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Digital Health e tutela della nostra unicità

La medicina digitale promette grandi beneifici, ma per ora i rischi sono molto più concreti
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Sul Magazine online Meer è comparso un articolo di approfondimento, scritto da Antonio Bonaldi, sulla Digital health, o per dirlo in italiano sulla medicina digitale. Bonaldi, già direttore sanitario del Papa Giovanni XXIII di Bergamo e dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona, analizza rischi e opportunità dati dalla rivoluzione digitale applicata in campo medico. E purtroppo, come era facile immaginare e come noi stessi più volte abbiamo sottolineato, porta alla luce molti aspetti problematici di quella che spesso viene presentata come una cavalcata gloriosa verso il futuro.

Digital Health e tutela della nostra unicità

Nella sua analisi il medico parte dalla suddivisione dei 3 ambiti nei quali la medicina digitale si sta evolvendo. Nel primo ambito rientrano le tecnologie di archiviazione, consultazione e gestione dei dati sanitari. I possibili vantaggi della digitalizzazione degli aspetti burocratici della medicina è sotto gli occhi di tutti: metodi di prenotazione più agili, accesso alle prestazioni più facile e possibilità di consultare i dati in modo approfondito. Poi, però, ci sono i rischi: chi terrà il nostro fascicolo sanitario elettronico al sicuro dai malintenzionati? Difficile credere che la nostra pubblica amministrazione sarà all’altezza, dal momento che i suoi sistemi informatici vengono violati un giorno sì e l’altro pure, e che d’altra parte al giorno d’oggi neanche le aziende specializzate nel settore riescono a mettere al sicuro i propri dati.

Device, IA, gestione dati: i tre aspetti della digitalizzazione

Un secondo ambito riguarda invece i digital device. Di che si tratta? Sono quei piccoli strumenti che tracciano in ogni momento alcuni dei nostri parametri medici, avvertendoci quando qualcosa non va. Pensiamo ad esempio, agli smartwatch che registrano le pulsazioni cardiache, o a strumenti più complessi che arrivano a schedature molto più dettagliate: pressione arteriosa, temperature, sudore, glicemia nel sangue, qualità del sonno e chi più ne ha più ne metta.

Un difficile bilanciamento tra rischi e benefici

C’è, infine, l’ambito delle intelligenze artificiali: macchine in grado di elaborare enormi quantità di dati aggregati, così da dare risultati rapidissimi, incrociando un’infinità di informazioni. Troppe per essere elaborate da un qualsiasi cervello umano. Per tenerci agli stessi esempi dell’articolo, possiamo citare Watson dell’IBM, in grado di prendere decisioni riguardanti la salute dei pazienti in base alla risultanze cliniche, o Skin Vision, in grado di riconoscere un tumore della pelle partendo da una semplice foto fatta con lo smartphone, e con una statistica di successi maggiore di quella di un medico.

Verso un futuro distopico

Per ognuno di questi tre aspetti, i rischi sono molto elevati, e lasciano intravedere all’orizzonte scenari distopici davvero foschi. Dell’aspetto della tutela dei dati e della privacy, abbiamo già parlato. Resta da dire che il problema non è circoscritto ai casi di furti illegali di dati, ma si estende alla gestione legale dei dati stessi. Chi ne è proprietario? Per quali scopi può utilizzarli? Può cederli ad altri, magari anche senza consenso esplicito?

La medicina digitale alla prova della complessità

Vi è, poi, un aspetto problematico più profondo della semplice gestione dei dati. Finché il collegamento causa-effetto tra patologia e prestazione medica è immediato, infatti, l’intelligenza artificiale può esserci di grande aiuto: se un diabetico sta avendo una crisi glicemica, ad esempio, dovrà inequivocabilmente ricevere dell’insulina, e nessuno sarà più veloce del computer a notare i valori ematici fuori dalla norma e a provvedere alla somministrazione. Ma che dire di quando il collegamento non è affatto così semplice, ma riguarda emozioni, empatia, aspetti sociali, gusti personali?

“Stiamo appaltando il destino del mondo”

Secondo Bonaldi “Di fatto, in nome della presunta capacità di una macchina intelligente di rispondere alle specifiche esigenze dell’individuo, stiamo progressivamente trasferendo la nostra autonomia decisionale a IA che agiscono secondo criteri almeno in parte indefiniti, che potrebbero essere dotate di personalità giuridica e controllate, come ci ricorda Harari, da una piccola élite di umani potenziati a cui verrebbe affidato il destino del mondo”.

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