appena, che da solo possiede 165 miliardi. “sono aumentati sia in numero che in patrimonio durante la prima ondata dell’epidemia”, sancisce il Censis, in una nota che ha tutto di algebrico e poco di ideologico.

Non servono bonus, ma cambiamenti strutturali

Cosa abbiamo fatto, concretamente, per contrastare questa voragine che si apre tra i cittadini? Nulla. Un tema che era tornato al centro del dibattito nazionale nei mesi scorsi era quello della necessità di una sanità pubblica, funzionante e accessibile. Purtroppo, al di là del chiacchiericcio, non è stato mosso un solo passo in questa direzione, ma molti in quella opposta. Così, mentre ai telegiornali si parlava di ritardi nei tamponi, mancanza di posti letto in ospedale e problemi di ogni genere, mentre tutti noi scoprivamo (e qualcuno viveva sulla propria pelle) lo stato indecente della sanità calabrese e il valzer grottesco dei commissari, abbiamo dovuto leggere delle visite al San Raffaele di Milano a 450 euro. O del padiglione Diamante, la “reggia” in cui è stato ricoverato Berlusconi.

Cambiare rotta prima che la nave vada in pezzi

Quando la pandemia aveva momentaneamente rallentato la sua corsa, in estate, avremmo dovuto pensare cambiamenti strutturali dei settori strategici. Invece abbiamo pensato di “concedere bonus a pioggia di ogni genere e natura”. Bonus bici, bonus vacanze, bonus casa. Una pletora di provvedimenti disorganici che hanno favorito gli interessi particolari a discapito di una visione unitaria e solidaristica della società. Secondo il Censis la situazione impone di “prendere atto che il Paese si muove in condizioni a troppo alto rischio per non presupporre una nuova e sistemica azione della mano pubblica: non per riparare i guasti, ma per ripensare il Paese, per cogliere l’occasione di immaginarlo di nuovo, per non rinchiudere la nostra società in una cultura del sussidio e del respiro breve”.

Quel ritornello secondo cui ne saremmo usciti migliori, insomma, oggi non lo canta più nessuno.

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