Dott. Giovanni Amarone - Tempo di lettura 3 min.

Covid-19 e grandi agglomerati urbani 

I nuovi scenari proposti dal Covid hanno avuto un grandissimo impatto su ogni ambito della nostra vita, compreso le grandi metropoli. Si riaccende la spinta verso i piccoli centri e le aree a bassa urbanizzazione, capaci di garantire ritmi di vita e condizioni ambientali più salutari. Molti sono gli intellettuali che spingono per il ritorno ai borghi, sia dal punto di vista turistico sia in una nuova ottica di ripensamento delle città. Si è accesa una vera discussione su come il coronavirusu cambierà  il tessuto urbano, spingendo verso un allontanamento dai grandi centri.

Il New York Times ha pubblicato un lungo articolo su questo tema, raccogliendo testimonianze di persone convinte di tornare alla propria città di origine, per riappropriarsi di una dimensione più umana, di ritmi più lenti e standard di vita più alti. il World Economic Forum, afferma che l’urbanizzazione dei paesi in via di sviluppo, l’iper-connessione delle economie e i cambiamenti climatici renderanno le catastrofi sanitarie come quella del Covid-19 sempre più frequenti. Diventa dunque una esigenza ripensare i grandi spazi urbani.

Delocalizzare e integrare

In Italia il dibattito è stato lanciato dal famoso architetto Massimiliano Fuksas,  in una intervista all’Huffington Post parla di un nuovo Umanesimo nell’era post covid, con un necessario ritorno ai borghi, cosi come Stefano Boeri in una intervista a Repubblica afferma che “nei vecchi borghi c’è il nostro futuro” arrivando poi ad affermare in un’altra intervista al Sole 24 ore «Stiamo lavorando alla mappatura dei borghi con il Politecnico di Milano e stiamo aprendo una collaborazione con il Touring club per capire se si possono realizzare progetti pilota. Ragioniamo su situazioni a massimo 60 chilometri da un centro urbano o da un aeroporto. Nel dettaglio stiamo studiando la situazione specifica in Val Trebbia, dove per piccoli centri in fase di abbandono si potrebbero siglare contratti di reciprocità con la vicina Milano.  Un modo per delocalizzare la vita urbana per periodi più ampi del weekend e diluire le presenza negli uffici in città».

Insomma, qualcosa sta rapidamente cambiato con la pandemia e ora anche abitare fuori città, in mezzo al verde o in piccoli paesi considerati poco attraenti fino a poco tempo fa sembra esse il nuovo trend. Ripartire da una nuova visione degli assetti paesagistici, rivolti ad un nuovo equilibrio tra grandi centri urbani e più piccole realtà territoriali. Investimenti in infrastrutture tecnologiche, attività di valorizzazione del turismo e della mobilità, potrebbero essere volani per il recupero dei piccoli centri, scongiurando il loro progressivo abbandono. Potrebbero costituire una ricchezza al momento trascurata.

La tendenza è in atto nelle scelte delle destinazioni turistiche. Quest’estate si è registrato un ritorno alle mete turistiche meno battute, itinerari, da sempre, un po’ nascosti allo sguardo delle masse.

Entrare in contatto con la natura

La ricchezza contenuta nei  borghi ci consente di scoprire, siti archeologici, cattedrali, castelli, eccellenze gastronomiche e soprattutto di riconnetterci con la natura. Il loro spopolamento rappresenta un pesante danno in termini di storia e patrimonio culturale: sono infatti i piccoli borghi gli scrigni delle tradizioni popolari, i luoghi in cui si tramandano dialetti e storie antiche, ricette tradizionali e prodotti tipici, sono luoghi di  riconessione con la natura. Studi, interviste, raccolte dati, hanno mostrato che i bambini che hanno meno contatto con la natura, hanno maggiori probabilità di sviluppare disagi sociali, fisici e psicologici.

La nuova sfida sarà quella di dotare delle opportune infrastrutture tecnologiche questi luoghi per facilitare un controesodo verso tali luoghi per viverci.

 

0 commenti

Share This